BRINDISI – Un agguato nel corso del quale sono state ferite gravemente con colpi di arma da fuoco due persone, un passante e il titolare di un bar di Francavilla Fontana, nel brindisino, è stato compiuto la notte scorsa da un uomo che è stato arrestato subito dopo dai carabinieri. Si tratta di Antonio Leo, nipote del boss di Torre Santa Susanna della organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita, Ciro Leo. Al momento non si conosce il movente dell’agguato.
Antonio Leo – secondo quanto accertato dagli investigatori - avrebbe sparato contro il titolare del bar, Emiliano Andriulo, sparato tre colpi di fucile calibro 12 a distanza ravvicinata, colpendolo ai glutei. L’uomo è ora ricoverato in gravi condizioni nell’ospedale 'Camberlingò. L’agguato è avvenuto nei pressi del bar, 'Via vai caffe”, vicino il campo sportivo. Durante l’agguato è rimasto ferito un passante di cui al momento non è stato reso noto il nome. I carabinieri, poco dopo l'agguato, hanno rintracciato il presunto aggressore, nella sua abitazione nella zona 167.
Questo blog di notorietà internazionale, per protesta contro uno “Stato Latitante” non verrà aggiornato.
mercoledì 23 marzo 2011
Vetrina del sesso sulla tangenziale: «Benvenuti a Bari»
BARI - Ecco come si presenta tutte le mattine la complanare di Bari in direzione nord all'altezza dell'uscita Bari-San Giorgio alle migliaia di automobilisti: una decina di prostitute danno il buongiorno a chi transita lungo l'arteria stradale più importante di Puglia. Comprese famiglie e scuolabus. Oggi, complice la bella giornata, la scena del mercato del sesso si è colorita da uno show da parte di alcune lucciole che per attrarre i distratti automobilisti hanno inscenato uno strep-tease che però il nostro bravo fotografo Luca Turi armato di obiettivo non è riuscito ad immortalare.
Cinque lettori - tra questi una mamma con bimbi - giurano però che stamane l'audacia delle venditrici di sesso immortalate in queste forto erano particolarmente «spinte» nelle loro proposte.
La storia si ripete da settimana, da mesi. Persino da anni. Nessuno però interviene. Così la porta di ingresso della città è una vetrina all'aperto stile l'antico quartiere a luci rosse di Amsterdam. In questo caso però siamo certi che la città di Bari non ne ha alcun beneficio a differenza della città olandese che di questo ne ha fatto negli anni una attrazione meno squallida di quanto invece si vede alla periferia del capoluogo.
La domanda che il bambino in auto con la sua mamma, vedendo la donna con lo slip abbassato mentre mostrava le sue «mercanzie» agli automobilisti, è stata: «ma' che fanno quelle signore nude sulla strada?». «Quali donne, quali sederi scoperti? Figlio mio, guarda dall'altra parte, fai come le forze dell'ordine. Non vedere».
(di f.g.)
Cinque lettori - tra questi una mamma con bimbi - giurano però che stamane l'audacia delle venditrici di sesso immortalate in queste forto erano particolarmente «spinte» nelle loro proposte.
La storia si ripete da settimana, da mesi. Persino da anni. Nessuno però interviene. Così la porta di ingresso della città è una vetrina all'aperto stile l'antico quartiere a luci rosse di Amsterdam. In questo caso però siamo certi che la città di Bari non ne ha alcun beneficio a differenza della città olandese che di questo ne ha fatto negli anni una attrazione meno squallida di quanto invece si vede alla periferia del capoluogo.
La domanda che il bambino in auto con la sua mamma, vedendo la donna con lo slip abbassato mentre mostrava le sue «mercanzie» agli automobilisti, è stata: «ma' che fanno quelle signore nude sulla strada?». «Quali donne, quali sederi scoperti? Figlio mio, guarda dall'altra parte, fai come le forze dell'ordine. Non vedere».
(di f.g.)
UNA ROTONDA SUL LAGO
Una rotonda sul lago non è il titolo di una canzone ma un sintomo, oltre a tanti altri, di un incistamento mafioso: un vero e proprio tumore territoriale. Il dilemma insolvibile sul perché la politica non sia capace di fare politica, sul perché la politica sia nata sporca, sia nata mafiosa: parto della paura adottato dall’interesse per ottenere quanto non è concesso. Già! C’è sempre chi è meglio di noi e noi siamo sempre peggio di qualcuno. C’è sempre qualche fiore che sboccia, pure quello che appassisce, tanti fiori per chi sa conservarli senza doverli strappare. Invece vengono calpestati, strappati e poi insabbiati tanto sono in pochi quelli che scavano la realtà e se lo fanno bene possono essere facilmente seppelliti insieme ai fiori, ma questa non è una novità.Troppi albanesi, troppi calabresi, troppi napoletani, troppi delinquenti, troppe buche, troppi allagamenti, troppo cemento, troppi negozi, troppi terreni in vendita, troppe rotonde storte e pericolose, troppo bianco e troppe foglie, poco turismo, poco commercio, poco verde e pochi alberi. Tanto denaro che entra nelle casse comunali e poco investimento nonché riqualificazione territoriale. Ritengo indispensabile tenere conto di tutti i sintomi rilevati poiché il malessere ambientale è principale indizio di una politica mafiocratica. Non lo dico io, me l’hanno detto i muri, l’asfalto, i sassi e l’acqua del lago.
Il Comune è un ente pubblico, fornisce cioè servizi per i cittadini i quali pagano regolarmente le tasse e le multe. Se c’è una struttura ci deve essere un servizio altrimenti non serve a nulla. Di settimana in settimana la società Sempione Spam si riempie, si dilata, si gonfia grazie allo sfruttamento della paura. Rende e non costa nulla, per chi la sfrutta. Ma c’è anche chi si oppone frontalmente, come fosse una resistenza. Questa non gioca. Rischia. Muore. Paga di persona. Non tutto è commercio, non tutto è opportunismo, non tutto è potere perché tutti, chi prima chi poi, hanno conosciuto successi e insuccessi; ma è con il modo con cui si reagisce che si dimostra la forza o la debolezza. Qui si parla del proprio paese al di là della festa, per addivenire a un’autoriflessione, importante pausa che suggerisce alcune risposte a tante domande e rinforza l’impegno civile contro l’usurpazione criminale del nostro territorio.
Gli introiti comunali derivanti dai centri commerciali, dagli indenizzi della regione Lombardia, dal palazzetto dello sport, dalla SEA , dal Parco del Ticino, tutto fa cassa ma il bilancio non pare essere così entusiasmante. Tutti questi soldi dove sono finiti? Investiti sul nostro paese non penso proprio altrimenti si vedrebbe e noi non siamo ciechi; come diceva Montherlant, la politica non ha niente da vedere con l’intelligenza e perciò alcuni Comuni decisamente poco trasparenti, nella fattispecie Castelletto S.T., si sono trasformati in OMM nonché organismi mafiosamente modificati.
Sembra essere giunto il tempus prosperum per la società Sempione Spam, ora più che mai. Lo dimostra il totonero, il videopoker e il controllo sulle vincite, l’inserimento all’interno delle amministrazioni comunali di famiglie della ‘ndrangheta, tra Novara e Verbania. Solo facendo un’attenta autopsia del territorio si rileva l’esizio d’ogni ragionevole dubbio che non sia quello che è. I cosiddetti investimenti immobiliari, i repentini cambi di gestione, la riqualificazione urbanistica, l’espansione commerciale sono tutti modi per ripulire il denaro proveniente dal narcotraffico, traffico d’armi, usura, pizzi e schiavitù sessuale grazie alla grande lavatrice chiamata Sempione.
La conseguenza del continuo agire criminale gutta cavat lapidem, senza intervento né prevenzione, conduce a una realtà territoriale pericolosamente schizofrenica, ragione per la quale anche i pittori non sanno più tradurre, dalla loro città e dalla loro terra tante emozioni per poi trasformarle in arte. Ricordi di ieri. Adesso?, c’è ancora arte da qualche parte del mondo?Monica Vaccari
martedì 22 marzo 2011
Gip conferma: sì all'arresto del sen. Tedesco
BARI – Alberto Tedesco va arrestato. Il gip del tribunale di Bari, Giuseppe De Benedictis, ha rigettato la richiesta di revoca della misura cautelare, avanzata dalla difesa del senatore il 5 marzo scorso. La decisione è stata depositata nella tarda serata di ieri. Tedesco – ex assessore alla Sanità della Regione Puglia – si è autosospeso dal partito e dal gruppo del Pd il giorno dopo la notifica della richiesta di arresto avvenuta nell’ambito delle indagini sulla gestione della sanità in Puglia.
Secondo il gip, l’interrogatorio di Alberto Tedesco – avvenuto venerdì scorso – non avrebbe modificato il quadro indiziario sia dal punto di vista delle accuse, sia per quanto riguarda il pericolo di reiterazione dei reati, da parte sua ma più ancora da persone a lui vicine. «Emerge con chiarezza – ha commentato la legale di Tedesco, Rosita Petrelli – che il Giudice ha omesso ogni valutazione in ordine all’attualità delle necessità cautelari. La gravità indiziaria, peraltro, da noi fortemente contestata nel corso dell’interrogatorio, non è sufficiente a giustificare l’ adozione e la permanenza di una misura cautelare».
«E' necessario offrire la prova quanto meno della reiterabilità dei comportamenti assertivamente illeciti; ciò è escluso nel nostro caso – ha aggiunto Petrelli – laddove il senatore Alberto Tedesco oggi svolge attività del tutto diversa e distante da quella che avrebbe consentito i presunti illeciti dei quali oggi egli è chiamato a rispondere. Ovviamente – conclude la legale - porremo in essere ogni ulteriore necessaria attività difensiva».
Nello stesso provvedimento il gip ha disposto, come chiesto dalla Procura nell’ambito della stessa inchiesta, l’interdizione per Tommaso Antonio Stallone, 47enne, di Bisceglie (Barletta-Andria-Trani), direttore amministrativo dell’Istituto De Bellis di Castellana Grotte. Nei suoi confronti il Giudice ha riconosciuto la correttezza delle procedure seguite dai vertici della Regione nel designarlo come direttore amministrativo. Ha, però, dato ragione all’accusa sul presunto episodio di abuso d’ufficio per l’assunzione di una bibliotecaria al De Bellis. Per questo la misura interdittiva avrà durata di un mese e non di due come chiesto dai pm.
«Non sono state tenute in considerazione – ha commentato il legale di Stallone, l'avv.Leonardo Iannone – le prove documentali prodotte e allegate a dimostrazione della regolarità e della trasparenza dell’assunzione».
Secondo il gip, l’interrogatorio di Alberto Tedesco – avvenuto venerdì scorso – non avrebbe modificato il quadro indiziario sia dal punto di vista delle accuse, sia per quanto riguarda il pericolo di reiterazione dei reati, da parte sua ma più ancora da persone a lui vicine. «Emerge con chiarezza – ha commentato la legale di Tedesco, Rosita Petrelli – che il Giudice ha omesso ogni valutazione in ordine all’attualità delle necessità cautelari. La gravità indiziaria, peraltro, da noi fortemente contestata nel corso dell’interrogatorio, non è sufficiente a giustificare l’ adozione e la permanenza di una misura cautelare».
«E' necessario offrire la prova quanto meno della reiterabilità dei comportamenti assertivamente illeciti; ciò è escluso nel nostro caso – ha aggiunto Petrelli – laddove il senatore Alberto Tedesco oggi svolge attività del tutto diversa e distante da quella che avrebbe consentito i presunti illeciti dei quali oggi egli è chiamato a rispondere. Ovviamente – conclude la legale - porremo in essere ogni ulteriore necessaria attività difensiva».
Nello stesso provvedimento il gip ha disposto, come chiesto dalla Procura nell’ambito della stessa inchiesta, l’interdizione per Tommaso Antonio Stallone, 47enne, di Bisceglie (Barletta-Andria-Trani), direttore amministrativo dell’Istituto De Bellis di Castellana Grotte. Nei suoi confronti il Giudice ha riconosciuto la correttezza delle procedure seguite dai vertici della Regione nel designarlo come direttore amministrativo. Ha, però, dato ragione all’accusa sul presunto episodio di abuso d’ufficio per l’assunzione di una bibliotecaria al De Bellis. Per questo la misura interdittiva avrà durata di un mese e non di due come chiesto dai pm.
«Non sono state tenute in considerazione – ha commentato il legale di Stallone, l'avv.Leonardo Iannone – le prove documentali prodotte e allegate a dimostrazione della regolarità e della trasparenza dell’assunzione».
Lo stupro in caserma a Roma
Il carabiniere al pm: lei era consenziente
ROMA - «Lei era disponibile ed era lucida, non ubriaca». È quanto ha affermato Alessio L., il carabiniere accusato, in concorso con due colleghi e un vigile urbano, dello stupro di una donna di 32 anni all'interno della stazione dell'Arma del Quadraro, periferia di Roma, la notte tra il 23 e il 24 febbraio scorso. Il militare, che sarebbe l'autore materiale della violenza sessuale, è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto Eleonora Fini. Durante l'interrogatorio, che è stato secretato, il carabiniere ha ricostruito quanto avvenuto quella notte. «Lei ci stava - avrebbe detto l'uomo, che era accompagnato dal suo legale, l'avvocato Carlo Taormina -. Abbiamo bevuto un pò ma non era ubriaca, era assolutamente lucida».
I quattro sono accusati di violenza sessuale di gruppo aggravata dall'abuso dei poteri e dei doveri inerenti a una funzione pubblica e dall'uso di sostanze alcoliche e compiuta «su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale». Oggi erano in programma interrogatori anche per gli altri indagati ma, a seconda delle posizioni, Leonardo P. difeso da Fabrizio Consiglio, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, Cosimo S., difeso da Francesco Scacchi, non si è presentato in Procura mentre l'interrogatorio del vigile urbano Francesco C., difeso da Mattia Lamarra, è saltato per l'adesione del proprio legale ad uno sciopero degli avvocati. In base a quanto si apprende ora la Procura potrebbe sollecitare un incidente probatorio sulla comparazione tra le tracce biologiche estrapolate sul corpo della vittima e il dna dei quattro indagati.
ROMA - «Lei era disponibile ed era lucida, non ubriaca». È quanto ha affermato Alessio L., il carabiniere accusato, in concorso con due colleghi e un vigile urbano, dello stupro di una donna di 32 anni all'interno della stazione dell'Arma del Quadraro, periferia di Roma, la notte tra il 23 e il 24 febbraio scorso. Il militare, che sarebbe l'autore materiale della violenza sessuale, è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto Eleonora Fini. Durante l'interrogatorio, che è stato secretato, il carabiniere ha ricostruito quanto avvenuto quella notte. «Lei ci stava - avrebbe detto l'uomo, che era accompagnato dal suo legale, l'avvocato Carlo Taormina -. Abbiamo bevuto un pò ma non era ubriaca, era assolutamente lucida».
I quattro sono accusati di violenza sessuale di gruppo aggravata dall'abuso dei poteri e dei doveri inerenti a una funzione pubblica e dall'uso di sostanze alcoliche e compiuta «su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale». Oggi erano in programma interrogatori anche per gli altri indagati ma, a seconda delle posizioni, Leonardo P. difeso da Fabrizio Consiglio, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, Cosimo S., difeso da Francesco Scacchi, non si è presentato in Procura mentre l'interrogatorio del vigile urbano Francesco C., difeso da Mattia Lamarra, è saltato per l'adesione del proprio legale ad uno sciopero degli avvocati. In base a quanto si apprende ora la Procura potrebbe sollecitare un incidente probatorio sulla comparazione tra le tracce biologiche estrapolate sul corpo della vittima e il dna dei quattro indagati.
Lampedusa, sbarchi a raffica nella notte
Sull'isola 5.700 migranti, più degli abitanti Ancora appelli per l'immediato trasferimento dei profughi:
dal sindaco di Lampedusa all'Alto commissariato Onu
ROMA - Sono arrivati a Lampedusa a bordo di tre barconi altri 290 immigrati, dopo le migliaia che hanno raggiunto l'isola nei giorni scorsi. Due sbarchi, il primo di 105 persone e il secondo di 22, sono avvenuti nella notte, mentre l'ultimo barcone - con a bordo 164 persone, tra cui un minorenne - è entrato in porto scortato da una motovedetta delle Capitanerie di porto poco dopo le 8 del mattino. Con questi nuovi arrivi, salgono a circa 5.700 i profughi presenti sull'isola, un numero superiore agli stessi abitanti.
A Lampedusa, dove per oggi sono state fissate l'evacuazione di un migliaio di immigrati a bordo della nave militare San Marco e la visita di una delegazione del comitato parlamentare di controllo sull'accordo di Schengen, guidata dal presidente Margherita Boniver, la situazione resta tesa. Il sindaco Bernardino De Rubeis e la popolazione sollecitano l'immediato trasferimento dei profughi: una posizione condivisa da numerose organizzazioni umanitarie come l'Alto commissariato Onu per i rifugiati.
dal sindaco di Lampedusa all'Alto commissariato Onu
ROMA - Sono arrivati a Lampedusa a bordo di tre barconi altri 290 immigrati, dopo le migliaia che hanno raggiunto l'isola nei giorni scorsi. Due sbarchi, il primo di 105 persone e il secondo di 22, sono avvenuti nella notte, mentre l'ultimo barcone - con a bordo 164 persone, tra cui un minorenne - è entrato in porto scortato da una motovedetta delle Capitanerie di porto poco dopo le 8 del mattino. Con questi nuovi arrivi, salgono a circa 5.700 i profughi presenti sull'isola, un numero superiore agli stessi abitanti.
A Lampedusa, dove per oggi sono state fissate l'evacuazione di un migliaio di immigrati a bordo della nave militare San Marco e la visita di una delegazione del comitato parlamentare di controllo sull'accordo di Schengen, guidata dal presidente Margherita Boniver, la situazione resta tesa. Il sindaco Bernardino De Rubeis e la popolazione sollecitano l'immediato trasferimento dei profughi: una posizione condivisa da numerose organizzazioni umanitarie come l'Alto commissariato Onu per i rifugiati.
Sequestrati beni per 7 milioni al clan Giuliano di Forcella
NAPOLI - Beni per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro sono stati sequestrati nell'ambito di un'operazione congiunta delle sezioni Misure di prevenzione patrimoniali della divisioni anticrimine della Questura di Napoli e del comando provinciale di Napoli dei carabinieri a Giuseppe Avagliano , 68 anni, attualmente detenuto, tra gli esponenti di vertice del clan Giuliano di Forcella. Il decreto di sequestro è stato emesso dalla sezione Misure di prevenzione (presidente Eugenia Del Balzo, giudici Beatrice Sasso e Michele Mazzeo) del Tribunale di Napoli.
A carico di Avagliano ci sono le accuse di associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, armi e munizioni, tentato omicidio, riciclaggio, lesioni personali, contrabbando doganale e altro. Tra i beni sequestrati ci sono una villa su due livelli nel pieno centro di Ischia, cinque appartamenti a Napoli, un'azienda operante nel commercio al dettaglio di bevande, un'auto.
L'indagine ha consentito di svelare l'esistenza di un ingente patrimonio immobiliare e societario nella disponibilità di Avagliano ed intestato formalmente ai suoi familiari. Avagliano è detenuto in quando condannato alla pena di 25 anni di reclusione nell'ambito del procedimento giudiziario istruito dalla Dda della Procura di Napoli a carico di capi ed affiliati al clan Giuliano.
Avagliano è stato condannato per aver fatto parte, con ruolo apicale, all'organizzazione dei fratelli Giuliano per l'importazione, il trasporto, l'illecita detenzione, la distribuzione e la vendita di cocaina, eroina, hashish e marijuana.
A carico di Avagliano ci sono le accuse di associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, armi e munizioni, tentato omicidio, riciclaggio, lesioni personali, contrabbando doganale e altro. Tra i beni sequestrati ci sono una villa su due livelli nel pieno centro di Ischia, cinque appartamenti a Napoli, un'azienda operante nel commercio al dettaglio di bevande, un'auto.
L'indagine ha consentito di svelare l'esistenza di un ingente patrimonio immobiliare e societario nella disponibilità di Avagliano ed intestato formalmente ai suoi familiari. Avagliano è detenuto in quando condannato alla pena di 25 anni di reclusione nell'ambito del procedimento giudiziario istruito dalla Dda della Procura di Napoli a carico di capi ed affiliati al clan Giuliano.
Avagliano è stato condannato per aver fatto parte, con ruolo apicale, all'organizzazione dei fratelli Giuliano per l'importazione, il trasporto, l'illecita detenzione, la distribuzione e la vendita di cocaina, eroina, hashish e marijuana.
domenica 20 marzo 2011
Tripoli, sequestrato un rimorchiatore italiano
La Russa: "Pronti al blitz per liberare i marinai"
Tripoli - L’equipaggio di un rimorchiatore d’altura italiano è stato trattenuto nel porto di Tripoli da uomini armati. A bordo ci sono otto italiani, due indiani e un ucraino. I fatti, secondo le poche informazioni disponibili, si sarebbero verificati ieri pomeriggio, quando il rimorchiatore stava sbarcando a Tripoli dei lavoratori libici. Alcuni uomini armati, tra cui uno che si sarebbe qualificato come il comandante del porto, hanno fermato l’equipaggio, impedendo al rimorchiatore di ripartire. Gli italiani e gli altri si troverebbero tuttora a bordo. I nostri connazionali sono quattro siciliani, tre campani e un laziale L'armatore Nel pomeriggio potrebbe esserci un contatto telefonico tra il comandante del rimorchiatore Asso 22, bloccato da uomini armati nel porto di Tripoli, e la compagnia armatrice Augusta Offshore spa. Lo rende noto il comandante della Capitaneria di porto di Napoli, ammiraglio Domenico Picone, che si tiene in contatto con la compagnia. "Dobbiamo attendere questo contatto - dice Picone - per avere notizie più precise". Secondo le informazioni raccolte dall’ammiraglio il rimorchiatore Asso 22, al servizio di piattaforme petrolifere al largo delle coste libiche, era rientrato nel porto di Tripoli e stava facendo rifornimento quando a bordo hanno fatto irruzione gli uomini armati.
L'Italia pronta a intervenire "Siamo a disposizione per un’evacuazione del personale del rimorchiatore bloccato in Libia con ogni strumento possibile" ha detto il ministro della Difesa La Russa intervenendo a In 1/2 h su Rai 3. "Abbiamo saputo oggi del rimorchiatore - ha aggiunto -. È rientrato volontariamente in porto per rifornimento e lì gli è stato impedito di ripartire. È una situazione delicata che la Capitanerie e la Farnesina stanno seguendo. Quando e se ce lo chiederanno interverremo, ma non dipende solo dalla Difesa".
L'Asso salvò i migranti Il rimorchiatore Asso 22 riuscì a mettere in salvo oltre 350 migranti nel marzo del 2009 al largo delle coste libiche. In quel periodo il rimorchiatore, lungo 75 metri, stava assistendo tre piattaforme petrolifere al largo della Libia quando incrociò una carretta del mare in difficoltà carica di migranti che fu agganciata e rimorchiata fino al porto di Tripoli. In seguito al quell’operazione la Cgil Campania chiese che all’equipaggio del rimorchiatore fosse conferita la medaglia al valor civile.
Napoli, minacce a imprenditore edile a Pianura, fermati due estorsori
NAPOLI - Gli agenti della Prima sezione della squadra mobile della questura di Napoli in collaborazione con gli agenti del commissariato di polizia Arenella hanno sottoposto a fermo di polizia giudiziaria due estorsori.
Si tratta di Giovanni Romano, 37enne, meglio conosciuto come «Maccarone» e Giovanni Grillo, 55enne, soprannominato «Mullechella», entrambi ritenuti responsabili, in concorso tra loro, per il reato di tentata estorsione continuata ed aggravata dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore, titolare di una ditta edile impegnata nei lavori di ristrutturazione delle facciate di un fabbricato ubicato a Pianura. Nel corso dell'indagine, la Polizia ha scoperto che gli operai, in diverse circostanze, erano stati avvicinati da due giovani, travisati da passamontagna, i quali senza scendere dal motorino sul quale viaggiavano urlavano di portare i soldi «alla famiglia» qualora l'impresa avesse intenzione ancora di lavorare.
Secondo la ricostruzione della polizia, alla minaccia di sospendere i lavori sono seguite minacce di morte per il titolare, qualora non avesse versato la dovuta tangente per la prosecuzione dei lavori. La tangente che avrebbe dovuto versare l'imprenditore per inizio lavori era di circa di 1000 euro. I poliziotti sono riusciti a fermare gli estorsori. Come spiega la polizia, Giovanni Romano è stato raggiunto presso la propria abitazione di via Torricelli, reggente del clan Marfella, ha precedenti per omicidio, stupefacenti, estorsione, rapina, porto e detenzione di armi , anche di stampo associativo. Giovanni Grillo, ha precedenti per associazione per delinquere di stampo camorristica finalizzati all'estorsione, omicidio, reati in materia di droga e contro il patrimonio. Nell'ambito di un'attenta analisi del fenomeno delle estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori di Pianura, le indagini della polizia sono volte anche ad identificare un terzo uomo inserito nell'organizzazione criminale radicalmente insediata sul territorio pronta ad imporre la propria volontà con la forza.
Si tratta di Giovanni Romano, 37enne, meglio conosciuto come «Maccarone» e Giovanni Grillo, 55enne, soprannominato «Mullechella», entrambi ritenuti responsabili, in concorso tra loro, per il reato di tentata estorsione continuata ed aggravata dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore, titolare di una ditta edile impegnata nei lavori di ristrutturazione delle facciate di un fabbricato ubicato a Pianura. Nel corso dell'indagine, la Polizia ha scoperto che gli operai, in diverse circostanze, erano stati avvicinati da due giovani, travisati da passamontagna, i quali senza scendere dal motorino sul quale viaggiavano urlavano di portare i soldi «alla famiglia» qualora l'impresa avesse intenzione ancora di lavorare.
Secondo la ricostruzione della polizia, alla minaccia di sospendere i lavori sono seguite minacce di morte per il titolare, qualora non avesse versato la dovuta tangente per la prosecuzione dei lavori. La tangente che avrebbe dovuto versare l'imprenditore per inizio lavori era di circa di 1000 euro. I poliziotti sono riusciti a fermare gli estorsori. Come spiega la polizia, Giovanni Romano è stato raggiunto presso la propria abitazione di via Torricelli, reggente del clan Marfella, ha precedenti per omicidio, stupefacenti, estorsione, rapina, porto e detenzione di armi , anche di stampo associativo. Giovanni Grillo, ha precedenti per associazione per delinquere di stampo camorristica finalizzati all'estorsione, omicidio, reati in materia di droga e contro il patrimonio. Nell'ambito di un'attenta analisi del fenomeno delle estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori di Pianura, le indagini della polizia sono volte anche ad identificare un terzo uomo inserito nell'organizzazione criminale radicalmente insediata sul territorio pronta ad imporre la propria volontà con la forza.
Saltano le intercettazioni rischia processo di mafia
Errore o distrazione, di certo quelle intercettazioni ambientali ritenute fondamentali per sostenere un’accusa di omicidio sono carta straccia. Il provvedimento con il quale il giudice dell’udienza preliminare, Antonio Lovecchio, ha dichiarato inutilizzabili le conversazioni captate in carcere e in questura rischiano di far franare o indebolire pesantemente le imputazioni nei confronti dei presunti autori del delitto di Giovanni Peschetola, 31 anni, avvenuto a Bari vecchia il 21 luglio del 2008. Il motivo? Tecnicamente si chiama «remotizzazione» delle intercettazioni presso il server della procura. In che cosa consiste? Il collegamento informatico tra la microspia utilizzata per ascoltare le conversazioni e il «registratore» che deve trasmettere le «informazioni» raccolte, deve passare esclusivamente dalla «centrale» istituita presso la procura. Diversamente, non è corretto. Nel caso di Peschetola, le intercettazioni (eseguite in Questura e in carcere dopo la «confessione» di uno dei presunti assassini) non sono passate dal server della procura. Quindi, non sarebbe stato salvaguardato il diritto di difesa, stabilito da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione nel settembre del 2008, in coincidenza con l’indagine del caso Peschetola. Per gli ermellini, affinché le prove raccolte facciano pieno ingresso nel processo, è necessario che le operazioni di registrazione siano state effettuate negli uffici della Procura presso il cui server rimane comunque impressa la versione originale della conversazione captata.
Cosa accadrà adesso? Il pm Elisabetta Pugliese, che aveva chiesto il rinvio a giudizio di sei persone, accusate a vario titolo di concorso in omicidio e detenzione di armi, ora si ritroverà di fronte a un difficile processo in «abbreviato» al quale i legali della difesa si sono subito appellati dopo aver incassato un (inevitabile) provvedimento di inutilizzabilità di due intercettazioni ambientali. Giovanni Peschetola, legato agli Strisciuglio, fu vittima di un vero proprio agguato maturato nell’ambito di un regolamento di conti.
Nessuna lite, insomma, come qualcuno volle far pensare per depistare le indagini. Due giorni dopo il delitto, si costituì infatti il 69enne Giuseppe Cassano, detto «Severino», ex contrabbandiere, ritenuto vicino ai Capriati: si assunse ogni responsabilità del fatto di sangue, scagionando i propri congiunti e giustificando di aver agito per legittima difesa. Disse, tra l’altro, di aver sparato con tre pistole. Ipotesi ritenuta poco credibile, visto che le perizie accertarono diverse posizioni di fuoco coincidenti con la versione di Cassano solo nel caso avesse disposto di «braccia allungabili».
Le indagini proseguirono fino a quando, nel luglio dello scorso anno, il gip, Giulia Romanzzi, su richiesta del pm antimafia Elisabetta Pugliese, dispose la cattura di Saverio e Onofrio Cassano, di 45 e 39 anni, figli di Giuseppe. Il primo è accusato di omicidio e violazioni della legge sulle armi ed è in cella. Il secondo (ai domiciliari) è indagato solo per quest’ultimo reato. A sparare, in realtà, sarebbero stati almeno in tre. Giuseppe, Saverio e un altro Giuseppe Cassano, nipote del «patriarca» e figlio di Saverio: il 20enne è morto in un incidente stradale il 19 dicembre del 2009, travolto con la moto da un tir davanti al porto di Bari. Nel processo sono imputate anche Porzia Cassano (imputata di detenzione di arma), Lucia Cassano e Donato Querini (ora pentito), accusati di false dichiarazioni per favorire un clan mafioso.
L’omicidio Peschetola maturò a seguito di uno «sgarro» subito da Giuseppe Cassano (padre), picchiato per aver: schiaffeggiato le donne, nel caso di specie mogli di altri appartenenti agli Strisciuglio. Secondo la Squadra mobile, Cassano, preoccupato per nuove e più feroci vendette, avrebbe tentato di riparare chiedendo aiuto a Marino Catacchio (ucciso il 18 settembre 2008) e al vecchio boss del San Paolo, Giuseppe Mercante, detto «Pinucc u’ drogat», affinché mettessero pace. Così si riuscì a organizzare un incontro che, in teoria, avrebbe dovuto risolvere tutte le questioni. Ma i Cassano si sarebbero fatti trovare armati di pistole, pronti a mettere in atto l’omicidio già pianificato.
Lotta al crimine organizzato Un Laboratorio dei mestieri tra le bambole della Scu
Da tana della «tigre» a laboratorio dei mestieri: una metamorfosi difficile e lenta ma che potrebbe portare alla rinascita di uno dei più grandi beni strappato alla Sacra corona unita in provincia di Lecce. Un passo importante è stato compiuto negli ultimi giorni con la presentazione in Prefettura del progetto presentato dal Comune di Salve: l’obiettivo è ottenere dai fondi del Pon sicurezza i due milioni di euro con i quali il Comune potrà ristrutturare gli oltre 7mila metri cubi che il clan Scarlino riuscì a realizzare grazie all’usura.
La grande fabbrica tessile confiscata alla criminalità organizzata spunta tra gli oleandri della statale che da Ugento porta a Leuca, all’altezza della zona industriale di Salve. Attraverso i rami di un fico spoglio che si è impadronito della facciata si legge ancora la scritta tracciata vent’anni fa per specificare chi fosse il nuovo padrone dell’azienda: Scarlino Luciana, la figlia di Giuseppe, il boss di Taurisano noto come «Pippi Calamita».
La sua società si chiamava «Tigre srl» e aveva preso il posto di quella dell’imprenditore di Presicce Ivano Paiano, la «Marta confezioni srl», che nei due capannoni di Salve fabbricava bambole di stoffa per conto terzi: un’attività esposta alle fluttuazioni del mercato e degli ordini.
La storia? Eccola. Quando Paiano si trova in difficoltà si rivolge alla sua banca: il funzionario, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, da un lato gli nega il prestito ma dall’altro lo mette in contatto con il clan Scarlino. Saranno i 29 milioni di lire prestati direttamente da «Pippi Calamita» a rovinare Paiano, che nell’arco di pochi anni dovrà firmare assegni per 60 milioni e infine cedere la sua attività alla figlia del boss e alla sua «Tigre srl».
Un’usura da capogiro, sancita definitivamente il 12 marzo 1997 dalla corte d’Appello di Lecce che comminò 33 anni di carcere a sei componenti della famiglia Scarlino, dal capobastone Giuseppe alla figlia Luciana. Avranno una storia più tortuosa i capannoni passati da Paiano al clan, confiscati definitivamente solo nel 2001 e assegnati al Comune di Salve sette anni dopo, il 24 luglio 2008. Nel frattempo l’abbandono manda in rovina un’attività economica nella quale lavorano non meno di cinquanta persone, tra operai e impiegati, e gli oltre mille metri quadri di copertura in amianto dei due capannoni si sfarinano lentamente, trasformando la fabbrica sulla statale 274 in una bomba ecologica.
Proprio da qui parte il progetto del Comune di Salve: la sostituzione del tetto in amianto della fabbrica con nuovi tetti in regola con la normativa ambientale è il primo passo (e uno dei più costosi) del progetto discusso il 14 febbraio dal sindaco Vincenzo Passaseo assieme a Beatrice Mariano, il capo di gabinetto del prefetto Mario Tafaro. L’idea è di fare del grande immobile un «centro laboratoriale polifunzionale dei mestieri»: in pratica i ragazzi a rischio (di età compresa tra i 14 e i 21 anni) segnalati dai servizi sociali comunali della zona e dal tribunale dei minori troveranno nell’ex fabbrica del capoclan di Taurisano un luogo dove apprendere abilità artigianali: dall’arte della ceramica a quella della cartapesta, dal verde alla grafica, fino all’edilizia tipica, effettuando per quest’ultima esercitazioni pratiche nella «pajara» diroccata che sorge all’interno dei circa 4mila metri quadri di parco che circonda l’immobile.
Il progetto prevede anche la cucina e la sala mensa, quattro camere che possono ospitare complessivamente dieci persone, un’area relax e biblioteca, un’area ricreativa con angolo bar, ma anche una grande sala conferenze, evidentemente pensata anche per essere a disposizione della comunità di Salve per iniziative e manifestazioni. Per finire con le spese necessarie per gli impianti idrico, fognante, elettrico, di riscaldamento, elettrico e antincendio, ormai inservibili dopo vent’anni di abbandono. Totale del finanziamento richiesto: due milioni di euro, la cifra ritenuta necessaria per trasformare il frutto dell’usura in una struttura di recupero al servizio di un’intera comunità.
di DANILO LUPO
La grande fabbrica tessile confiscata alla criminalità organizzata spunta tra gli oleandri della statale che da Ugento porta a Leuca, all’altezza della zona industriale di Salve. Attraverso i rami di un fico spoglio che si è impadronito della facciata si legge ancora la scritta tracciata vent’anni fa per specificare chi fosse il nuovo padrone dell’azienda: Scarlino Luciana, la figlia di Giuseppe, il boss di Taurisano noto come «Pippi Calamita».
La sua società si chiamava «Tigre srl» e aveva preso il posto di quella dell’imprenditore di Presicce Ivano Paiano, la «Marta confezioni srl», che nei due capannoni di Salve fabbricava bambole di stoffa per conto terzi: un’attività esposta alle fluttuazioni del mercato e degli ordini.
La storia? Eccola. Quando Paiano si trova in difficoltà si rivolge alla sua banca: il funzionario, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, da un lato gli nega il prestito ma dall’altro lo mette in contatto con il clan Scarlino. Saranno i 29 milioni di lire prestati direttamente da «Pippi Calamita» a rovinare Paiano, che nell’arco di pochi anni dovrà firmare assegni per 60 milioni e infine cedere la sua attività alla figlia del boss e alla sua «Tigre srl».
Un’usura da capogiro, sancita definitivamente il 12 marzo 1997 dalla corte d’Appello di Lecce che comminò 33 anni di carcere a sei componenti della famiglia Scarlino, dal capobastone Giuseppe alla figlia Luciana. Avranno una storia più tortuosa i capannoni passati da Paiano al clan, confiscati definitivamente solo nel 2001 e assegnati al Comune di Salve sette anni dopo, il 24 luglio 2008. Nel frattempo l’abbandono manda in rovina un’attività economica nella quale lavorano non meno di cinquanta persone, tra operai e impiegati, e gli oltre mille metri quadri di copertura in amianto dei due capannoni si sfarinano lentamente, trasformando la fabbrica sulla statale 274 in una bomba ecologica.
Proprio da qui parte il progetto del Comune di Salve: la sostituzione del tetto in amianto della fabbrica con nuovi tetti in regola con la normativa ambientale è il primo passo (e uno dei più costosi) del progetto discusso il 14 febbraio dal sindaco Vincenzo Passaseo assieme a Beatrice Mariano, il capo di gabinetto del prefetto Mario Tafaro. L’idea è di fare del grande immobile un «centro laboratoriale polifunzionale dei mestieri»: in pratica i ragazzi a rischio (di età compresa tra i 14 e i 21 anni) segnalati dai servizi sociali comunali della zona e dal tribunale dei minori troveranno nell’ex fabbrica del capoclan di Taurisano un luogo dove apprendere abilità artigianali: dall’arte della ceramica a quella della cartapesta, dal verde alla grafica, fino all’edilizia tipica, effettuando per quest’ultima esercitazioni pratiche nella «pajara» diroccata che sorge all’interno dei circa 4mila metri quadri di parco che circonda l’immobile.
Il progetto prevede anche la cucina e la sala mensa, quattro camere che possono ospitare complessivamente dieci persone, un’area relax e biblioteca, un’area ricreativa con angolo bar, ma anche una grande sala conferenze, evidentemente pensata anche per essere a disposizione della comunità di Salve per iniziative e manifestazioni. Per finire con le spese necessarie per gli impianti idrico, fognante, elettrico, di riscaldamento, elettrico e antincendio, ormai inservibili dopo vent’anni di abbandono. Totale del finanziamento richiesto: due milioni di euro, la cifra ritenuta necessaria per trasformare il frutto dell’usura in una struttura di recupero al servizio di un’intera comunità.
di DANILO LUPO
sabato 19 marzo 2011
Mafia e Studenti "Il test dei Minchia"
Sondaggio choc su mille studenti "Falcone e Borsellino? Fessi"
E' il dato più significativo emerso dall'indagine dell'associazione MafiaContro, su un campione di 1.062 ragazzi fra i 15 ed i 18 anni, che frequentano sette scuole siciliane, una friulana e una lombarda
PALERMO. Il 26 per cento degli studenti considera Falcone e Borsellino "illusi", o addirittura dei "fessi". E' il dato più significativo emerso dal sondaggio dell'associazione MafiaContro, su un campione di 1.062 ragazzi fra i 15 ed i 18 anni, che frequentano sette istituti scolastici siciliani, uno friulano e uno lombardo.
Il 32 per cento degli intervistati, inoltre, ha ammesso che, al posto dei due giudici fatti saltare in aria nel 1992, "professionalmente avrebbe operato scelte diametralmente opposte: andare via o non fare assolutamente nulla contro Cosa nostra". Il 10 per cento degli intervistati considera i boss Riina e Provenzano "uomini d'onore"; per il 5 per cento di loro sono "perseguitati dalla malasorte". Il 31 per cento pensa che la mafia sia "un'invenzione, se non addirittura un bene"; il 48 per cento provvederebbe "a vendicarsi direttamente" o si affretterebbe a "chiedere aiuto a qualcuno in grado di spalleggiarli".
Le percentuali superano il 71 per cento quando si tratta di esprimere la "sfiducia" nelle istituzioni; il 55 per cento è convinto che le attività scolastiche "non formino le coscienze" e il 26 per cento che bisogna accettare la mafia, o "rassegnarsi a conviverci". Esaminando solo il campione di studenti friulani e lombardi emerge che nel 68 per cento dei casi non hanno mai sentito parlare (o solo qualche volta) del pizzo. Il 98 per cento di loro non ha dubbi nel definire "la mafia un male per la società".
E' il dato più significativo emerso dall'indagine dell'associazione MafiaContro, su un campione di 1.062 ragazzi fra i 15 ed i 18 anni, che frequentano sette scuole siciliane, una friulana e una lombarda
PALERMO. Il 26 per cento degli studenti considera Falcone e Borsellino "illusi", o addirittura dei "fessi". E' il dato più significativo emerso dal sondaggio dell'associazione MafiaContro, su un campione di 1.062 ragazzi fra i 15 ed i 18 anni, che frequentano sette istituti scolastici siciliani, uno friulano e uno lombardo.
Il 32 per cento degli intervistati, inoltre, ha ammesso che, al posto dei due giudici fatti saltare in aria nel 1992, "professionalmente avrebbe operato scelte diametralmente opposte: andare via o non fare assolutamente nulla contro Cosa nostra". Il 10 per cento degli intervistati considera i boss Riina e Provenzano "uomini d'onore"; per il 5 per cento di loro sono "perseguitati dalla malasorte". Il 31 per cento pensa che la mafia sia "un'invenzione, se non addirittura un bene"; il 48 per cento provvederebbe "a vendicarsi direttamente" o si affretterebbe a "chiedere aiuto a qualcuno in grado di spalleggiarli".
Le percentuali superano il 71 per cento quando si tratta di esprimere la "sfiducia" nelle istituzioni; il 55 per cento è convinto che le attività scolastiche "non formino le coscienze" e il 26 per cento che bisogna accettare la mafia, o "rassegnarsi a conviverci". Esaminando solo il campione di studenti friulani e lombardi emerge che nel 68 per cento dei casi non hanno mai sentito parlare (o solo qualche volta) del pizzo. Il 98 per cento di loro non ha dubbi nel definire "la mafia un male per la società".
Vittime della Mafia Potenza XVI giornata della memoria
MAFIA: CORTEO LIBERA; ORGANIZZATORI, SIAMO 80 MILA
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Sono circa 80 mila i partecipanti al corteo della 16/a Giornata delle memoria in ricordo delle vittime delle mafie, in corso a Potenza: lo hanno detto gli organizzatori. Secondo fonti della questura di Potenza, alla manifestazione partecipano oltre 40 mila persone.
MAFIA: FAMILIARI CLAPS APRONO CORTEO GIORNATA RICORDO VITTIME
La madre di Elisa Claps, Filomena Iemma ed il fratello Gildo hanno aperto, a Potenza, il corteo della 16ma Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. La manifestazione, organizzata dall’Associazione Libera, arriva in Basilicata per denunciare i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata, matriarch anche la «zona grigia» che ha permesso l’impunità dei 16 omicidi irrisolti, tra cui quella della ragazza potentina tornato alla ribalta dopo il ritrovamento dei suoi resti. Il lungo corteo, composto da alcune migliaia di persone, è partito da piazza Bologna per poi confluire nel piazzale antistante la Regione. Dietro ai familiari di Elisa Claps seguono quelli della 900 vittime di
mafia.
PICIERNO, L’ITALIA NON SI ARRENDE
«La straordinaria partecipazione alla manifestazione promossa dall’associazione Libera per ricordare le vittime delle mafie è la testimonianza di un’Italia che non si arrende. Ed è fondamentale essere qui insieme ai familiari delle vittime, a tantissimi giovani spinti dalla volontà di garantire al nostro Paese un futuro libero dalle infiltrazioni malavitose. Oggi da Potenza parte un grande segnale che non dovrà essere dimenticato matriarch a cui al contrario bisognerà dar seguito in tutti i comportamenti e in tutte le scelte che la politica sarà chiamata a fare». Lo afferma la deputata del Pd Pina Picierno, oggi a Potenza per la manifestazione promossa da Libera.
CORTEO LIBERA; DE FILIPPO, QUI C’È L’ITALIA BUONA
«È fondamentale partecipare perchè qui c’è gran parte dell’Italia buona e noi non possiamo non esserci anche perchè, soprattutto nel Mezzogiorno, questi fenomeni di infiltrazioni malavitose sono un freno straordinario alla crescita e allo sviluppo». Lo ha detto il presidente della giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo (Pd), che è criminal la moglie nel corteo in ricordo delle vittime delle mafie, in corso a Potenza: «Una nuova Italia – ha aggiunto De Filippo – non si può non costruire combattendo tutti, criminal tutte le nostre responsabilità».
Novecento nomi, novecento persone uccise dalla criminalità, novecento famiglie distrutte che non vogliono che quei nomi siano sepolti «da un Paese che troppo spesso li dimentica»: per questo «Libera» ogni anno legge quella lista, da quando le madri di due poliziotti morti nella strage di Capaci chiesero «di non dimenticare i loro nomi». Parte da qui la vigilia della 16/a Giornata della memoria organizzata dall’associazione Libera a Potenza. E comincia nel pomeriggio criminal le release di enclose Luigi Ciotti, fondatore e personality dell’associazione, che ricorda il momento della nascita della manifestazione e chiede all’Italia «di non dimenticare» nessun nome: enclose Ciotti parla ad alcune centinaia di familiari delle vittime, riunite nella sala del Conservatorio del capoluogo lucano. E annuncia che a breve l’associazione organizzerà a Roma un incontro criminal il ministro dell’Interno per «limare e definire» il «Manifesto dei familiari delle vittime della criminalità organizzata», la cui bozza è stata predisposta il 27 e 28 novembre 2010 a Terrasini (Palermo). Al termine dei lavori Libera affiderà il documento nelle mani del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perchè «il Paese – ha evidenziato enclose Ciotti – faccia proprio questo grido d’amore, per una politica alta e trasparente, e perchè la memoria non sia retorica». Questa è la politica «alta», quella «trasparente e dei valori», secondo la definizione dello stesso personality di Libera. Ne esiste poi una «meschina», «bassa». Ed è quella rappresentata dai «parlamentari che si sono opposti» all’istituzione della giornata nazionale della memoria. Don Ciotti ha infatti spiegato al pubblico che Libera aveva presentato una proposta di legge, matriarch poi l’ha ritirata quando ha saputo di voti contrari in commissione, e di «intenzioni di spostare la information al 30 giugno, quando le scuole sono chiuse». E quindi, in una sala in cui è piombato il silenzio, urla: «Che meschinità, che bassa politica». Eppure, proprio dal Capo dello Stato epoch giunto a enclose Ciotti in mattinata un messaggio in cui Napolitano definisce il corteo in programma domani «un momento di autentica riflessione sul coraggio di chi, per la difesa dei valori di legalità e giustizia, ha sacrificato la propria vita». Di storie di «uomini e donne – ha scritto il presidente della Repubblica – che hanno scelto di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità contro ogni forma di sopraffazione e di violenza», e di cui «è ricca la storia dell’Italia». Quelle storie che alcuni dei familiari delle vittime provano a raccontare, tra le lacrime e l’orgoglio di portare avanti battaglie di legalità e di giustizia. Al termine dell’incontro – e prima della veglia di preghiera organizzata nella chiesa della Santissima Immacolata – il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, ha deposto un mazzo di fiori accanto alla lapide che ricorda l’omicidio Francesco Tammone, l’agente scelto della Polizia ucciso a Potenza 1996 dal house mafioso dei Basilischi. Un omicidio di
mafia anche in Basilicata, che non è un’isola felice, matriarch che domani diverrà l’isola di tutti quei nomi che non devono essere dimenticati per brave un futuro dignitoso al Paese.
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Sono circa 80 mila i partecipanti al corteo della 16/a Giornata delle memoria in ricordo delle vittime delle mafie, in corso a Potenza: lo hanno detto gli organizzatori. Secondo fonti della questura di Potenza, alla manifestazione partecipano oltre 40 mila persone.
MAFIA: FAMILIARI CLAPS APRONO CORTEO GIORNATA RICORDO VITTIME
La madre di Elisa Claps, Filomena Iemma ed il fratello Gildo hanno aperto, a Potenza, il corteo della 16ma Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. La manifestazione, organizzata dall’Associazione Libera, arriva in Basilicata per denunciare i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata, matriarch anche la «zona grigia» che ha permesso l’impunità dei 16 omicidi irrisolti, tra cui quella della ragazza potentina tornato alla ribalta dopo il ritrovamento dei suoi resti. Il lungo corteo, composto da alcune migliaia di persone, è partito da piazza Bologna per poi confluire nel piazzale antistante la Regione. Dietro ai familiari di Elisa Claps seguono quelli della 900 vittime di
mafia.
PICIERNO, L’ITALIA NON SI ARRENDE
«La straordinaria partecipazione alla manifestazione promossa dall’associazione Libera per ricordare le vittime delle mafie è la testimonianza di un’Italia che non si arrende. Ed è fondamentale essere qui insieme ai familiari delle vittime, a tantissimi giovani spinti dalla volontà di garantire al nostro Paese un futuro libero dalle infiltrazioni malavitose. Oggi da Potenza parte un grande segnale che non dovrà essere dimenticato matriarch a cui al contrario bisognerà dar seguito in tutti i comportamenti e in tutte le scelte che la politica sarà chiamata a fare». Lo afferma la deputata del Pd Pina Picierno, oggi a Potenza per la manifestazione promossa da Libera.
CORTEO LIBERA; DE FILIPPO, QUI C’È L’ITALIA BUONA
«È fondamentale partecipare perchè qui c’è gran parte dell’Italia buona e noi non possiamo non esserci anche perchè, soprattutto nel Mezzogiorno, questi fenomeni di infiltrazioni malavitose sono un freno straordinario alla crescita e allo sviluppo». Lo ha detto il presidente della giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo (Pd), che è criminal la moglie nel corteo in ricordo delle vittime delle mafie, in corso a Potenza: «Una nuova Italia – ha aggiunto De Filippo – non si può non costruire combattendo tutti, criminal tutte le nostre responsabilità».
Novecento nomi, novecento persone uccise dalla criminalità, novecento famiglie distrutte che non vogliono che quei nomi siano sepolti «da un Paese che troppo spesso li dimentica»: per questo «Libera» ogni anno legge quella lista, da quando le madri di due poliziotti morti nella strage di Capaci chiesero «di non dimenticare i loro nomi». Parte da qui la vigilia della 16/a Giornata della memoria organizzata dall’associazione Libera a Potenza. E comincia nel pomeriggio criminal le release di enclose Luigi Ciotti, fondatore e personality dell’associazione, che ricorda il momento della nascita della manifestazione e chiede all’Italia «di non dimenticare» nessun nome: enclose Ciotti parla ad alcune centinaia di familiari delle vittime, riunite nella sala del Conservatorio del capoluogo lucano. E annuncia che a breve l’associazione organizzerà a Roma un incontro criminal il ministro dell’Interno per «limare e definire» il «Manifesto dei familiari delle vittime della criminalità organizzata», la cui bozza è stata predisposta il 27 e 28 novembre 2010 a Terrasini (Palermo). Al termine dei lavori Libera affiderà il documento nelle mani del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perchè «il Paese – ha evidenziato enclose Ciotti – faccia proprio questo grido d’amore, per una politica alta e trasparente, e perchè la memoria non sia retorica». Questa è la politica «alta», quella «trasparente e dei valori», secondo la definizione dello stesso personality di Libera. Ne esiste poi una «meschina», «bassa». Ed è quella rappresentata dai «parlamentari che si sono opposti» all’istituzione della giornata nazionale della memoria. Don Ciotti ha infatti spiegato al pubblico che Libera aveva presentato una proposta di legge, matriarch poi l’ha ritirata quando ha saputo di voti contrari in commissione, e di «intenzioni di spostare la information al 30 giugno, quando le scuole sono chiuse». E quindi, in una sala in cui è piombato il silenzio, urla: «Che meschinità, che bassa politica». Eppure, proprio dal Capo dello Stato epoch giunto a enclose Ciotti in mattinata un messaggio in cui Napolitano definisce il corteo in programma domani «un momento di autentica riflessione sul coraggio di chi, per la difesa dei valori di legalità e giustizia, ha sacrificato la propria vita». Di storie di «uomini e donne – ha scritto il presidente della Repubblica – che hanno scelto di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità contro ogni forma di sopraffazione e di violenza», e di cui «è ricca la storia dell’Italia». Quelle storie che alcuni dei familiari delle vittime provano a raccontare, tra le lacrime e l’orgoglio di portare avanti battaglie di legalità e di giustizia. Al termine dell’incontro – e prima della veglia di preghiera organizzata nella chiesa della Santissima Immacolata – il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, ha deposto un mazzo di fiori accanto alla lapide che ricorda l’omicidio Francesco Tammone, l’agente scelto della Polizia ucciso a Potenza 1996 dal house mafioso dei Basilischi. Un omicidio di
mafia anche in Basilicata, che non è un’isola felice, matriarch che domani diverrà l’isola di tutti quei nomi che non devono essere dimenticati per brave un futuro dignitoso al Paese.
Frana nel Messinese, nuovi sgomberi
Dodici persone hanno dovuto lasciare le proprie case nella zona di Monte Nuovo a San Fratello, dove il terreno ha ripreso a scivolare e altri cedimenti minacciano le abitazioni
SAN FRATELLO. Il terreno nella zona di Monte Nuovo a San Fratello è ripreso a scivolare e una nuova frana minaccia le abitazioni. Nel febbraio 2010 uno smottamento minacciò il centro abitato provocando ingenti danni.
La frana è provocata dalla pioggia che cade insistente ormai da giorni. Il sindaco Salvatore Sidoti Pinto ha firmato tre ordinanze di sgombero che riguardano 12 persone. San Fratello è il paese natale di Vittorio Craxi il padre del leader socialista Bettino.
SAN FRATELLO. Il terreno nella zona di Monte Nuovo a San Fratello è ripreso a scivolare e una nuova frana minaccia le abitazioni. Nel febbraio 2010 uno smottamento minacciò il centro abitato provocando ingenti danni.
La frana è provocata dalla pioggia che cade insistente ormai da giorni. Il sindaco Salvatore Sidoti Pinto ha firmato tre ordinanze di sgombero che riguardano 12 persone. San Fratello è il paese natale di Vittorio Craxi il padre del leader socialista Bettino.
Mafia, confisca da mezzo milione a Salsiera
L’uomo è in carcere perché coinvolto nella lupara bianca del boss di Resuttana, Giovanni Bonanno, scomparso il 10 gennaio 2006. Salsiera era proprietario di un supermercato in viale Campania già sequestrato
PALERMO. La sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo ha disposto la confisca di beni riconducibili al mafioso Pietro Salsiera, 52 anni, per un importo di circa 515 mila euro.
Salsiera è in carcere per mafia e perché coinvolto nella lupara bianca del boss del quartiere Resuttana a Palermo, Giovanni Bonanno, scomparso il 10 gennaio 2006. Salsiera era proprietario di un supermercato in viale Campania che era già stato sequestrato.
PALERMO. La sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo ha disposto la confisca di beni riconducibili al mafioso Pietro Salsiera, 52 anni, per un importo di circa 515 mila euro.
Salsiera è in carcere per mafia e perché coinvolto nella lupara bianca del boss del quartiere Resuttana a Palermo, Giovanni Bonanno, scomparso il 10 gennaio 2006. Salsiera era proprietario di un supermercato in viale Campania che era già stato sequestrato.
Pizzo sul terreno del Poseidon Quattro arresti a Carini
Blitz dei Ros, al centro delle indagini una estorsione da 130 mila euro sulla compravendita del terreno dove sorge il centro commerciale aperto la scorsa primavera
Pizzo a Carini, ecco chi è finito in carcere
PALERMO. Ecco chi sono i destinatari del provvedimento che ha portato all’arresto di quattro persone considerate appartenenti alla famiglia mafiosa di Carini e accusate di estorsione aggravata nell’inchiesta sulla compravendita del terreno su cui è sorto il centro commerciale Poseidon:
- FERDINANDO GALLINA. Inteso Freddy, detenuto per associazione mafiosa (indagine Addiopizzo). Gallina, arrestato in stato di latitanza era stato arrestato dai carabinieri di Carini esattamente tre anni fa, il 19 marzo del 2008, è figlio di Salvatore detto Totò (già reggente della famiglia di Carini) e cognato di Giovanni Battista Giacalone (fino al 2008 coreggente della famiglia di San Lorenzo unitamente con Massimo Giuseppe Troia, conosciuto come Lo Scuro).
- GIOVANNI GALLINA. Fratello di Ferdinando.
- VINCENZO PIPITONE. Uomo d’onore della famiglia di Carini, in cella per associazione mafiosa ed estorsione (indagine Gotha). Pipitone era diventato reggente della famiglia di Carini dopo l’arresto del fratello Giovan Battista Pipitone, avvenuto il 6 febbraio del 2002.
- ANTONINO PIPITONE. uomo d’onore della famiglia di Carini, recluso per associazione mafiosa ed estorsione (indagine Occidente).
PALERMO. Blitz antimafia con quattro arresti a Carini. In manette sono finiti Ferdinando Gallina, il fratello Giovanni, Vincenzo e Antonino Pipitone. Per tutti l’accusa è di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
In azione i carabinieri del Ros e della Compagnia di Carini contro i quattro ritenuti appartenenti alla famiglia di Carini.
Nella stessa inchiesta risulta indagato anche Salvatore Lo Piccolo, vertice del mandamento di Tommaso Natale. Le attività investigative, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno consentito di raccogliere prove in ordine al pagamento di una somma di denaro pari a 130.000 euro come parte di una più ampia richiesta estorsiva per la compravendita di un terreno destinato alla realizzazione di un centro commerciale in contrada Ciachea di Carini (l’attuale Poseidon aperto nella primavera del 2010).
Secondo gli investigatori su indicazione di Lo Piccolo la richiesta, originariamente formulata da Vincenzo Pipitone, era stata reiterata da Antonino e da Gaspare Pulizzi. Il pagamento era stato ulteriormente sollecitato da Ferdinando Gallina (nel 2007), incaricato durante la detenzione di Antonino Pipitone e la latitanza di PULIZZI, divenuto il reggente della famiglia. E vista l’irreperibilità anche di Ferdinando Gallina, coinvolto nell’inchiesta Addiopizzo, la somma era stata poi percepita materialmente dal fratello Giovanni nel febbraio 2008.
PALERMO. Ecco chi sono i destinatari del provvedimento che ha portato all’arresto di quattro persone considerate appartenenti alla famiglia mafiosa di Carini e accusate di estorsione aggravata nell’inchiesta sulla compravendita del terreno su cui è sorto il centro commerciale Poseidon:
- FERDINANDO GALLINA. Inteso Freddy, detenuto per associazione mafiosa (indagine Addiopizzo). Gallina, arrestato in stato di latitanza era stato arrestato dai carabinieri di Carini esattamente tre anni fa, il 19 marzo del 2008, è figlio di Salvatore detto Totò (già reggente della famiglia di Carini) e cognato di Giovanni Battista Giacalone (fino al 2008 coreggente della famiglia di San Lorenzo unitamente con Massimo Giuseppe Troia, conosciuto come Lo Scuro).
- GIOVANNI GALLINA. Fratello di Ferdinando.
- VINCENZO PIPITONE. Uomo d’onore della famiglia di Carini, in cella per associazione mafiosa ed estorsione (indagine Gotha). Pipitone era diventato reggente della famiglia di Carini dopo l’arresto del fratello Giovan Battista Pipitone, avvenuto il 6 febbraio del 2002.
- ANTONINO PIPITONE. uomo d’onore della famiglia di Carini, recluso per associazione mafiosa ed estorsione (indagine Occidente).
Droga, sequestrati due quintali di cocaina al porto di Gioia Tauro
Ad illustrare l'operazione, il Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo e del Procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia Michele Prestipino
Oltre 220 chili di cocaina sono stati sequestrati nel porto di Gioia Tauro all’interno di due container provenienti dal Sud America. L’operazione è stata condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria-Gico di Reggio Calabria, coadiuvati da quelli di Gioia Tauro ed in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane.
Negli ultimi due anni, le fiamme Gialle hanno sequestrato quasi settecento chili di cocaina con 114 persone arrestate.
Oltre 220 chili di cocaina sono stati sequestrati nel porto di Gioia Tauro all’interno di due container provenienti dal Sud America. L’operazione è stata condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria-Gico di Reggio Calabria, coadiuvati da quelli di Gioia Tauro ed in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane.
Negli ultimi due anni, le fiamme Gialle hanno sequestrato quasi settecento chili di cocaina con 114 persone arrestate.
Due agguati nel Vibonese feriti un imprenditore e un pensionato
Due agguati sono stati compiuti nella tarda serata di ieri in provincia di Vibo Valentia
Due gli agguati ieri sera nel Vibonese, uno dei quali avvenuto nella frazione Vena di Jonadi, dove è stato ferito un imprenditore, Domenico Bono, di 41 anni.
L’obiettivo dell’altro agguato, a Limbadi, un pensionato di 72 anni, P.P, è rimasto illeso. Contro Bono, che era appena sceso dalla sua automobile, una persona giunta sul posto a bordo di una moto, ha sparato un colpo di pistola che ha ferito l’imprenditore ad una gamba. Bono è stato ricoverato dall’ospedale di Vibo Valentia con una prognosi di 15 giorni. L’agguato contro il pensionato è stato fatto mentre quest’ultimo stava aprendo la porta della propria abitazione.
Contro P.P. una persona mascherata con passamontagna ha sparato un colpo di pistola che è andato a vuoto. I due agguati, secondo quanto è emerso dalla prime indagini, sarebbero da collegare a vendette per contrasti di natura personale.
Due gli agguati ieri sera nel Vibonese, uno dei quali avvenuto nella frazione Vena di Jonadi, dove è stato ferito un imprenditore, Domenico Bono, di 41 anni.
L’obiettivo dell’altro agguato, a Limbadi, un pensionato di 72 anni, P.P, è rimasto illeso. Contro Bono, che era appena sceso dalla sua automobile, una persona giunta sul posto a bordo di una moto, ha sparato un colpo di pistola che ha ferito l’imprenditore ad una gamba. Bono è stato ricoverato dall’ospedale di Vibo Valentia con una prognosi di 15 giorni. L’agguato contro il pensionato è stato fatto mentre quest’ultimo stava aprendo la porta della propria abitazione.
Contro P.P. una persona mascherata con passamontagna ha sparato un colpo di pistola che è andato a vuoto. I due agguati, secondo quanto è emerso dalla prime indagini, sarebbero da collegare a vendette per contrasti di natura personale.
«Il Crimine 2», Vallelonga: "Salvatemi dalla giustizia italiana"
Appello dell'ex sindaco di Stirling finito nell’inchiesta al ministro australiano: «Salvatemi»
Ha rivolto un appello disperato al ministro degli interni australiano Brendan O'Connor attraverso le tv, Tony Vallelonga, l’ex sindaco di Stirling, che presto potrebbe dovrebbe essere estradato in Italia per il suo coinvolgimento con la ‘ndrangheta calabrese e per i suoi rapporti con Giuseppe Commisso, «‘u mastru» di Siderno, si aggrappa ancora alla speranza per evitare l’arresto.
I suoi cittadini lo sostengono e durante la conferenza stampa in compagnia della moglie Maria, è letteralmente scoppiato in lacrime, per respingere tutte le accuse contenute nell’ordinanza dell’operazione “Il Crimine 2”. L’ex sindaco australiano ha spiegato di essere un cittadino “straordinario e sempre al servizio della comunità”. Ed inoltre vuole risparmiare un dolore alla sua famiglia per un arresto che in Australia giudicano imbarazzante.
Nei giorni scorsi ha anche scritto una lettera alla tv “Afp” promettendo di consegnare il passaporto e di presentarsi spontaneamente davanti ai giudici per chiarire la sua posizione. Ma non vuole finire in cella. Addirittura si sarebbe detto disponibile ad affrontare un tribunale australiano, ma di non voler essere estradato in Italia. Circostanza assurda visto che ad accusarlo è la magistratura italiana. Comunque sia non si prevedono tempi brevi per il suo “rientro” forzato in patria. Dall'inchiesta risulta che era un uomo dei clan a tutti gli effetti, soprattutto “uomo di vertice del locale di ‘ndrangheta di Stirling“. Era lui ad assumere le decisioni chiave e a decidere le cariche piramidali della ‘ndrina. Agiva sul modello calabrese, stessi riti e stesse attività. E tutto veniva concordato con la cosca “madre” e con il “Crimine”, il vertice della ‘ndrangheta che ha casa nel Reggino.
Ha rivolto un appello disperato al ministro degli interni australiano Brendan O'Connor attraverso le tv, Tony Vallelonga, l’ex sindaco di Stirling, che presto potrebbe dovrebbe essere estradato in Italia per il suo coinvolgimento con la ‘ndrangheta calabrese e per i suoi rapporti con Giuseppe Commisso, «‘u mastru» di Siderno, si aggrappa ancora alla speranza per evitare l’arresto.
I suoi cittadini lo sostengono e durante la conferenza stampa in compagnia della moglie Maria, è letteralmente scoppiato in lacrime, per respingere tutte le accuse contenute nell’ordinanza dell’operazione “Il Crimine 2”. L’ex sindaco australiano ha spiegato di essere un cittadino “straordinario e sempre al servizio della comunità”. Ed inoltre vuole risparmiare un dolore alla sua famiglia per un arresto che in Australia giudicano imbarazzante.
Nei giorni scorsi ha anche scritto una lettera alla tv “Afp” promettendo di consegnare il passaporto e di presentarsi spontaneamente davanti ai giudici per chiarire la sua posizione. Ma non vuole finire in cella. Addirittura si sarebbe detto disponibile ad affrontare un tribunale australiano, ma di non voler essere estradato in Italia. Circostanza assurda visto che ad accusarlo è la magistratura italiana. Comunque sia non si prevedono tempi brevi per il suo “rientro” forzato in patria. Dall'inchiesta risulta che era un uomo dei clan a tutti gli effetti, soprattutto “uomo di vertice del locale di ‘ndrangheta di Stirling“. Era lui ad assumere le decisioni chiave e a decidere le cariche piramidali della ‘ndrina. Agiva sul modello calabrese, stessi riti e stesse attività. E tutto veniva concordato con la cosca “madre” e con il “Crimine”, il vertice della ‘ndrangheta che ha casa nel Reggino.
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