venerdì 21 maggio 2010

Rizzuto: “Il mio padrino di mafia è stato Francesco Cicero”



Rizzuto: “Il mio padrino di mafia è stato Francesco Cicero”

l padrino di mafia di Clogero Rizzuro, pentito di Cosa Nostra, è
stato un suo compaesano.
Rivela il nome nel corso della sua deposizione nel processo Scacco matto. Ecco
come risponde ai giudici: P.M. – Invece Guzzo Gino quando
l’ha conosciuto? Rizzuto – Guzzo Gino nel 2003 pure,
quando sono stato combinato poi ho conosciuto Guzzo Gino.
P.M. – E gliel’ha presentato chi? Rizzuto – Il mio padrino,
che faceva parte... non so io se su questo... P.M. – Riferisca,
prego, su questo. Rizzuto – Posso... Cicero Francesco, che
era il mio padrino, faceva parte della famiglia di Sambuca di Sicilia.
P.M. – E le venne presentato come uomo d’onore? Rizzuto – Sì, sì. P.M. – Guzzo
Gino aveva già responsabilità in Cosa Nostra, era nominato capo famiglia?
Rizzuto – Sì, era a capo della famiglia di Montevago. P.M. – Senta, Capizzi
Carmelo l’ha mai incontrato in queste circostanze, quando lei è stato combinato?
Rizzuto – No, no, solo in quell’appuntamento, però io non sono andato all’appuntamento,
che poi il Friscia, addirittura, mi ha detto che loro sono stati fermati da parte
delle Forze dell’Ordine. P.M. – E doveva essere presente a
uno degli appuntamenti organizzati da Friscia, ma lei non andò. Rizzuto – Sì, ma io non
andai. Era nella zona del lago, però ho visto che c’erano le Forze dell’Ordine, sia in borghese
che in divisa, e quindi io non sono andato all’appuntamento.
Poi ho avuto la conferma dal Friscia che mi ha detto che li hanno fermati
i Carabinieri. P.M. – Senta, e lago quale intende? La zona del lago qual è?
Rizzuto – Sambuca di Sicilia, Lago Arancio.

Le dichiarazioni sull’on.Cascio. Davilla, La Rocca e Derelitto dovevano morire.




Le dichiarazioni sull’on.Cascio. Davilla, La Rocca e Derelitto dovevano morire.

Il collaboratore di giustizia di Sambuca di Sicilia Calogero Rizzuto, insieme al collega e collaboratore di giustizia, Maurizio di Gati, accendono il processo “Scacco matto”
quello che si sta celebrando con il rito ordinario avanti il Tribunale di Sciacca.
Nel corso di un’udienza speciale celebratasi a Bergamo, i pentiti hanno radiografato l’intera situazione mafiosa della Provincia, confermando quanto avevano dichiarato prima e aggiungendo nuovi ed importanti particolari. Rizzuto tira in ballo nuovamente il deputato regionale dell’Udc
Salvatore Cascio, di Ribera. Prima di questa vicenda mafioso-elettorale, si aveva traccia in un verbale riassuntivo depositato dai Pm. Una sola riga: “Alle regionali abbiamo votato per Cascio”.
Qualcosa in più in un altro verbale pieno di omississ: “Salvatore Imbornone (imputato per mafia
nel processo Scacco Matto e condannato in primo grado con il rito abbreviato a 11 anni e 4 mesi di reclusione) gli aveva detto di votare per le regionali Salvatore Cascio, fornendomi fac simili. Insieme a Gino Guzzo distribuimmo i fac simili ai fratelli Campo di Menfi”. Poi, in udienza
a Bergamo ha testualmente dichiarato: “Poi io li ho rivisto di nuovo ai fratelli Campo, l’ultima volta che li ho rivisti è stato, mi sembra, il periodo delle elezioni, nel mese di maggio, nelle elezioni
regionali, dove io ho consegnato... eravamoio, Guzzo e tutti e due i fratelli Campo, ci siamo visti in aperta campagna a Menfi, dove io ho consegnato i volantini per dirci che dovevano votare a
Cascio. P.M. – A Cascio chi? Rizzuto – Cascio, il nome non me lo ricordo, comunque o
di Villafranca o di Lucca era, un Dottore che si portava per l’Udc, dovevano votare a questo.
P.M. – Che non c’entra niente con i fratelli Cascio. I. Rizzuto –No, no, non c’entra niente con i fratelli Cascio. Ho dato i volantini per votare a Cascio, e nell’occasione il Guzzo ha detto se
si poteva entrare a Menfi a piazzare le sigarette di contrabbando in quell’occasione. E lì è stata l’ultima volta che io ho visto i fratelli Campo, perché poi abbiamo avuto lavori, poi siamo stati arrestati, e non ho visto più i fratelli Campo”. Il deputato regionale Cascio, già in passato ha
avuto modo di dichiarare che “di non conoscere la persona, i fatti, e di non avere mai avuto a che fare con Rizzuto e le persone citate dal collaboratore”. L’indagine, tuttavia, c’è ed è in corso.Nelle pagine 2 e 3 Grandangolo pubblica le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Emergono fatti nuovi ed importanti: Cosa nostra doveva uccidere Pietro derelitto e Mario Davilla; il padrino di mafia di Rizzuto è stato Francesco Cicero, Giuseppe La rocca, detto l’argentino,voleva organizzare un traffico di droga e per questo Maurizio Di Gati voleva eliminarlo ed inoltre,
Franco Capizzi, mafioso riberese, è stato destituito da Giuseppe falsone, dalla carica di rappresentante perché aveva fattoi un pacco” a Messina Denaro e Giuseppe Grigoli

11° Edizione Premio “Rocco Chinnici”


11° Edizione Premio “Rocco Chinnici”

Si svolgerà oggi presso il teatro Garibaldi di Piazza Armerina (EN) la premiazione dell’11° premio “Rocco Chinnici”, premio nazionale per attività studi e ricerche sul fenomeno mafioso e sull’educazione alla legalità.

Nel corso della manifestazione organizzata dall’associazione culturale “Premio Rocco Chinnici” e dalla direzione didattica 3° circolo “Rocco Chinnici” entrambe di Piazza Armerina, cui parteciperanno gran parte della popolazione Armerina ed Ennese, verranno premiate numerose personalità che si sono distinte nella lotta alla criminalità e le scuole che hanno sviluppato progetti, studi e ricerche sul fenomeno mafioso e sull’educazione alla legalità.

Alla premiazione saranno presenti l’onorevole Rosario Crocetta – Europarlamentare, il Prefetto Nicola Izzo – Vice Capo della Polizia con funzioni Vicarie, autorità di gestione del PON Sicurezza, Sergio Lari - Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Francesco Messineo – Procuratore della Repubblica di Palermo, i Prefetti di Enna e Caltanissetta, i Questori di Enna e Caltanissetta, Caterina Chinnici – figlia del defunto Rocco Chinnici, Rometta Antonino – Generale Presidente fondazione “Rocco Chinnici” oltre ad altre numerose personalità.

Saranno presenti inoltre numerosi istituti scolastici della provincia di Enna e del Sud-Italia che hanno sviluppato i migliori progetti ed iniziative volte alla legalità ed in particolare saranno commemorate tutte le vittime della mafia.

Pompe funebri: truffa in camice bianco


Pompe funebri: truffa in camice bianco
Indagati medici, infermieri e impresari


NAPOLI (21 maggio) - In alcuni casi li hanno trovati con il camice addosso, perfettamente mimetizzati e a loro agio tra le corsie di un ospedale e il via vai di infermieri e barellieri. Non erano dottori, né assistenti sanitari: erano uomini legati al presunto «sistema» delle pompe funebri , su cui da qualche mese si sono concentrate le indagini della polizia.

Uomini di un probabile «cartello» in grado di far quattrini in modo rapido, lucrando su un evento naturale e trasversale: il decesso, la morte, il trapasso. È l’ultima frontiera investigativa sul business del caro estinto, che punta ad accertare l’esistenza di un «sistema» organizzato, strutturato grazie a ruoli e contributi ben definiti. È l’ultima indagine sugli affari illeciti che ruotano attorno a cimiteri e sale mortuarie.

Detto in soldoni, l’ultima inchiesta sul caro estinto ha uno schema elementare: quando in un ospedale si registra il decesso di un paziente, scatta in automatico il «sistema». C’è chi, dall’interno, avverte un amico delle pompe funebri. C’è, per dirla tutta, chi - tra medici o infermieri - si precipita ad avvisare il proprio contatto, che a sua volta non perde tempo e si presenta al cospetto dei parenti del defunto per chiudere un contratto, per piazzare un nuovo affare. Inchiesta condotta dalla Mobile, coordinata dal pool mani pulite del procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Henry John Woodcock.

Mesi di indagine, ascoltate decine di potenziali testimoni, ci sono i primi riscontri: una decina di indagati, tra medici e infermieri e, neanche a dirlo, rappresentanti delle pompe funebri. Associazione per delinquere, corruzione, concussione, falso, i reati ipotizzati. C’è un sospetto su tutti, che punta ad accertare l’esistenza di un cartello di imprese funebri, in grado di piazzare i propri rappresentanti negli ospedali di Napoli e provincia.

Presìdi illegali, perfettamente mimetizzati, quasi invisibili. Decisivi, comunque, ad ottenere le informazioni giuste, con il più classico dei metodi illegali: corrompendo con vere e proprie dazioni di denaro medici e infermieri. Soldi contro favori, mazzette in cambio delle soffiate giuste. E non si tratta di pochi spiccioli, stando a quanto emerge dall’inchiesta.

Tanto che l’ultimo step riguarda la «mappatura» dei principali ospedali del capoluogo napoletano, per accertare la presenza (e il volume d’affari) di questa o quella impresa funebre in una determinata realtà territoriale. Sono sei le ditte finite nel mirino della magistratura. Mesi di indagine, arrivano conferme sulle ipotesi di corruzione, sulla disponibilità di medici o infermieri di porsi al servizio della ditta di riferimento.

Soffiate, tangenti per violare la privacy di un intero nucleo familiare, per dimenticare le regole della propria deontologia, ma non solo. Sul tavolo degli inquirenti, c’è anche l’ipotesi di falso: alcuni referti di avvenuto decesso sarebbero stati infatti falsificati dal medico di turno. A partire dall’orario della morte di un degente, un espediente evidentemente usato per consentire alla ditta «amica» di muovere le proprie fila e presentarsi lì, valigetta in mano, al momento giusto. Meccanismi in automatico, un «sistema» che sembra abbastanza rodato.

Dall’ospedale al cimitero, una filiera studiata a tavolino. Dolore, debolezza, solitudine fanno da cornice. Raccolte testimonianze, inchiesta sotto traccia, che si avvale di metodi classici: dal cimitero all’ospedale dove è avvenuto il decesso, si procede a ritroso, sul tavolo degli inquirenti una mappa di ospedali e di ditte. Poi, nomi di professionisti e attestati di morte da decifrare: così l’inchiesta sul business cimiteri prende decisamente il volo

Agenti della sezione falchi ai domiciliari


Agenti della sezione falchi ai domiciliari

NAPOLI (21 maggio) - Hanno ottenuto gli arresti domiciliari gli undici agenti della sezione falchi della Squadra Mobile della Questura di Napoli arrestati lo scorso 30 aprile con l'accusa di avere razziato generi alimentari trasportati da un camion che era stato rapinato.

La decisione è del gip Claudia Picciotti ed è giunta dopo l'incidente probatorio in cui i due agenti che avevano collaborato alle indagini hanno confermato le accuse nei confronti dei loro colleghi. L'episodio risale allo scorso febbraio, quando un camion carico di derrate alimentari diretto in Sicilia fu rapinato all'interno del porto di Napoli.

Poco dopo, una pattuglia di falchi riuscì a ritrovarlo e a catturare cinque rapinatori. Secondo l'accusa, però, a quel punto, gli agenti, chiamando anche colleghi che non erano di turno, fecero incetta di generi alimentari che divisero tra di loro.

Arrestati e condotti nel carcere militare militare di Santa Maria Capua Vetere, sono tornati a casa questa mattina perché il gip ha ritenuto che le esigenze cautelari si fossero attenuate.

Blitz anticamorra nel Napoletano: arrestati 11 presunti affiliati al clan Moccia


Blitz anticamorra nel Napoletano: arrestati 11 presunti affiliati al clan Moccia

NAPOLI (21 maggio) - I carabinieri della compagnia di Casoria questa notte hanno arrestato, su ordinanza di custodia cautelare, 11 persone ritenute affiliate al clan camorristico dei “Moccia”, operante nella provincia di Napoli, responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni.

Nel corso di indagini coordinate dalla Dda partenopea i militari hanno accertato che un cliente di 2 agenzie immobiliari si era rivolto ad un esponente del clan per ottenere la restituzione della caparra per l’acquisto di un immobile, poi non concretizzato da parte del cliente stesso, (la richiesta aveva portato all’aggressione di un agente immobiliare ad opera di affiliati).

Le investigazioni hanno consentito inoltre di scoprire tentativi di estorsioni anche ad agenzie immobiliari del nolano perpetrate da un gruppo satellite dei “Moccia”.

giovedì 20 maggio 2010

Casalesi, blitz contro clan alleato


Casalesi, blitz contro clan alleato

Sequestrati beni da 4 mln, 7 arresti

Operazione anti-camorra nella province di Roma, Latina e Caserta. Il blitz, contro un clan collegato ai Casalesi, ha portato all'arresto di 7 persone per associazione mafiosa, estorsione, tentato omicidio, intestazione fittizia di capitali. Sequestrati anche beni mobili e immobili, attività economiche dell'organizzazione criminale e intestati a prestanome, dal valore di circa 4 milioni di euro.

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Roma, erano state avviate dopo la sparatoria avvenuta sulla via Appia a Cisterna di Latina il 28 marzo del 2008, sparatoria che portò al grave ferimento di tre persone, con l'arresto immediato degli autori e la denuncia di 26 persone.

L'inchiesta, che si è anche avvalsa delle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, ha portato in carcere anche Maria Rosaria Schiavone, figlia del collaboratore di giustizia Carmine, già esponente di rilievo dei Casalesi. Tra gli arrestati anche il latitante Pasquale Noviello, rintracciato dagli investigatori della squadra mobile nella sua casa di Nettuno, dove aveva ricavato un nascondiglio segreto per sfuggire alle perquisizioni.

L'organizzazione criminale, attiva tra le province di Latina e di Roma, che faceva capo a Pasquale Noviello e a sua moglie Maria Rosaria Schiavone. I due avevano costituito una vera associazione camorristica denominata "Famiglia Schiavone- Noviello" affiliata ai Casalesi, attraverso la quale hanno commesso reati che vanno dall'estorsione alla truffa fino al traffico di stupefacenti e alla detenzione di armi.

mercoledì 19 maggio 2010

Fisco, i nomi di 7mila evasori


Fisco, i nomi di 7mila evasori
in mano alle finanza


In banca estera Sono italiani con conti all’estero. Su di loro gli accertamenti sono ancora in corso.




TORINO - La “black list” sottratta dal dipendente “traditore” alla filiale ginevrina dell’istituto britannico Hsbc, Hervé Falciani, potrebbe già essere nelle mani della Guardia di Finanza. Conterrebbe i nomi di 7mila presunti evasori italiani. La lista era stata richiesta, per rogatoria, dalla Procura di Torino ai colleghi di Cannes - dove l’ex informatico bancario era riparato per sfuggire a un mandato di cattura -: avrebbe dovuto entrarne in possesso attraverso i canali diplomatici. Ma, secondo indiscrezioni trapelate ieri e rivelate dall’Ansa, il documento sarebbe già all’esame delle Fiamme Gialle, che l’avrebbero avuta grazie a forme di collaborazione di polizia. Una notizia bomba smorzata però dalle dichiarazioni di Eric de Montgolfier, il procuratore nizzardo che indaga sui conti bancari in Svizzera della “lista Falciani”: la lista non conterrebbe né nomi di evasori né di titolari di conti correnti in Svizzera italiani.

La vicenda

L’elenco dei nomi dei presunti evasori (127 mila conti correnti, riconducibili a 80mila persone residenti in 180 Stati diversi: 7.094 gli italiani) era stato consegnato agli inquirenti transalpini da un ex dipendente di Hsbc, l’informatico 38enne Hervè Falciani, che spiegò il suo gesto con la volontà di smascherare un presunto giro di riciclaggio. La lista potrebbe aprire nuovi fronti di indagine per evasione fiscale e, forse, riesumare qualche vecchio procedimento grazie alla ricostruzione dei movimenti del “denaro sporco”. Un “caso fotocopia” era divampato nel 2008. All’epoca si indagò sui “tesoretti” custoditi da italiani in Liechtenstein. Da una lista di 400 nomi la procura di Torino ne evidenziò tre - per competenza territoriale - ma gli accertamenti non approdarono a nessuna incriminazione.

Operazione antimafia «Game Over»


Mesi di indagini della Polizia hanno accertato ruoli e frequentazioni degli indagati arrestati nell'operazione antimafia «Game Over»

Mesi di indagini della Polizia hanno accertato ruoli e frequentazioni degli indagati arrestati nell'operazione antimafia «Game Over». Ecco gli elementi raccolti a carico dei singoli arrestati.
ANGELO MARIA GLORIA
Ha concorso stabilmente alle attività di Cosa Nostra, in particolare della famiglia di Enna, dalla quale riceveva vantaggi e sostegno alla sua attività imprenditoriale. Sono stati, infatti, accertati alcuni episodi che cristallizzano il concorso stabilmente offerto dallo stesso all'attività del sodalizio criminale. È proprio Angelo Maria Gloria che ha occultato la somma di 5.000,00 euro che erano stati consegnati a Giancarlo Amaradio (che difficilmente avrebbe potuto giustificarne la provenienza), in occasione di un controllo di Polizia a seguito del quale lo stesso Amaradio fu tratto in arresto per la violazione della sorveglianza speciale, mentre, unitamente al Gloria si trovava fuori dal territorio comunale di Enna.
In altre occasioni ha organizzato personalmente incontri tra esponenti mafiosi di primo piano, evitando che gli stessi si dovessero mettere direttamente in comunicazione, così aiutandoli ad eludere ogni tipo di controllo o investigazione da parte delle Forze di Polizia nei loro confronti. Ha, inoltre, svolto un ruolo di intermediario tra l'organizzazione mafiosa ed una ditta che effettuava lavori edili a Piazza Armerina, presso il sito della Villa Romana del Casale, alla quale doveva essere imposta l'assunzione di Giuseppe Stella e la scelta dei fornitori; a quest'ultimo proposito Gloria, qualificandosi come soggetto in grado di gestire "le situazioni", in un primo momento ha cercato di imporre se stesso quale fornitore di calcestruzzo, evitando, così, problemi al cantiere e poi ha cercato di favorire l'impresa di altro soggetto già condannato con sentenza definitiva per appartenenza a Cosa Nostra per forniture di inerti.
Altro importante elemento fortemente sintomatico del suo legame con la famiglia mafiosa è costituito dalla circostanza che l'intera famiglia di Cosa Nostra si adoperava per risalire ai responsabili del furto di un suo escavatore ed arrivava a risarcirlo, in qualche misura del danno subito, a conferma di una sorta di rapporto di "assicurazione" esistente tra Gloria e l'organizzazione mafiosa.
GIUSEPPE STELLA
A suo carico sono emersi molteplici elementi in ordine all'inserimento nell'organizzazione Cosa Nostra, all'interno della quale il suo ruolo principale era di occuparsi della gestione di "case da gioco" clandestine, uno dei settori di attività mafiosa gestiti da Salvatore Seminara e da Gaetano Drago, anche nella provincia di Enna. Il legame tra lo Stella ed il Seminara, si era già evidenziato nella vicenda relativa all'appalto relativo alla costruzione di un parcheggio presso la Villa Romana del Casale; nell'occasione l'assunzione dello Stella era stata imposta, proprio sul presupposto del vincolo che lo legava al Seminara, con l'intermediazione di Angelo Maria Gloria.
Successivamente le indagini permettevano di evidenziare l'attività che lo Stella svolgeva per conto del Seminara sin dal 2007, in seno alla gestione delle case da gioco; in particolare nel 2009 assumeva la gestione di una casa da gioco organizzata presso un agriturismo di Piazza Armerina, dove, in vari giorni della settimana, tra le ore 18:00 e le ore 22:00, si svolgevano "riunioni" con con la partecipazione mediamente tra venticinque/quaranta persone.
Nel giugno del 2009, Seminara e Drago sostituivano lo Stella con altro soggetto che ritenevano, evidentemente, più meritevole di fiducia, tale Ivano Di Marco, poiché lo stesso Stella, durante la gestione della bisca aveva fatto "la cresta" sui guadagni di "Cosa Nostra".
Lo stesso Stella riferiva ai fratelli che era stato convocato ed esautorato dalla gestione della bisca clandestina direttamente dal Seminara, in quanto sospettato di sottrarre parte dei proventi, derivanti da tale attività illecita e destinati alla "famiglia"; Seminara gli aveva proibito anche di recarsi nel luogo ove veniva tenuto il gioco d'azzardo, stabilendo, altresì, che la bisca doveva essere gestita da Ivano Di Marco, coadiuvati da Salvatore e Pietro Stella.
Anche se estromesso dall'attività di gestione della bisca di Piazza Armerina, Stella continuava ad operare per conto del Seminara, secondo quanto da lui stesso affermato in una conversazione con il fratello Salvatore, poiché incaricato di "girare" per altre cose.
Anche in precedenza, in più occasioni lo Stella aveva presenziato o anche organizzato degli incontri e dei summit mafiosi ai quali aveva partecipato anche il Seminara ed aveva dato la sua disponibilità a "girare" per conto del Seminara.
In particolare, in data 17 gennaio 2008, partecipava ad un incontro a Pergusa tra Seminara ed altri indagati, fra i quali Angelo Maria Gloria, mentre nel 2009 organizzava un summit con la partecipazione di Giancarlo Amaradio e del Salvatore Seminara.
PIETRO E SALVATORE STELLA
I fratelli di Giuseppe Stella, Salvatore e Pietro, contribuivano alla attività illecita dell'organizzazione mafiosa facente riferimento al Seminara, prima collaborando il fratello Giuseppe nella gestione della Casa da Gioco, poi collaborando, seppure per un lasso di tempo brevissimo, con Ivano Di Marco nella medesima attività.
Emergeva dalle indagini che Salvatore Stella aveva anche il compito di registrare i nominativi dei debitori e gli importi dovuti e che fino al 17 giugno, giorno dell'irruzione della Polizia, aveva lavorato per la casa da gioco.
Il 17 giugno, poco prima dell'irruzione della Polizia, Salvatore Stella controllava l'andamento degli affari della bisca e informava il fratello Giuseppe.
In data 17 giugno 2009 alle ore 19:15 personale della Squadra Mobile di Enna faceva irruzione presso la citata bisca, interrompendo il gioco in corso ("baccarà"), al quale partecipavano circa trenta persone provenienti da varie località della Sicilia, e sequestrando circa 27.000,00 euro in contanti e 22.000,00 euro in assegni rinvenuti sul tavolo da gioco e addosso ai giocatori.
Al momento dell'irruzione erano presenti Ivano Di Marco, Pietro Stella, Salvatore Stella.
CALOGERO SILVIO LA MALFA
Gerry La Malfa concorreva all'attività di Cosa Nostra, mettendo a disposizione dell'organizzazione mafiosa, per il gioco d'azzardo, la struttura dell'agriturismo, formalmente intestato alla moglie.
Inoltre, si associava con Drago e Seminara nell'attività dell'agriturismo, ricevendo il sostegno economico, sia per fronteggiare i debiti, sia favorendo il reimpiego in attività lecite di denaro di pertinenza del Seminara e del Drago e pertanto di dubbia provenienza.
È risultata, inoltre, evidente la volontà di favorire gli esponenti mafiosi di vertice e di occultare la riconducibilità agli stessi dell'organizzazione del gioco in occasione del blitz del 17 giugno 2009. Tant'è che immediatamente, durante il blitz della polizia delle ore 19:00 del 17 giugno, Calogero Silvio La Malfa informava immediatamente Giuseppe Stella e Gaetano Drago di quanto stava accadendo e quindi chiedeva loro come comportarsi.
Le indagini comprovavano il fatto che Seminara e Drago erano compartecipi nell'attività agrituristica. Emergeva, infatti, che nel febbraio 2009 Gaetano Drago faceva avere a La Malfa 12.000,00 euro di pertinenza sua e del Seminara.
Il sostegno economico fornito da Cosa Nostra a La Malfa, trovava conferma nella circostanza che Drago e Seminara si comportavano in varie occasioni alla stregua di soci nell'attività agrituristica.
Dalle indagini era possibile accertare che la società di fatto tra Drago, Seminara e La Malfa nella gestione dell'agriturismo stava per trasformarsi in una società ufficialmente costituita, nella quale la percentuale riconducile a Seminara e Drago, avrebbe dovuto essere rappresentata da un prestanome.
Lo stesso Drago, dopo il suo arresto, indicava La Malfa come la persona più adatta a gestire l'agriturismo, in attesa della sua scarcerazione, dimostrando implicitamente il suo diretto interesse in quell'attività economica.
Dopo l'arresto di Drago e Seminara, eseguito il 14 luglio 2009, La Malfa dava sostegno economico agli associati detenuti, su sollecitazione del Di Marco, consegnando 3.000,00 euro per gli stessi.

martedì 18 maggio 2010

Avellino, arrestato il boss Salvatore Cava


Avellino, arrestato il boss Salvatore Cava
era tra i 100 latitanti più ricercati d'Italia


AVELLINO (18 maggio) - Salvatore Cava, il capo dell'omonimo clan camorristico di Quindici è stato catturato dagli agenti della Squadra Mobile di Avellino e Napoli. Cava, 35 anni, inserito nella lista dei cento latitanti più pericolosi, è stato arrestato a Pago Valle Lauro, a pochi chilometri da Quindici. Il capoclan, che da due anni aveva fatto perdere ogni traccia, si trovava in una villetta del centro irpino al confine con la provincia di Napoli, di proprietà di un uomo che gli investigatori considerano un fiancheggiatore del clan Cava.

«La cattura di Salvatore Cava rappresenta un duro colpo alla camorra. Lo seguivamo da tempo, parliamo di un boss in grande ascesa». Così il questore di Avellino Antonio De Iesu commenta l'arresto del boss di camorra inserito nella lista dei cento latitanti più pericolosi. «Le indagini - ha sottolineato il questore - andavano avanti da più di due anni e siamo arrivati a lui senza soffiate. Cava, dopo l'arresto dei fratelli Russo - ha concluso De Iesu parlando con l'Ansa - stava cercando di espandere i suoi affari in tutta la zona compresa tra il Vallo di Lauro e il Nolano».

Mafia, 7 arresti per favoreggiamento del boss Raccuglia


Mafia, 7 arresti per favoreggiamento del boss Raccuglia

La polizia di Palermo ha arrestato sette persone sospettate di favoreggiamento del boss Domenico Raccuglia, catturato nel novembre scorso e considerato un alleato dell'ala stragista della mafia corleonese.


Una nota della polizia spiega che i sette arrestati, accusati di associazione di tipo mafioso, avrebbero provveduto non solo alle esigenze logistiche per la latitanza del boss -- reperendo abitazioni, somme di denaro e armi per Raccuglia -- ma anche "veicolato la corrispondenza dello stesso verso i familiari e le altre articolazioni di cosa nostra", tramite uno scambio di cosiddetti "pizzini" con cadenza periodica.

Raccuglia, catturato lo scorso 15 novembre, negli anni della sua latitanza aveva esteso la propria egemonia nel palermitano da San Giuseppe Jato a Partinico.

Operazione antimafia “Game Over”, arrestate sei persone


Operazione antimafia “Game Over”, arrestate sei persone

Nel corso della notte, la Squadra Mobile della Questura di Enna, a seguito di articolate e complesse indagini ha arrestato 6 persone per associazione mafiosa.

L’operazione appena conclusa, nominata “Game Over”, è da considerarsi l’ulteriore sviluppo delle precedenti denominate “Green Line” e “Old One”, a seguito delle quali, tra i mesi di giugno e luglio 2009, la Squadra Mobile di Enna ha arrestato ben 22 persone per reati di mafia, estorsione ed altro, tra le quali il Capo Provinciale di “Cosa Nostra” ennese, il suo braccio destro ed il referente per la “famiglia mafiosa” di Enna.

Gli odierni arrestati, infatti, appartengono alla medesima organizzazione mafiosa ed hanno operato in posizione subordinata, o comunque di supporto, rispetto a quella dei citati personaggi di sicuro spessore criminale e già colpiti da misura cautelare.

Gli arrestati, sono accusati a vario titolo di aver concorso stabilmente alle attività di Cosa Nostra, organizzando in più occasioni incontri tra esponenti mafiosi di primo piano, cercando di eludere ogni tipo di controllo o investigazione da parte delle Forze di Polizia nei loro confronti;

hanno occultato somme di denaro, disponibili da parte dell’organizzazione, facendo da intermediari tra la “famiglia mafiosa” e le ditte che eseguivano lavori pubblici;

si sono occupati della gestione di “case da gioco” clandestine, mettendo a disposizione dell’associazione mafiosa, una struttura agrituristica formalmente intestata alla moglie di uno degli arrestati, reimpiegando i capitali mafiosi sia nell’attività economica stessa, che contribuendo al sostegno economico degli affiliati detenuti.

Controllavano appalti e forniture
Il gruppo arrestato dalla Mobile avrebbe gestito direttamente gli affari illeciti nei cantieri e altrove


angelo maria gloria"Game over" termine che, quando compare a fine partita nel video-game è accompagnato da musichette e jingle. Per i sei arrestati della scorsa notte però nessuna musichetta di sottofondo, ma tintinnio di manette a concludere la partita tra inquirenti e presunti esponenti i Cosa Nostra ennese. Come ha sottolineato in conferenza stampa il procuratore Sergio Lari, alcuni degli arrestati sono personaggi di spicco della famiglia perché braccio operativo del boss Salvatore Seminara e suoi uomini di fiducia, con i quali discuteva degli affari da intraprendere, degli appalti da tenere d'occhio e di quelli nei quali imporre forniture ed assunzioni.
Le persone raggiunte ieri da ordinanza di custodia cautelare, non sono coinvolte in estorsioni, tentate estorsioni, né in danneggiamenti. Si tratta del livello superiore della consorteria criminale, quello che non si sporca le mani con gli atti intimidatori o le richieste di pizzo, ma che gestisce direttamente affari illeciti, come la presenza di persone fidate nei cantieri di opere pubbliche e come quello del gioco d'azzardo, al quale poi è connessa l'usura nella quale inesorabilmente precipitano i giocatori indebitati. L'operazione "Game over" della Dda nissena e della squadra mobile di Enna, diretta dal vicequestore Giovanni Cuciti, non ha al momento riguardato le attività di prestiti a strozzo che sono normalmente connesse alla gestione clandestina del gioco d'azzardo, ma un registro trovato un anno fa nell'agriturismo di Calogero "Gerry" La Malfa, tra gli arrestati di ieri, potrebbe rivelare altri aspetti delle attività di Cosa nostra a Enna. La bisca di Piazza Armerina era frequentata da giocatori provenienti da tutta la Sicilia e probabilmente non era l'unica sulla quale il reggete Turi Seminara aveva il controllo.
L'operazione, come ha sottolineato il capo della "Mobile" Cuciti, è un ulteriore sviluppo delle precedenti indagini sulla mafia ennese e su come ad assumerne il controllo sia stata la storicamente vicina e potente famiglia di Caltagirone della quale ha assunto il comando Seminara che ha però affidato i ruoli di vertice ad esponenti del territorio. Il suo braccio destro l'aidonese Tano Drago, fidato al punto da potersi permettere nelle conversazioni con Seminara di usare il termine "noi" parlando di azioni operative, gestione del racket, messe "a posto" di imprese che si aggiudicavano lavori. Era Drago a intervenire sugli imprenditori "restii" a pagare, a controllare affiliati ed i gregari, informando tempestivamente Seminara di comportamenti non graditi come accade con Pippo Stella nella gestione della bisca, immediatamente destituito e sostituito.
Il "vertice" contava su un "ambasciatore", Antonio Spitaleri, che tra l'altro si sarebbe occupato di come gestire la costruzione dell'Outlet Village nei pressi di Agira, imponendo forniture di materiali, manodopera e tangenti. Il quadro che è emerso in questi mesi e che è stato "incorniciato" dall'operazione della scorsa notte è quindi quello di una cosca attiva in tutti i possibili affari illeciti. Gli arrestati di ieri per il magistrati della Dda hanno operato in posizione subordinata e di supporto rispetto a capo Seminara ed al suo braccio destro Tano Drago, anche se l'imprenditore Angelo Gloria appare tra gli arrestati, il personaggio quasi onnipresente in molti affari della famiglia di Enna, dalla quale riceveva vantaggi e sostegno alla sua attività imprenditoriale.
Gloria organizzava personalmente gli incontri tra gli esponenti della cosca, con un ruolo di intermediazione determinate, Figura considerata al sopra di ogni sospetto almeno quando si presentava presso imprese aggiudicatarie di opere pubbliche, evitava che ad esporsi per chiedere di acquistare materiali o affidare subappalti, fossero personaggi pregiudicati e già nel mirino degli investigatori. Gloria da imprenditore, non destava sospetti se proponeva ad un altro imprenditore una fornitura, anche se poi, come avvenuto alla Villa Romana, suggeriva imprese in odor di mafia. Quando c'era da "fare paura", erano altri ad esporsi come fece Drago poche ore prima dell'arresto, quando contattò personalmente un imprenditore dicendogli che se voleva proseguire i lavori, doveva "mettersi a posto" con il pagamento annuale di una somma di denaro.

sabato 15 maggio 2010

Falcone, nuovi indagati per l'Addaura


Falcone, nuovi indagati per l'Addaura
E rispunta l'ombra dei servizi segreti


Svolta dopo 21 anni. Disposto
il prelievo del Dna dalla muta
usata per piazzare l'esplosivo
vicino alla villa del magistrato



PALERMO

Sembra il copione di un film western: da una parte i «buoni», dall’altra i «cattivi». Ma lo scenario non è la brulla prateria americana. È la selvaggia scogliera dell’Addaura a Palermo davanti alla quale si staglia la villa a mare di Giovanni Falcone. Dopo 21 anni -era il 20 giugno 1989- il colpo di scena. Con 5 nuovi indagati sono ripartite oggi le indagini sul fallito attentato.

«Buoni» e «cattivi» sono uomini dei servizi segreti e si fronteggiano per due cause diverse: i primi proteggono Falcone, gli altri vorrebbero eliminarlo. Il gruppo degli assalitori è costituito da uomini del clan Madonia che avevano piazzato una borsa piena di candelotti di tritolo sulla scala che conduce alla villa del magistrato. I «buoni» avrebbero intercettato l’operazione e disinnescato il micidiale ordigno. Falcone è salvo: la sua eliminazione, sempre con una superbomba sull’autostrada, è rinviata di tre anni.

Sono questi gli scenari che sta delineando l’inchiesta della Procura di Caltanissetta improvvisamente riaperta lungo un filone che incrocia l’ingombrante mistero di altri due eccidi: l’eliminazione del poliziotto Antonino Agostino, ucciso davanti casa con la moglie Ida Castellucci, e la scomparsa di Emanuele Piazza, collaboratore dei servizi segreti impegnato nella caccia ai latitanti di Cosa nostra. Dopo oltre 20 anni il procuratore Sergio Lari e i suoi collaboratori, l’aggiunto Nico Gozzo e il sostituto Nicolò Marino, hanno ordinato con un incidente probatorio un esame a cui nessuno aveva mai pensato: il prelievo delle tracce di Dna lasciate dagli attentatori nella muta, nelle pinne e negli occhiali abbandonati dai sommozzatori lungo la scogliera.

E per compiere questo accertamento hanno iscritto nel registro degli indagati cinque persone: il boss Salvino Madonia, il capomandamento della borgata di Vergine Maria Raffaele Galatolo e il nipote Angelo, il boss Gaetano Scotto e il collaboratore Angelo Fontana, che si sarebbe autoaccusato. Si indaga anche sul ruolo di un sesto personaggio, Pino Galatolo, che però è morto. Proprio lui avrebbe avuto il compito di procurare il telecomando da utilizzare per l’attentato. Madonia è il capo della cosca che controllava la parte occidentale della città ed è coinvolto nei grandi delitti di Palermo. Scotto è fratello di Pietro, il telefonista della strage Borsellino condannato per questo all’ergastolo. Le tracce di Dna che saranno recuperate dalle attrezzature dei sub saranno confrontate con il Dna dei cinque indagati, di Pino Galatolo e dei due collaboratori dei servizi Agostino, ucciso il 5 agosto 1989, e Piazza, scomparso il 15 marzo 1990. Piazza sarebbe stato tradito da una «talpa» e sarebbe stato strangolato.

Nel caso di Agostino si indaga sul ruolo di un poliziotto, Guido Paolilli, che la sera del delitto avrebbe partecipato a una perquisizione in casa della vittima. Ma il suo nome non figura nel rapporto degli investigatori. In una intercettazione ambientale Paolilli avrebbe detto che parte delle carte prelevate in casa di Agostino sarebbe stata distrutta. I depistaggi hanno in effetti frenato l’inchiesta sul fallito attentato dell’Addaura e solo a distanza di tanto tempo sono cominciati ad affiorare spezzoni di una verità a lungo occultata. Soprattutto quella di un collegamento tra uomini dei servizi di sicurezza e ambienti di Cosa nostra.

Venerdì nero per euro e Borse


Venerdì nero per euro e Borse

LA GRANDE RECESSIONE


Torna la paura. Milano a -5,2%.
In Europa bruciati 166 miliardi


ROMA

Un venerdì nero. Insomma, ci risiamo. La paura per la crisi finanziaria dell’Europa ha affondato le Borse e anche per l’euro è stata una seduta in caduta libera. I listini del Vecchio Continente sono crollati, con Madrid e Milano a guidare i ribassi.

Nella seduta odierna l'Europa ha bruciato 166 miliardi di euro di capitalizzazione. Mentre paura e speculazione hanno ripreso a correre nell’ultima seduta della settimana a Piazza Affari, dopo la tregua, e qualche ricopertura, seguita alle misure salva-Paesi a rischio adottate dall’Unione europea. Ora i timori, e le scommesse, puntano al rallentamento della crescita economica che potrebbe essere causato proprio dalle misure di contenimento dei deficit pubblici adottate per difendersi dagli attacchi speculativi.

Nel venerdì nero dei mercati l'euro è crollato ai minimi dai tempi del crac di Lehman Brothers, fin sotto la soglia 1,24 dollari. E la fuga dalla divisa europea ha fatto volare al nuovo record il prezzo dell’oro arrivato a sfiorare i 1.250 dollari. La moneta del vecchio Continente è piombata fino a un minimo di 1,2350 dollari (da 1,2535 di ieri), un livello che non si vedeva da novembre 2008. Segno che il mercato è sempre più scettico sulla capacità dell’Europa di riuscire a risolvere i problemi di indebitamento: si fa strada lo scenario di uno scardinamento dell’euro anche per il rischio che i piani di austerity per risanare i conti pubblici finiscano con il soffocare la già fragile ripresa dell’economia.

In Spagna si è affacciato per la prima volta lo spettro della deflazione e la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato di situazione «molto, molto critica» pur rimarcando che la Germania starebbe peggio senza l’euro e la Ue, ha spiegato a un evento a Monaco. Ma ad enfatizzare fin dalla mattina la pressione sull’euro, innescando una forte ondata di vendite, è stato il numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, il quale ha messo in dubbio la capacità della Grecia di rimborsare completamente il suo debito. «Non sarei sicuro che la Grecia nel tempo riuscirà a rimborsare i prestiti ricevuti», ha dichiarato in una intervista trasmessa ieri sera alla tv tedesca Zdf, aggiungendo che se grazie al piano di stabilizzazione Spagna e Italia potrebbero riuscire ad evitare il contagio, nel caso del Portogallo la situazione è «più difficile». E la sua parte l’ha fatta anche Moody’s che ha prennunciato come «molto probabile» un deciso taglio del rating della Grecia nel giro dei prossimi tre mesi.

L’impatto sui mercati è stato pesante: i rendimenti dei titoli di stato di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda hanno ripreso a salire facendo allargare lo spread con i bund tedeschi. La sfiducia tiene sotto scacco euro e borse, tanto che il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha prefigurato una sorta di "polizia dell’euro" che veda tutti i Paesi di Eurolandia impegnati nel ruolo di sorveglianza per prevenire crisi finanziarie come quella innescata dal caso Grecia. Berlino si è vista costretta a prendere le distanze da Ackermann assicurando che la Germania non ha mai messo in dubbio la solvibilità della Grecia e la sua «determinazione a mettere in atto il programma di risanamento e risolvere i suoi problemi». Ma è servito a poco: l’euro ha continuato a inabissarsi e Ubs ha peggiorato le sue stime prevedendo una discesa dell’euro-dollaro verso la parità con un primo step a 1,15 entro dicembre per poi calare a 1,10 a fine 2011.



A Milano l’indice Ftse Italia All è caduto del 5%, il Mib, quello dei titoli più importanti, del 5,2%. Tra questi quelli presi più di mira, a livello non solo italiano, sono state le banche, ritenute più vulnerabili a crisi finanziarie e del debito come l’attuale: l’eurostoxx del settore è caduto di poco più del 5%. I miliardi bruciati a Milano oggi sono stati quasi 6,5, non tanto lontano dai 6,9 del 10 maggio, quando la piazza milanese ha raggiunto il record del 2010 in termini di controvalore di scambi. Sotto tiro, dunque, soprattutto le banche: Ubi Banca, che oggi ha diffuso i conti, è caduta dell’8,3%, Popolare Milano del 6,7%, Unicredit del 6,3%, Intesa Sanpaolo , che pure oggi ha diffuso i dati del trimestre, del 5,3%. Ancora: Banco Popolare del 6,2%, Mps del 5,9%, Mediobanca del 4,7%. I timori sulle finanze europee hanno affondato anche Wall Street che, pur riducendo le perdite nel finale, ha chiuso in forte calo. Il Dow Jones è arretrato dell’1,51%, a quota 10.620,16 punti.

venerdì 14 maggio 2010

158 Anniversario della fondazione della Polizia


158 Anniversario della fondazione della Polizia

Dopo la deposizione di una corona d'alloro all'Altare della Patria si è svolta questa mattina a piazza del Popolo, alla presenza delle massime autorità dello Stato, la cerimonia ufficiale del 158° Anniversario della Polizia. Al centro di una piazza "vestita" con i colori della Polizia di Stato e orientata all'Europa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato medaglie, encomi e onorificenze ai poliziotti che si sono distinti in servizio per meriti straordinari.

Dopo lo schieramento dei vari Reparti della Polizia di Stato e l'ingresso delle bandiere degli stati aderenti all'Unione europea, sulle note dell'Inno alla Gioia (inno ufficiale dell'unione europea), aprono la cerimonia le parole del ministro dell'Interno Roberto Maroni. "Sono onorato di celebrare questa ricorrenza che è il modo migliore per ringraziare tutti gli uomini e le donne della Polizia di Stato per il lavoro che svolgono per la sicurezza di tutti". A questo proposito il Ministro ha poi ricordato i risultati ottenuti nel contrasto al crimine e in particolare nella lotta alla criminalità organizzata che si è svolta su due fronti: aggressione ai patrimoni mafiosi e caccia ai latitanti. Il Ministro ha anche sottolineato lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione, attraverso protocolli e accordi, con i vari Paesi per il contrasto all'immigrazione clandestina e al terrorismo internazionale.

Tra le premiazioni un momento particolarmente sentito è stato quello della promozione per merito straordinario del personale della squadra "Catturandi" di Palermo e del Servizio centrale operativo per l'arresto del boss mafioso Domenico Raccuglia; i poliziotti hanno ricevuto l'onorificenza con il sostegno e il plauso di una platea che ha più gridato: "bravi, bravi".



Molto toccante anche la premiazione della prima donna entrata in polizia nel 1960, insieme ad altre 22. Rosa Scafa, a 86 anni, si è presentata di fronte al capo dello Stato, al ministro dell'Interno e al capo della Polizia con gli occhi lucidi dalla commozione, stringendo forte la mano al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Con la consegna alla donna di una medaglia coniata per l'occasione si è voluto celebrare un anniversario nell'anniversario: i 50 anni dell'ingresso delle donne in polizia che il pubblico ha ringraziato con un applauso. "Le donne in polizia" ha detto il prefetto Antonio Manganelli a margine della cerimonia "sono un valore aggiunto e con la loro sensibilità, acume e intelligenza hanno permesso di raggiungere straordinari successi contribuendo davvero alla crescita di questa nostra azienda".

Il puzzle della sicurezza

Dopo le onorificenze un attimo di silenzio: un maxischermo inquadra una bambina con un palloncino rosso in mano; cammina tra le gambe dei poliziotti schierati sulla piazza; arriva al centro passa avanti e fa volare via il palloncino. All'improvviso la piazza si riempie di ciclisti, operai, spazzini, artisti di strada, impiegati e dirigenti, sportivi e tifosi, suore e frati che escono ballando, cantando, correndo. Sono tutte tessere di un mosaico che rappresentano il modello di sicurezza partecipata su cui punta il Dipartimento della Pubblica Sicurezza e che alla fine si uniscono, mettendo insieme i pezzi di un puzzle che compongono lo slogan: "c'è più sicurezza insieme".



A concludere la cerimonia un altro tema al centro delle celebrazioni del 158° anniversario: sotto l'Atomium di Bruxelles la fanfara della Polizia di Stato intona le note dell'Inno di Mameli; un collegamento e un ponte ideale con il resto d'Europa visto che oggi - sottolinea il capo della Polizia Antonio Manganelli "ciascun reato è transnazionale ed è sempre più necessario muoversi in sinergia con chi condivide stessi valori e obiettivi".

Rivedi tutta la cerimonia del 158esimo anniversario della Fondazione della Polizia.
Roma, Piazza del Popolo 14 maggio 2010


Mafia,Maroni: in 2 anni oltre 5300 arresti, sequestri per 11 mld


Mafia,Maroni: in 2 anni oltre 5300 arresti, sequestri per 11 mld

Negli ultimi due anni le forze di polizia hanno arrestato oltre 5.300 mafiosi e sequestrato beni alla criminalità organizzata per oltre 11 miliardi di euro. Lo ha detto oggi il ministro dell'Interno Roberto Maroni intervenendo alla festa per il 158esimo anniversario della polizia. Continua a leggere questa notizia

"Dall'inizio dell'attività del governo le forze di polizia hanno arrestato oltre 5.300 mafiosi, in media otto al giorno, e catturato 360 latitanti, dei quali ben 24 inseriti nell'elenco dei 30 più pericolosi", ha detto Maroni.

Il ministro ha aggiunto che nello stesso periodo "sono stati sottratti su tutto il territorio nazionale alla criminalità organizzata più di 22.000 beni, soprattutto immobili e aziende, per un controvalore complessivo di oltre 11 miliardi di euro".

giovedì 13 maggio 2010

Lombardo: "Lascerò se giudicato colpevole"


Lombardo: "Lascerò
se giudicato colpevole"


"Questo governo andrà avanti e io eserciterò il mio diritto alla difesa". Così il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, tornando sulla notizia smentita dalla Procura di Catania di una richiesta di arresto nei suoi confronti sollecitata nell'ambito di un'inchiesta su presunti rapporti tra mafia e politica.

"Chiederò alla Procura di Catania di fermare questo stillicidio di notizie, presunte e smentite" che "hanno conseguenze politiche" e si "rivelano assist al Pdl 'estremista' della Sicilia" ha affermato Lombardo che ha chiesto, tramite il suoi legali, al procuratore capo di Catania di "essere nuovamente sentito" nell'inchiesta in cui è indagato per concorso esterno all'associazione mafiosa.

"I giornalisti hanno il diritto di pubblicare le notizie di cui sono in possesso - ha aggiunto Lombardo - ma chi gliele fornisce? Come mai parte delle mie dichiarazioni spontanee rese ai magistrati sono state pubblicate, con tanto di virgolettato, da un giornale? Io non lo so. So che il dovere di esercitare il mio diritto alla difesa. E non posso sapere di presunte inchieste su di me dai giornali".

"Non credo alle congiure - ha osservato il governatore - e chiedo soltanto che la stessa Procura di Catania si tuteli da fughe di notizie che hanno conseguenze politiche. Perchè tutto questo è un'indecenza".

"Le presunte indiscrezioni - ha ribadito il governatore - hanno rischiato di non far approvare la finanziaria e quindi di far cadere il Governo. Ieri, senza la smentita ci sarebbe stata la ricomposizione del Pdl in Sicilia e questo avrebbe fatto cadere il governo regionale, rispettando così la previsione fatta dalla frangia 'estremistica' del Partito delle Libertà di tornare a votare a novembre per le regionali".

"Se sarà trovato e soprattutto provato con certezza che io abbia consapevolmente sostenuto e supportato la mafia me ne andrò un minuto prima. Sono certo che ciò non accadrà perchè - ha aggiunto - sono sicuro di non averlo fatto".

Infine un commento sull'invito a dimettersi rivoltogli dall'ex governatore: "Totò Cuffaro farebbe bene a rivedersi le carte dei conti della Sicilia, per come li ha lasciati. Io per amore di pregressa amicizia preferisco tacere".

DROGA: TRAFFICO COCAINA NEL CROTONESE, NOVE ARRESTI


DROGA: TRAFFICO COCAINA NEL CROTONESE, NOVE ARRESTI

CROTONE, 13 MAG - Un'operazione dei carabinieri è in corso a Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, per l'arresto di nove persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, coordinate dalla Dda di Catanzaro, hanno portato alla scoperta di due organizzazioni alleate fra loro che smerciavano cocaina. I capi delle due bande erano coadiuvati da altri soggetti, ognuno dei quali ricopriva una mansione quale autista-corriere o procacciatore di clienti. Quasi tutti, comunque, secondo quanto emerso dalle indagini dei carabinieri della Compagnia di Crotone, erano accomunati dall'attività di vendita della droga. Lo stupefacente proveniva dal crotonese e dal reggino. Lo spaccio, che avveniva anche a minori, si svolgeva nelle vicinanze di esercizi pubblici della fascia ionica calabrese. Nel corso dell'operazione, alla quale hanno partecipato 80 carabinieri, una motovedetta e lo Squadrone eliportato Cacciatori, sono state eseguite perquisizioni che hanno portato alla scoperta di armi e munizioni. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip di Catanzaro, Assunta Maiore, su richiesta dei pm della Dda, Sandro Dolce e Salvatore Curcio.

Camorra, Gdf arresta imprenditore


Camorra, Gdf arresta imprenditore


Caserta, imprenditore legato ai Casalesi
incastrato da 11 pentiti: arrestato
Paolo Diana padrone di un impero, ma da 20 anni non dichiarava redditi
Sequestrati beni per oltre 20 milioni tra cui decine di case a Roma


CASERTA (13 maggio) - Beni e aziende (tra cui una concessionaria d'auto di lusso) per un valore di circa 20 milioni di euro, nella disponibilità di Paolo Diana, noto imprenditore casertano e dei suoi familiari, sono stati sequestrati all'alba dai finanzieri del Comando Provinciale di Napoli (GICO), coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Sequestri sono in corso in varie località del territorio nazionale.

Paolo Diana Forniva autovetture e denaro agli affiliati del clan dei Casalesi, assicurava appoggi logistici per agguati mortali, metteva a disposizione le proprie abitazioni come base di appoggi durante la 'guerra' tra le diverse fazioni del clan. Rapporti, insomma, «stabili», nient'affatto occasionali con i Casalesi.

È per tutto questo che è stato arrestato il noto imprenditore casertano operante nel settore del commercio di veicoli e del trasporto merci.

Ad incastrarlo le indagini, delegate dalla Dda di Napoli al Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Napoli ma anche le dichiarazioni di 11 collaboratori di giustizia che, concordemente, hanno indicato Diana, detto 'Scarpone', insieme ai figli Nicola e Pasquale, fiancheggiatore dei Casalesi.

Era lui, infatti, che ospitava presso le proprie abitazioni latitanti e camorristi del calibro di Domenico Bidognetti, Luigi Guida, Egidio Coppola, vertici del clan. E poi era sempre lui che fungeva da intermediario per fissare incontri tra affiliati e latitanti con amministratori pubblici e che incontrava personalmente appartenenti al sodalizio criminale durante la loro latitanza.

Alle dichiarazioni degli 11 pentiti ci sono state i riscontri degli investigatori. L'attività investigativa avrebbe «consentito di rivelare come il Diana Paolo ha effettivamente intrattenuto rapporti stabili e non occasionali - spiegano alla Dda - con esponenti delle varie fazioni del cartello camorristico denominato clan dei Casalesi».

Spiegano gli inquirenti che «in considerazione della qualità di imprenditore è apparso doveroso approfondire le indagini sulla provenienza e sulle modalità di incremento dell'ingente patrimonio famigliare». Paolo Diana e i suoi famigliari avrebbero nella propria disponibilità beni mobili e immobili aziende e disponibilità finanziarie in misura sproporzionata rispetto ai redditi dichiarati o alle attività economiche esercitate. Paolo Diana negli ultimi 20 anni non ha mai dichiarato redditi ed è titolare di una ditta che non ha mai presentato alcuna dichiarazione ai fini dell'Iva.

Il giudice delle indagini preliminari ha emesso un decreto con il quale ha disposto il sequestro di 5 società e 3 ditte individuali, 24 appartamenti nel Casertano e 19 a Roma, quote di proprietà di altri 27 appartamenti di cui 24 a Caserta e 3 a Roma. I finanzieri hanno anche sequestrato 8 auto, 9 quote societarie e 103 rapporti bancari e assicurativi.

Nei confronti dell'imprenditore, ritenuto affiliato all'organizzazione camorristica dei Casalesi ed accusato di associazione di stampo mafioso e trasferimento fraudolento di valori, il GIP di Napoli ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Inchiesta G8, spunta una lista di nomi Setacciati 263 conti correnti della cricca


Inchiesta G8, spunta una lista di nomi Setacciati 263 conti correnti della cricca


Tutti i nomi della lista Anemone: è bufera
Il Pd: andare avanti o corruzione dilagherà

Nell'elenco politici e manager. Mancino: non ho ricevuto regali
Il Pdl: no a liste di proscrizione, è un massacro mediatico
Bossi: indagine strana. L'Idv chiede commissione d'inchiesta


ROMA (13 maggio) - Spunta una lista di politici, alti funzionari dello Stato e vertici delle forze di polizia trovata nel computer sequestrato nel 2009 al costruttore Diego Anemone, al centro dell'indagine della procura di Perugia sugli appalti per i Grandi eventi.
La lista, in cui sono indicati nominativi e lavori eseguiti dalle aziende del gruppo Anemome, conterrebbe quasi 400 nomi ed è ora all'attenzione dei pm perugini.

All'interno numerosi personaggi eccellenti della politica, delle istituzioni, della magistratura, alti funzionari di Stato, manager. Tutti destinatari di lavori edilizi da parte delle aziende di Anemone, l'imprenditore indagato per corruzione e sospettato di essere al vertice della «cricca» degli appalti che, grazie al sostegno di politici e alti funzionari, riusciva ad aggiudicarsi una fetta importante degli appalti pubblici del nostro Paese, a partire dai lavori per il G8 della Maddalena.

Otto pagine, ognuna con una quarantina di nomi o indirizzi, con indicato sulla sinistra il numero progressivo e l'anno e sulla destra il nominativo o l'indirizzo: è la "lista Anemone" sulla quale stanno ora lavorando gli inquirenti perugini. Nel lungo elenco compaiono nomi importanti, lavori eseguiti in ministeri e palazzi del potere romano, e semplici indirizzi.

Tra i nomi citati ci sono quello del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, del sottosegretario Guido Bertolaso, del direttore del Dis (indicato nella lista come "capo Ps") Gianni De Gennaro, del regista Andrea Occhipinti e di diverse persone già coinvolte nell'inchiesta sugli appalti, Claudio Rinaldi, Mauro Della Giovampaola e il generale della Guardia di Finanza Francesco Pittorru.

Nell'elenco figurano poi l'ex ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, l'ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, il direttore generale della Rai, Mauro Masi, l'ex sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti, il manager Rai, Giancarlo Leone, il presidente di Trenitalia, Marco Zanichelli, l'ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio e Gaetano Silvestri, giudice della Corte costituzionale, la giornalista di Mediaset Cesara Buonamici. A parte Pittorru e Bertolaso, nessuno degli altri nomi è indagato. Dalla lista risulta che i lavori di ristrutturazione eseguiti dalle aziende di Anemone nelle abitazioni di Bertolaso furono tre e non uno, come dichiarato dal capo della Protezione civile. Nell'elenco anche lavori eseguiti a Palazzo Chigi.

La segretaria al telefono: nel pc c'è il "mondo". Il 14 ottobre del 2008 c'è la perquisizione della Guardia di Finanza. Una perquisizione in cui i militari prendono, tra l'altro, un computer del fratello di Diego Anemone, Daniele, «con dentro il mondo» dice una segretaria intercettata sottolineando che «hanno stampato gli elenchi di personale vecchio, lavori, 'ste cose qua». È quanto emerge da una relazione dei carabinieri del Ros di Firenze del 27 ottobre 2008.

Dalle intercettazioni emerge il tentativo di Anemone di entrare in contatto con qualcuno che lo possa aiutare, attivandosi per un incontro nei pressi del Comando generale della Gdf e chiedendo a un amico «di segnalare ad un soggetto con cui sono stati a cena la sera prima - scrivono i ros - che i ragazzi suoi stanno procedendo ad un controllo». «Con tono preoccupato - scrivono i ros - Daniele Anemone informa il fratello Diego di aver appena saputo che i finanzieri hanno messo mano al suo computer, lasciando intendere che ha paura che vengano individuati dei dati riferiti a dei conti particolari».

Quando Anemone chiede di sapere cosa ci fosse nel pc, «Daniele - gli viene risposto - ha detto "c'è questo mondo e quell'altro". Però ho visto che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, 'ste cose qua». Più tardi, scrivono i ros, Gazzani chiama Diego Anemone e «gli fa pervenire il messaggio criptato che per risolvere il problema gli è stato riferito dal suo referente che è inutile interessare gli alti ufficiali ma è sufficiente intervenire sugli operanti e se ne occupa lui».

Anemone chiama anche Angelo Balducci: «Tanto tu sei intelligente, ascolta - gli dice - Hai visto tu mi hai mandato da quel signore di Merulana tempo indietro? Ecco mi si è verificata la stessa cosa a me. Apposta son ritornato. Eh, però è una cazzata proprio». Merulana, si scoprirà più tardi, è anche la strada dove ha comprato casa il generale della Gdf Francesco Pittorru, operazione ora nel mirino delle fiamme gialle.

«Il signor Anemone non mi ha fatto alcun regalo», ha dichiarato Mancino. Mancino dice che quando era ministro dell'Interno vennero commissionati dal Sisde all'impresa di Anemone i lavori di messa in sicurezza del suo appartamento e che poi nel 2004 lui stesso fece eseguire, a proprie spese, modesti lavori nella casa dove era andato ad abitare. I lavori eseguiti dalle imprese di Anemone nell'abitazione di Bertolaso sono stati «regolarmente pagati», ha replicato il capo della Protezione civile. Monorchio spiega invece di abitare in una casa in affitto e che i lavori era stati fatti dal proprietario. «Sono affittuaria dell' appartamento in questione dal 2003. L' appartamento è di proprietà di un ente, pertanto i lavori di ristrutturazione non sono stati commissionati dalla sottoscritta, ma dall'Ente prima del mio ingresso», ha precisato Buonamici. «Nessun rapporto è mai intercorso tra me e gli imprenditori di cui si parla negli articoli», ha puntualizzato Vietti.

Nessun commento da parte dei difensori di Anemone in merito alla lista. Il documento non sarebbe comunque tra quelli a disposizione dei legali.

Accertamenti sulla diffusione della lista potrebbero essere avviati dalla procura di Perugia titolare del fascicolo. I magistrati stanno valutando la decisione da prendere. Sembra tra l'altro che la lista fosse sconosciuta alla procura perugina fino alla pubblicazione da parte degli organi d'informazione.

«Bisogna andare assolutamente a fondo perché con tutta evidenza non si tratta di una somma di casi ma di un meccanismo che ha origini in un'intenzionalità politica di allargamento di appalti riservati e fuori gara in un'applicazione distorta delle direttive comunitarie». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani nega cautele o timori del Pd rispetto all'inchiesta G8. «Il governo - ha spiegato Bersani - lasci fare alla magistratura il suo compito e dica che cosa pensa del meccanismo perché su questo il Pd andrà a fondo altro che cautela». Il governo, ha aggiunto il leader Pd, «deve mettere mano all'impianto altrimenti la corruzione dilagherà».

«La lista di 400 nomi collegati ad Anemone è una ragnatela della vergogna e del malcostume. Sembra sempre più evidente che un gruppo di persone ha fatto affari d'oro controllando appalti e settori delicati della vita pubblica del nostro Paese. Per chiarire interessi e rapporti di questa Spectre di affaristi e funzionari è opportuna una commissione parlamentare d'inchiesta». Lo afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.

Cicchitto: ennesima lista di proscrizione. «Siamo in una situazione per un verso paradossale per un altro verso gravissima: prima vengono offerti in pasto elenchi di nomi poi, chissà quando, verranno fatte le indagini. Nel frattempo ogni nome è offerto al massacro mediatico, indipendentemente dalle ragioni per cui esso si trova nel computer di Anemone. Ovviamente il segreto istruttorio è praticamente annullato da tempo e in compenso ci troviamo di fronte all'ennesima lista di proscrizione». È quanto dichiara il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.

Intanto proprio l'ex ministro non deporrà domani davanti ai pm di Perugia titolari dell'inchiesta sulla cricca degli appalti per i Grandi eventi. Secondo il suo avvocato, Giorgio Perroni, l'ex ministro verrebbe sentito «senza il rispetto delle garanzie difensive previste», ovvero come testimone, pur essendo di fatto indagato. Inoltre Perugia non sarebbe competente perchè i fatti sono avvenuti a Roma e perchè Scajola dovrebbe essere giudicato dal tribunale dei ministri.

Bossi: strana inchiesta. Il Governo rischia per altre inchieste? «Se portano via tutti i ministri sì ... Ma fin quando ci siamo io, la Lega e Tremonti, il governo non rischia, non lo buttano giù». Così il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, al termine del Consiglio dei ministri risponde ai cronisti in merito al possibile coinvolgimento di membri del Governo nell'inchiesta sul G8. «Io non so niente, io non c'entro», scherza prima il Senatur, che poi però non esclude un piano per destabilizzare l'esecutivo e ai cronisti che gli chiedono se teme che ci sia un disegno risponde così: «Mi sembra un po' strana, un po' preparata, ho questa impressione... Spero di no, spero di no». Una nuova Tangentopoli? «Non lo so, spero di no - conclude Bossi scherzando - La situazione è brutta. Meglio prendersi un appartamento in affitto con qualche bella donna...».

La Lega non ha fretta per la scelta del sostituto di Scajola al ministero dello Sviluppo Economico, incarico affidato pro tempore al premier, dice poi Bossi: «Non facciamo pressioni su Berlusconi - spiega - Lascerà quando vorrà». E la Lega? «Vediamo», conclude il Senatur.