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martedì 4 febbraio 2014

Stato-mafia, al processo Mori e Donno non rispondono



CALTANISSETTA. Il generale Mario Mori, citato a testimoniare al processo in corso davanti alla corte d'assise di Caltanissetta per la strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L'ufficiale è stato convocato in qualità di imputato di procedimento connesso essendo sotto processo a Palermo nell'ambito del dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. La qualità di imputato di procedimento connesso consente al generale di non rispondere, scelta che non avrebbe potuto fare in veste di semplice testimone. Stessa decisione ha preso l'ex numero due di Mori al Ros, Giuseppe De Donno.   

Mori e De Donno sono stati citati a deporre sui loro incontri con l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino avvenuti a partire da giugno del 1992. Per i magistrati i carabinieri avrebbero avviato una trattativa con Ciancimino finalizzata a stabilire contatti con Cosa nostra e ottenere la cessazione della strategia stragista che aveva portato all'eccidio di Capaci. Nella ricostruzione accusatoria Borsellino sarebbe stato eliminato proprio perchè era venuto a conoscenza della trattativa e si era fermamente opposto alla sua prosecuzione.

CONTRI: MORI NON  MI PARLO' DI TRATTATIVA. «Mori non mi parlò mai di trattativa nè mi accennò mai al fatto che qualcuno potesse avere tradito la sua fiducia». Lo ha detto l'ex segretario generale di Palazzo Chigi Fernanda Contri che ha deposto davanti alla corte d'assise di Caltanissetta al processo sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Imputati i boss Salvo Madonia, e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Francesco Andriotta, Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino autori di un depistaggio costato l'ergastolo a 8 innocenti. La trattativa Stato-mafia scoperta e avversata da Borsellino, nella ricostruzione dei pm, sarebbe il movente dell'eccidio di via D'Amelio. Contri venne nominata dall'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato segretario generale e prese servizio l'uno luglio del 1992.

La teste ha ricostruito alcuni suoi incontri con il generale Mario Mori, all'epoca vicecomandante del Ros. Il primo avvenne nell'agosto del 1989 dopo il fallito attentato all'Addaura a Giovanni Falcone. «Cercai Mori per chiedergli se sapeva qualcosa dell'attentato - ha detto - e per capire come era potuta nascere la voce che Falcone quell'attentato se l'era fatto da solo, voce diffusa subito dopo la scoperta del tritolo».

«Mori - ha aggiunto - escluse che quella voce fosse fondata». Successivamente Contri vide l'allora colonnello nel 1992, il 22 luglio, a pochi giorni dall'uccisione di Paolo Borsellino, e il 28 dicembre. «A luglio - ha detto - quando non erano stati ancora celebrati i funerali di Borsellino cercai Mori per cercare di capire come era possibile che a meno di due mesi dalla strage di Capaci la mafia avesse colpito di nuovo. Mi pareva una cosa del tutto nuova nella strategia mafiosa. Gli chiesi se sapeva qualcosa e lui mi disse che era troppo presto per arrivare a conclusioni. Eravamo entrambi sconvolti».

«Non ricordo - ha aggiunto - se in quella circostanza o a dicembre, in occasione dell'altro incontro, mi disse che stava incontrando Ciancimino e che secondo lui non era solo uno dei capi della mafia ma che poteva essere il capo di Cosa nostra. Non mi parlò mai di una trattativa in corso. Ebbi l'impressione di un rapporto che stava per cominciare».

martedì 10 dicembre 2013

Stato-mafia, nuovo allarme per Di Matteo: incerta la sua trasferta a Milano



PALERMO. Un nuovo allarme potrebbe mettere a rischio la trasferta a Milano del pm palermitano Nino Di Matteo che da mercoledì prossimo dovrebbe essere nel capoluogo lombardo per sentire il pentito Giovanni Brusca al processo sulla trattativa Stato-mafia. Al magistrato, vittima di ripetute minacce anonime e delle violente intimidazioni del boss Totò Riina, sarebbe stato sconsigliato, per motivi di sicurezza, di partecipare al dibattimento.

Nuovi inquietanti segnali si  sarebbero aggiunti alle minacce che Totò Riina ha lanciato al pm  durante i colloqui con un detenuto al 41 bis nel carcere  milanese di Opera nelle scorse settimane. Tra le frasi  intercettate dagli investigatori che «ascoltavano» il boss  parlare con un mafioso della Sacra Corona Unita una in  particolare ha destato preoccupazione. «Sempre al processo deve  venire», avrebbe detto Riina al detenuto che gli riferiva di  avere letto di un progetto di trasferire Di Matteo in una  località segreta per motivi di sicurezza.    Il riferimento al processo che, appunto, da mercoledì verrà  celebrato a Milano non è piaciuto agli investigatori. Ai gravi  segnali emersi dalle intercettazioni, poi, si sarebbero aggiunti  altri episodi. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano avrebbe  convocato il capo della polizia Alessandro Pansa e i procuratori  di Palermo e Caltanissetta Francesco Messineo e Sergio Lari.  Altre fonti riferiscono che, pur in presenza di elementi di  allarme riferiti dai magistrati, non sarebbe stato sconsigliato  a Di Matteo di rinunciare alla trasferta milanese. Il magistrato  comunque non avrebbe ancora preso una decisione. 

giovedì 21 novembre 2013

Stato-mafia, il pentito Giuffrè: "Nel '91 decidemmo la resa dei conti"


PALERMO. «Nel '91 partecipai alla famosa riunione della resa dei conti di Cosa nostra dove si decise l'eliminazione dei politici ritenuti inaffidabili, come Lima, i Salvo, Mannino, Vizzini e Andò, e i magistrati ostili come Falcone e Borsellino». A raccontare della dichiarazione di guerra pronunciata dal boss Totò Riina in una drammatica riunione della Commissione è il pentito Nino Giuffrè che sta deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Giuffrè ha anche raccontato che dal 1987 la mafia spostò i suoi voti dalla Dc al Psi e ai Radicali. «Dopo la riunione - ha aggiunto - iniziò una politica di aggressione a chi veniva
considerato un traditore». La riunione della «resa dei conti» avvenne a dicembre del 91, poco dopo la cassazione confermò gli ergastoli del maxiprocesso. «Fu la goccia che fece traboccare il vaso», ha detto Giuffrè. «Ma già a dicembre si vociferava - ha aggiunto - che la sentenza sarebbe andata male».