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sabato 22 febbraio 2014

Casalesi, sequestrati al boss Setola appartamenti, aziende e una villa




CASERTA - Appartamenti, una villa, rapporti finanziari e aziende, per un valore complessivo pari a 5 milioni di euro, sono stati confiscati dalla Direzione Investigativa Antimafia di Napoli a Giuseppe Setola, capo dell'ala stragista del clan dei Casalesi, autore della Strage di Castel Volturno, detenuto in regime di carcere duro e più volte condannato all'ergastolo.

I beni, intestati ad alcuni suoi parenti, tra cui il fratello Pasquale, erano nella disponibilità del killer. Il provvedimento di confisca è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere su richiesta del direttore della DIA di Napoli Arturo De Felice. I beni sono stati ritenuti di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati dal killer, dai suoi parenti e dalle persone a lui vicine.

Le indagini si sono avvalse anche delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Alfonso Diana, Domenico Bidognetti e Gaetano Vassallo. Gli accertamenti patrimoniali e l'attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno consentito di accertare che Giuseppe Setola investiva i proventi delle attività criminali in immobili e attività commerciali che poi intestava prestanome tra cui figurano parenti e amici, con l'obiettivo di eludere le sottrazioni da parte di magistratura e forze dell'ordine. Tra questi figura anche il fratello Pasquale, peraltro suo complice in gravi reati.

venerdì 6 dicembre 2013

Casalesi, maxisequestro di beni tra Caserta, Latina e Milano



NAPOLI - Beni mobili e immobili, nelle province di Caserta, Latina e Milano (terreni, fabbricati, società, veicoli e rapporti finanziari) per un valore di circa 4 milioni di euro, sono stati sequestrati dalla Direzione Investigativa di Napoli a un ex consigliere comunale di Casal di Principe, Luigi Corvino, 47 anni, ritenuto referente politico del clan dei Casalesi, e a un imprenditore di 49 anni, Francesco Lampo, fino al 2000 organico alla fazione Zagaria della stessa cosca.

L'ex consigliere comunale di Casal di Principe Luigi Corvino, attualmente ai domiciliari, è stato arrestato nel novembre del 2011, insieme ad altre 56 persone, nell'ambito dell'operazione «Il principe e la (scheda) ballerina».

Secondo quanto emerso dalle indagini, assecondava le richieste della fazione Bidognetti del clan del cemento sostenendone gli interessi negli appalti, nelle forniture, nell'edilizia e anche procacciando voti per se stesso e per altri esponenti politici graditi al clan. In cambio del voto aveva anche promesso posti di lavoro nel centro commerciale «Il Principe», mai realizzato. Corvino venne eletto nel 2007 nelle file di Forza Italia, con 531 preferenze.

Francesco Lampo, invece, forniva appoggio logistico agli affiliati del clan, nascondeva le armi e riscuoteva le tangenti che, poi, investiva in varie attività. Usando la forza intimidatrice del clan dei Casalesi riuscì ad ottenere l'appalto per la realizzazione di tre edifici ad Aversa (Caserta). I beni - 12 immobili, un garage, 4 società, 15 rapporti finanziari e 3 autoveicoli - sono stati sequestrati tra Trentola Dugenta, San Cipriano d'Aversa, Casal di Principe, Aversa, Minturno (Latina) e Milano.

sabato 19 maggio 2012

Casalesi, sequestrato terreno agricolo

Contaminato da arsenico, cadmio e stagno


CASERTA - La Squadra Mobile di Caserta ha sequestrato stamattina un terreno agricolo a Lusciano di circa 20 mila metri quadrati di proprietà di Nicola Mariniello, 58 anni, un imprenditore ritenuto vicino al clan dei Casalesi indagato per gestione di rifiuti non autorizzata e traffico illecito di rifiuti aggravati dal fine di agevolare un' organizzazione mafiosa.

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dai pm della Dda di Napoli Giovanni Conzo e Alessandro Milita, il terreno sequestrato su disposizione del Gip del Tribunale di Napoli sarebbe stato per anni utilizzato per lo sversamento illecito di rifiuti pericolosi e nocivi provenienti in particolare dall' impianto di compostaggio Rfg di Trentola Ducenta (Caserta) di Elio Roma, un altro imprenditore considerato organico al clan anch'egli indagato in concorso con Mariniello.

Nel luglio 2008 la Squadra Mobile di Caserta aveva individuato nel giuglianese e nel casertano altri siti nei quali erano stati illecitamente smaltiti ingenti quantitativi di rifiuti speciali e pericolosi provenienti da altre regioni italiane. Le analisi chimiche dei campioni estratti sul terreno sequestrato stamattina hanno evidenziato in effetti un'intensa contaminazione da arsenico, cadmio e stagno.

L'inchiesta che convolge Mariniello è nata dalle dichiarazioni di un altro imprenditore del settore dei rifiuti, Gaetano Vassallo, oggi collaboratore di giustizia ma fino a 10 anni fa principale referente del gruppo capeggiato da Francesco Bidognetti alias «Cicciotto 'e Mezanotte».

Fu Vassallo, che per 20 anni aveva operato attraverso aziende come la «Novambiente s. r. l.», a svelare l'esistenza di un vero e proprio «cartello» di imprese attive nel comparto ambientale che tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 avevano instaurato un regime di monopolio, imponendosi sul mercato, abbattendo i costi di esercizio grazie allo smaltimento illecito ed abusivo di ingenti quantitativi di rifiuti solidi urbani, speciali, tossici e nocivi, in una serie di discariche anche clandestine, controllate direttamente o indirettamente dal clan dei Casalesi.

Nelle sue discariche Vassallo rivelò di avere illegalmente smaltito, tra l' altro, oltre 6 mila quintali di rifiuti provenienti dallo stabilimento ACNA di Cengio (Savona).

giovedì 19 aprile 2012

Casalesi, rubata la mano d'oro dalla tomba di don Diana

Rubate le ostie nella sua parrocchia La Dda: «È un furto gravissimo, qualunque ne sia la matrice»


CASERTA - Ignoti hanno rubato la mano d'oro posta sulla tomba a Casal di Principe a ricordo di don Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso dai casalesi il 19 marzo di 20 anni fa.

Secondo furto. Non solo. In serata si è appreso che i ladri hanno fatto incursione anche nella parocchia dove don Diana esercitava il ministero. Sono scomparse ostie consacrate con il calice e le pissidi. Due furti che sanno di sfregio, per la coincidenza temporale di due episodi che colpiscono la memoria del sacerdote. Si indaga oltre il semplice furto-

Mano d'oro. La mano d'oro, donata nel 2009 da don Ciotti, fu collocata in occasione del 15esimo anniversario dell'uccisione del sacerdote, massacarato con un colpo di pistola alla bocca dai sicari mentre si trovava in sacrestia nel giorno della festa di San Giuseppe. I ladri avrebbero sfondato la porta di ingresso della cappella con un calcio portando via la preziosa mano d'oro.

Gravissimo . «Il furto nella cappella intitolata a don Peppe Diana è gravissimo, qualunque ne sia la matrice. Don Diana infatti è un simbolo di riscatto per una terra martoriata; è una figura che a distanza di 18 anni dà ancora molto fastidio». È quanto ha affermato il pubblico ministero della Dda di Napoli Cesare Sirignano in visita questa mattina all'Istituto Alberghero di Castel Volturno in merito al furto avvenuto nella cappella del cimitero di Casal di Principe dove riposa la salma del prete ucciso dai Casalesi il 19 marzo del 1994.

Il fratello. Parole di condanna anche da Emilio Diana, fratello dell'ex parroco della chiesa di San Nicola di Bari. «Sono cose che non dovrebbero accadere e che io e la mia famiglia condanniamo; è probabile però che siano stati dei ladri comuni a rubare, forse avevano bisogno di soldi in quanto hanno asportato solo la targa d'oro incastonata nel marmo e un calice. C'erano anche altri oggetti di minor valore che non sono stati presi. Ciò che conta comunque è la grande attenzione che c'è attorno alla figura di mio fratello e che noi continueremo a far crescere con numerose iniziative. Ogni giorno tante scolaresche vengono a visitare la cappella; ai ragazzi dobbiamo far capire il senso del suo messaggio».
La targa d'oro a forma di mano del diametro di sette centimetri era stata donata ai familiari di don Diana da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, in occasione del diciassettesimo anniversario della morte di don Diana.

Il dono. Don Ciotti aveva ricevuto il premio, denominato «Follaro d'Oro» dall'associazione Capua Nova ma aveva voluto donarlo ai genitori del prete in segno di riconoscenza. Dai primi accertamenti sembra che il furto sia avvenuto due notti fa in quanto già ieri qualcuno ha notato la porta della cappella aperta ma ha pensato che all'interno si stessero facendo delle pulizie. Stamattina, un militante del comitato Don Diana che stava accompagnando in visita alla cappella alcune scolaresche ha notato che il cancello era aperto contattando immediatamente Emilio Diana; è stato quest'ultimo ad accorgersi che la targa non c'era più.

Coincidenze. «Ma ci sono troppe strane coincidenze - spiega don Franco Picone parlando dei due furti - i ladri mi sembra abbiano voluto fare un gesto doppiamente simbolico: hanno colpito don Diana e la fede cristiana portandosi via le ostie consacrate; di solito rubano le pissidi ma poi gettano le ostie, noi invece non siamo riusciti a trovarle da nessuna parte. Oggi poi è 19 aprile, esattamente 18 anni e un mese dopo il tragico omicidio di don Peppe. Sono indignato e preoccupato».

Tracce. Tracce significative non sono state rinvenute dai carabinieri della compagnia di Casal di Principe: tra l'altro le chiavi del tabernacolo, usate dai ladri per portarsi via le pissidi, sono troppo piccole per potervi trovare impronte digitali. È probabile che i ladri abbiano agito verso le 15, quando don Franco ha aperto la chiesa.

martedì 3 aprile 2012

Casalesi, mamma uccisa nel supermarket davanti alla figlia: 4 ordinanze della Dda


CASERTA - Ci sono anche i boss dei Casalesi Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, cugino di «Sandokan», tra i quattro destinatari di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura Antimafia partenopea, per omicidio aggravato dal metodo mafioso, nei confronti di mandanti ed esecutori materiali dell'assassinio di una donna avvenuto a Castel Volturno venti anni fa.

Gli agenti della Squadra Mobile di Caserta e del commissariato di Castel Volturno stanno eseguendo i provvedimenti frutto di indagini della DDA di Napoli sull'assassinio della donna, uccisa in un supermarket con due colpi di pistola alla testa, sotto gli occhi della figlioletta di tre anni. Nell'omicidio di Carolina Maresca, assassinata il 4 luglio del 1992 in un supermarket sono coinvolte otto persone tra mandanti, esecutori materiali e basisti.

Secondo quanto emerge dalle indagini degli agenti del Commissariato di Castel Volturno, guidato dal vice questore aggiunto Davide della Cioppa, la donna era legata al nipote del boss Luigi Venosa che nel clan dei Casalesi si contrapponeva alla fazione guidata da Bidognetti e Schiavone. A commissionare l'assassinio - nell'ambito di questa faida interna che vedeva contrapposti Bidognetti e Schiavone al gruppo De Falco-Quadrano-Venosa - furono proprio i boss Francesco Bidognetti, soprannominato «cicciotto 'e mezzanotte» e Francesco Schiavone, soprannominato «cicciariello», omonimo del cugino capoclan soprannominato «Sandokan».

Esecutori materiali dell'efferato omicidio furono Domenico Bidognetti, nipote di Francesco, Pasquale Vargas, Francesco Cantone e Valentino Pellegrino, poi deceduto.

A Giuseppe dell'Aversano fu assegnato il compito di segnalare la presenza di Carolina Maresca mentre Enrico Verde si occupò di garantire la fuga agli esecutori materiali dell'efferato delitto. Enrico Verde, Domenico Bidognetti e Francesco Cantone sono collaboratori di giustizia.

venerdì 10 febbraio 2012

Casalesi, arrestato sindaco Casapesenna perquisizioni della Dia anche in Comune

Negli uffici i pm sperano di trovare elementi su chi ha costruito il bunker nel quale Michele Zagaria si nascondeva

CASERTA - Personale del Centro Operativo della Dia di Napoli ha eseguito dalle prime ore di questa mattina, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, numerose perquisizioni ed arresti nella zona di Casapesenna (Caserta) e nel Basso Lazio nei confronti di «colletti bianchi» ritenuti favoreggiatori del clan dei Casalesi e in particolare di Michele Zagaria. Tra questi anche esponenti politici locali.


Tra gli arrestati nell'operazione della Dia di Napoli, anche il sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria, omonimo ma non parente del boss della camorra. È accusato, in concorso con Michele Zagaria, di violenza privata nei confronti del precedente sindaco del Comune casertano, Giovanni Zara.

Secondo l'accusa, a quest'ultimo, durante il suo mandato, era stato «consigliato» ripetutamente da Fortunato Zagaria, anche a nome del «boss», di non assumere iniziative pubbliche contro la camorra, perché erano sgradite a Michele Zagaria.

Il Comune di Casapesenna e le abitazioni di alcuni consiglieri ed ex consiglieri sono stati perquisiti dagli uomini della Dia nell'ambito dell'operazione contro il clan Zagaria. Gli investigatori cercano di ricostruire la rete di contatti e aiuti che ha consentito al boss Michele di rimanere latitante per 17 anni prima della cattura, avvenuta lo scorso 7 dicembre.

Proprio negli uffici del Comune i pm Giovanni Conzo, Catello Maresca e Raffaello Falcone sperano di trovare elementi su chi ha costruito il bunker nel quale Michele Zagaria si nascondeva quando è stato arrestato: una camera sotterranea blindata, chiusa da un soffitto scorrevole.

Tra le persone indagate c'è il consigliere comunale Luigi Amato, ritenuto molto legato al capoclan; per lui la Procura aveva chiesto l'arresto, ritenendolo responsabile assieme al sindaco Fortunato Zagaria delle pressioni sull'ex sindaco Giovanni Zara. Il gip, però, ha rigettato la richiesta, ritenendo che non sussistessero le esigenze cautelari.

venerdì 21 ottobre 2011

Casalesi, infiltrazioni del clan in Emilia

Caccia a un capozona di nome Renato

MODENA - È conosciuto come 'Renato' un elemento di spicco del clan camorristico dei casalesi che potrebbe aver assunto il ruolo di capozona per Modena. Lo riporta la Gazzetta di Modena pubblicando le intercettazioni relative a un'indagine della Dda di Napoli che a inizio ottobre, con l'operazione 'Staffa', ha portato all'arresto di ventinove persone tra cui Francesco Vallefuoco.


Proprio quest'ultimo, ritenuto il boss del clan omonimo dei Vallefuoco, parlando con la sua donna residente a Castelfranco Emilia svela come Renato sia diventato il referente dell'organizzazione nel Modenese. Vallefuoco, già indagato dalla Dda di Bologna per altre vicende di estorsioni, dice: «Quando giù mi chiedono le quote, sai io come gli dico, chiedetele a Renato... Ogni problema è risolto, il numero del referente ce l'ho».

Un'affermazione che sembra confermare il ruolo del nuovo capozona nella spartizione degli interessi dei clan. Vallefuoco afferma poi come 'Renato' si trovi stabilmente a Castelfranco Emilia e che suo padre ha un bar.

Secondo gli inquirenti, il tramite tra il clan dei casalesi e i Vallefuoco sarebbe l'imprenditore Francesco Di Tella, anch'egli arrestato con l'operazione 'Staffà. Le intercettazioni hanno fatto emergere anche il nome di 'Remigiò, addetto alle estorsioni nel Modenese per conto dei clan e in particolare del fratello della donna di Vallefuoco.

Le indagini della Dda di Napoli e Bologna sui Vallefuoco hanno evidenziato comunque una nuova modalità di azione da parte del clan. Non più dedito alle tipiche estorsioni - le indagini infatti ipotizzano l'associazione per delinquere aggravata da metodo mafioso e non l'associazione mafiosa definita dal '416 bis' - ma più radicato nelle attività del territorio come quelle immobiliari, commerciali e finanziarie. Una serie di interessi complementari a quelli dei casalesi e del clan Stolder di Napoli, con cui sarebbe stabilita un'alleanza.

mercoledì 14 settembre 2011

Casalesi, riciclaggio in Umbria e Toscana sedici arresti in tutta Italia

ROMA - È collegata al clan dei Casalesi l'organizzazione criminale con base a Perugia e attiva in Umbria, Toscana e Marche, individuata dai carabinieri del Ros dai militari del Gico della Guardia di finanza di Perugia e Firenze, che hanno eseguito questa mattina un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Perugia, su richiesta della locale direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 16 indagati.

L'associazione a delinquere era diretta da soggetti di origine campana in collegamento con esponenti del clan dei Casalesi, in grado di immettere nei circuiti economici locali, attraverso la creazione di una serie di società inesistenti o costituite all'estero, ingenti capitali rivenienti dalla camorra per l'acquisizione di attività commerciali nel settore alberghiero, della ristorazione e dell'edilizia.

Caserta, arrestato boss dei Casalesi in manette anche carabiniere autista

CASERTA - Un noto esponente del clan dei Casalesi, Gaetano Cerci, - pregiudicato per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falsi e ricettazione - è stato arrestato nella notte dalla squadra mobile di Caserta. In manette è anche finito un carabiniere che - secondo quanto emerso dalle indagini - abitualmente faceva da autista al pregiudicato. Il militare è ritenuto responsabile della rivelazione di notizie coperte da segreto d'ufficio. Arrestato anche un altro pregiudicato del Napoletano che si era rivolto al militare per ottenere informazioni riservate. Il carabiniere, inoltre, è stato arrestato anche per detenzione e cessione di numerose dosi di sostanze stupefacenti che, sequestrate durante i turni di pattugliamento, consegnava ad una donna, tossicodipendente, anch'essa sottoposta a misura cautelare, con la quale intratteneva una relazione sentimentale. Gli arresti sono avvenuti a conclusione di indagini coordinate dalla Procura Distrettuale di Napoli e in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale partenopeo

mercoledì 29 giugno 2011

Casalesi, chiedono pizzo di 8mila euro a poliziotti travestiti da operai: arrestati


CASERTA - Prima si erano accertati del valore dei lavori di ristrutturazione in corso in un cantiere di Aversa, nel Casertano, pari a circa 150mila euro, e poi hanno avanzato la loro richiesta estorsiva, di 8mila euro, ma direttamente ai poliziotti , che li stavano attendendo travestiti da operai e da titolare dell'impresa.


Due affiliati al clan dei Casalesi, appartenenti alla fazione che fa capp agli Schiavone, sono stati arrestati oggi dalle Squadre Mobili di Caserta e di Napoli in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa ieri dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura Antimafia partenopea per il reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, accaduto lo scorso 16 giugno.

In manette sono finiti Agostino Fabozzo, 40enne nato a Aversa (Caserta) e Luigi Macchione, nato a Trentola Ducenta (Caserta), di 40 anni. I due arrestati, per conto del clan dei Casalesi, hanno avanzato le richieste corredandole con l'uso di metodologie tipicamente camorristiche, cioè minacciando le vittime di ritorsioni da parte del clan se non avessero pagato.

Luigi Macchione è cugino di Pietro Falcone, nato ad Aversa 31 anni fa, con numerosi precedenti, arrestato dalla Squadra Mobile nel giugno del 2010 e ritenuto elemento di spicco della frangia aversana dei Casalesi, riconducibile al reggente Nicola Schiavone.

martedì 28 giugno 2011

Casalesi, operazione Highlander della Dia: imprenditore sequestrato in bagagliaio auto

 
CASERTA - La Direzione investigativa antimafia di Napoli ha ultimato in provincia di Caserta la notifica di provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Napoli a carico di pregiudicati appartenenti all'organizzazione camorristica dei Casalesi.


L'operazione della Dia, denominata 'Highlander', colpisce il gruppo camorristico dei Casalesi direttamente riconducibile al gruppo Schiavone - Russo, facente capo a Francesco Schiavone detto “Sandokan” e Giuseppe Russo detto “ 'O Padrino”, egemone nei territori di Casal di Principe, Orta di Atella, Gricignano e Succivo.

Uno degli imprenditori vittime di estorsione è stato sequestrato e trasportato nel bagagliaio di un'auto in una masseria isolata nella zona di Casal di Principe dove, al cospetto del referente del clan oggi arrestato, è stato pesantemente intimidito e costretto a pagare la tangente estorsiva. È uno dei particolari emersi nell'ambito dell'operazione 'Highlander' effettuata dalla Dia. I provvedimenti di fermo, viene ricordato, sono stati emessi dalla Dda di Napoli a seguito degli accertamenti effettuati dalla Dia napoletana su tre estorsioni compiute dal gruppo camorristico in danno di imprenditori edili e commercianti di pellame di Orta di Atella e Gricignano a cui sono state estorte somme di denaro per compessivi 50.000 euro solo nell'ultimo trimestre.

martedì 14 giugno 2011

Casalesi, sequestrati beni ad imprenditore Gestiva gli interessi economici del clan

CASERTA - Beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa un milione di euro, tra cui quote di una società immobiliare con sede a Terni, sono stati sequestrati a Rocco Veneziano, 57 anni, di Castel Volturno, geometra e imprenditore edile di recente condannato per aver garantito «assistenza» al clan dei Casalesi per lo svolgimento di attività illecite nel settore delle costruzioni.


Veneziano - precisa una nota della Direzione investigativa antimafia - è considerato punto di riferimento per la gestione degli interessi economici del sodalizio camorrista. Sfruttando la sua figura di insospettabile professionista, si prestava a predisporre la documentazione per indire gare di appalto ed a fornire i nominativi delle imprese «pulite», alle quali assegnare i lavori per favorire gli interessi del clan.

Il professionista è stato di recente condannato alla pena di 2 anni e 8 mesi di reclusione per associazione mafiosa, essendo stato riconosciuto colpevole di appartenere al clan dei Casalesi, gruppo Bidognetti. La confisca ha riguardato un fabbricato ed un appezzamento di terreno situati a Casal di Principe (Caserta) nonché quote del capitale sociale di una società immobiliare con sede in Terni, del valore complessivo di circa un milione di euro.

Il provvedimento è stato adottato a seguito di una proposta per l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale formulata dal Direttore della Dia, generale dei Carabinieri Antonio Girone, sulla base di complesse indagini di natura economico-patrimoniale svolte dal Centro Operativo della D.I.A. di Napoli.

mercoledì 8 giugno 2011

Casalesi, capitano Ultimo arresta imprenditore: dal depuratore alla discarica gestiva tutti i rifiuti per conto del clan

CASERTA - Un noto imprenditore campano, Ludovico Ucciero, di 65 anni, è stato arrestato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, dai militati del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri di Roma perchè ritenuto colluso («concorrente esterno») con il clan camorristico dei Casalesi. Grazie al loro appoggio, secondo gli inquirenti, l'imprenditore si è «aggiudicato sistematicamente appalti e commesse per il trasporto e lo smaltimento di rifiuti», finanziando direttamente i 'capizonà del clan del gruppo Bidognetti. A rivelare gli affari sono stati proprio alcuni esponenti di quest'ultimo gruppo, divenuti ormai collaboratori di giustizia. L'uomo, in qualità di gestore di diverse società, si era aggiudicato, secondo le accuse con l'appoggio dei Casalesi, le commesse e gli appalti per il servizio di espurgo degli scarichi fognari nel territorio di Castel Volturno e per il trasporto dei fanghi dal depuratore Foce Regi Lagni di Villa Literno, il servizio di trasporto e smaltimento del percolato prodotto nella discarica 'Parco Saurino' del Comune di Santa Maria la Fossa, le commesse per il deposito dei rifiuti solidi urbani nel periodo dell' 'emergenza rifiutì e la commessa per il posizionamento dei cassoni per la raccolta dei rifiuti solidi urbani nel Comune di Mondragone.


Quattro società riconducibili a Ludovico Ucciero sono state poste sotto sequestro preventivo, per un valore complessivo stimato di cinquanta milioni. Si tratta di Ecologia Euroambiente Snc, Universitas Srl, Naturambiente Srl, Geoambiente srl e l'intero patrimonio, costituito da 35 immobili e terreni, 65 auto,autocarri e motocicli, 20 conti corrente. La misura cautelare in carcere è stata disposta dal Gip del Tribunale di Napoli, a seguito di una complessa attività di indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e sviluppata dai militari del Noe di Roma (guidati dal capitano Pietro Raiola Pescarini e coordinati dal capitano 'Ultimo' Sergio De Caprio), che ha permesso di delineare «l'operativit…à dell' imprenditore quale vero e proprio 'concorrente esterno' del clan dei Casalesi».

giovedì 5 maggio 2011

Casalesi, sequestro a imprenditore ditte infiltrate anche in appalti pubblici

CASERTA - Beni per un valore di 13 milioni di euro sono stati sequestrati dalla polizia al clan dei Casalesi, gruppo Schiavone. Personale della sezione Accertamenti Patrimoniali della Divisione Anticrimine della Questura di Caserta, ha dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo, funzionale alla successiva confisca, emesso ai sensi della normativa antimafia, dal Tribunale - sezione Misure di Prevenzione - di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), nei confronti di Sebastiano Ferraro, di Casal di Principe. Attualmente non detenuto, già pregiudicato per delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso, è ritenuto elemento appartenente all'organizzazione camorristica dei Casalesi, fazione riconducibile a quella di Francesco Schiavone, detto Sandokan. Sequestrati, tra l'altro, un'azienda agricola, immobili, quote societarie e autovetture di lusso.


Investimenti, soprattutto nel settore edile. Ed un giro di affari sempre più solido, anche attraverso l'aggiudicazione di appalti di opere pubbliche. È questo lo scenario che si va delineando dietro il maxi sequestro - beni per un valore di 13 milioni di euro - eseguito nei confronti di Sebastiano Ferraro, considerato elemento di spicco del clan dei Casalesi, fazione riconducibile al gruppo Schiavone. Attraverso l'analisi di cespiti e flussi finanziari, estesi soprattutto ai congiunti di Ferraro, gli investigatori hanno dimostrato come la famiglia, grazie alla contiguità al clan dei Casalesi, era riuscita ad incrementare nel tempo il proprio patrimonio, soprattutto attraverso società ed imprese del settore edile. Nel dettaglio i beni sequestrati sono: un'azienda individuale agricola; quote societarie dell'impresa edile 'Edil System Unyted' s.r.l; la società cooperativa edile 'Edil Futura s.r.l; quote societarie dell'impresa 'Immobiliare S.B. di B.P. s.n.c' avente ad oggetto sociale la compravendita di beni mobili ed immobili, nonchè opere edili in genere; tre case e tre siti commerciali a Casal di Principe; un terreno agricolo di quasi 900 metri quadrati, sempre a Casal di Principe. Ed ancora due immobili in corso di edificazione, nel comune di San Cipriano di Aversa, località Pagliara Arsa; diverse autovetture di grossa cilindrata. Data la vastità dei beni sequestrati, sono ancora in corso le operazioni di catalogazione. Ferraro era stato già destinatario di misure cautelari reali nell'ambito del processo 'Spartacus', all'esito del quale era stato condannato per associazione mafiosa. In particolare, gli erano state sequestrate anche quote di partecipazione alla società calcistica 'Albanova' di Casal di Principe di cui era contitolare.

lunedì 2 maggio 2011

Casalesi, torna in cella imprenditore di Posillipo racket ai commercianti per clan Setola

CASERTA - Torna in carcere un «insospettabile», imprenditore del quartiere napoletano di Posillipo: Giorgio Improta, 53 anni, fu arrestato poco meno di un anno fa con l'accusa di aver dato ospitalità durante la latitanza al capo dell'ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola.


Improta, rimesso in libertà, è tornato oggi nuovamente in cella: l'imprenditore è il padre di Jessica, candidata di centrodestra per l'Udeur (lista Chiosi), nella Ia municipalità, Chiaia.

Gli arresti. Nel corso di un'operazione congiunta degli agenti della squadra mobile di Caserta e dei carabinieri del comando territoriale di Aversa. sono state eseguite 4 ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Napoli, su richiesta della Dda partenopea.

I destinatari. Roberto Zampella, di 33 anni e Giorgio Improta, 53, sono stati arrestati nelle rispettive abitazioni mentre Paolo Gargiulo, di 24 anni e Salvatore Santoro, 23 già detenuti in carcere per altre ragioni hanno ricevuto il provvedimento in cella. La squadra mobile avrebbe fatto chiarezza su una serie di estorsioni. Zampella, arrestato dalla “mobile” casertana, è ritenuto responsabile di partecipazione camorristica al clan dei Casalesi-gruppo Setola. La banda è accusata di avere commesso almeno 25 estorsioni ai danni di negozianti di Villa Literno. Tra le vittime titolari di caseifici, gestori di stazioni di servizio e fruttivendoli. Zampella e Improta sono stati rinchiusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

venerdì 25 marzo 2011

Casalesi, 11 arresti per faida Villa Literno preso anche figlio boss Bidognetti

CASERTA - Figura anche Raffaele Bidognetti, figlio del capoclan Francesco, tra gli undici affiliati e fiancheggiatori al clan dei «Casalesi» del gruppo Bidognetti arrestati oggi dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dell'omicidio, commesso nel maggio del 2004 di un 19enne affiliato a un gruppo camorristico contrapposto a quello dei «Bidognetti». In particolare, Raffaele Bidognetti, di 37 anni, è ritenuto dagli investigatori il mandante dell'assassinio del giovane. L'uccisione del 19enne era stato preceduto, pochi giorni prima, da un ulteriore agguato nei suoi confronti, non andato però a buon fine. L'omicidio si inserisce nel contesto della guerra intestina consumatasi nel clan «dei Casalesi» tra i gruppi Tavoletta-Ucciero e Bidognetti, che si contendevano la supremazia nella gestione delle attività criminose a Villa Literno. Una faida protrattasi dal 1997 al 2005 che fece numerose vittime in entrambe le fila.


I provvedimenti, emessi dal Tribunale di Napoli, su richiesta della DDA, sono giunti al termine di indagini dei carabinieri di Caserta, coordinate dalla DDA partenopea, condotte sulla faida, che dal 1997 al 2005 ha fatto registrare numerosi morti e feriti in agguati tra i due gruppi dei casalesi, i «Tavoletta- Ucciero», guidato da Cesare Tavoletta, ormai da anni collaboratore di giustizia e quello capeggiato da Massimo Iovine, altro pentito della cosca, ma per lungo tempo fedelissimo di Francesco Bidognetti. Quest'ultimo, detto «Cicciotto e' mezanotte», capo storico dei Casalesi, è in carcere da anni con una condanna all'ergastolo. I destinatari dei provvedimenti restrittivi della magistratura napoletana, sono accusati a vario titolo di omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione di armi e munizioni. Reati aggravati per avere agevolato l'attività dell'organizzazione camorristica. In partiocolare sono ritenuti responsabili dell'omicidio di Antonio Di Frania, detto «vulpacchiello», ucciso il 27 maggio del 2004, dopo essere sfuggito, circa due settimane prima ad un altro agguato. Dalle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo è emerso, tra l'altro, uno stretto legame tra la fazione dei «Tavoletta», e quello dei «Contaldo» di Pagani (Salerno), capeggiato da Nicola Fiore. Gli investigatori hanno accertato continui scambi di favori tra le due cosche, anche nel portare a termini agguati mortali.

martedì 15 marzo 2011

Casalesi, sequestrati beni per 100 milioni

In manette boss-imprenditore del clan Maroni: «Clan pesantemente colpito al cuore»
Alfano: «È questa la vera antimafia dei fatti»



NAPOLI - La Direzione Investigativa Antimafia di Napoli ha eseguito un decreto di sequestro beni nel basso Lazio ad esponenti del clan camorristico dei Casalesi per oltre 100 milioni di euro. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Frosinone a seguito di una proposta di applicazione di misura di prevenzione personale e patrimoniale formulata dal Direttore della Dia, generale Antonio Girone.


Dalle indagini della DIA - che hanno consentito oggi di sequestrare ad un clan del basso Lazio contiguo ai «Casalesi» 17 società, 2 ditte individuali, 31 fabbricati, 14 terreni, 16 autovetture e 118 rapporti finanziari - è emerso il ruolo di alto profilo svolto da uno degli arrestati, Gennaro De Angelis, fondatore di un gruppo criminale proprio e indipendente definito «deangelisiano».

Grazie alla sue capacità imprenditoriali e di intermediazione bancaria, De Angelis svolgeva all'interno del clan in qualità di incaricato dal boss Francesco Schiavone operando investimenti in Italia e all'estero dei capitali illecitamente accumulati dall'organizzazione criminale. Dal 1970, infatti, De Angelis ha rappresentato, per lungo tempo, un punto di riferimento di «Casalesi» fino a diventarne «caporegime», prima nell'organizzazione camorristica facente capo ad Antonio Bardellino e, dopo la scissione, nel gruppo camorristico capeggiato da Francesco Schiavone, detto «Sandokan», del quale è parente.

Il boss De Angelis gestiva nella sua zona di competenza, il basso Lazio, estorsioni, truffe, riciclaggio, ricettazione e, soprattutto, importazione da altri Paesi dell'Unione Europea di autovetture, evadendo l'Iva. Per un periodo ha svolto anche la funzione di «procacciatore» e «fornitore di armi» al clan dei Casalesi durante la storica guerra intestina che ha visto contrapposti i casalesi di «Sandokan» ai «bardelliniani».

De Angelis ha partecipato alle attività estorsive nella zona di influenza attraverso l'indicazione al clan, quali obiettivi contro cui destinare le richieste estorsive, delle attività economiche più fiorenti nel territorio sud pontino.

«L'operazione condotta dalla Dia di Napoli è di grande importanza. Oggi il clan dei Casalesi viene pesantemente colpito al cuore dei propri interessi patrimoniali, anche al di fuori del territorio campano. L'aggressione ai patrimoni mafiosi è un elemento caratterizzante e punto di forza della politica della sicurezza del governo». Lo afferma, in una nota, il ministro del'Interno, Roberto Maroni. Il ministro si è congratulato con il Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli.

«È davvero un'ottima notizia quella del sequestro di beni al clan dei Casalesi per un valore di oltre 100 milioni di euro. Il più ingente sequestro di beni illecitamente accumulati al di fuori della Campania». Lo afferma, in una nota, il Guardasigilli Angelino Alfano, commentando con soddisfazione l'operazione della Dia di Napoli denominata «Verde Bottiglia».

«L'operazione - continua il Guardasigilli - è l'ennesimo colpo inferto alla camorra che lo Stato, in sinergia con la magistratura e le forze di polizia, assesta in modo continuativo dall'inizio di questa legislatura. Quello che è avvenuto oggi è la dimostrazione che la cultura delle misure di prevenzione si sta diffondendo anche al di là delle regioni storicamente afflitte dalla camorra. È questa la vera antimafia dei fatti».

lunedì 21 febbraio 2011

Casalesi, aiutarono il boss Setola: 2 arresti

Il superlatitante filmato in un parcheggio

Aveva il regalo della Befana per la figlia
Intercettazioni sulla strage di immigrati a Caselvolturno:
«Quei sacchi di carbone se li poteva risparmiare»
E sulla figlia capo: «Gli ha chiesto che è un killer, e lui: niente»

CASERTA - I carabinieri del Comando provinciale di Caserta hanno arrestato, in esecuzione di un provvedimento del Tribunale di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, Luigi Martino, di 30 anni, di Casal di Principe, e Luigi Russo, di 43 anni, di Giugliano (Napoli). IL BOSS LATITANTE NEL PARCHEGGIO - VIDEO



Entrambi sono ritenuti fiancheggiatori del capo dell'ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, durante la latitanza di quest'ultimo ritenuto responsabile, tra la primavera del 2008 e l'inizio del 2009, di numerosi omicidi e numerosi attentati in provincia di Caserta.

L'arresto dei due è "accompagnato" da una serie inquietante di documentazioni, tra cui un filmato...

...E' un giorno di festa da passare in famiglia, in un ristorante a Pozzuoli. L'ultima Epifania trascorsa in libertà, prima della cattura, dell'ergastolo, del processo per le stragi. Un frammento di quella giornata di Giuseppe Setola, killer casalese e finto cieco, è stato riprodotto dalle 24 telecamere di un parcheggio sotterraneo privato a Fuorigrotta, nei pressi dell'uscita della tangenziale. I monitor hanno ripreso l'arrivo suo, dei suoi complici, della moglie Stefania Martinelli. Setola è inquadrato una sola volta, da lontano. E' stato identificato solo qualche giorno dopo. Sarà arrestato il 14 gennaio a Mignano Montelungo, dove si era rifugiato in seguito alla fuga rocambolesca attraverso le fogne di Trentola Ducenta. Il boss doveva consegnare il regalo della Befana alla figlia. E' il 6 gennaio 2009: sono le ultime ore di libertà del boss.

Inquietanti anche le intercettazioni a carico di Martino e Russo.

La figlia al boss: che cos'è un killer? - La figlia di Giuseppe Setola lesse sui giornali che il padre era un killer. Chiese spiegazioni al genitore, che minimizzò: «Non è niente». Emerge anche questo dalle intercettazioni contenute nell'ordinanza di custodia cautelare notificata oggi a Luigi Martino e Luigi Russo, accusati di associazione camorristica. È proprio Martino a riferire la circostanza a due persone che viaggiano in auto con lui, una delle quali è Paolo Panaro, fratello del boss Nicola. «Io so che appena scappò gli portai io la figlia, quando stava fuori. L'accompagnai che la figlia era piccola. Ha detto: papà sul giornale c'è scritto che questo, questo...è vero? Tu lo sai che significa quello, a papà (ha chiesto Setola, ndr)? Ha detto la figlia: no. Ha detto (Setola, ndr): non è niente. Ha detto (la bimba, ndr): papà, sul giornale porta che tu sei un killer. Disse (Setola, ndr): ma tu sai che significa, a papà, killer? Disse alla figlia: non è niente».

Il boss a scuola per protestare - Dalla intercettazione emerge anche che l'esponente dei casalesi andò a scuola della bimba per protestare, perchè un'insegnante insisteva nel chiederle che lavoro facesse il padre: «La professoressa della scuola sai cosa faceva? Diceva sempre alla figlia: ma tuo padre che lavoro fa? Adesso la bimba aveva vergogna, dice: no, mio padre sta lavorando fuori. (L'insegnante) glielo ripeteva, diceva un altro giorno. Alla fine la bimba lo disse al padre: papà, perchè ogni giorno la professoressa mi chiede che lavoro fai? Lui si mise il cappello e la sciarpa e disse: scusate, ma perché chiedete sempre a mia figlia io che lavoro faccio?».

Gli immigrati uccisi? Sacchi di carbone - Agghiacciante poi la testimonianza sulla strage degli immigrati a Castelvolturno: «Quei sacchi di carbone se li poteva risparmiare»: così Luigi Martino definisce gli immigrati africani uccisi dal gruppo di Giuseppe Setola il 18 settembre 2008 a Castelvolturno. Martino, chiacchierando con Nicola Panaro, afferma che sarebbe stato meglio evitare la strage: «Però se lo poteva risparmiare... quei sei sacchi di carbone se li poteva risparmiare. Ha fatto troppa ammuina, ha fatto, ha sbagliato tutto. Ma non è che ha sbagliato, doveva fare piano piano». Secondo Martino, cioè, Setola avrebbe dovuto uccidere gli immigrati (ritenuti colpevoli di spacciare droga senza pagare la tangente al clan) uno alla volta. Panaro concorda: a suo avviso, gli africani sarebbero dovuti sparire uno dopo l'altro in fondo al fiume Volturno: «Lo sai come lo doveva fare questo fatto lui? Prendeva la macchina, prendeva tre guaglioni, quattro di questi nella macchina; andavano fuori là, prendeva a uno con i capelli, lo buttava nella macchina e se lo portavano, il compagno nero... Lo prendeva con la testa e lo metteva nel cium (fiume, ndr) e poi il giorno appresso andava la e ne prendeva un altro. Ti faccio vedere io come...».

L'ala stragista dei Casalesi, guidata da Setola ma legata alla fazione guidata da Francesco Bidognetti, detto «Cicciotto 'e mezanotte» in pochi mesi attuò una vera e propria strategia del terrore nei confronti di testimoni di giustizia, imprenditori, congiunti di collaboratori di giustizia e commercianti. È anche ritenuta responsabile della strage degli immigrati africani di CastelVolturno.

Le indagini di carabinieri e Dda si sono avvalse anche delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra i quali Oreste Spagnuolo, Gaetano Vassallo, Salvatore Fasano, Francesco Diana, Luigi Tartarone e Massimo Amatrudi.

Luigi Russo è accusato di aver fornito in diverse occasioni ospitalità, nel proprio albergo, l'hotel "Flag" della località 'Varcaturo', tra Castel Volturno e Giugliano, agli elementi di spicco dell'ala stragista ed in particolare allo stesso Setola, a Raffaele Bidognetti, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo.

L'albergo, secondo le risultanze delle indagini dei carabinieri e della Dda, fu in più occasioni utilizzato non solo come alloggio ma anche come luogo d'incontro di affiliati alla cosca con imprenditori sottoposti ad attività estorsive nonchè per nascondere auto e moto utilizzate in omicidi ed attentati.

I provvedimenti della magistratura napoletana sono stati adottati a conclusione di un approfondimento dell' attività investigativa, in base alla quale l'8 novembre scorso furono emesse ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altri tredici fiancheggiatori del gruppo di fuoco di Giuseppe Setola.

Gli sms della fidanzata - «Di ke mi devo rendere conto? Ke stai diventando un cam... uguale a lui? È una storia ke nn finirà mai, se nn c'è lui c'è la moglie e la figlia, mi sn rotta le palle». È il messaggio che la fidanzata inviò a Luigi Martino, arrestato oggi per associazione camorristica nell'ambito di un'inchiesta sul clan dei Casalesi, nel gennaio del 2009, pochi giorni prima che il latitante Giuseppe Setola fosse arrestato a Mignano Montelungo.

Martino, cugino della moglie di Setola, negli ultimi tempi era diventato il guardaspalle dell'assassino che per lasciare il carcere si era finto cieco. Ciò tuttavia non faceva piacere alla fidanzata, di nome Amalia, che più volte cercò di convincerlo a non avere più rapporti con il killer fuggiasco. Secondo Amalia, la vita del fidanzato era ormai gestita da Setola, che definisce «una persona che non si può comandare la vita sua». «Domani mattina - lo avverte in una telefonata - vengo pure a casa tua e lo vengo a dire a tua mamma, vediamo se questa storia la si fa finita».

Con un altro messaggio, Luigi Martino cerca di tranquillizzare la ragazza: «Io non diventerò mai come dici x amor tuo, almeno su questo credimi». Lei lo mette di fronte a un aut aut: «Se ti chiedesse di scegliere tra me e loro per sempre cosa faresti?». Martino: «Scelgo te». Amalia temeva l'arresto del fidanzato: il timore si è avverato ieri.

L'altra ordinanza, come detto, è stata notificata a Luigi Russo, compagno di Margaret Florence Perham proprietaria del 50 per cento della discoteca «Divino» di Agnano, dove lo scorso 14 febbraio Lele Mora è stato special guest a una festa. Alcune riprese dell'evento sono state trasmesse dalla trasmissione «Anno zero».

lunedì 14 febbraio 2011

Casalesi, sventato agguato contro la pentita Carrino: è la ex di Bidognetti

CASERTA - Era nascosta a Chiavari, sotto protezione per le rivelazioni con cui aveva contribuito a infliggere un duro colpo al clan Bidognetti. Anna Carrino, ex di Francesco Bidognetti, capo del clan dei Casalesi insieme a Francesco Schiavone , è stata trasferita in una nuova località segreta dopo che le forze dell'ordine hanno sventato un agguato nei suoi confronti.

La notizia del fallito agguato e del trasferimento, avvenuto nei mesi scorsi, è riportata oggi da Il Secolo XIX. Secondo il quotidiano, Anna Carrino, collaboratrice di giustizia dal 2007, avrebbe ricevuto minacce telefoniche.

I camorristi, secondo gli accertamenti disposti dall'Antimafia, erano addirittura pronti a usare dell'esplosivo per tappare la bocca alla donna, le cui rivelazioni hanno portato all'arresto, lo scorso giugno, di 14 persone affiliate al clan Bidognetti.

Droga, scoperta centrale smistamento

nel Casertano: 15 persone arrestate

CASERTA - Un vasto traffico internazionale di droga, in particolare eroina e cocaina, è stato scoperto grazie a un'indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e svolta dai carabinieri della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere (Caserta).


L' operazione ha condotto a 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere, che i militari stanno eseguendo dalle prime ore di questa mattina. L'indagine ha permesso di scoprire un gruppo criminale composto da italiani e stranieri, dediti alla gestione di un vasto traffico di eroina e cocaina che, partendo dal Ghana e attraversando le città di Amsterdam, Milano e Roma, giungeva fino al litorale domitio, in provincia di Caserta, dove veniva lavorata.

La droga veniva poi spacciata, oltre che in zona, anche a Latina, Frosinone, Vicenza, Ascoli Piceno e Teramo.

lunedì 22 novembre 2010

Casalesi, caccia nelle fogne a Zagaria

Il superboss è ancora primula rossa

CASERTA (20 novembre) - Strada transennata, perforatrici che scavano ininterrottamente muri e pavimenti, agenti che ispezionano il sottosuolo. Alcune decine di agenti della squadra mobile di Napoli - gli uomini dello stesso ufficio l'altro giorno hanno arrestato Antonio Iovine del clan dei Casalesi - hanno ispezionato anche un tratto della condotta fognaria.


Sono più di 24 ore che è iniziata l'ennesima operazione per scovare e stringere le manette ai polsi a Michele Zagaria, 52 anni, il boss del clan dei Calasesi che resta forse l'ultimo pezzo da novanta dell'organizzazione ancora da assicurare alla giustizia, dopo la cattura mercoledì scorso di Antonio Iovine, detto 'o Ninnò. Gli investigatori non confermano che tutta questa intensa attività di ricerca cominciata ieri pomeriggio sia finalizzata proprio alla cattura di Zagaria, tuttavia per la tenacia e lo spiegamento di forze nessuno ormai dubita che l'obiettivo sia proprio lui, 'Capastorta', come è soprannominato il boss, considerato dagli inquirenti il re del cemento per gli affari milionari che gestisce nel settore.

Le ricerche sono concentrate in via Magenta, ad Aversa, popoloso centro del Casertano che, per quanto riguarda gli assetti della criminalità, rientra nell'orbita dei Casalesi. Se le ricerche venissero coronate da successo, sarebbe l'ennesima conferma che i boss si nascondono tutti nel loro territorio, dove godono di appoggi e coperture e dove sono in grado di imporre la legge dell'omertà.

Si ritiene che Zagaria possa essersi nascosto nel sottosuolo dello stabile che ospita un outlet di abbigliamento per bambini dove un pannello mobile dava accesso ad un condotto nel sottosuolo, poi rivelatosi senza sbocco. Le ricerche sono state estese alle fogne, mentre un tratto del centro storico di Aversa è stato transennato ed interdetto alla circolazione. Sul luogo gli uomini delle squadre mobili di Napoli e di Caserta con Vittorio Pisani, il dirigente della Mobile partenopea che ha diretto le indagini che hanno condotto alla cattura di Iovine.

È probabile che gli inquirenti abbiano raccolto, da un'intercettazione o da una fonte confidenziale, la certezza che il latitante venga nascosto dal proprietario del locale, sospettato evidentemente di essere un fiancheggiatore come Marco Borrata, il muratore incensurato nella cui casa a Casal di Principe è stato individuato Iovine. Muri e pavimenti sono stati sfondati sia a pianoterra, dove c'è il negozio, sia al primo piano dove abita il proprietario con la famiglia.

giovedì 4 novembre 2010

Casalesi, cinque arresti nel Casertano per l'omicidio Lubrano del 2002

CASERTA (4 novembre) - I carabinieri del reparto Operativo di Caserta hanno eseguito questa mattina cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della DDA partenopea , nei confronti di altrettante persone, considerate dagli investigatori appartenenti al gruppo di fuoco della fazione del clan dei Casalesi guidata da Francesco Schiavone, detto «Sandokan».


Destinatari dei provvedimenti sono Vincenzo Schiavone, di 31 anni, Nicola Panaro, di 42 anni, Vito Lo Massimo, di 39 anni, Mario Mauro di 35 e Franco Bianco di 39 anni. Per tutti l'accusa è di concorso nell'omicidio di Raffaele Lubrano, ucciso nel novembre di 8 anni fa.

Lubrano, imprenditore ma anche autore di poesie, con numerosi riconoscimenti come poeta a livello nazionale, era imparentato con la famiglia Nuvoletta di Marano di Napoli, a sua volta legata ai Corleonesi di Totò Riina in quanto aveva sposato la figlia di Lorenzo Nuvoletta, capo storico dell'omonimo clan.

L'agguato a Raffaele Lubrano, figlio di Vincenzo, quest'ultimo ritenuto il capo della cosca Lubrano-Ligato, che operava tra Pignataro Maggiore e zone limitrofe, avvenne del piccolo centro agricolo del casertano, mentre l'uomo era alla guida di un fuoristrada.

L'agguato fu deciso dalla famiglia Schiavone - hanno spiegato gli investigatori - per riaffermare la supremazia dei Casalesi nella zona di Pignataro Maggiore e dell'intero agro Caleno, in un periodo in cui le organizzazioni criminali controllavano, tra l'altro, l'attività dei conferimenti di pesche e pomodori in sovraproduzione all'AIMA, dando vita vita a truffe milionarie alla Comunità Europea.

Il clan Lubrano-Ligato aveva cercato di ritagliarsi autonomi spazi nell'area da sempre controllata dai Casalesi, che decisero, dunque, di riappropiarsi della supremazia nella zona.