venerdì 13 agosto 2010

Santa Tecla. Confermate le misure restrittive per i fratelli Straface


Santa Tecla. Confermate le misure
restrittive per i fratelli Straface


Reggono le accuse nei confronti dei fratelli del sindaco di Corigliano. Il Riesame rigetta le richieste dei difensori per l’operazione Santa Tecla

13/08/2010 Resteranno detenuti Mario e Franco Straface arrestati nelle settimane scorse nel corso dell’operazione 'Santa Tecla' contro le cosche della 'ndrangheta di Corigliano Calabro (Cs). Lo hanno deciso i giudici del tribunale della libertà di Catanzaro, che hanno rigettato l’istanza di scarcerazione avanzata dai legali dei due fratelli.
I due imprenditori, fratelli del sindaco di Corigliano, Pasqualina Straface, che è estranea all’indagine, sono accusati di un’estorsione compiuta nell’ambito della realizzazione di un villaggio turistico in localita Thurio. In particolare, secondo l'accusa, il titolare della società che stava realizzando la struttura sarebbe stato costretto da Maurizio Barilari, ritenuto il capo della cosca di Corigliano, ad affidare un appalto milionario, prima per la sola fornitura del cemento e poi per tutta l’opera, alla Straface Srl di Mario e Franco. I due imprenditori avrebbero poi scelto le imprese subappaltatrici che hanno fatturato alla ditta Straface importi non dovuti grazie ai quali sono stati creati fondi neri girati poi alla cosca. Secondo l’accusa, i fratelli Straface, con l’appoggio dei vertici della cosca, avrebbero imposto all’imprenditore condizioni economiche tali da determinare un aggravio di spesa superiore al 20% dell’importo dei lavori.
Richiesta accolta invece per la polacca Magdalena Dudek (nel riquadro), convivente di Franco Straface, ritenuta ai vertici di una ditta di pulizie che il clan, secondo l’antimafia, imponeva alle imprese del centro jonico. La donna era stata raggiunta da una misura restrittiva ai domiciliarima da ieri è libera.

giovedì 12 agosto 2010

Estradato il boss Falsone


Estradato il boss Falsone
MISURE DI SICUREZZA STRAORDINARIE per il trasferimento in Italia dell’ex primula rossa

Tra un imponente servizio di sicurezza la Gendarmeria francese ha consegnato alla Polizia di Frontiera di Ventimiglia, Giuseppe Falsone, il presunto boss di Campobello di Licata, arrestato lo scorso 25 giugno nel centro di Marsiglia, dalle Squadre Mobili di Agrigento e Palermo, dallo Sco e la collaborazione dei poliziotti transalpini.
L'ex numero uno di Cosa nostra Agrigentina è stato preso in consegna dalle autorità italiane, dopo aver oltrepassato la frontiera di Ventimiglia.
Davvero impressionante il servizio di sicurezza adottato per l'estradizione: sessanta poliziotti armati di tutto punto, un'unità cinofila, un reparto dei Nocs, il gruppo speciale della Polizia di Stato e dall'alto un elicottero.



Poi ancora una ventina tra agenti della Polizia Penitenziaria e altrettanti della Gendarmeria francese. Faccia tranquilla e senza alcun segno di nervosismo, portato all'interno del Commissariato di frontiera, Falsone ha svolto tutte le operazioni di rito: il fotosegnalamento, le impronte digitali e la dichiarazione di generalità, (ancora una volta ha riferito di chiamarsi Giuseppe Sanfilippo Frittola, di Catania, vittima di un clamoroso errore di persona, poi rimasto seduto su una sedia per alcune ore, ha atteso con serenità all'interno dei locali del posto di Polizia, il trasferimento nel carcere di Sanremo (ironia della sorte, la città dove si canta).
Nella casa circondariale ligure il campobellese ci dovrebbe restare per alcuni giorni, forse due settimane, in attesa del definitivo trasferimento in un carcere di massima sicurezza. Più probabile che venga rinchiuso a Milano, nella struttura di Opera o a Pavia, dove la locale casa circondariale risponde alle esigenze di un carcere di massima sicurezza.
Sulla destinazione finale decideranno i giudici della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che stanno coordinando tutte le operazioni.
Al momento, Falsone non sarà sottoposto al regime del 41 bis. Ma non ci sarà molto da attendere, infatti, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano è pronto a firmare il provvedimento.
Già oggi stesso incontrerà il suo avvocato, Giovanni Castronovo, nominato alcune settimane dopo l'arresto. Dopo l'estradizione dell'ex primula rossa, nei prossimi giorni gli investigatori italiani riceveranno dalle autorità francesi tutta la documentazione sequestrata all'interno dell'appartamento francese.
Si cercherà di individuare i possibili fiancheggiatori che hanno coperto ed aiutato l'ex capo di Cosa nostra della provincia di Agrigento, durante il periodo della latitanza, favorendo successivamente la fuga in Francia.
Sia i magistrati francesi, che quelli italiani vogliono capire, se l'ex primula rossa ha commesso altri reati in territorio straniero. Su eventuali roccaforti della mafia a Marsiglia stanno indagando un pool di poliziotti transalpini e italiani, raccogliendo anzitutto i dati trovati nel covo marsigliese, computer, cellulare, documenti e non solo. Nell'elegante monolocale situato in una via "bene" di Marsiglia, il Boulevard Notre Dame, il capo di Cosa nostra agrigentina e si era munito di diverse apparecchiature informatiche. Falsone, detto "Ling Ling", era latitante dal 1999 ed era inserito nell'elenco del Ministero dell'Interno dei trenta ricercati più pericolosi, non solo per quanto è testimoniato dal suo dossier ricco di precedenti penali, tra i quali una condanna all'ergastolo, ma anche per le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia.
Le indagini della Squadra Mobile di Agrigento hanno accertato come Falsone sia stato l'attuale reggente di Cosa nostra della provincia di Agrigento e capo della famiglia mafiosa di Campobello di Licata, fino al giorno dell'arresto avvenuto nel cuore di Marsiglia, dove si era trasferito almeno da un anno.
Falsone, è stato condannato all'ergastolo in contumacia nel 2004, ora lo aspettano altri processi per associazione mafiosa e omicidi, e altri reati.
Antonino Ravanà

Latitante affiliato alla camorra napoletana arrestato a Cetraro


Latitante affiliato alla camorra
napoletana arrestato a Cetraro


Era ricercato con le accuse di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di violazione della legge delle armi

12/08/2010 E' finito in manette Alfredo Vigilia, 43 anni, ritenuto elemento di spicco del clan "Grimaldi", operante nel napoletano, ed arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli la scorsa notte a Cetraro, in provincia di Cosenza, dopo un rocambolesco inseguimento.
Lo scorso 2 luglio a finire in manette erano stati Giovanni Grimaldi, 67 anni, ritenuto il reggente del clan, ed il genero, Francesco Vigilia, 38enne, affiliato alla cosca, scovati dai carabinieri in un seminterrato del quartiere di Pianura a Napoli. Alfredo Vigilia era sfuggito alla cattura il 19 maggio 2010, ed era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del Riesame per associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e violazione alla legge sulle armi. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Dda partenopea, i militari dell’Arma avevano identificato capi e gregari del clan, documentato una scissione per il controllo delle «piazze di spaccio», ricostruito traffici di cocaina tra Napoli e Rimini per conto del clan Grimaldi».
Nel corso dell’operazione sono stati arrestati per favoreggiamento personale due napoletani che hanno garantito supporto logistico a Vigilia.

mercoledì 11 agosto 2010

Pitone per custodire droga:12 fermi


Pitone per custodire droga:12 fermi

Animale tenuto a digiuno attacca agenti

Un pericolosissimo pitone albino di tre metri per nascondere la cocaina e minacciare i clienti che non rispettavano i pagamenti. Questo lo "strumento" usato da un gruppo di 12 spacciatori arrestati a Roma dalla Guardia di Finanza. Cinque chili di coca sequestrati. L'animale veniva tenuto digiuno per svilupparne l'aggressività e essere utilizzato come "deterrente" per i clienti che non pagavano. Per catturare l'animale è intervenuta la Forestale.

L'operazione "Shyla connection" ha permesso di smantellare l'associazione criminale: il blitz delle Fiamme Gialle è scattato quando sei dei membri dell'organizzazione, intercettati e pedinati, si sono riuniti in uno degli immobili nella loro disponibilità per preparare la sostanza da spacciare.

Le successive perquisizioni hanno permesso di rinvenire non solo lo stupefacente già pronto per essere immesso sul mercato laziale unitamente a tutta la strumentazione utilizzata dalla banda per la preparazione dello stesso ma anche diverse pistole e proiettili di vario calibro, verosimilmente strumentali alla commissione dell'illecita attività.

I Finanzieri hanno rinvenuto un pericoloso "pitone albino" di circa 3 metri, in stato di liberta, che è stato sequestrato ed affidato alle cure veterinarie degli esperti del BioParco di Roma che vista la rarità della specie ha manifestato la disponibilità ad "ospitare" il serpente che si trova nel rettilario dello stesso Bio Parco.

Il pericoloso rettile oltre ad essere un eccellente nascondiglio per le sostanze stupefacenti (infatti, sotto il suo corpo sono stati rinvenuti circa 200 grammi di cocaina purissima) fungeva anche da deterrente per le forze dell'ordine e mezzo di "convinzione" per ottenere i pagamenti richiesti ai potenziali acquirenti delle sostanze

Mafia, estradato dalla Francia boss agrigentino Falsone


Mafia, estradato dalla Francia boss agrigentino Falsone

E' stato estradato in Italia Giuseppe Falsone, boss ritenuto il capo della mafia nell'Agrigentino, arrestato lo scorso 10 giugno a Marsiglia.


Lo riferisce una nota della polizia
Falsone, 40 anni, già condannato all'ergastolo in contumacia nel 2004, era ricercato da 11 anni con le accuse di associazione di stampo mafioso, omicidi e traffico internazionale di droga ed era comparso il mese scorso davanti alla Corte d'Appello di Aix-en-Provence, che ne aveva deciso l'estradizione.

Ex "latitante eccellente" della mafia agrigentina, Falsone oggi è stato consegnato alle autorità di polizia italiane dalla gendarmeria francese, subito dopo aver oltrepassato la frontiera di Ventimiglia; ad attenderlo, dice la polizia, è un carcere di massima sicurezza italiano.

Giuseppe Falsone, detto "Ling Ling", latitante dal 99 al giugno del 2010 e inserito nell'elenco del ministero dell'Interno dei 30 ricercati più pericolosi, è considerato un personaggio di spicco della criminalità organizzata, non solo per i precedenti penali, ma anche per le dichiarazione di numerosi collaboratori di giustizia. E' considerato l'attuale reggente di "Cosa Nostra" della provincia di Agrigento, nonché capo della famiglia mafiosa di Campobello di Licata.

L'11 aprile del 2006, ricorda ancora la polizia, in occasione della cattura di Bernardo Provenzano, nel covo di "Montagna dei Cavalli" furono rinvenute delle lettere che, per stile e contenuto, sono state chiaramente attribuite a Falsone.

La sua ascesa criminale fu irrimediabilmente segnata dall'uccisione del padre e del fratello maggiore, nella contesa tra mafiosi e stiddari che insanguinò, negli anni 90, il territorio dell'Agrigentino e del nisseno.

Il boss Falsone sarà estradato in Italia


Il boss Falsone sarà estradato in Italia

AGRIGENTO - La Corte di Cassazione francese ha rigettato il ricorso proposto dai legali di Giuseppe Falsone, l'ex numero uno di Cosa Nostra agrigentina, ordinando la sua immediata estradizione in Italia. Il boss, arrestato a giugno scorso, sostiene di chiamarsi Giuseppe Sanfillo Frittola, di essere catanese e di non avere nulla a che fare con la mafia.

Secondo i giudici, invece, nonostante le diverse sembianze, dovute per gli inquirenti a una plastica facciale, non vi sono dubbi che la persona finita in manette a Marsiglia a fine giugno sia Falsone e, visto che la procedura seguita dai magistrati francesi, sarebbe corretta, il boss verrà estradato. È probabile che il capomafia possa rientrare in Italia fra il 30 agosto e il primo settembre.

Gli avvocati di Falsone, il legale francese Caroline Bremond e Giovanni Castronovo, che lo difenderà in Italia, stanno valutando la possibilità di proporre ricorso alla Corte di giustizia europea di Strasburgo, ricorso che tuttavia non blocca la procedura di estradizione.

L'impugnazione sarebbe presentabile perché Falsone aveva chiesto un supplemento istruttorio che non gli è stato concesso e dunque, secondo la difesa, non avrebbe avuto la possibilità di dimostrare compiutamente che c'è stato un errore di persona.

DETENUTO IN FRANCIA. La Corte di Giustizia europea ha rigettato il ricorso dell'ex primula rossa Estradizione per Falsone


iL SUPERBOSS GIUSEPPE FALSONE


La Francia si prepara a consegnare alle autorità giudiziarie italiane, l'ex numero uno di Cosa Nostra agrigentina, Giuseppe Falsone, catturato e rinchiuso dal 25 giugno scorso nel carcere di massima sicurezza di Luynes, Aix-en Provenza. La Corte di Cassazione francese ha respinto il ricorso dei legali dell'ex primula rossa di Campobello di Licata, ordinandone l'immediata estradizione in Italia. Il boss ha sostenuto di essere catanese, e di non avere nulla a che fare con la mafia. «Il mio nome è Giuseppe Sanfilippo Fridola, ha detto ai giudici transalpini. Sono in Francia per lavorare. Io sono una persona onesta. Ho fatto male a nessuno, né qui né in Italia».
Un confronto tra le sue impronte digitali con quelle custodite nella banca dati, attuata dal Viminale su una lista delle persone più ricercate, aveva tolto ogni dubbio circa l'identità dell'uomo che si presenta come «rivenditore all'ingrosso».
Secondo i giudici, invece, nonostante le diverse sembianze, dovute per gli inquirenti a una plastica facciale, non vi sono dubbi che la persona finita in manette a Marsiglia a fine giugno sia Falsone e, visto che la procedura seguita dai magistrati francesi, sarebbe corretta, il boss verrà estradato. Il procuratore generale della Corte d'appello, già nella giornata di ieri, ha notificato a Falsone le due sentenze della Corte di Cassazione, che ha respinto i ricorsi. Tutti gli ostacoli legali sono ora rimossi per il ritorno del campobellese in Italia. Gli avvocati di Falsone, il legale francese Caroline Bremond e Giovanni Castronovo, che lo difenderà in Italia, stanno valutando la possibilità di proporre ricorso alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo, ricorso che tuttavia non blocca la procedura di estradizione. L'impugnazione sarebbe presentabile perché Falsone aveva chiesto un supplemento istruttorio che non gli è stato concesso e dunque, secondo la difesa, non avrebbe avuto la possibilità di dimostrare compiutamente che c'è stato un errore di persona. Già, forse oggi stesso Falsone potrebbe lasciare il carcere francese, per essere consegnato alla polizia italiana. Al capomafia verranno notificate tutte le ordinanze di carcerazione dalla polizia di frontiera di Ventimiglia, in provincia di Imperia. Una volta in Italia, verrà poi trasferito presso il carcere di Sanremo. Falsone è stato arrestato dalla Squadra Mobile di Agrigento unitamente ai poliziotti francesi, sotto un condominio di Notre-Dame Boulevard, nel cuore di Marsiglia, dove si era trasferito da circa un anno. Nei giorni scorsi si è visto già notificare due sentenze italiane: una prima del 22 marzo 2003, che l'ha condannato alla prigione in perpetuo per omicidio e detenzione d'arma, una seconda del 18 novembre 2006 con la condanna a 12 anni e mezzo di prigione per partecipazione a organizzazione criminale di tipo mafioso e spostamento fraudolento di valori per fatti commessi tra il 1997 e il 2003.

Antonino Ravanà

Oppido Mamertina: confiscati beni ai Mazzagatti


Oppido Mamertina: confiscati beni ai Mazzagatti
per un valore di venti milioni di euro


Preso di mira il patrimonio aziendle della famiglia Mazzagatti che ha esteso le aziende ed attività anche in provincia di Catanzaro, grazie all’alleanza con elementi delle famiglia Arena

11/08/2010 La Guardia di Finanza del comando provinciale di Reggio Calabria ha eseguito un decreto di confisca di beni riconducibili alla famiglia Mazzagatti di Oppido Mamertina. Il valore della confisca ammonta a 20 milioni di euro.
Il provvedimento riguarda alcune aziende: Tra.Co.Cem con sede legale a Maida (Catanzaro); Tra.Re.C. s.rl., con sede operativa sempre a Maida; C.M.G. s.r.l e la ditta individuale «Caterina Misale», entrambe con sede legale ed operativa ad Oppido Mamertina.
Con il decreto di confisca, emesso dal tribunale di Reggio Calabria, è stata «riscontrata la validità e l’efficacia degli elementi acquisiti al fine di mettere in luce le infiltrazioni economiche ed imprenditoriali poste in essere dai Mazzagatti che hanno esteso le loro aziende ed attività anche in provincia di Catanzaro, grazie all’alleanza con elementi delle famiglia Arena operanti in quel territorio».
La Guardia di finanza della compagnia di Palmi, fin dal 2007, ha focalizzato l’attività imprenditoriale della famiglia Mazzagatti – Rustico, avviata da Giuseppe Mazzagatti, 78 anni. In quel contesto venne inoltrata la richiesta di applicazione della misura del sequestro di imprese, società ed immobili nella diretta disponibilità dello stesso nucleo residente ad Oppido Mamertina e la sospensione temporanea di stabilimenti di produzione e distribuzione di materiale cementizio, operanti su tutto il territorio regionale, riconducibili ad una nota azienda nazionale. Contestualmente i Carabinieri di Oppido Mamertina hanno eseguito una decina di misure preventive personali a carico di appartenenti all’entourage dei Mazzagatti, indicati soggetti in odor di mafia. Le indagini hanno accertato che il gruppo Mazzagatti - Rustico, approfittando della forza intimidatrice derivante dal fatto di essere una consorteria criminale di stampo 'ndranghetistico presente sul territorio con propri esponenti, nonchè avvalendosi di uno speciale rapporto fiduciario intercorrente con gli stabilimenti calabresi dell’Italcementi S.p.A., si fosse progressivamente affermato nel campo dell’imprenditoria. Ed in questa, in particolare, nel settore della commercializzazione del cemento.

MAFIA NEWS NOTIZIE





Confisca da mezzo milione
a imprenditore agrigentino


Eseguita dalla Dia nei confronti di Pasquale Vella 47 anni. Secondo gli inquirenti avrebbe gestito un vasto giro di estorsioni per la mafia


PALERMO. La Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ed Agrigento ha confiscato beni per un valore di oltre 500 mila euro all'imprenditore agrigentino Pasquale Vella, 47 anni, originario di Raffadali, indiziato di associazione mafiosa.
Secondo gli inquirenti, avrebbe gestito il racket delle estorsioni per Cosa nostra in diversi comuni dell'agrigentino. La confisca, disposta dal tribunale di Agrigento, riguarda diversi appezzamenti di terreno.

Augusta, sgominata una banda di spacciatori: 6 arresti

L'operazione, denominata Iblea, è stgata eseguita dai carabinieri. Le indagini partite nel 2009 da Melilli e Lentini


AUGUSTA. Sei persone, che apparterrebbero a una banda di spacciatori, sono state arrestate dai carabinieri ad Augusta, in provincia di Siracusa. Gli arrestati, tra i quali una donna, sono Santo e Luigi Proto, Emanuele Panetti, Francesco Scrofani, Tiziana Castiglia e Sebastiano Marco Di Mauro. Sono accusati di produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Secondo quanto accertato l'organizzazione spacciava a Melilli e Lentini. L'operazione "Iblea" fa seguito ad una precedente operazione denominata "Drugchannel". Le indagini, cominciate nel 2009, si sono avvalse di intercettazioni telefoniche ed ambientali. Sono stati sequestrati diversi quantitativi di eroina e cocaina.

Santo Stefano di Camastra,
sequestrati beni a un boss


Sigilli a tre appartamenti, un garage ed un bar riconducibili a Giuseppe Presti, nel centro storico della cittadina messinese

SANTO STEFANO CAMASTRA. Il Gico della Guardia di Finanza di Messina ha sequestrato tre appartamenti, un garage ed un bar nel centro storico di Santo Stefano di Camastra ricollegabili a Giuseppe Presti, detto Barbarossa.
E' accusato di appartenere al clan mafioso Tamburello di Mistretta. E' stato coinvolto nelle operazioni antimafia Romanza e Mare Nostrum del 2003 e 2006 ed è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel 1998.

Napoli, il Faito monte della marijuana


Napoli, il Faito monte della marijuana
Piantagioni nei boschi gestite dai clan


Nascosti nei boschi alberi di cannabis alti anche tre metri e mezzo
Una produzione di droga che evita l'importazione dall'estero


di Francesco Fusco

CASTELLAMMARE (11 agosto) - Venti tonnellate di canapa sequestrate, 50 spacciatori arrestati nella sola Castellammare, un centinaio di denunce e segnalazioni nei confronti di giovani assuntori. Sono i dati relativi alle operazioni antidroga effettuate dalle forze dell’ordine negli ultimi 12 mesi nei comuni dell’area stabiese, dove è particolarmente diffuso il fenomeno della coltivazione di marijuana.

Castellammare, Gragnano, Casola di Napoli e Lettere: è questo il quadrilatero della droga, sul quale continuano a essere focalizzate le attenzioni delle forze dell’ordine. Un business da capogiro, che secondo le forze dell’ordine sarebbe gestito direttamente da spacciatori insospettabili (spesso contadini) al soldo dei clan camorristici locali.
I dati forniti dalle forze dell’ordine parlano chiaro: soltanto nei mesi di luglio e in questa prima parte di agosto, nel ribattezzato “quadrilatero della cannabis” sono state sequestrate circa 30 piantagioni, per un peso di 5 tonnellate.

Se a queste si aggiungono i dati 2009, la marijuana distrutta nelle boscaglie stabiesi sale a 20 tonnellate. Si tratta senz’ombra di dubbio di un ingente quantitativo che una volta messo sul mercato, avrebbe fruttato alla malavita qualcosa come 3 milioni di euro. Soldi sottratti alle casse dei clan stabiesi, napoletani ma soprattutto torresi. A Torre Annunziata, infatti, avviene ancora la maggior parte della vendita di cannabis, e un esempio è rappresentato proprio dall’arresto di un pregiudicato oplontino avvenuto pochi giorni fa a Gragnano. Nell’auto del 32enne furono trovati 530 grammi di marijuana acquistata proprio sui Lattari e pronta per essere venduta sul mercato torrese.

Intanto ieri pomeriggio c’è stato un nuovo sequestro che ha interessato ancora il versante stabiese del Faito. Qui i carabinieri agli ordini del capitano Giuseppe Mazzullo e del tenente Andrea Minella, hanno trovato in un’area demaniale altre 70 piante, di altezza variabile tra i 2,5 e i 3,5 metri. La droga, del peso complessivo di 150 chilogrammi, è stata distrutta.

martedì 10 agosto 2010

Bari, polizia arresta capo clan



Bari, polizia arresta capo clan

Domenico Conte tra boss più pericolosi
E' stato arrestato dalla Polizia di Stato di Bari il boss Domenico Conte, 40 anni, capo dell'omonimo clan di Bitonto e protagonista della guerra col clan rivale Cipriano. Con questo la Polizia conclude tre operazioni ravvicinate. In poco più di una settimana gli agenti hanno sgominato il clan Cipriano, hanno scovato e sequestrato l'arsenale del clan Conte, arrestato la custode e raggiunto uno dei più pericolosi boss del Barese.

Domenico Conte, che si trovava in regime di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Bitonto, avrebbe più volte violato gli obblighi e le prescrizioni e per questo è stato arrestato in esecuzione del provvedimento di custodia cautelare emesso dal gip di Bari su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia.

Secondo gli investigatori, il presunto capoclan avrebbe violato le prescrizioni imposte proprio per la necessità di continuare a delinquere e mantenere il controllo del territorio anche rispetto all'offensiva lanciata alla sua cosca dal nuovo gruppo criminale emergente dei Cipriano. E' all'interno di questa faida che secondo gli inquirenti si sarebbero consumati i due ultimi omicidi avvenuti a Bitonto: il 2 luglio scorso in un agguato è stato ucciso Michele Elia, ritenuto vicino al clan Conte.

La risposta di quest'ultimo clan non si era fatta attendere e il 4 agosto scorso è stato assassinato Michele Cipriano. Lo stesso Conte era stato vittima di un ferimento a marzo. Una sorta di avvertimento che poi avrebbe avuto, qualche mese dopo, l'escalation di sangue che si è registrata.
Anche per questo motivo (oltre che per monitorare l'eventuale arrivo delle forze dell'ordine), Domenico Conte aveva attrezzato la sua abitazione di un sosfisticato sistema di videosorveglienza che gli consentiva di monitorare le vie di accesso alla sua abitazione e l'interno della stessa semplicemente collegandosi con un pc dovunque egli si trovasse.

Il 30 luglio undici persone del clan Cipriano erano finite in manette. Tra le accuse reati legati allo spaccio di droga e l'utilizzo di pusher minorenni.



La polizia ha arrestato questa mattina Domenico Conte, 40 anni, considerato a capo dell’omonimo clan di Bitonto protagonista della faida con i Cipriano, colpiti a fine luglio dall’operazione Sylos. Dopo i due omicidi in un’ora di una settimana fa e il sequestro di un arsenale ritenuto nella disponibilità del clan Conte, sono scattare la manette per quello che gli investigatori ritengono uno dei più pericolosi boss del barese.

All’indomani degli omicidi di Luigi Cannone a Capurso e di Michele Cipriano a Bitonto il prefetto aveva lanciato l’allarme: “La situazione è grave e molto preoccupante l´omicidio di Capurso è in realtà riconducibile ai clan di Valenzano. L´hinterland risente dell´afflusso criminale del capoluogo”.

Poi c’era stato il ritrovamento delle armi proprio nelle campagne di Capurso e Bitonto. Quattro pistole, nove fucili e trecento munizioni di vario calibro. Armi pronte ad uccidere ancora.

Prima degli omicidi della scorsa settimana c’era stato quello di Michele Elia…

Michele Cipriano e Luigi Cannone infatti erano esponenti di spicco del clan Cipriano, costola bitontina degli Strisciuglio, e del clan Stramaglia legato invece a Valenzano ai Parisi. Ad un mese esatto dall’ omicidio di Michele Elia, luogotenente del clan Valentini-Semiraro, ucciso sulla provinciale 231 di Bitonto, è arrivata ieri la risposta a colpi di pistola. I killer hanno atteso sotto casa in piazza Minerva Michele Cipriano, sorvegliato speciale di 36 anni e, mentre l’ uomo si dirigeva come ogni mattina verso la sua moto in un vicolo cieco, Corte dei Gelsi, gli hanno scaricato addosso undici colpi calibro 9. Cipriano, pluripregiudicato, era legato all’ omonimo clan indebolito però, appena sei giorni fa, da undici arresti. Il delitto rientrerebbe nella guerra tra i Cipriano e i Conte per il controllo del mercato della droga, un regolamento di conti dunque pagato con il sangue. (archivio la Repubblica).

Tre morti ammazzati e sette feriti in sette mesi. Lo spaccio di droga sarebbe la prima ragione degli scontri. In occasione degli arresti nel clan Strisciuglio osservava il procuratore Laudati:

“A Bitonto c’è stata la delocalizzazione dello spaccio con il progressivo aumento della pressione investigativa a Bari sul clan Strisciuglio lì dal 2000 ci sono stati 11 omicidi, di questi cinque sono lupare bianche, i corpi non sono stati ritrovati. Da quando a fine 2008 Giacomo Valentino, garante del clan su Bitonto, ha iniziato a pentirsi ci sono stati continui fatti di sangue in quel comune e tante armi erano in giro, visti i sequestri fatti negli ultimi tempi.”

lunedì 9 agosto 2010

Omicidio a Cutro, Falcone ucciso e gettato nel torrente


Omicidio a Cutro, Falcone ucciso e gettato nel torrente

Riconosciuto da un tatuaggio Falcone, svanito nel nulla da due settimane. Il 27 luglio scorso era uscito per recarsi ad un appuntamento al ponticello sul torrente Puzzofieto, dove è stato poi ritrovato

09/08/2010 La conferma all'ipotesi secondo cui il cadavere saponificato, rinvenuto ieri mattina nel torrente Puzzofieto, fosse quello di Giancarlo Falcone, è arrivata anche dal riconoscimento della moglie di un tatuaggio sul corpo del marito.
Falcone era scomparso da casa il 27 luglio, a bordo di uno scooter; sarebbe entrato in un bar dove ha comprato sei lattine (quattro Cocacola e due thé freddi) ed è andato a un appuntamento al ponticello sul torrente Puzzofieto, lungo la strada interpoderale che conduce al depuratore, luogo in cui è stato ritrovato senza vita.
Qualcuno che conosceva Falcone deve averlo attirato in una trappola, poco distante da dove abitava, nella frazione San Leonardo, per crivellarlo di colpi di pistola calibro nove, forse mentre tentava di sfuggire all'agguato, e, dopo averlo finito, l'ha gettato nel torrente, il cui letto è ostruito da un canneto.
Falcone era già noto alle forze dell’ordine per episodi di furto e truffa, già sottoposto all'avviso orale. Numerose le ipotesi sul caso anche perché Falcone non è mai stato arrestato per mafia, anche se il padre della moglie è un cugino del presunto boss di San Leonardo, Alfonso Mannolo, ritenuto alla guida di un clan la cui “specialità”, secondo carte processuali, è il narcotraffico. Falcone lascia non solo la moglie Maria Zoffreo ma anche i suoi due figli, Giovanna, di 14 anni, e Saverio, di dieci.
Sequestrata l'area del ritrovamento per consentire ai vigili del fuoco della squadra speleo-fluviale di setacciare a menadito il torrente, alla ricerca di indizi. Lo stato in cui era il cadavere - in decomposizione, con il viso devastato da insetti, tutto gonfio, il colore della pelle tendente al bluastro - ispezionato dal medico legale Massimo Rizzo, non consente di stabilire con esattezza dove è stato raggiunto dai colpi. Sembra, comunque, che una raffica abbia preso Falcone al petto.
Intanto, la festa dell'emigrante in programma i prossimi 10 e 11 agosto è stata annullata.

MAFIA NEWS NOTIZIE



Altofonte, assegnata la scorta al sindaco

Lo ha deciso il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La scorsa settimana Vincenzo Di Girolamo aveva ricevuto una busta con dei prioiettili

PALERMO. Assegnata la scorta al sindaco di Altofonte, Vincenzo Di Girolamo.
È quanto stabilito oggi al termine della riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, cui hanno preso parte il procuratore generale Luigi Croce e il procuratore distrettuale antimafia Francesco Messineo, che si è svolta nei locali della Prefettura di Palermo.
Al primo cittadino del comune del capoluogo siciliano, la scorsa settimana era stata recapitata una busta contenente dei proiettili e un messaggio minatorio.

Madre del latitante in ospedale:
vana la trappola per catturarlo


Agenti della polizia in borghese hanno presidiato in lungo e in largo il San Giovanni di Dio di Agrigento, ma il ricercato Gerlandino Messina non si è presentato

AGRIGENTO. Tutti si aspettavano il suo arrivo in ospedale, il San Giovanni di Dio di Agrigento, dopo il ricovero della madre, soprattutto la polizia che accerchiato il nosocomio per catturarlo. Ma il latitante, Gerlandino Messina, diventato il numero uno di Cosa nostra della provincia agrigentina dopo la cattura di Giuseppe Falsone, non si è fatto assolutamente vivo. La madre è arrivata al pronto soccorso sabato sera, non stava bene, a quel punto agenti in borghese hanno presidiato in lungo e in largo la struttura sanitaria. Speravano nell'arrivo del figlio che però non si è presentato. Sono state anche perquisite le ambulanze, ma di Messina nessuna traccia.

Lettera con proiettile per il figlio
di Massimo Ciancimino


La missiva indirizzata al piccolo Vito Andrea, di cinque anni. Il padre, che doveva essere ascoltato oggi dai magistrati, ha definito una "vigliaccata" la vicenda


PALERMO. Una lettera con un proiettile di kalashnikov e minacce nei confronti del figlio di Massimo Ciancimino, Vito Andrea di cinque anni, è stata recapitata questa mattina nell'abitazione palermitana della famiglia Ciancimino. Nella missiva si legge: "Le colpe dei padri infami e traditori ricadranno sui figli. Lei e i suoi complici siete stati avvisati da troppo tempo. Lei e i suoi amici magistrati sarete la causa di tutto".
Massimo Ciancimino, che ha definito la vicenda una "vigliaccata", ha annunciato che non risponderà più alle domande dei magistrati e che intende ritirare dal commercio il suo libro "Don Vito".
Questa mattina il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito, doveva essere ascoltato dai magistrati della Procura di Palermo che stanno indagando sulla cosiddetta "trattativa" tra Cosa nostra e lo Stato.

'Ndrangheta, successo a Reggio per la prima serata di "Legalitalia 2010"


'Ndrangheta, successo a Reggio per la prima
serata di "Legalitalia 2010"


Presenti circa mille persone, che hanno più volte accompagnato con lunghi applausi gli interventi di Gratteri e Scopelliti

09/08/2010 Grande successo, ieri sera a Reggio Calabria, per l’apertura di «Legalitalia 2010 – 2° Premio Antonino Scopelliti», l’appuntamento annuale estivo dell’antimafia italiana, giunto alla quarta edizione, organizzato dai giovani del movimento antimafia 'Ammazzateci Tutti' e dalla Fondazione Antonino Scopelliti in memoria dell’omicidio dell’alto magistrato calabrese Antonino Scopelliti (nella foto) ucciso dalla mafia il 9 agosto 1991.
La prima serata delle manifestazioni ha visto sul palco di Piazza Duomo - da quattro anni sede dell’evento – il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri e la figlia del giudice Antonino Scopelliti, Rosanna, intervistati dal giornalista televisivo Michele Cucuzza.
Ad assistere alla conversazione - segnalano i promotori – erano presenti circa mille persone, che hanno più volte accompagnato con lunghi applausi gli interventi di Gratteri e Scopelliti. Questa sera si chiuderanno ufficialmente le manifestazioni. Il programma prevede la messa solenne nel Duomo di Reggio Calabria officiata da don Luigi Ciotti. A seguire, alle 20.30, sempre in piazza Duomo, prenderà il via il 'talk' condotto dal Vicedirettore del Tg La7, Carmine Fotia: «'Ndrangheta 2.0: dall’omicidio Scopelliti a 'La Lombardia' Parteciperanno: Salvatore Boemi, magistrato, commissario della stazione unica degli appalti della Regione Calabria; Fabio Granata, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia; Aldo Pecora, Presidente del Movimento 'Ammazzateci Tutti'; Giuseppe Scopelliti, Presidente della Giunta regionale della Calabria, Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino e presidente della omonima Fondazione; Ottavio Sferlazza, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria e Marina Valensise, giornalista de 'Il Foglio'. Prenderà parte al dibattito anche il Capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria, Renato Cortese, al quale gli organizzatori della manifestazione consegneranno la seconda edizione del «Premio Antonino Scopelliti – per la Legalità, la Giustizia e l’Impegno civile».

IL COMMENTO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, FINI
«In occasione della commemorazione del 19° anniversario dell’assassinio del giudice Antonino Scopelliti, promossa dal Movimento 'Ammazzateci Tutti' e dalla Fondazione 'Antonino Scopelliti', desidero manifestare a tutti i partecipanti la mia più intensa vicinanza ideale». E' quanto scritto dal Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, in un messaggio inviato al Presidente del Movimento 'Ammazzateci Tuttì, Aldo Pecora ed al Presidente della Fondazione Antonino Scopelliti, Rosanna Scopelliti, promotori delle manifestazioni in memoria dell’alto magistrato assassinato dalla mafia il 9 agosto 1991.
«Esprimo il mio plauso per questa iniziativa – scrive Fini - nella convinzione che l’impegno ed il sacrificio di Antonino Scopelliti, le sue eccellenti capacità professionali, il rigore ed il coraggio nel perseguire il crimine organizzato debbano restare ben scolpiti nella nostra memoria collettiva. Nella sua straordinaria testimonianza di incorruttibile e coerente servitore dello Stato può continuare a specchiarsi l'Italia migliore, quella dei cittadini onesti che amano il proprio Paese e che ne difendono incondizionatamente i principi di giustizia e di legalità». Dal Presidente della Camera un monito per i giovani: «devono poter conoscere, nella grandezza morale del suo esempio, uno straordinario modello ideale che possa dare un senso efficace e concreto alle loro speranze in un futuro libero dalla corruzione, dal giogo della criminalità organizzata e fondato sui diritti di libertà e di dignità dei cittadini».

Il COMMENTO DI ANGELA NAPOLI
«La ricorrenza del diciannovesimo anniversario dell’assassinio del giudice calabrese Antonino Scopelliti dovrebbe farci meditare sul fatto che la sua Regione non sempre è riuscita ad avvalersi dell’insegnamento da lui lasciatoci». Lo dichiara la parlamentare Angela Napoli (Fli), che aggiunge: «Moralità, rispetto della legalità e applicazione della giustizia senza deviazione alcuna, proprie del giudice Scopelliti, non sempre, infatti, sono diventate patrimonio di tanti cittadini ed amministratori pubblici di questa Calabria. Il ricordo del giudice Scopelliti ed il sacrificio della sua vita – aggiunge – dovrebbero guidare tutti noi quotidianamente verso la ricerca delle verità che mancano alla nostra Terra e verso l’allontanamento di qualsiasi forma di collusione con il crimine o con il malaffare».

domenica 8 agosto 2010

Salvatore Giuliano

Salvatore Giuliano:dopo 60 anni e' ancora giallo sulla morte

(Ansa) ROMA - Potrà essere risolto nel 2016, allorché cadrà il segreto di stato sulle carte conservate negli archivi dei ministeri dell'interno e della difesa, il giallo sulla morte del bandito Giuliano, uno dei tanti misteri della storia italiana sui quali recentemente la magistratura è tornata ad indagare. Ne è convinto Giuseppe Sciortino Giuliano, nipote di Salvatore Giuliano, che ha appena pubblicato un libro ("Via d'inferno. Cause ed affetti") che si chiude con una ricostruzione secondo la quale il cadavere mostrato all'epoca alla stampa non sarebbe stato quello del celebre bandito, bensì di un sosia.

E Salvatore Giuliano, fuggito negli Usa, sarebbe in realtà morto solo quattro anni fa, ultraottantenne, dopo essere tornato due volte in Sicilia, nella sua Montelepre, per partecipare ai funerali della madre prima e poi della sorella. "Una ricostruzione che è solo frutto dell'immaginario popolare" dice Sciortino. Ma aggiunge: "Voce di popolo, Voce di Dio? Lo sapremo nell'anno 2016 quando scadrà il vincolo del 'segreto di Stato', sulla morte di Salvatore Giuliano. Ci sono due volumi custoditi al Ministero dell'Interno e altri documenti custoditi al ministero della Difesa".

La famiglia, conclude, "non ha nulla da nascondere. Se tutto questo è vero è roba dello Stato. E' lo Stato che ha qualcosa nascondere: apra gli archivi e vedremo".

SALVATORE GIULIANO: CUOZZO, DUE CADAVERI MA UNO E' TURIDDU PARLA IL GIORNALISTA CHE HA SCOPERTO LE FOTO ORA SOTTO PERIZIA di Paolo Cucchiarelli La Procura di Palermo indaga sulla morte di Salvatore Giuliano. L'ipotesi da verificare, attraverso l'esame delle fotografie disponibili del cadavere ripreso nel cortile di casa De Maria il 5 luglio del 1950 e di quelle che lo ritraggono nell'obitorio del cimitero di Castelvetrano, è se si tratti sempre dello stesso cadavere e se uno dei due sia in effetti di Salvatore Giuliano. Ipotesi da fiction? Non tanto se il Pm Ingroia ha fatto partire una indagine a tutto campo e disposto l'acquisizione dell'unico video della morte diffuso all'epoca dalla settimana Incom e di molte foto dell'epoca.

Ora la polizia scientifica farà le sue analisi. Che il cadavere mostrato ai giornalisti nel luglio del 1950 potesse non essere quello di Giuliano è in Sicilia diceria, leggenda, brusio costante in questi 50 anni. Ma ora c'è una verifica che ha come base l'ipotesi che i due cadaveri, del cortile e dell'obitorio, siano di due persone diverse messa nera su bianco, anni fa, da un specialista dei Medicina Legale, il Professor Alberto Bellocco. A chiedere quella verifica è stato il giornalista della Rai Franco Cuozzo che all'Ansa racconta tutti i retroscena di questa incredibile ipotesi e anche le conclusioni a cui è giunto nel libro che sta scrivendo.

Cuozzo trova, circa 10 anni fa, in un Archivio, La Fondazione Allori, delle foto di Giuliano all'obitorio che non aveva mai visto. Verifica che non siano state pubblicate e si accorge che ci sono vistose anomalie. Quel cadavere è "troppo fresco" per essere stato dalle 3 di notte alle 10 per alcuni e alle 15 per altri del 5 luglio all'aria aperta. Colava del sangue dalle ferite. Non mostra segni evidenti di processi degenerativi. "C'erano dei fori, quattro, due dalla parte destra del costato e due sul braccio sinistro. E poi non quadra nulla nella ricostruzione. La notizia dai carabinieri arriva a Roma tardi, alle 20.30 mentre ai politici arriva subito: c'è una evidente sfasatura, come se i "carabinieri attendessero che qualcosa si compisse" e ci fosse "in corso una trattativa", dice Cuozzo che cita le perplessità dei giornali dell'epoca.


Nel cortile Giuliano era irriconoscibile, bocconi, con il viso per gran parte rivolto a terra e una chiazza di sangue proprio in corrispondenza. I giornalisti a Castelvetrano arrivarono - ha ricostruito Cuozzo- quando già il cadavere era stato portato via. Facevano fede solo le foto fatte scattare sotto stretto controllo dei carabinieri. Cuozzo è giunto, sulla base di attenti studi che poggiano anche sulla perizia da lui chiesta ma diffusa da due ricercatori, ad una sua verità. " Come ha detto anche Andreotti la Dc, lo Stato, usò la mafia per far fuori Giuliano. C'era una taglia di 50 milioni e tutte le sfasature, le anomalie, le contraddizioni, le incertezze delle prime ore, la rabberciata e incerta ricostruzione fotografica, si spiegano se si parte dall'idea che la mafia 'apparecchio'' quel cadavere, il sosia di Giuliano che il bandito voleva utilizzare per un film, come 'contromarca' per avere i 50 milioni pattuiti e consegnare subito dopo il cadavere di Giuliano. Si è scritto, detto, sostenuto, ci sono anche dei nomi, che nella vicenda venne utilizzata la mafia di Monreale, l'unica che era rimasta legata a Turiddu. Ecco, credo, il perché di quei due cadaveri diversi. Quello del cortile De Maria è il sosia, l'altro, è Giuliano. La trattativa aveva per oggetto le coperture da garantire e i soldi da incassare. Qualcuno non si fidava e ricorse al vecchio detto,'pagare tappeto, vedere cammellò. E soprattutto Cuozzo seppe dal fotografo che aveva fatto quello scatto, Osvaldo Restalli, che era del tardo pomeriggio del 6 luglio e che nella gestione della pubblicazione sui giornali c'era una accorta regia. "Quelle dell'obitorio, se prese da una certa angolazione, erano stata tutte non pubblicate. Poteva poi un cadavere colare sangue fresco dopo 37 ore dalla morte?".

La storia è semplice. La perizia di Bellocco dice chiaramente, con riscontri difficilmente confutabili (ci sono colpi di arma da fuoco in posti diversi sui due cadaveri; i lobi delle orecchie sono nettamente diversi, ci sono solo in uno le basette, il cadavere dell'obitorio ha una gamba spezzata ecc.) che si tratta di due corpi diversi. Quella perizia ha una sua spiegazione ma non quella 'strombazzata' della messinscena per coprire la fuga di Giuliano "ma la trattativa tra lo Stato, i carabinieri, e la mafia che doveva, dopo aver fatto fuori Giuliano e il suo sosia, consegnare il cadavere del bandito dopo aver dato, con il primo cadavere, il riscontro di aver portato a tremine l'operazione. Soldi, quindi. E coperture. Eco perché quello dell'obitorio altri non è, per me che seguo la cosa da 10 anni, che il corpo di Turiddu".

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IL ROBIN HOOD DELLA SICILIA


Salvatore Giuliano Turiddu


Non e` possibile parlare di Montelepre senza associarlo al nome di Salvatore Giuliano.

La sua storia, svoltasi nel settennio 1943-1950, era gia` leggenda prima ancora della sua scomparsa. Migliaia di episodi lo avevano qualificato come:

" L'uomo che toglieva ai ricchi per dare ai poveri."

Salvatore Giuliano nacque a Montelepre il 16/11/1922. Il padre, suo omonimo, costretto ad emigrare negli Stati Uniti, a piu` riprese riusci` a comprare diversi pezzi di terra nei dintorni del paese. Infine rimpatrio` per occuparsi della loro coltivazione.

Il giovane Salvatore, finite le elementari, ando` ad aiutare il padre. In verita` avrebbe preferito il commercio, ma non si sottraeva al suo dovere anzi trovava il tempo per continuare gli studi. Spesso finito il lavoro, andava dal prete del paese o da un suo ex insegnante.

L'azione dell' E.V.I.S. e la politica del M.I.S., a cui tutta Montelepre, tutti i paesi limitrofi e buona parte dei Siciliani aveva aderito, piegarono la volonta` del Governo Italiano e del Re d'Italia Umberto II, che il 15 Maggio 1946, approvo`

LO STATUTO SICILIANO

che rendeva l'Isola quasi una nazione confederata all'Italia.

Il Popolo Siciliano saluto` con entusiasmo questa conquista e la popolarita` di Salvatore Giuliano tocco` l'apice. Venne considerato "il simbolo della ribellione del sud"e, a causa della sua innata generosita`, "il Robin Hood della Sicilia."


FU GUERRA MONDIALE !

I generi di prima necessita` diventarono sempre piu` rari. Il governo, per fronteggiare la crisi, dispose l'ammasso del grano.

Tutti i contadini furono costretti a privarsi del raccolto ed a sopravvivere con le "famigerate tessere".

Nascondere il grano era reato, ma anche a nasconderlo non si poteva macinarlo perche` i mulini erano sorvegliati.

In questo contesto la maggioranza della popolazione era al limite della sopravvivenza.

Nelle campagne dell'entroterra, qualche contadino era riuscito ad occultare parte del raccolto e Salvatore Giuliano aveva fabbricato un piccolo mulino.

Ma la farina non bastava mai, perche` egli la dava ai bisognosi

Le Cicatrici

Nella famiglia Giuliano era il fratello maggiore che procurava il grano; ma, anche lui, venne richiamato in guerra.
Tocco` a Salvatore Giuliano, poco piu` che ventenne, provvedere ai bisogni della famiglia.
Inesperto del "modus operandi", il 2 Settembre 1943, incappo` in una pattuglia composta da due guardie campestri e da due carabinieri.
Furono inutili le preghiere e le spiegazioni.

Venne accusato di contrabbando per due sacchi di grano di circa 40 Kg. ciascuno. Gli sequestrarono il mulo ed il grano.

Intendevano arrestarlo per condurlo al "presidio americano". Egli esibi` i suoi documenti e chiese di essere denunciato ma non arrestato.

Gli sembro` che i militari si fossero convinti, quando avvistarono quattro muli stracarichi. Erano contrabbandieri "veri".

Il giovane Giuliano venne lasciato libero e da solo. Provo` ad allontanarsi, ma i militari se ne accorsero e gli spararono sei colpi.
Con due lo colpirono al fianco.
Al carabiniere Giuseppe Mancino venne ordinato di finirlo, nel caso fosse ancora vivo, ma egli, che aveva sentito, lo precedette e lo feri` gravemente con la pistola che teneva nascosta nello stivale.

Il militare mori` l'indomani a Palermo, mentre Salvatore Giuliano, dopo aver trascorso un mese tra la vita e la morte, guari` perfettamente e si rifugio` sulle colline intorno a Montelepre.

LA RAPPRESAGLIA

Il 24 Dicembre 1943, allo scopo di catturarlo, le autorita` disposero di circondare il paese con 800 carabinieri. Non vi riuscirono e per rappresaglia arrestarono 125 persone: tra queste suo padre.

Un graduato lo picchio` a sangue.
Salvatore Giuliano, dal suo nascondiglio, vide tutta la scena. La sua ira divenne incontenibile.
Attacco` i convogli che attendevano in piazza. Un carabiniere mori` ed un altro rimase seriamente ferito.
Gli diedero la caccia senza esclusione di colpi, senza pieta`, ma egli riusci` sempre a scappare.

Il PARTIGIANO


Le sue imprese divennero note a tutti i Siciliani. Esponenti del Movimento Indipendentista Siciliano (M.I.S.), a cui egli aveva aderito fin dall'Aprile 1943, lo cercarono.

Nel Febbraio 1944 liberò otto monteleprini prigionieri nel carcere di Monreale; con essi formo` il primo nucleo di guerriglieri.
Il 15 Maggio 1945 gli vennero offerti i gradi di colonnello ed il comando per la Sicilia Occidentale dell' E.V.I.S., le brigate Partigiane Siciliane, chiamate "Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia".

Dalla fine del 1945 egli diede il via alla guerra della Sicilia contro l'Italia. Compi` una serie di attacchi alle caserme ed ingaggiò numerose battaglie in veste ufficiale, con tanto di divisa, di gradi e di bandiera.
Le più` note sono quelle di Monte d'Oro - Calcerame e Monte Cuccio.

LA REPUBBLICA

Il 2 Giugno 1946 si svolsero le elezioni per il referendum: monarchia-repubblica.

Vinse la Repubblica. Umberto II non era più Re d'italia.
Il 22 Giugno 1946 Palmiro Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia, fece approvare un decreto di amnistia ed indulto che cancellava reati comuni, politici e militari.

Quasi tutti gli uomini che avevano combattuto per l' E.V.I.S. tornarono alle loro case. Ma il maresciallo Giuseppe Calandra, della Stazione dei Carabinieri di Montelepre, denunciò per reati comuni tutti coloro che erano a lui noti come appartenenti a Salvatore Giuliano.

Naturalmente non gli riuscì di arrestarli perché tornarono tutti in montagna.
Prima delle voto del 20 Aprile 1947, Salvatore Giuliano, che sosteneva Antonino Varvaro, candidato del M.I.S. Democratico Repubblicano, stipulò accordi con l'esponente del P.C.I. Girolamo Li Causi. Quest'ultimo avrebbe fatto votare per Varvaro tutti i comunisti indipendentisti, mentre Giuliano avrebbe sostenuto le spese elettorali. Cosa che effettivamente fece.

PORTELLA DELLE GINESTRE

Ma Li Causi non mantenne l'impegno; il candidato non venne eletto e ciò scateno il risentimento di Salvatore Giuliano.
Era sua ferma intenzione di sbugiardarlo davanti a tutti in occasione della festa del 1 Maggio 1947 a Portella delle Ginestre.
Il piano di azione prevedeva una sparatoria in aria per catturare l'oratore e poi farlo giudicare dai convenuti. Purtroppo non poté prevedere che tra i suoi uomini vi fossero degli infiltrati della polizia e della mafia. L'ispettore Messana, avvertito dal suo confidente Salvatore Ferreri, avvertì Li Causi di non andare a Portella.

Giuseppe Passatempo, allo scopo di far ricadere la colpa su Salvatore Giuliano, si mise d'accordo con i mafiosi della zona, che, nascosti a pochi metri dalle persone, anziché sparare in aria spararono sulla folla, uccidendo 11 persone e ferendone 27.

L' INGANNO

Era evidentissimo che il delitto era anomalo.

In nettissimo contrasto con gli ideali di un uomo che aveva lottato con il popolo e per il popolo.
Ma questo orrendo delitto, di cui
egli non fu responsabile, gli venne addebitato nonostante le sue innumerevoli giustificazioni.
Per circa mezzo secolo la responsabilità
venne attribuita a Giuliano ed ai suoi uomini. Recentemente, analizzando le perizie balistiche, i verbali di sopralluogo, le perizie necroscopiche, si è scoperto che i colpi che fecero le 11 vittime furono sparati dal basso, con armi beretta calibro 9, modello Thompson, che né Giuliano, né i suoi uomini,
avevano in dotazione.

Prima delle elezioni del 18 Aprile 1948, Salvatore Giuliano venne contattato da esponenti politici di tutti gli schieramenti.
Per coerenza con i suoi ideali, avrebbe voluto appoggiare i partiti di sinistra.
Poiché questi ultimi, dopo Portella delle Ginestre, gridavano al crocefigge contro di lui, decise di appoggiare gli esponenti della D.C. - Gli promisero un'amnistia di cui avrebbero beneficiato i suoi uomini.

Ci fu una massiccia collaborazione e nel 1948 la D.C. conquistò la maggioranza assoluta. Ma i politici, avute le poltrone a cui aspiravano, invece di mantenere gli impegni presi, gli proposero di arrendersi o di espatriare.

LA REAZIONE

Nella seconda metà del 1948, i nuovi governanti fecero invadere Montelepre dai carri armati e fecero deportare tutti gli uomini validi, dai 15 anni in su (circa tremila).

Tra loro tutti i familiari e tutti i parenti di Salvatore Giuliano.
Le sue reazioni a questo punto sono intuibili:
L' Esercito Italiano sulle montagne di Montelepre - scriveva ai giornali,
- scriveva ai magistrati,
- scriveva ai politici,
evidenziando i maltrattamenti e i soprusi che venivano commessi.
Attaccò colonne di autocarri di militari,
attaccò le caserme,
ingaggiò vere e proprie battaglie.

Gli scontri a fuoco, alcuni violentissimi, provocarono decine e decine di morti e feriti, tra le migliaia di uomini che il Governo gli mandò contro.

IL TRADIMENTO

Solo allora si resero conto che per sconfiggerlo bisognava eliminare le persone
che aveva vicino. Per ottenere ciò lo Stato Italiano scese a patti con la mafia.

Turiddu poco prima di morire In cambio dell'impunita`, in poco tempo, alcuni degli uomini più fidati di Salvatore Giuliano vennero catturati o uccisi. Per eliminarlo fisicamente ricorsero al tradimento di Gaspare Pisciotta e Nunzio Badalamenti (ufficialmente arrestato), che lo eliminò nel sonno, in una casa colonica chiamata "Villa Carolina", ubicata tra Pioppo e Monreale.

La mattina del 5 Luglio 1950 il suo corpo venne trasportato a Castelvetrano, dove venne simulato un conflitto a fuoco con i carabinieri, che si attribuirono il merito di averlo ucciso.

Salvatore Giuliano aveva solo 27 anni!

LA TOMBA

Turisti da tutto il mondo, ancora oggi, portano fiori sulla sua tomba e vanno a visitare la casa dove egli nacque, che e` stata conservata integra.








Il racket tra colla nella serratura e botte: la paura dei commercianti


Il racket tra colla nella serratura e botte: la paura dei commercianti

Le rivelazioni del pentito Giuseppe Di Maio raccontano come venivano organizzate le estorsione del quartiere di Santa Maria di Gesù a Palermo


PALERMO. Estorsioni, serrature "con l'attak" e se serviva qualche pestaggio. E per le "botte" erano sempre pronti anche dei collaboratori esterni. E' il racconto crudo di quello che prima era un soldato di Cosa Nostra, Giuseppe Di Maio, attuale collaboratore di giustizia, che attraverso i suoi "ricordi" ha fornito agli inquirenti come venivano organizzate le estorsioni a Santa Maria di Gesù. Un racconto dettagliato che fornisce anche una sorta di mappa del pizzo e i metodi "di convicimento" utilizzati da altri soldati come lui, che prendevano uno stipendio di 700 euro al mese.

Il clan era attivissimo nel quartiere, come testimonia una parte dei racconti di Di Maio: "Il proprietario di una tintoria in via Bergamo non voleva pagare. C'erano andati a parlare prima Francesco Guercio e Piero Plo, ma lui aveva detto che problemi non ne aveva con nessuno e non pagava nessuno. Dopo l'incendio è venuto a pagare. 500 euro. La somma l'andò a ritirare direttamente da Piero Pilo". Stesso modo di agire con il tabacchino di via Perez. "Non voleva pagare e gli avevano dato fuoco al self service delle sigarette. E poi ha pagato, mille euro, ha dato". Ulteriori approfondimenti nell'edizione cartacea del Giornale di Sicilia in edicola oggi 7 agosto 2010.

Melito Porto Salvo. «Easy ticket» 278 denunce per truffa alla sanità


Melito Porto Salvo. «Easy ticket»
278 denunce per truffa alla sanità


I reati contestati alle 278 persone vanno dalla truffa aggravata a danno del S.S.N. al falso ideologico commesso da privato in atto pubblico

07/08/2010 La Guardia di Finanzadi Melito di Porto Salvo (Rc) ha denunciato 278 persone per truffa al servizio sanitario nazionale, nell’ambito di un’inchiesta riguardante una truffa ai danni delle strutture sanitarie pubbliche Melitesi. I finanzieri hanno scoperto che tutti i soggetti, falsi indigenti, sono riusciti ad ottenere prestazioni sanitarie gratuite, grazie a false autocertificazioni che rappresentavano uno stato di indigenza inesistente.
Gli assistiti hanno richiesto di non corrispondere il ticket per motivi legati all’età anagrafica ed all’apparente disagiata situazione familiare e reddituale.
L'operazione, denominata «Easy ticket», ha comportato una particolare attività di analisi su un numero rilevante di ricette mediche (oltre 6000), riferite al periodo 2005, i cui elementi sono stati incrociati dapprima con i dati anagrafici del nucleo familiare di appartenenza dell’ammalato, successivamente, con la base di informazioni dell’Anagrafe Tributaria. In particolare, i comuni su cui sui quali si è verificato il maggior numero di casi di frode sono: Melito di Porto Salvo, Montebello Ionico, Condofuri e Bova Marina.
Le investigazioni, che hanno svelato un danno erariale di diverse migliaia di euro, sono tuttora in corso poichè sotto la lente delle Fiamme Gialle ci sono altre migliaia di ricette ed è in fase di valutazione la posizione di alcuni Pubblici Ufficiali che hanno accettato certificazioni non adeguatamente supportate. I reati contestati alle 278 persone segnalate nell'informativa depositata nei giorni scorsi presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria vanno dalla truffa aggravata a danno del S.S.N. al falso ideologico commesso da privato in atto pubblico. Tra le persone che hanno indebitamente fruito di esenzioni sanitarie, in particolare, un soggetto di anni 65, originario di Condofuri, è risultato essere proprietario di dodici appartamenti, ubicati nello stesso comune. Diversi i soggetti, per la maggior parte originari di Melito e Montebello Ionico, con auto di grossa cilindrata e redditi superiori ai 50.000 euro.

venerdì 6 agosto 2010

Alfano: svolta storica. Approvato il codice antimafia


Alfano: svolta storica. Approvato il codice antimafia

“Oggi è un grande giorno per la lotta alla mafia. Si completa, infatti, il percorso avviato a Reggio Calabria, quando il Consiglio dei Ministri ha varato il Piano Straordinario contro le mafie, ha approvato il decreto relativo all’Agenzia per i beni confiscati e presentato il testo che, oggi, giunge all’approvazione del Senato”. Lo afferma il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in riferimento all’approvazione in Senato del ddl riguardante il piano straordinario contro le mafie.

“Il Parlamento – continua il Guardasigilli – ha così definitivamente delegato il Governo a redigere il codice antimafia nel quale, per la prima volta nel nostro ordinamento, la legislazione di contrasto alla mafia verrà riunita in un unico testo normativo. Anche attraverso questa importantissima raccolta di leggi, che coordina ed armonizza tutta la normativa vigente, il Governo Berlusconi dimostra di mettere al centro del proprio programma la lotta ad ogni forma di criminalità mafiosa”.

“Sono onorato - conclude Alfano – di essere stato incaricato dal Parlamento, attraverso la legge di delega, del compito di scrivere, con i decreti attuativi, un codice antimafia che non ha precedenti nella nostra storia, poiché fino ad oggi la legislazione antimafia ed in materia di misure di prevenzione è stata frammentaria e disordinata. Il codice darà finalmente ordine e maggiore efficacia alle leggi e fornirà, ai magistrati ed alle Forze dell’ordine, strumenti più incisivi ed armi più affilate”.