martedì 11 febbraio 2014

Sradicate nuove leve criminali del Soveratese

Compravano anche i voti durante le elezioni

I carabinieri hanno portato a termine un'operazione con decine di persone coinvolte. Contestati diversi reati, tra i quali estorsioni, spaccio di droga, truffe. Il gruppo avrebbe anche tentato di accaparrarsi la gestione di attività imprenditoriali e commerciali
 
 
di SAVERIO PUCCIO
SOVERATO (CZ) - Avrebbero gestito ogni tipo di reato, dalle estorsioni allo spaccio di droga, controllando le attività criminali dell'area di Soverato, procurando anche voti in occasione delle consultazioni elettorali. Su queste basi i carabinieri della Compagnia di Soverato hanno notificato decine di provvedimenti nei confronti dei gruppi malavitosi della zona.
In particolare, sono otto i provvedimenti restrittivi (sei in carcere, uno agli arresti domiciliari ed uno sottoposto all’ obbligo di dimora) e 32 le persone denunciate con le ordinanze di custodia cautelare disposte dal Gip del Tribunale di Catanzaro, su proposta della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Catanzaro. Nel blitz sono interessati i comuni di Soverato e Montepaone.

Gli otto provvedimenti e le 32 denunce scaturiscono da un’articolata indagine volta a far luce sulle attività delinquenziali di un nuovo gruppo malavitoso, costituito ed organizzato nei territori del basso jonio catanzarese, finalizzato alla commissione di delitti contro il patrimonio (estorsioni, tentate estorsioni, furti, danneggiamenti), alla detenzione illegale di armi e munizioni, allo spaccio di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione, alle truffe, ad acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e/o il controllo di attività economiche commerciali e imprenditoriali, nonché al fine di procurare voti in occasione di consultazioni elettorali.

LA GUIDA DEL GRUPPO - Il gruppo sarebbe stato guidato da Salvatore Pannia, già detenuto nell'ambito dell'operazione "Show Down" contro la cosca Sia di Soverato. A lui è contestata anche l'aggravante di avere operato con il metodo mafioso. Con gli arresti o la morte dei vertici del clan Sia, nella faida che ha insanguinato il Soveratese, Pannia avrebbe tentato di prendere il comando della situazione.

LA COMPRAVENDITA DI VOTI ALLE COMUNALI - Le indagini hanno permesso di appurare le ingerenze del gruppo nelle elezioni comunali di Montauro, svolte nel 2012. In quel caso, secondo i militari dell'Arma, ci sarebbe stata una vera e propria compravendita di voti, pagati da 50 e fino a 250 euro. Risultano indagati nell'inchiesta alcuni candidati alle elezioni comunali, i cui nomi al momento sono coperti da omissis.

Pentito svela: riti di affiliazione alla 'ndrangheta

E ricoveri decisi dal boss nella clinica cosentina

L'ex braccio destro del boss di Cassano racconta i retroscena di ciò che le cosche cosentine e vibonesi facevano nella struttura sanitaria: era Andrea Mantella a dare ordini al primario. Un rapporto creato «dandogli soldi e quant’altro»
 
 
di GIANLUCA PRESTIA
VIBO VALENTIA - Nella clinica che secondo l'accusa ospitava i "ricoveri "facili" dei boss, si svolsero anche riti di affiliazione alla 'ndrangheta ed era un capocosca a decidere gli spostamenti dei detenuti ricoverati. Tornano quindi i riflettori sulla struttura sanitaria "Villa Verde" di Donnici, a Cosenza: il pentito cosentino Samuele Lovato stamattina ha aggiunto nuovi particolari parlando in aula durante il processo antimafia "Nasty Embassy", in corso dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia.Il collaboratore di giustizia, che in quella clinica  è stato ricoverato insieme ad Andrea Mantella, il quarantenne ritenuto fra i principali esponenti della 'ndrangheta vibonese, ha parlato di soldi ai medici per detenzioni nella clinica. 

Il processo vede imputati Mantella, Salvatore Morelli e Vincenzo Mantella per l'estorsione aggravata dalle modalità mafiose ai danni dell'imprenditore vibonese Domenico Russo. Lovato, ha riferito sui rapporti avuti con Andrea Mantella, ritenuto esponente di primo piano della criminalità vibonese, nel periodo di detenzione presso la struttura cosentina dichiarando che l'imputato «aveva instaurato buon rapporto con il primario Ambrosio e con lo stesso psicologo e, pertanto, si pose nel mezzo affinché venissi trasferito al secondo piano, lasciando così il reparto psichiatrico». 
Lovato ha aggiunto di non essere stato l'unico ad essere trasferito per intercessione di Mantella: «Anche Domenico Barillaro e Marco Bevilacqua, quest'ultimo del clan degli zingari, furono spostati». Per far capire quanto fosse influente la figura di Mantella nella clinica lo stesso Barillaro avrebbe detto al pentito «di attendere il ritorno di Andrea», circostanza, questa, confermata «anche da qualche infermiere che a mò di suggerimento me lo diceva a quattrocchi: “Ci parla lui con il primario”. Mantella mi disse che il primario gli riferì che la condizione necessaria per poter essere trasferito di reparto era di non utilizzare più sedia a rotelle della quale facevo uso dopo essere uscito dal 41 bis, periodo in cui ero arrivato a pesare 51 kg. Dopo qualche giorno venni spostato nel suo stesso piano».

E il rapporto con Ambrosio, l'imputato, secondo Lovato, lo aveva creato «dandogli soldi e quant’altro». Poi, sulle patologie sue e dell'imputato ha affermarlo che entrambi «stavamo bene. Ad esempio, Mantella, non è che fosse malato. E gli infermieri sapevano bene che noi ci trovavamo in clinica di passaggio per scontare i domiciliari e che non avevamo patologie. Tutto era tacitamente acconsentito anche perché le malattie erano simulate. Mantella con la schizofrenia e io con la depressione».

Sarebbe stato Mantella a svelare a Lovato (ex "braccio destro" del boss di Cassano Tonino Forastefano) i "trucchi" per simulare malattie capaci di evitare il carcere duro e passare ai "domiciliari" nella clinica dove «ogni giorno - ha dichiarato il pentito - venivano ricevuti gli affiliati in libertà che prendevano ordini sulle attività illecite da compiere all’esterno». 
Mantella, a detta del pentito, sarebbe stato in grado di comandare dall’interno della clinica compiendo anche riti di affiliazione alla 'ndrangheta dentro una stanza della struttura sanitaria, con tanto di santini bruciati e lamette con cui far scorrere gocce di sangue necessarie per i giuramenti alla criminalità organizzata. Un commerciante di auto di Vibo, inoltre, pur sottoposto per la Dda ad estorsione, nel 2010 sarebbe stato costretto a recarsi nella clinica a trovare Mantella portandogli dolci.

Non solo pannoloni, l’Asp di Palermo

Ha cancellato altri tre maxi appalti


PALERMO. Per i pannoloni che sempre più scottano l’Asp sta per bandire una nuova gara, mentre la «riforma Candela» è andata avanti in questi mesi con un colpo di scena dopo l’altro: tre gare sono state cancellate e rilanciate con un risparmio di almeno 27 milioni. La gestione e la manutenzione del sistema informativo dell’Asp è stata assegnata per 12 milioni contro i circa 18 di partenza. Sistemi tecnologici di vigilanza e security, l’appalto è stato revocato e riassegnato per 7 milioni contro i 25 dei vecchi tempi. E la manutenzione dei sistemi tecnologici affidata inizialmente per 18,5 milioni «è stata revocata, indetta una seconda volta e assegnata per 15 milioni».
"Turbativa d'asta", i carabinieri arrestano l'ex manager dell'Asp di Palermo Cirignotta


PALERMO. I carabinieri di Palermo hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emessa dal g.i.p. del tribunale di Palermo su richiesta della Procura della Repubblica, condividendo le risultanze investigative dei carabinieri della sezione di polizia giudiziaria, nei confronti dell’ex direttore generale e commissario straordinario dell’Asp di Palermo, Salvatore Cirignotta, e del procuratore speciale della ditta Fater, Carlo Carollo, ritenuti responsabili del reato, in concorso, di turbativa d’asta. L'indagine era stata avviata il 31 gennaio 2013, dopo la denuncia alla procura da parte del presidente della Regione Rosario Crocetta e dell'assessore alla Salute Lucia Borsellino. In particolare, la denuncia si riferiva a un episodio di interferenza nei confronti della commissione aggiudicatrice della gara d'appalto gestita dall'Asp sulla fornitura di pannoloni dall'importo di 50 milioni di euro.

Dalle indagini, sono emerse le numerose pressioni, fatte anche in tempi diversi, da parte di Crignotta, che cercò di orientare il risultato a favore della ditta Fater, nonostante la diversa conclusione unanimemente raggiunta dalla commissione esaminatrice.

"Il clan di Matteo Messina Denaro", chiuse le indagini per 22 persone



PALERMO. La dda di Palermo ha notificato 22  avvisi di conclusione delle indagini ad altrettante persone  accusate, a vario titolo, di far parte del clan mafioso del boss  latitante Matteo Messina Denaro.  Gli avvisi, che precedono la richiesta di rinvio a giudizio,  riguardano, tra l'altro Anna Patrizia Messina Denaro, sorella  del padrino di Castelvetrano che, secondo gli inquirenti,  avrebbe retto il mandamento in assenza del fratello col quale  continuava ad avere rapporti nonostante la latitanza.     Gli altri destinatari del provvedimento sono: Antonella  Agosta, Girolamo Cangialosi, Lea Cataldo, Lorenzo Cimarosa, Aldo  Di Stefano, Giovanni Ferrara, Francesco Guttadauro, Girolama La  Cascia, Francesco Luppino, Antonino Lo Sciuto, Giuseppe Marino,  Michele Mazzara, Mario Messina Denaro, Antonella Montagnini,  Giuseppe Pilato, Vincenzo Peruzza, Rosario Pinto, Nicolò  Polizzi, Francesco Spezia, Salvatore Torcivia e Vincenzo Torino.    Le indagini sono state condotte dai pm Paolo Guido e Marzia  Sabella.

Soldi dei napoletani in Svizzera,



di Leandro Del Gaudio
Un tenore di vita altissimo, tra suite al Vesuvio e frequentazioni vip, falsi rendiconti per dimostrare ai clienti la bontà del proprio investimento.

Per anni, Eduardo Tartaglia avrebbe ingannato investitori napoletani, spostando soldi in Svizzera, dietro il miraggio di operazioni speculative vantaggiose.

Con queste accuse, il gip Isabella Iaselli ha firmato un ordine di arresto a carico di Eduardo Tartaglia, del suo socio svizzero Rocco Zullino, disponendo gli arresti domiciliari per il presunto socio napoletano Klaus Georg Beherend. Associazione per delinquere, truffa e falso sono le accuse mosse al termine delle indagini condotte dai pm Antonello Ardituro e Marco De Gaudio, nell’ambito di un filone di indagine nato nel corso degli accertamenti contro il clan Polverino e che ha visto pochi mesi fa finire sotto i riflettori anche l’ex vicecapo dei servizi civili Franco La Motta (a proposito della gestione del Fec, fondi edifici di culto), per il quale pende un procedimento condotto dalla Procura di Roma.

Decisive le indagini dei carabinieri, che hanno messo a frutto le denunce e le testimonianze di alcuni investitori napoletani, che hanno aiutato a ricostruire la strategia seguita da Tartaglia, in una vicenda scandita dalla recente (parziale) confessione dello stesso Tartaglia, oltre che da una serie di intercettazioni ambientali. Regista cinematografico e teatrale, Tartaglia ha raccontato la cosiddetta catena di Sant’Antonio, messa in piedi grazie alla sua attività di finto promotore finanziario, grazie alla quale spostava soldi dai conti correnti dei clienti, riuscendo a mascherare operazioni tutt’altro che vantaggiose. Indagini del comando provinciale dei carabinieri agli ordini del colonello Marco Minicucci, parlano testimoni e parti offese, che raccontano di aver affidato anche milioni di euro a Tartaglia per investimenti (apparentemente legali) in Svizzera.

Ed è così che alcune persone confermano di essere state ingannate, grazie ad estratti conto abilmente falsificati. Spiegano i testimoni: quando chiedevamo di ritornare in possesso dei nostri capitali, ci mostrava estratti di conti correnti a Lugano che solo in un secondo momento abbiamo capito essere fasulli. In altri casi, Tartaglia ricorreva ad altri espedienti: come alcuni documenti con carta intestata Dia (direzione investigativa antimafia), che servivano a convincere i clienti sulla impossibilità di sbloccare capitali, di fronte ad indagini in corso, o come il riferimento al cugino Franco La Motta, a sua volta oggi invischiato nella storia del fec nel corso di una indagine a Roma. Appena un anno fa, Tartaglia propose anche un investimento (non concretizzatosi) a Pierluigi Buffon, incontrato a Napoli in una suite dell’hotel Vesuvio.

Napoli: falsi invalidi, controlli bluff. L'ombra lunga della camorra


di Giuseppe Crimaldi
C'è un filo rosso che tiene insieme le truffa dei falsi invalidi (finora ne sono stati individuati mille) in tutta la città. Nuovi particolari emergono dai verbali contenenti le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia - Alfredo Sartori - che avrebbe confermato intrecci tra pubblica amministrazione ed elementi vicini ai clan.

Tutta la truffa, sempre secondo il pentito, si sarebbe materializzata nella sede di piazza Nazionale dell’Asl, nella «stanza 27». Il direttore Giuseppe Papaccioli, arrivato al distretto 33 nel 2012, però avverte che ora tutto è cambiato, che le «mele marce non ci sono più». Intanto, nel corso del processo ai finti ciechi di Chiaia, il regista della truffa Salvatore Alajo ha chiesto la parola, ha fatto i nomi di un funzionario Inps e di un avvocato, tirati in ballo come complici.

Da Poggioreale al Pallonetto di Santa Lucia. Passando attraverso i popolosi rioni del centro storico - la Sanità, Montecalvario, San Carlo all'Arena, Vicaria - fino ai quartieri della periferia occidentale e orientale. C'è un filo rosso che si annoda e tiene insieme la truffa delle truffe che fa conquistare a Napoli l'ennesimo primato nazionale, un record negativo che costa ogni anno alle casse dello Stato milioni di euro. È lo scandalo dei falsi invalidi.

Droga, sgominato a Toritto il clan Zonno



BARI – E' in corso in provincia di Bari una vasta operazione antidroga dei Carabinieri contro un clan facente capo alla famiglia Zonno di Toritto (Bari), accusato di gestire un ingente traffico di stupefacenti in una vasta area dell’hinterland barese.

Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere viene notificata ad una decina di persone da 80 carabinieri con l'aiuto di unità cinofile e di un velivolo del 5/o Nucleo Elicotteri di Bari.

I reati contestati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bari vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, al porto e detenzione illegale di armi; ad alcuni indagati è contestata anche la violazione della sorveglianza speciale.

Sequestrato anche un laboratorio per la lavorazione e il confezionamento della droga che poi veniva piazzata sul mercato da un folta squadra di 'pusher' che, in alcuni casi, non hanno esitato a fare ricorso alla minaccia delle armi per garantire il controllo delle piazze di spaccio e la regolarità dei pagamenti.

Numerosi gli episodi di spaccio documentati dai militari dell’Arma a riprova della pericolosa ramificazione che l'organizzazione avrebbe raggiunto in particolare nei comuni di Toritto, Binetto, Grumo Appula e Bitonto, dove disponeva di numerosi depositi temporanei ricavati spesso in cavità di muri di case disabitate

lunedì 10 febbraio 2014

Camorra. Scoperta alleanza tra due clan per estorcere denaro agli imprenditori: 27 arresti

In manette nel Miglio d'Oro gli affiliati ai Di Gioia e agli Ascione-Papale


Napoli. Ventisette persone ritenute affiliate ai clan di camorra 'Di Gioià e 'Ascione-Papale', che - secondo gli investigatori - si erano alleati per estorcere denaro a imprenditori di Torre del Greco, sono state arrestate dai Carabinieri di Torre Annunziata (Napoli) in una vasta operazione scattata all'alba.

Le persone arrestate sono accusate, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione e violazione alle legge sulle armi aggravati da finalità mafiose. I carabinieri hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip dal termine di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Napoli.

Secondo l'accusa, i due clan si erano alleati e hanno compiuto gravi atti intimidatori contro alcuni imprenditori di Torre del Greco vittime di estorsioni.

Contrabbando di sigarette dalla Calabria al nord

Arrestate dalla Finanza cinque persone nel Reggino

Un traffico di sigarette di contrabbando talmente esteso da servire l'intero nord Italia, cinque persone sono state arrestate dalla Finanza nel Reggino con l'accusa di esportare dalla Calabria sigarette di ogni marca e tipo al Settentrione per una organizzazione secondo gli inquirenti altamente efficiente



GIOIA TAURO (RC) - Facevano parte di una organizzazione che da anni si dedicava al contrabbando di sigarette. Con questa accusa Il Comando provinciale di Reggio Calabria della Guardia di finanza ha arrestato cinque persone ritenute appartenenti ad un gruppo che dalla Calabria riusciva a smerciare in tutto il nord Italia pacchi e pacchetti di sigarette di diversa tipologia e marca.

L’operazione, eseguita dal Gruppo di Gioia Tauro delle fiamme gialle con il coordinamento della Procura della Repubblica di Palmi, ha portato anche alla denuncia di altre due persone che sarebbero state organiche alla stessa organizzazione. Gli arresti sono stati fatti in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal gip di Palmi su richiesta della Procura. Le sigarette smerciate dall’organizzazione riportavano, abilmente contraffatti, sia il marchio di una nota marca che i sigilli dei Monopoli di Stato. Il gruppo, presente in provincia di Reggio Calabria, aveva forti ramificazioni, in particolare, in Liguria.

Sant'Antimo. Operaio torturato e sgozzato, è ancora giallo


di Marco Di Caterino
Il giallo del delitto di Sant’Antimo. La vittima, come ha accertato il patologo incaricato dalla Procura, è stata uccisa da un solo fendente alla gola.

Un taglio preciso e secco alla giugulare. Una ferita che in una manciata di secondi ha provocato la morte di Antimo Maggio.

Roba da esperti nell’uso del coltello. Difficile, al momento, credere che possa essere stato un «semplice» ladro, che, sorpreso in casa, si sarebbe trasformato in un assassino spietato, capace di uccidere con un solo fendente.

Le indagini, condotte dagli agenti del commissariato di Frattamaggiore, sono, come sempre in questi casi, a trecentosessanta gradi.

La pista ufficialmente seguita in prima battuta dai poliziotti di Frattamaggiore resta, dunque, quella della rapina in casa, conclusa tragicamente. Ma aumentano i dubbi.

Finita la caccia all'uomo, preso nel sonno Cutrì

Era nascosto in un appartamento nell'alto milanese

L'ergastolano evaso si trovava in compagnia di un altro uomo e viveva in un appartamento messo a disposizioni da un imprenditore arrestato ieri. Secondo quanto ricostruito al momento del blitz dei carabinieri del Gis Cutrì era armato con una pistola con il colpo in canna ma i militari lo hanno disarmato prima che potesse usarla


VARESE - Finita la caccia all'uomo, i Carabinieri hanno individuato e arrestato Domenico Cutrì, l’ergastolano fuggito dal tribunale di Gallarate (Varese) dopo una sanguinosa sparatoria in cui ha perso la vita il fratello Antonino Cutrì. L'evaso sarebbe stato catturato non distante da Inveruno, nell’Alto milanese, dove risiede la sua famiglia.. Domenico Cutrì, 32 anni, era stato condannato in appello all’ergastolo come mandante dell’omicidio di un polacco che aveva insidiato la sua fidanzata (LEGGI LA SCHEDA COMPLETA). Era evaso lunedì scorso, intorno alle 15, quando un gruppo armato era entrato in azione davanti al tribunale di Gallarate dove l'ergastolano doveva sostenere un processo per truffa (GUARDA IL VIDEO DEL LUOGO DELL'ASSALTO e LEGGI I DETTAGLI DELL'EVASIONE)

Del commando, tutti arrestati (LEGGI LA NOTIZIA) facevano parte, secondo quanto accertato dai carabinieri, coordinati dal pm di Busto Arsizio, Raffaella Zappatini, i suoi fratelli Antonino, 30 anni, ucciso nel conflitto a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria, e Daniele, 23 anni, fermato due giorni fa (GUARDA IL VIDEO DEL SUO NASCONDIGLIO). Altri quattro componenti del commando erano stati fermati a Cellio (Vercelli) dove era stato allestito un covo e un quarto a Napoli.
 
In carcere si trova anche la compagna di Antonino Cutrì, Carlotta Di Lauro, accusata di aver fornito supporto logistico all’evasione. Si è fatta trovare ieri sera in casa dei genitori dopo tre giorni in cui era stata irriperibile con il figlio di cinque anni avuto da una precedente relazione.
L’appartamento in cui l'uomo è stato sorpreso nel sonno era stato messo a disposizione dell’evaso da un piccolo imprenditore della zona, Franco Cafà, 35 anni, arrestato ieri dai carabinieri a Buscate (Milano) con l’accusa di favoreggiamento. Cutrì si trovava in compagnia di un altro uomo, Luca Greco, e con lui viveva in condizioni di degrado: nel covo, infatti, mancavano luce, acqua e gas. Per cucinare i due uomini utilizzavano un fornelletto da campeggio, e dormivano su due brandine in una delle stanze. All’interno del covo ci sono ancora generi alimentari, pacchi di pasta e scatolette di tonno, sparsi a terra, davanti al divano dove dormivano l’ergastolano e il suo complice Luca Greco. Sul pavimento anche copie di quotidiani con la cronaca dell’evasione. Cutrì aveva a disposizione una palazzina in ristrutturazione di due piani in via Villoresi, poco lontano dal centro di Inveruno (Milano) e dalla casa dove vivono i genitori. Le porte delle stanze sono state sfondate. Il cortile dove si trova la palazzina è circondato da altre case ma, come raccontano alcuni residenti, nessuno si sarebbe accorto di movimenti sospetti.

Ad entrare in azione per catturarli sono stati i carabinieri del Gis (Gruppo intervento speciale). A individuare il covo erano invece state le indagini dei carabinieri di Varese, Milano e del Ros (Raggruppamento operativo speciale). La pistola 375 magnum che Mimmo Cutrì aveva con sè aveva il colpo in canna, ma gli investigatori lo hanno sorpreso nel sonno e non è stato in grado di usarla (GUARDA IL VIDEO). 

Padre, madre, fratello e due avvocati arrestati

Per il suicidio di Maria Concetta Cacciola

Operazione dei carabinieri in provincia di Reggio Calabria, con l'arresto di cinque persone alle quali è contestato di avere favorito le cosche Cacciola e Bellocco con maltrattamenti in famiglia, violenze private, minacce e favoreggiamento personale. Vittima sarebbe stata proprio la testimone di giustizia



REGGIO CALABRIA - Cinque persone sono state arrestate dai Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Reggio Calabria su richiesta della DDA nell’ambito dele indagini sulla morte della collaboratrice di Giustizia Maria Concetta Cacciola, morta suicida nell’agosto 2011 in circostanze non ancora del tutto chiarite. I cinque sono accusati di avere agito negli interessi della cosca di 'ndrangheta Bellocco e della cosca Cacciola, operanti a Rosarno. 
 

Devono rispondere dei reati di concorso in maltrattamenti in famiglia, aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in violenza privata, aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in violenza o minaccia per costringere a commettere un reato aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in favoreggiamento personale aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso. Tra i cinque arrestati vi sono i tre congiunti, della Cacciola, il padre Michele Cacciola, la madre Anna Rosalba Lazzaro e il fratello Giuseppegià, detenuti nell’ambito della prima fase delle indagini, e due avvocati, Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani.

 
 Proprio qualche giorno fa si era concluso il processo d’appello per i tre congiunti della Cacciola, Michele Cacciola, padre della giovane, condannato a 4 anni (5 anni e 4 mesi in primo grado); il fratello Giuseppe, condannato a 4 anni e 6 mesi (in primo grado 6 anni), Anna Rosalba Lazzaro, confermata la condanna a 2 anni. I reati per cui sono stati arrestati stamani, con l’operazione denominata "Onta" sono successivi a quelli per i quali sono stati già processati. (LEGGI LE MOTIVAZIONI DELLA PRECEDENTE CONDANNA). Qualche giorno fa si era concluso il processo d’appello per i tre congiunti della Cacciola raggiunti dalle nuove contestazioni, Michele Cacciola, padre della giovane, condannato a 4 anni (5 anni e 4 mesi in primo grado); il fratello Giuseppe, condannato a 4 anni e 6 mesi (in primo grado 6 anni), la madre Anna Rosalba Lazzaro, con la conferma della condanna a 2 anni. I reati per cui sono stati arrestati stamani, con l’operazione denominata "Onta" sono successivi a quelli per i quali sono stati già processati.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli arrestati volevano ottenere una ritrattazione registrata al fine di farle abbandonare il programma di collaborazione avviato con la giustizia. I due avvocati, in particolare, avrebbero fornito indicazioni in tal senso. Dalle indagini dei Carabinieri emergerebbe una "chiara ed evidente condotta di subornazione e costrizione sino al decesso" ai danni della vittima, tenuta segregata nel timore di una sua fuga dall’abitazione paterna.

Finita dopo 5 anni la latitanza del boss di Cirò

Catturato Silvio Farao. Era in una villetta a Cariati

Il capo del "locale" Crotonese è stato arrestato dai carabinieri dopo cinque anni di latitanza. Il blitz è scattato nel corso della notte. Era fuggito nel 2008 dopo essere stato arrestato al termine di un altro periodo di latitanza
 
 
di ANTONIO ANASTASI
CIRO' – Era uccel di bosco dal novembre 2008. I carabinieri del Reparto operativo di Crotone l'hanno arrestato nel cuore della notte in una villetta a Cariati, nella località Vascellero, poco distante dalla sua Cirò. E' finita la latitanza per Silvio Farao, 66 anni, uno dei capi del "locale" di 'ndrangheta di Cirò. Il suo nome era inserito nell'elenco dei latitanti più pericolosi. Farao non era armato e si è arreso subito ai carabinieri. Con lui è stata arrestata anche una coppia per favoreggiamento.
Farao era latitante dal novembre del 2008 quando evase dagli arresti domiciliari ai quali era stato posto pochi giorni prima, dopo essere stato arrestato al termine di un altro periodo di latitanza.
 
L’uomo era stato condannato all’ergastolo in primo e secondo grado per l’omicidio di Mario Mirabile, ucciso a Corigliano Calabro (Cosenza) il 31 agosto del 1990. Per lo stesso delitto 30 anni furono inflitti a Cataldo Marincola, suo compagno nella latitanza finita in Sila nel 2008.
Farao è ritenuto dagli investigatori un capomafia di grosso spessore criminale. In attesa che la sentenza di condanna diventasse definitiva, a Farao era stata imposta la sorveglianza speciale. 
Dopo ripetute violazioni, la Procura di Crotone aveva chiesto e ottenuto, come aggravamento della misura, gli arresti domiciliari. Il 7 settembre 2007, però, il boss era fuggito una prima volta per essere arrestato il 4 novembre 2008. All’epoca furono disposti nuovamente i domiciliari, in quanto gli veniva contestata solo la violazione degli obblighi della sorveglianza speciale in attesa della definizione del processo per omicidio.

Sesso con minori, indagine choc

Per 3 siciliani su 10 si può fare


PALERMO. Le interazioni sessuali tra adulti e adolescenti sono accettabili per il 28% degli adulti siciliani, siano esse virtuali o fisiche. Il 9% ha tra i propri contatti sui web social giovani che non conosce personalmente; oltre 1 su 2 vuole trovare in rete un rapporto di affetto o di amore. Per quasi 1 siciliano su 10 l'iniziativa parte dai ragazzi. Lo dice l'ultima indagine Ipsos per Save the Children, realizzata in occasione del Safer Internet Day 2014, la giornata dedicata dalla Commissione Europea alla sensibilizzazione dei più giovani ad un uso corretto e consapevole della rete.  Sono molti coloro che si affacciano alla rete per colmare un importante vuoto relazionale e affettivo della vita reale: il 52% dei siciliani infatti afferma di utilizzare il web - soprattutto i social network - per conoscere persone disponibili a fare amicizia o ad intrattenere un rapporto di affetto o amore. Il 9% degli adulti siciliani ha tra i propri contatti adolescenti che non conosce personalmente. L'87% dei siciliani pensa che le interazioni sessuali tra adulti e adolescenti siano diffuse e trovino in internet il principale strumento per iniziare e sviluppare la relazione, che può sfociare nell'incontro fisico.

Quasi 1 siciliano su 10 attribuisce la responsabilità dell'iniziativa di contatto esclusivamente agli adolescenti. Il 17% dei siciliani pensa che la relazione sessuale di un minore e un adulto sia sempre consentita in assenza di violenza e costrizione.  Il 49% degli intervistati in Sicilia attribuisce agli adulti la responsabilità dell'iniziativa di contatto nell'interazione con un adolescente, ma secondo il 42% anche gli adolescenti hanno una parte attiva nell'iniziativa del contatto (per il 33% condividono questa responsabilità con gli adulti, mentre per quasi 1 siciliano su 10, sono i ragazzi i principali responsabili). I ragazzi di oggi sono considerati dai siciliani più disinvolti nell'approccio con gli adulti (48%), e sessualmente più precoci (57%), ma comunque impreparati nel gestire una relazione sessuale con una persona matura (29%).  La consapevolezza e la parziale accettazione delle relazioni di natura sessuale tra adulti e minori, tuttavia, non esclude il giudizio sugli adulti che intraprendono relazioni di natura sessuale con adolescenti, ritenuti irresponsabili dal 47% degli intervistati o emotivamente immaturi (29%). 

Gli adulti intervistati in Sicilia considerano i ragazzi di oggi piuttosto spregiudicati, disinibiti nelle relazioni con i coetanei così come con gli adulti, e comunque «minati» da una distonia tra crescita sessuale e maturazione emotiva. Il 48% degli intervistati, infatti, pensa che gli adolescenti abbiamo comportamenti più disinibiti con gli adulti, il 57% ritiene che abbiano esperienze sessuali più precoci, ben il 60% che raggiungano prima la maturità sessuale ma non quella emotiva, il 50% che abbiano meno pudore. Un intervistato su 4, per contro, ritiene che gli adolescenti siano comunque più maturi di un tempo sotto tutti i profili (27%), e che siano maggiormente in grado di gestire le proprie relazioni interpersonali (28%).  Benchè tra gli intervistati nella Regione prevalgano coloro che attribuiscono agli adulti la responsabilità dell'iniziativa di contatto (49%), secondo il 42% anche gli adolescenti hanno una parte attiva nell'iniziativa (per il 33% condividono questa responsabilità con gli adulti, mentre per quasi un italiano su 10, sono i ragazzi i principali responsabili).

Omicidio a Barrafranca, tra le ipotesi anche il racket dei videopoker




BARRAFRANCA. Gli investigatori indagano anche sul racket dei videopoker per l'omicidio di Antonino Morabito, 41 anni, ucciso stamani poco dopo le nove nel bar di cui era proprietario. I carabinieri stanno interrogando amici e parenti e i due clienti che hanno assistito all'omicidio. Morabito ha visto entrare il killer a volto coperto e ha tentato un'inutile fuga dietro il bancone dove poi è stato raggiunto da due dei tre colpi sparati con una pistola calibro 7.65. L'uomo viene descritto come un lavoratore, schivo e dedito alla famiglia.

Napoli. Bruciato vivo nell'auto: vendetta per armi e droga



GIUGLIANO. Il Dna e il numero di matricola della protesi al femore sinistro: questi i due indizi per avere certezza e dare definitivamente un nome al corpo carbonizzato nel bagagliaio dell’auto di Varcaturo.

Le indagini dei carabinieri non tralasciano nulla. Nessun indizio, anche quello più scontato. Ci sono due certezze: da un lato un cadavere di un uomo ucciso con un colpo di pistola e poi carbonizzato nell’incendio dell’auto data alle fiamme con della benzina; dall’altro la scomparsa di un trentaduenne, Antonio Iavarone che aveva in uso l’auto.

Due certezze che si tenta di far collimare, unire: sono tanti i punti comuni, troppi. Il primo: la protesi al femore scoperta sul cadavere, anche il 32enne scomparso aveva avuto anni fa un problema simile. L’auto, intestata alla suocera dell’uomo, veniva utilizzata dallo stesso per il suo lavoro. Antonio Iavarone è un libero professionista, un piccolo imprenditore che si occupa dell’istallazione di climatizzatori. Il trentaduenne ha piccoli reati, quelli generici, quelli definiti «contro il patrimonio».

Uno è quello che risalta agli occhi: la ricettazione di una pistola, reato commesso quando era minorenne, aveva 17 anni. Era la fine degli anni Novanta e Iavarone fu fermato con una pistola e spedito al centro di prima accoglienza dei Colli Aminei, poi la pena fu scontata. A distanza di oltre quindici anni, nell’auto che lui ha in uso, viene scoperto un cadavere e una pistola: caso strano, ma che per ora fa parte delle tante ipotesi investigative.
Il traffico di armi è una delle strade su cui si stanno indirizzando parte delle indagini: l’uomo ucciso potrebbe essere stato attirato in una trappola con la scusa di voler comprare la pistola e poi trucidato.

Ipotesi che chiarirebbe il motivo dell’abbandono della 357 Magnum - scarica - nel bagagliaio. Ma gli inquirenti dei carabinieri lavorano a 360 gradi, non danno nulla per scontato. Tra i moventi dell’agguato mortale c’è quello che porta all’affronto nei confronti di qualche camorrista della zona. «Sgarro», come lo chiamano gli «uomini d’onore» pagato con la vita: la vittima potrebbe aver «offeso» un boss della zona e sarebbe così stata uccisa con una «sentenza di morte». Una sorta di «avvertimento» per tutti. Altra ipotesi porta al delitto passionale: una lite, una discussione sfociata nel sangue con qualcuno, ipotesi che però regge poco per l’efferatezza del delitto.

Il delitto di via Ripuaria sta diventando, da giorni, un vero e proprio giallo. Un noir del miglior regista in circolazione: pochi indizi e poche certezze, un cadavere, un’auto bruciata, una pistola e un’ogiva. Poi, una persona che scompare nel nulla. Troppi dubbi e troppe incertezze. Vite apparentemente tranquille che scivolano via con la quotidianità risucchiate dall’orrore di una morte violenta, un crimine efferato di una persona, che ad oggi, non ha ancora un nome ma di cui si sospetta di chi possa trattarsi.

Dal numero di matricola e dal modello dell’arto impiantato nel femore si potrebbe risalire al nome della vittima. Un lavoro non facile visto che l’arto è rimasto in parte distrutto nel rogo dell’auto. Ma per i carabinieri della Compagnia di Giugliano e i colleghi del Comando Provinciale di Castello di Cisterna ci sono altri dubbi da sciogliere. Si scava nel passato del 32enne scomparso, in quello della compagna Grace con la quale, nonostante i due figli avuti insieme, non si è mai sposato ufficialmente. Si controllano i tabulati telefonici dell’uomo: le ultime telefonate ricevute ed effettuate al fine di trovare un indizio.

Napoli. Falsi invalidi, rivelazioni choc di un pentito «Così il clan controlla le pensioni»



di Leandro Del Gaudio
Sembra un pozzo senza fondo la storia dei falsi invalidi a Napoli. Dopo Chiaia, l’attenzione degli inquirenti si è spostata nella quarta municipalità di Napoli, già toccata un anno fa da arresti e indagini.

Tanto che oggi, agli atti dell’inchiesta sul clan Contini, spunta il verbale d’accusa di tale Alfredo Sartori, uno che ha avuto i suoi problemi con la giustizia nel corso di un’inchiesta sulle truffe ai danni della Telecom.

Non siamo a Chiaia, dove pure sono stati realizzati arresti e sequestri (grazie a un accordo tra un politico locale e alcuni soggetti in odore di camorra), ma a piazza Nazionale.

Zona contesa tra clan Contini e Mazzarella. Il «medico», il «professore», l’informatico: «Ecco gli uomini del sistema». E spunta il caso della stanza 27 - un ufficio della municipalità del centro - dove ci sarebbe un via vai di soggetti legati alla camorra.

martedì 4 febbraio 2014

“Onore ai piccoli grandi eroi del nostro paese” Salvatore Vaccaro Notte

XIV  anniversario dall'assassinio di mio fratello Salvatore Vaccaro Notte




5 Feb. "Salvatore Vaccaro Notte rappresenta la forza dei siciliani onesti e non si deve dimenticare il suo sacrificio" afferma il Presidente dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia Sonia Alfano in una nota. "Salvatore Vaccaro Notte, nonostante l'omicidio del fratello Vincenzo, avvenuto pochi mesi prima - continua Sonia Alfano - non ha ceduto alle pressioni mafiose e ha continuato a tenere la schiena dritta, difendendo la propria dignità e quella del fratello, portando avanti da solo le indagini sull'assassinio.


Oggi - prosegue la Alfano - ricorre il XIV anniversario dalla sua morte e io voglio esprimere tutta la mia vicinanza ad una famiglia che ha pagato fin troppo per la propria onestà e rettitudine, e che si trova ancora sotto protezione per l'apporto dato dal fratello Angelo alle forze dell'ordine nelle indagini che hanno portato all'arresto di numerosi latitanti e portato alla luce traffici di armi e droga e collusioni tra mafia e politica nell'agrigentino".


http://www.soniaalfano.it/2014/02/05/vaccaro-notte-onorarne-la-memoria-tutelando-chi-denuncia/

 
Fu ucciso in un agguato nella mia proprietà, in tanti videro e sentirono ma nessuno dei testimoni (alcuni minacciati) si fece avanti a denunciare …

Un gruppo di “Bestie e rifiuto della società” tutti appartenenti alla COSCA locale da me battezzata e meglio conosciuta come "Cosca dei Pidocchi", gli posero un agguato , ferendolo gravemente a tradimento con due colpi di lupara alla spalla immobilizzandolo, per poi finirlo sparandogli a distanza ravvicinata alla testa. Furono utilizzate diverse armi da fuoco e esplosi decine di colpi per tenere lontani i cani da guardia che si avventarono e ferirono alcuni di questi criminali e “Figli di Puttana” che sono il rifiuto della società civile.

Un omicidio certo, ma anche un atto dimostrativo con il quale la cosiddetta “Cosca dei Pidocchi” intendeva mettere in chiaro quale sarebbe stata la fine di chiunque si sarebbe messo di traverso tra loro e gli affari. La mafia, lo sappiamo bene, non sopporta chi non abbassa la testa, chi non rispetta le “consegne”. Non tollera che nel proprio territorio qualcuno non si sottometta alla sua legge.

Lo sapevamo anche noi fratelli Vaccaro Notte, ma questo non costituì per noi un buon motivo per mollare…Vincenzo fu il primo ad essere assassinato. il 3 Novembre del 1999. Ma era da parecchio tempo prima che le voci in paese si facevano pressanti. In molti sapevano che qualcosa stava per succedere, ma i “Pidocchi” ebbero modo di agire indisturbati con la tacita complicità fasulla delle istituzioni dove un “Meschino Verme” appartenente alle forze dell’ordine faceva da talpa passando informazioni preziose al Clan della FECCIA locale;


La speranza oggi è che l’esempio di persone eroiche come i miei fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte, e prima di loro Libero Grassi e tutti quegli imprenditori liberi professionisti che decidendo di non cedere al ricatto mafioso hanno decretato la loro stessa condanna, serva come stimolo alle nuove generazioni.
Che la loro storia venga ricordata ed onorata da chi oggi si trova nella loro stessa situazione e da tutti coloro che hanno il dovere di denunciare anziché voltare le spalle a chi ha bisogno d’aiuto;

Qualcosa nel Sud sembra cambiare anche grazie alle numerose associazioni di giovani che hanno deciso di lottare per portare avanti l’idea di cambiamento.
Per questo oggi è fondamentale ricordare Vincenzo, Salvatore, Angelo, e le loro storie.

Che il sacrificio dei miei fratelli sia da esempio alle future generazioni da poter evitare il ripetersi di questi tragici eventi.

Angelo Vaccaro Notte 

 
 

Alfano: “Risultato straordinario”
Colpo alla Camorra, preso Mario Riccio, 23 anni e latitante dal 2011. Era il capo del clan Amato-Pagano. Al momento del fermo non aveva armi


Lo cercavano dal 2011 e nell’ottobre di due anni fa la sua foto fu diffusa a tappeto visto che a poco più di venti anni Mario Riccio, detto Mariano e considerato a capo del clan Amato-Pagano, era uno dei cinque “wanted” della faida di Scampia. Oggi la polizia lo ha arrestato, in una villetta di Qualiano, comune a nord di Napoli. Non aveva armi, non ha opposto resistenza. Tranquillo e sereno, con indosso una maglietta con l’immagine di Marlon Brando, si è lasciato ammanettare quasi con il sorriso in faccia.

E cade, così, un altro pezzo importante della camorra. Il tutto nel giorno in cui anche un altro clan ha subito un duro colpo: i Zaza con 29 arresti ed un sequestro di beni del valore di 400 milioni di euro, anche discendenti del notissimo Varenne. Figli di boss, degli “Scissionisti” come dei “Girati”, dei cinque “wanted” ora ne resta solo uno, il 32enne Marco di Lauro. In due anni, coloro che sono state considerate le nuove leve della camorra e di quei clan che per anni sono stati protagonisti di una delle faide più sanguinose degli ultimi anni, sono finiti quasi tutti in carcere. Oggi è toccato a Riccio.

Nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno, Riccio quando è stato sorpreso dagli agenti della Squadra mobile di Napoli, del Servizio centrale operativo e del commissariato di Scampia, era in casa con la moglie e la sua bimba di pochi mesi. Non aveva armi ma aveva altro per difendersi: un sistema di videosorveglianza e telecamere che inquadravano tutte le strade di accesso alla sua casa. Barba, qualche chilo in più, era nettamente diverso rispetto alla foto dell’identikit. Un “risultato straordinario” lo ha definito il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, messo in atto dalla “squadra Stato”. Un arresto, quello di Riccio, che forse consentirà di comprendere, ancora di più, gli assetti e gli scenari della camorra, a Scampia come altrove. «Un personaggio di rilievo, che ha alimentato molti fatti cruenti avvenuti a Napoli”, lo ha definito il capo della polizia, Alessandro Pansa, a margine della sua audizione al Copasir, sottolineando che «merita un plauso’’.

Già perché Napoli e la Campania non sono affatto ormai più l’esclusivo del quartiere generale della camorra. Gli arresti di oggi degli affiliati del clan Zaza ne sono l’ennesima dimostrazione con un sequestro beni concentrato quasi esclusivamente a Roma. Sequestrati anche otto cavalli da corsa tra cui alcuni discendenti del notissimo Varenne. Le investigazioni del Centro Operativo della Dia di Roma hanno riguardato soprattutto la figura di Ciro Smiraglia (nipote del defunto Michele Zaza e referente per le attività «economiche» del clan sulla Capitale) e i suoi stretti congiunti (il padre, un fratello e le sue due sorelle). Su 41 fabbricati complessivamente sottoposti a sequestro, 18 (villini, negozi, appartamenti) si trovano a Roma e dintorni, così come cinque terreni sui complessivi 14 sequestrati, e quattro alberghi. Sigilli anche per un locale notturno in pieno centro storico di Roma, 20 società, tutte con sede legale a Roma e provincia, un villaggio turistico sulla collina di Cogoleto (Genova) (`Villa Beuca´, con oltre venti ville a ridosso della costa ligure) ed uno yacht di 23 metri ormeggiato a Porto Santo Stefano (Grosseto). Le operazioni, coordinate dalla Dda di Napoli, sono state condotte dalla Dia di Roma in collaborazione con la Squadra Mobile della Capitale.

Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto di Napoli Giovanni Melillo e dal pm della Dda Francesco De Falco, è emerso anche che tramite l’imprenditore edile Simone Di Maio, il clan si è aggiudicato negli anni scorsi importanti appalti nella Mostra d’Oltremare e nel cimitero di Fuorigrotta a Napoli. L’aggiudicazione degli appalti è stata seguita «in diretta» dagli investigatori grazie alle intercettazioni telefoniche, che hanno anche consentito di accertare come,almeno nel caso dell’appalto per la costruzione di un monumento funebre nel cimitero, Di Maio abbia truccato la gara inducendo altri imprenditori a depositare buste con offerte fittizie, mentre nel caso della Mostra si sia aggiudicato la gara grazie a una «bustarella» di 100.000 euro. 

Evasione shock: ora è caccia all'uomo in tutta Italia

All'ergastolano Cutrì e al commando che lo ha liberato

Posti di blocco e controlli per cercare di rintracciare il fuggiasco di origini calabresi dopo la sparatoria davanti al tribunale di Gallarate. Smentita la notizia secondo la quale uno dei fratelli si sarebbe costituito
 
SONO estese in tutt'Italia le ricerche dei componenti del commando che ieri, a Gallarate (Varese) ha fatto evadere l’ergastolano di origini calabresi Domenico Cutrì, 32 anni. Suo fratello Antonino, 30 anni, è morto in ospedale a causa delle ferite riportate nello scontro a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria che scortavano Domenico per un processo. Antonino era giunto in ospedale con la madre.

Oltre all’evaso, carabinieri e polizia cercano altri due o tre uomini che sono entrati in azione poco prima delle 15 di ieri (LEGGI LA RICOSTRUZIONE). Erano arrivati a bordo di due auto, una delle quali è stata trovata vicino al tribunale. A bordo c'erano anche delle armi. In particolare, nel bagagliaio della Nissan lasciata dal commando, è stato trovato un arsenale fatto di fucili a pompa e a canne mozze oltre che di diversi proiettili di vario calibro. Ieri sera si era diffusa la notizia che un terzo fratello Cutrì si era costituito in ospedale con una ferita a un piede ma la circostanza è stata smentita dagli investigatori.
L'evaso non aveva mai avuto condanne nè è mai stato indagato per associazione mafiosa. Ieri a Gallarate era inquisito in un processo per truffa e assegni falsi.

GUARDA LE FOTO: IL FURGONE ASSALTATO
GUARDA IL VIDEO: IL LUOGO DELLA SPARATORIA
Il commando che ha liberato Cutrì è entrato in azione mentre il detenuto veniva fatto scendere dal furgone blindato per entrare in tribunale. Violento lo scontro a fuoco con le guardie della polizia penitenziaria, sotto gli occhi di diversi testimoni. Due agenti, rimasti contusi, sono stati soccorsi dal personale del 118, portati all'ospedale di Gallarate per accertamenti e in serata dimessi. Vicino al Tribunale, poco dopo, la polizia ha trovato una seconda auto utilizzata dai banditi, con a bordo armi d'assalto. A questo punto la fuga dei malviventi, secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, è proseguita verso Cuggiono, il paese in provincia di Milano dove vive la madre dei fratelli Cutrì. Caricata la donna in auto la corsa è ripresa verso l'ospedale di Magenta dove il ferito e la madre sono stati scaricati. Ma per Antonino non c'era più nulla da fare ed è morto poco prima della 16.

IL "CHIODO FISSO" DI ANTONINO - La madre dei fratelli Cutrì è stata interrogata per ore dagli inquirenti. E' stata lei a raccontare che il chiodo fisso di Antonino, fratello di Domenico Cutrì, era quello di farlo evadere. La donna avrebbe raccontato di questo pensiero fisso del figlio, che è sempre, tuttavia, stato osteggiato dalla mamma che ha pure raccontato agli inquirenti che, a lei, sembrava che Antonino si fosse dissuaso di mettere in atto questa operazione.
Le indagini sono condotte dal sostituto procuratore della Repubblica di Busto Arsizio Raffaella Zappatini, che questa notte, insieme ai Carabinieri, ha sentito la madre dell’evaso, la sorella Laura, il fidanzato della stessa e la fidanzata del fratello più piccolo del Cutrì, Daniele, che non si trova. Secondo i familiari Daniele sarebbe partito domenica sera per Napoli. Le indagini e le ricerche proseguono in tutta Italia e si stanno approfondendo eventuali legami con la 'ndrangheta.

IL PADRE DEI CUTRI' E' IN CALABRIA - Il padre di Domenico Cutrì è in Calabria ed era atteso ieri con un volo su Malpensa, ma non è arrivato. Secondo il racconto della madre ieri uno sconosciuto le ha citofonato dicendole di correre perchè il figlio stava male, lei è scesa e si è messa alla guida dell’auto e si è diretta all’ospedale di Magenta dove è entrata col figlio in fin di vita e ha lasciato l’auto aperta, a sua detta, all’interno del Pronto Soccorso. Questa auto e un’altra, una Nissan ritrovata sul luogo dell’agguato usata per la liberazione di Cutrì, sono state entrambe rubate nella giornata di ieri. La Nissan, conteneva armi con il colpo in canna e numerosi proiettili.
E ora posti di blocco sono stati attivati in tutta la Lombardia, ma il commando potrebbe essere già lontano. Cutrì, figlio di emigranti calabresi, era in carcere con l'accusa di essere il mandante di un omicidio commissionato per ragioni di gelosia (LEGGI IL SUO PROFILO). 

A San Luca gli appalti erano in mano alle cosche

Blitz dei carabinieri: 11 arresti, anche imprenditori

Nuovo filone investigativo sulla gestione degli appalti pubblici nel centro del reggino. In carcere sono finiti gli esponenti dei clan Nirta e Romeo che avrebbero controllato gli affari sul territorio. Coinvolte anche imprese compiacenti



LOCRI (RC) - I Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Gruppo di Locri hanno arrestato 11 persone, mentre un’altra è ricercata, ritenute appartenenti o contigue alle cosche di San Luca Nirta "scalzone" e Romeo "staccu". Tra gli indagati, arrestati in esecuzione di un’ordinanza del gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda, figurano anche alcuni imprenditori.
LEGGI I NOMI DELLE PERSONE ARRESTATE
Le accuse contestate sono, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso in illecita concorrenza con minaccia o violenza aggravata dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso, frode nelle pubbliche forniture e furto di inerti. L’operazione, denominata "Italia che lavora", rappresenta uno sviluppo dell’inchiesta "Inganno" che nel dicembre scorso ha portato all’arresto di due boss della cosca, dell’ex sindaco e di un ex assessore di San Luca (LEGGI I PARTICOLARI DELL'INCHIESTA "INGANNO").

UN "CARTELLO" PER I LAVORI PUBBLICI - Secondo gli esiti dell'indagine, a San Luca era stato creato un vero e proprio "cartello" di imprese che, grazie ai rapporti con elementi di spicco delle cosche più influenti operanti a San Luca, si accaparrava, direttamente o indirettamente, lavori pubblici fatti nella cittadina della Locride.
Gli 11 sono indagati, a vario titolo, per associazione di tipo mafioso, illecita concorrenza volta al condizionamento degli appalti pubblici, frode nelle pubbliche forniture e furto di inerti, con l’aggravante delle modalità mafiose.

GLI APPALTI CONTROLLATI - In particolare, dal monitoraggio di nove appalti pubblici banditi dal Comune di San Luca, dalla Provincia di Reggio Calabria e dalla Regione Calabria per opere da eseguirsi a San Luca per un ammontare complessivo di 5,5 milioni di euro, secondo l’accusa è emerso l’accaparramento grazie ad atti di concorrenza sleale volti al controllo o comunque al condizionamento dell’aggiudicazione e della successiva esecuzione dei lavori.
Gli indagati, per gli investigatori, grazie alla loro caratura criminale, avevano stretto un accordo collusivo che mirava, attraverso la predisposizione fraudolenta di offerte o attraverso rapporti di sub-appalto lecito o illecito dei lavori, all’imposizione esterna della scelta delle ditte destinate ad aggiudicarsi gli appalti o comunque a eseguire, di fatto, i lavori sulla base di una logica spartitoria dettata dagli equilibri mafiosi esistenti nel territorio di San Luca tra il 2005 ed il 2009.

LE ORIGINI DELL'INCHIESTA - L’operazione trae origine da un’indagine avviata nel 2005 dai carabinieri di San Luca, in cui sono poi confluite le risultanze di altre operazioni condotte dell’Arma quali "Crimine", "Reale", "Saggezza", "Metano a San Luca". Inchieste che, secondo gli investigatori, hanno consentito di documentare l’operatività delle cosche di San Luca nel condizionamento dell’aggiudicazione e dell’esecuzione degli appalti pubblici banditi. Il Comune di San Luca è stato sciolto per infiltrazione mafiosa nel maggio 2013 e l’ultimo sindaco in carica, Sebastiano Giorgi, è stato arrestato dai carabinieri nel dicembre scorso per associazione mafiosa nell’operazione "Inganno".

Il boss Saro Mammoliti sparisce dopo la condanna

Per le estorsioni sui terreni confiscati al clan
Ventiquattro ore dopo la sentenza, quando i carabinieri sono andati a prelevarlo nella località protetta in cui scontava i domiciliari del potente capocosca della 'ndrangheta di Oppido Mamertina non c'era traccia. Il processo era scaturito dalla denuncia dei danneggiamenti subiti da Libera


QUANDO i carabinieri sono andati a prelevarlo nella località in cui stava scontando i domiciliari, di Saro Mammoliti non hanno trovato traccia. Per il superboss di Oppido Mamertina stavano per riaprirsi le porte del carcere, dopo la condanna a 13 anni e 10 mesi rimediata nel processo per le estorsioni e i danneggiamenti sui terreni che erano stati confiscati al suo clan (LEGGI).
La notizia della scomparsa di Mammoliti è stata confermata dal procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. L'evasione è stata scoperta il 29 gennaio dai carabinieri di Tivoli. Il giorno prima era arrivata la sentenza del tribunale reggino al termine del procedimento, avviato sulla base di una denuncia di Libera, contro i danneggiamenti culminati nel taglio di 640 piante di ulivo secolare sui terreni confiscati al clan nella Valle del Marro della piana di Gioia Tauro. E ora
Saverio Mammoliti, detto "Saro", di 72 anni, aveva iniziato a collaborare con la magistratura nel 2003, mentre si trovava detenuto per scontare una condanna per associazione mafiosa. E scelse un modo pubblico per rendere nota la sua decisione. Il 21 maggio 2003, infatti, collegato in videoconferenza con i giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria che lo dovevano giudicare, Mammoliti lanciò un appello a rompere l’omertà e denunciare i propri misfatti collaborando con la giustizia.
Non tutti, però, credettero ad un reale pentimento del boss che, nel novembre del 2012 tornò in carcere. Mammoliti, insieme al figlio Antonino ed al figlio illegittimo Danilo Carpinelli, fu arrestato dai carabinieri nell’ambito di un’operazione contro la cosca Mammoliti-Rugolo. Al boss veniva contestata una tentata estorsione alla cooperativa di Libera Terra Valle del Marro. In particolare, Mammoliti avrebbe cercato di imporre ai giovani di Libera di rinunciare ad acquisire dei terreni confiscati alla sua cosca. La cooperativa subì anche il taglio di 640 alberi ed il danneggiamento di alcuni mezzi.
Ritenuto un "pezzo da novanta" nel panorama 'ndranghetistico, Mammoliti aveva poi ottenuto gli arresti domiciliari in una località protetta. E dopo avere saputo l’esito del processo che lo vedeva imputato per quella estorsione, Mammoliti ha deciso di darsi alla fuga senza attendere l’arrivo dei carabinieri che adesso lo stanno cercando. 
Saverio Mammoliti, detto "Saro", di 72 anni, aveva iniziato a collaborare con la magistratura nel 2003, mentre si trovava detenuto per scontare una condanna per associazione mafiosa. E scelse un modo pubblico per rendere nota la sua decisione. Il 21 maggio 2003, infatti, collegato in videoconferenza con i giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria che lo dovevano giudicare, Mammoliti lanciò un appello a rompere l’omertà e denunciare i propri misfatti collaborando con la giustizia.Non tutti, però, credettero ad un reale pentimento del boss che, nel novembre del 2012 tornò in carcere.

Mammoliti, insieme al figlio Antonino ed al figlio illegittimo Danilo Carpinelli, fu arrestato dai carabinieri nell’ambito di un’operazione contro la cosca Mammoliti-Rugolo. Al boss veniva contestata una tentata estorsione alla cooperativa di Libera Terra Valle del Marro. Ritenuto un "pezzo da novanta" nel panorama 'ndranghetistico, Mammoliti aveva poi ottenuto gli arresti domiciliari in una località protetta. E dopo avere saputo l’esito del processo che lo vedeva imputato per quella estorsione, Mammoliti ha deciso di darsi alla fuga senza attendere l’arrivo dei carabinieri che adesso lo stanno cercando. 

Finita la latitanza del broker della droga

Preso dalla polizia dopo nove mesi di ricerche

L'uomo era sfuggito all'arresto nell'ambito dell'operazione "Perseo" contro il clan Giampà di Lamezia Terme. Sarebbe stato lui a rifornire la cosca del catanzarese di sostanze stupefacenti e armi. L'uomo è stato rintracciato dalla squadre mobili di Catanzaro e Vibo
 


LIMBADI (VV) - E’ finita dopo sette mesi la latitanza del broker della droga Salvatore Ascone, 48 anni, di Limbadi (Vibo Valentia). Ascone era latitante dallo scorso mese di luglio, quando sfuggì nel corso dell’operazione “Perseo” contro il clan Giampà di Lamezia Terme (LEGGI L'ARTICOLO DELL'OPERAZIONE).
L’arresto è stato effettuato nel corso di un’operazione congiunta delle squadre Mobili di Catanzaro e Vibo Valentia. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe fornito alla cosca lametina ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e armi. Ascone è stato individuato grazie ad una meticolosa ed impegnativa cinturazione di una vasta zona del comune di Limbadi, da parte degli uomini delle Squadre Mobili di Vibo Valentia e Catanzaro. La polizia lo ha così scovato in una delle pertinenze alle diverse proprietà immobiliari, nella disponibilità dei suoi familiari.

Ascone, secondo l'accusa, avrebbe rifornito per anni di stupefacenti le cosche Giampà e Cappello di Lamezia Terme. In particolare, stando alle accuse mosse dalla Dda di Catanzaro nell’ambito dell’operazione antimafia denominata "Perseo", Salvatore Ascone avrebbe venduto, dall’estate del 2005 a tutto il 2010, 25 chili di cocaina a Giuseppe Giampà di Lamezia Terme, dal 2012 collaboratore di giustizia ed all’epoca dei fatti ritenuto al vertice del "gruppo armato" dell’omonimo clan lametino guidato dal padre Francesco, detto "Il Professore", detenuto da anni.
Nel periodo di detenzione a Bologna di Giuseppe Giampà, un altro chilo di cocaina sarebbe stato ceduto, fra il febbraio del 2007 ed il marzo del 2008, dal vibonese Salvatore Ascone (ritenuto vicino ai Mancuso di Limbadi) a Saverio Cappello, attuale collaboratore di giustizia insieme al padre Rosario. I Cappello, detti "I Montagnari", all’epoca erano ritenuti i boss della frazione Bella di Lamezia Terme, zona collinare a Nord della città, divenuti in seguito alleati del clan Giampà che "controllava" invece la zona di Nicastro. Lo stupefacente sarebbe stato poi ceduto dai Giampà e dai Cappello a singoli spacciatori alle loro dipendenze che l’avrebbero venduto sulla "piazza" lametina.

Stato-mafia, al processo Mori e Donno non rispondono



CALTANISSETTA. Il generale Mario Mori, citato a testimoniare al processo in corso davanti alla corte d'assise di Caltanissetta per la strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L'ufficiale è stato convocato in qualità di imputato di procedimento connesso essendo sotto processo a Palermo nell'ambito del dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. La qualità di imputato di procedimento connesso consente al generale di non rispondere, scelta che non avrebbe potuto fare in veste di semplice testimone. Stessa decisione ha preso l'ex numero due di Mori al Ros, Giuseppe De Donno.   

Mori e De Donno sono stati citati a deporre sui loro incontri con l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino avvenuti a partire da giugno del 1992. Per i magistrati i carabinieri avrebbero avviato una trattativa con Ciancimino finalizzata a stabilire contatti con Cosa nostra e ottenere la cessazione della strategia stragista che aveva portato all'eccidio di Capaci. Nella ricostruzione accusatoria Borsellino sarebbe stato eliminato proprio perchè era venuto a conoscenza della trattativa e si era fermamente opposto alla sua prosecuzione.

CONTRI: MORI NON  MI PARLO' DI TRATTATIVA. «Mori non mi parlò mai di trattativa nè mi accennò mai al fatto che qualcuno potesse avere tradito la sua fiducia». Lo ha detto l'ex segretario generale di Palazzo Chigi Fernanda Contri che ha deposto davanti alla corte d'assise di Caltanissetta al processo sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Imputati i boss Salvo Madonia, e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Francesco Andriotta, Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino autori di un depistaggio costato l'ergastolo a 8 innocenti. La trattativa Stato-mafia scoperta e avversata da Borsellino, nella ricostruzione dei pm, sarebbe il movente dell'eccidio di via D'Amelio. Contri venne nominata dall'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato segretario generale e prese servizio l'uno luglio del 1992.

La teste ha ricostruito alcuni suoi incontri con il generale Mario Mori, all'epoca vicecomandante del Ros. Il primo avvenne nell'agosto del 1989 dopo il fallito attentato all'Addaura a Giovanni Falcone. «Cercai Mori per chiedergli se sapeva qualcosa dell'attentato - ha detto - e per capire come era potuta nascere la voce che Falcone quell'attentato se l'era fatto da solo, voce diffusa subito dopo la scoperta del tritolo».

«Mori - ha aggiunto - escluse che quella voce fosse fondata». Successivamente Contri vide l'allora colonnello nel 1992, il 22 luglio, a pochi giorni dall'uccisione di Paolo Borsellino, e il 28 dicembre. «A luglio - ha detto - quando non erano stati ancora celebrati i funerali di Borsellino cercai Mori per cercare di capire come era possibile che a meno di due mesi dalla strage di Capaci la mafia avesse colpito di nuovo. Mi pareva una cosa del tutto nuova nella strategia mafiosa. Gli chiesi se sapeva qualcosa e lui mi disse che era troppo presto per arrivare a conclusioni. Eravamo entrambi sconvolti».

«Non ricordo - ha aggiunto - se in quella circostanza o a dicembre, in occasione dell'altro incontro, mi disse che stava incontrando Ciancimino e che secondo lui non era solo uno dei capi della mafia ma che poteva essere il capo di Cosa nostra. Non mi parlò mai di una trattativa in corso. Ebbi l'impressione di un rapporto che stava per cominciare».

Omicidio Fragalà, i risultati della perizia fonica

Voce "compatibile" con quella di un indagato

PALERMO. La consulenza fonica su  un'intercettazione, effettuata dal Ris, confermerebbe il ruolo  di Francesco Arcuri, uno dei tre arrestati per l'omicidio del  penalista Enzo Fragalà, aggredito il 23 febbraio a Palermo e  morto dopo un'agonia di tre giorni.  I legali dell'indagato, che hanno sostenuto che il loro  assistito al momento dell'aggressione si sarebbe trovato  altrove, hanno chiesto una perizia sull'intercettazione che  incolperebbe Arcuri, nel corso della quale si parlerebbe di un  «legno», espressione che secondo gli inquirenti indicherebbe  l'arma usata per uccidere l'avvocato.

I carabinieri, incaricati  dal pm Carlo Lenzi di analizzare il nastro, hanno sostenuto nel  corso di un incidente probatorio che si è svolto oggi, che ci  sarebbe un principio di compatibilità tra la voce che si sente  nella conversazione e quella dell'arrestato.   Meno netti i periti del gip che non hanno ritenuto il dialogo  sufficientemente lungo per arrivare a una conclusione certa.  Per il delitto del penalista , l'11 luglio scorso erano stati  arrestati oltre ad Arcuri, anche Salvatore Ingrassia e Antonino  Siragusa. Per i difensori Arcuri sarebbe scagionato anche da un  video acquisito dagli investigatori nell'ambito di un  procedimento contro la mafia del Borgo Vecchio. Nel video  registrato dalla polizia si vedrebbe Arcuri davanti a una  fiaschetteria di via Guerrazzi, alla Zisa.  L'uomo sarebbe stato lì dalle 19.24 alle 20.56. Mentre,  secondo i pm, l'indagato avrebbe ucciso Fragalà intorno alle  20.30.     L'incidente probatorio è stato rinviato al 18 febbraio.

«Visita ginecologica in gonna e autoreggenti»


E' polemica a Gallipoli



GALLIPOLI - «Abbigliamento consigliato per una visita ginecologica: gonna e calze autoreggenti». E l’insolito invito fa scoppiare la polemica. Il cartello con il «consiglio» è stato affisso nell’ambulatorio di ginecologia del Consultorio familiare di Gallipoli dalla dottoressa Bruna Scarcia. Parole che hanno fatto sorridere, ma che hanno scatenato anche roventi botta e risposta, soprattutto su Facebook.

A tutto, però, c'è una spiegazione: al di là degli inevitabili commenti ironici («Che cos'è, un provino sexy?», «Certo, si deve essere sexy anche in quelle circostanze», «E per una visita andrologica o una rettoscopia chiedono di presentarsi in kilt?», «Manca la scritta “Ben depilate”») e delle frasi colme di «shock», c'è chi ha capito le vere intenzioni della dottoressa: evitare alle pazienti di appoggiarsi, nell’atto di svestirsi, sulla sedia entrata a contatto con le pudenda di chissà quante persone.

In molti si sono chiesti come si debba comportare chi, per abitudine, non usa indossare gonne e autoreggenti. C'è chi al consiglio della dottoressa risponde picche («Ognuno si veste come vuole, di certo non devono decidere loro») e chi in dialetto ironicamente si chiede «quanto costerà la visita, tra autoreggenti e gonna? Poi bisogna abbinare le scarpe e la borsa, tanto vale andare dal ginecologo privato ». E c'è invece chi difende la dottoressa: «Su quella sedia si poggiano un sacco di persone, quanti germi e infezioni ci sono? Almeno la gonna protegge. Prima di scrivere pensate un po'. Non infanghiamo così i servizi che abbiamo».

A tutte le critiche ha risposto la stessa dottoressa Scarcia, che sul suo profilo Facebook ha pubblicato un lungo post per spiegare le ragioni del «consiglio». Lo scopo del cartello, spiega la professionista, «è quello di non indurre la donna ad appoggiare parti intime su una sedia pubblica senza alcuna protezione ». «Basta un minimo di buon senso - continua la ginecologa - o se vogliamo di intelligenza per comprendere che, con l’affluenza esistente nel Consultorio di Gallipoli, se più utenti poggiano le proprie parti intime in successione sulla sedia può non essere sufficiente lo sforzo di lavare e disinfettare continuamente la stessa sedia per scongiurare la trasmissione di infezioni».

Scarcia ricorda che le motivazioni per cui una donna si rivolge al ginecologo sono diverse e comprendono anche malattie sessualmente trasmesse e controlli per rapporti a rischio. E si rivolge anche ad un collega medico che avrebbe commentato con parole non proprio benevole il cartello: «Se l’avviso può non essere stato compreso da una non addetta ai lavori, risulta davvero inspiegabile che analogo pensiero possa essere stato condiviso da un medico ospedaliero che è ben consapevole dei rischi infettivi che possono occorrere in ambiente ospedaliero come in qualsiasi altro ambiente sanitario».

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