mercoledì 6 aprile 2011

Terrorismo, operazione "outlaw" in ambienti anarchici perquisizioni anche a Reggio

Oltre 300 gli uomini della Polizia di Stato impiegati nell’operazione in atto nei confronti di militanti anarco-insurrezionalisti
 
Sessanta perquisizioni in 16 città italiane (da Bologna a Reggio Calabria, da Trento a Milano), 12 misure cautelari – tra cui cinque arresti, e sette tra provvedimenti di obbligo di dimora nelle rispettive residenze o di divieto di dimora a Bologna – più un fermo disposto dalla procura bolognese nei confronti di un esponente anarchico ferrarese – Francesco Magnani, 24 anni – accusato dell’attentato incendiario dello scorso 29 marzo con l’utilizzo di quattro ordigni esplosivi artigianali ai danni degli uffici commerciali dell’Eni di Bologna. È il quadro dell’operazione «Outlaw» della Digos di Bologna e della Direzione centrale della polizia di prevenzione nei confronti di attivisti anarco-insurrezionalisti legati al circolo bolognese «Fuoriluogo», che verrà sottoposto a sequestro penale.


Contestata, nelle misure cautelari, l’associazione a delinquere con finalità eversiva: l’inchiesta che ha portato ad arresti e pequisizioni (quasi tutte in abitazioni private) si riferisce ad un arco temporale che va dal 2006, data di nascita del circolo anarchico bolognese, al 2010. All’elenco dei fatti si aggiunge l’episodio più recente, l’attentato all’Eni, il cui presunto autore – già nell’elenco delle persone sottoposte a obbligo di dimora – sarebbe stato inchiodato da una telefonata che lascerebbe pochi dubbi. Tra i fatti contestati, molti dei quali già addebitati ai singoli ed arrivati anche a processo, campagne anarchiche di pubblicistica, danneggiamenti vari, azioni di protesta contro banche o multinazionali accusate di sfruttamento ambientale. Secondo gli inquirenti, la struttura anarchica che faceva capo al «Fuoriluogo» aveva un doppio livello, uno più legato al presidio del territorio e alle manifestazioni, l’altro finalizzato ad ideare e mettere in campo azioni dirette di contrasto, come attentati e danneggiamenti.

Il centro nasce come stamperia, ma si sviluppa come centro di iniziative e di incontri, con collegamenti anche in altre parti d’Italia e la diffusione dell’opuscolo «Invece» Una indagine, hanno spiegato gli inquirenti, estramamente complessa, fatta non solo di intercettazioni ma anche di pedinamenti, in quanto gli anarchici agivano in piccoli gruppi, caratterizzati da legami affettivi o di amicizia molto intensi.

Reggio. I cittadini ritengono che la criminalità frena l'economia

Un sondaggio svolto dalla Camera di commercio di Reggio Calabria rivela che per i cittadini di reggio la criminalità organizzata frena le attività economica del territorio
 
In provincia di Reggio Calabria il 70% dei cittadini ritiene che la criminalità influisca sulla vita quotidiana e l’82% che freni le attività economiche del territorio calabrese. Sono questi alcuni dei dati del rapporto sulla presenza e la percezione dei fenomeni illegali nella provincia di Reggio Calabria che sarà presentato venerdì nel salone della Camera di Commercio. L’indagine è stata realizzata dalla Camera di Commercio di Reggio Calabria e "Sos impresa", l’associazione antiracket della Confesercenti, con il supporto tecnico-scientifico dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne e dell’Istituto Piepoli. Secondo gli imprenditori locali la quota di illegalità nel circuito economico reggino, si attesta al 28,4% della ricchezza prodotta in provincia. La maggior parte dei cittadini e degli imprenditori della provincia riconosce l’esistenza e la persistenza della 'ndrangheta nella società reggina e ritiene che possa essere sconfitta se istituzioni e società si ribellano (imprenditori 54,3%; cittadini 28%) o se si eliminano le connivenze con politici e amministratori locali (imprenditori 15,2%; cittadini 14%). I lavori della manifestazione per la presentazione dei dati saranno aperti da Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, e Antonio Marcianò, presidente Confesercenti di Reggio Calabria. Parteciperanno all’incontro, oltre ai responsabili degli Istituti Tagliacarne e Piepoli, anche Luigi Varatta, prefetto di Reggio Calabria; Luciano Gerardis, presidente del Tribunale di Reggio Calabria; Giuseppe Pignatone procuratore della Repubblica; Giuseppe Scopelliti, governatore della Regione Calabria; Valerio Zappalà direttore generale di Infocamere. Coordinerà i lavori Antonio Palmieri, segretario generale della Camera di Commercio di Reggio.

Vibo. Duplice omicidio di Gravé e Campese. Il 17 maggio inizia l'appello

Inizierà il prossimo 17 maggio il processo di appello per Vito Gallé di Serra San Bruno condannato in primo grado a 22 anni per concorso in omicidio di Angelo Cravé e Giuseppe Campese
 
E' fissato per il prossimo 17 maggio il giudizio d’appello per Vito Gallè, 44 anni, di Serra San Bruno (VV), condannato a 22 anni di reclusione per concorso nel duplice omicidio pluriaggravato di Angelo Gravè, di 42 anni, e di suo cognato Giuseppe Campese, di 35, entrambi raggiunti da diversi colpi di fucile, carabina e pistola il 18 febbraio del 2008, per liti dovute a questioni di vicinato. La Corte d’assise d’appello di Catanzaro è chiamata pronunciarsi sul ricorso con cui i difensori di Gallè, gli avvocati Giancarlo Pittelli e Antonio Porcelli, hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa il 22 giugno scorso, quando l'uomo fu condannato anche alle pene accessorie dell’interdizione perpetua dei pubblici uffici, dell’interdizione legale per la durata della pena, e della sospensione dalla potestà genitoriale per lo stesso periodo, nonchè a risarcire alle parti civili – rappresentate dall’avvocato Silvio Sorrentino – i danni, da liquidarsi in separata sede (anche se la Corte d’assise ha già stabilito provvisionali nella misura di 20.000 euro per tre parti offese, e 40.000 per la quarta). Vito Gallè è una delle tre persone che sono state accusate degli omicidi premeditati dei due cognati Gravè e Campese che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, erano finiti in un vero e proprio agguato dal quale il primo non ebbe scampo e morì sul colpo, mentre il secondo spirò dopo qualche ora in ospedale.

All’origine del duplice delitto, secondo quanto ricostruito dai Carabinieri, la servitù di passaggio su una strada che attraversa le proprietà di Gallè che aveva già provocato numerosi scontri. A imbracciare le tre armi utilizzate, secondo le iniziali accuse, furono Rocco Salvatore Gallè, di 69 anni, il quale si costituì spontaneamente ai carabinieri, ed i suoi figli, Bruno e Vito, rispettivamente di 42 e 44 anni, pure arrestati. In primo grado Bruno Gallè è stato assolto in sede di giudizio abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare di Vibo, che ha invece condannato a 20 anni di reclusione il padre Rocco Salvatore. Il 18 giugno scorso la Corte d’assise d’appello di Catanzaro ha confermato l’assoluzione di Bruno Gallè, ed ha rideterminato la pena di Rocco Salvatore Gallè in 12 anni.

Droga, cinque persone arrestate a Gioia Tauro per spaccio

Ai cinque è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Palmi, Silvia Capone, che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Giulia Patano

Cinque persone sono state arrestate dai carabinieri a Gioia Tauro per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le indagini dei carabinieri hanno avuto inizio nel luglio del 2010 dopo alcune segnalazioni circa un incremento dell’attività di spaccio nelle zone centrali di Gioia Tauro. Gli investigatori hanno compiuto numerosi controlli durante i quali sono stati accertati venti episodi di spaccio di droga.


Durante l’indagine sono stati segnalati al Prefetto di Reggio Calabria sei ragazzi che avevano acquistato alcune dosi di marijuana dagli spacciatori. I carabinieri hanno sequestrato anche 10 dosi di droga. Le persone arrestate sono: Ernesto Galli, di 38 anni; Pasquale Gaizza, 57; Carmelo Galli, 32; Bruno Guerrisi, 57, e Vincenzo Galli, 31.

San Luca, inaugurata la nuova caserma dei Carabinieri "C. Tripodi"

La nuova caserma è stata intitolata al brigadiere Carmine Tripodi, ucciso dalla 'ndrangheta il 6 febbraio del 1985
 
E' stata inaugurata a San Luca, nel Reggino, la nuova caserma dei carabinieri intitolata al brigadiere Carmine Tripodi. Alla cerimonia sono intervenuti il sottosegretario di Stato all’Interno, Francesco Nitto Palma; il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta; il comandante interregionale carabinieri «Culqualber», gen. Lucio Nobili, ed il comandante provinciale, colonnello Pasquale Angelosanto.


I locali della caserma sono stati benedetti dal vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini. La cerimonia è stata preceduta dalla deposizione di una corona d’alloro alla lapide intitolata al brigadiere Tripodi, in località Ponte Cocuzza.

Il colonnello Angelosanto, nel suo intervento, ha rivolto un «deferente saluto ai familiari del brigadiere Tripodi, ed in particolare al padre Antonio, che porta appuntata sul petto la medaglia d’oro al valor militare conferita al figlio, e alla nipote, Carmela Tripodi, madrina della cerimonia. Nella sua lunga storia – ha detto Angelosanto – la stazione carabinieri non è stata, e a maggior ragione non lo è ai giorni nostri, soltanto un presidio avanzato di legalità in un territorio che è sovente evocato come una roccaforte della 'ndrangheta, ma è ancor prima un segno tangibile dell’attenzione che le istituzioni rivolgono a questa collettività e che trova oggi conferma nell’inaugurazione della nuova caserma». Angelosanto ha anche ringraziato, «per l’attenzione riservata alle esigenze logistiche dell’Arma», il Ministro delle Infrastrutture, «la cui ferma volontà di realizzazione del presidio – ha detto – ha consentito di superare le molteplici e dure difficoltà che nel corso degli anni si sono presentate, e il grande impegno del Prefetto e del Provveditore Interregionale Sicilia-Calabria alle Opere pubbliche, i cui uffici e funzionari incaricati tanto hanno lavorato, unitamente al sindaco, Sebastiano Giorgi. Per ultima non priva di segnalazione è l’opera dell’impresa Pellegrino e delle sue maestranze per il lavoro svolto, iniziato nel 1995, portato avanti non senza difficoltà, più volte interrotto e terminato nel 2010».

«La realizzazione di quest’opera – ha detto ancora il comandante provinciale – non è un caso isolato. Infatti, altri importanti interventi infrastrutturali sono stati ultimati o stanno per esserlo a Locri, sempre ad opera del Provveditorato, a Gioia Tauro, Marina di Gioiosa Jonica e Rosario Valanidi di Reggio Calabria, ove beni sottratti alla criminalità mafiosa sono destinati a ospitare nostri comandi, con un’operazione resa possibile grazie all’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati e al fattivo interessamento dei suoi funzionari che, per questo, pubblicamente ringrazio. Si tratta di realizzazioni importanti, conseguite per corrispondere al bisogno primario della sicurezza, facendo in modo che le forze preposte alla sua tutela possano operare in condizioni adeguate di funzionalità e decoro». Angelosanto ha definito l’uccisione del brigadiere Tripodi, rimasta insoluta, «una ferita ancora aperta per l’Arma. Il sacrificio del brigadiere determinò negli apparati investigativi la presa di coscienza a operare forme di contrasto più efficaci e coordinate, la cui impostazione è ancora oggi seguita dai militari dell’Arma che hanno idealmente raccolto, in contrada Ponte Cocuzza di San Luca, lo stendardo portato con onore dal brigadiere Carmine Tripodi».

«E' un fatto importante che manifesta la presenza e l’attenzione dello Stato in una terra martoriata dalla presenza della criminalità organizzata come quella della Calabria. In ogni coso però dobbiamo anche vedere i lati positivi: oggi alla manifestazione erano presenti circa 300 - 350 cittadini, tra cui molti bambini. Credo che questo sia un segnale positivo perchè vuol dire che anche qui, a San Luca, c'è gente che vuole il recupero della legalità che rappresenta il presupposto del riscatto di questo centro e della Calabria intera». Lo ha affermato il sottosegretario all’Interno, Francesco Nitto Palma, a margine della cerimonia d’inaugurazione della nuova caserma dei carabinieri di San Luca. Per il rappresentante del Governo, «questo segnale, però, non basta. La parte repressiva e il ripristino dalla legalità sono una porzione dell’intervento istituzionale. Ma non v'è dubbio che le istituzioni tutte, lo Stato, la Regione, la Provincia e gli enti locali, ognuno per la propria parte, debbano impegnarsi a favorire lo sviluppo dei loro territori e attuare ciò che serve per evitare un’invasione di campo della criminalità. Quindi, senz'altro la repressione, senz'altro la restaurazione della legalità, ma anche grandi interventi di tipo sociale». Il sottosegretario all’Interno ha poi affrontato il tema del contrasto alla criminalità organizzata in questi tre anni di Governo. «La risposta è stata unica – ha detto – e, assolutamente, nuova per lo Stato: gli arresti di appartenenti alla criminalità organizzata e di latitanti, il sequestro e la confisca dei beni sono stati assolutamente eccellenti. Questo è stato possibile sia per le modifiche legislative che sono state effettuate dal Governo, sia per l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura. Immaginare che il fenomeno della criminalità organizzata e il suo contrasto possa fermarsi a questo a mio avviso è un errore. Di ciò il Governo Berlusconi - ha aggiunto – è assolutamente consapevole. Tutto quello che il Governo sta cercando di fare, qui, Calabria e in altre terre affaticate dalla criminalità organizzata, è garantire le condizioni per lo sviluppo e anche la fine di un sistema assistenzialista e clientelare che da sempre è stato l’humus all’interno del quale si è sviluppata la criminalità organizzata».

martedì 5 aprile 2011

Caltanissetta, le mani della mafia su appalti e forniture

Materiale edile, rifiuti e sale scommesse, oltre che il dominio assoluto sui lavori. Sono questi gli affari che ruotavano intorno al clan Vallone, storica cellula nel Nisseno di Cosa Nostra

CALTANISSETTA. Appalti e forniture di materiale edile ma anche rifiuti e sale scommesse. Sono gli affari attorno ai quali ruotava l'interesse della mafia del Vallone, storica cellula di Cosa Nostra della provincia nissena un tempo guidata da boss del calibro di don Calogero Vizzini, Giuseppe "Piddu" Madonia o Mimì Vaccaro. Tra i 28 arrestati dell'operazione "Gran Vallone" figura anche un imprenditore, Giuseppe Modica, che la Procura nissena ritiene una sorta di "assessore ai lavori pubblici di Cosa Nostra".

L'inchiesta è partita proprio dai suoi rapporti con alcuni componenti del clan di Campofranco. In manette anche un presunto fiancheggiatore di Bernardo Provenzano, Maurizio Carrubba, ritenuto affiliato alla famiglia mafiosa di Campofranco, autista dell'Ato Ambiente Cl1, la società che gestisce il servizio dei rifiuti. Nella richiesta di arresto firmata dalla Procura è ritenuto l'"amico Cl" indicato nei pizzini di Provenzano. Il clan avrebbe messo le mani, tra l'altro, nell'assegnazione degli appalti per il termovalorizzatore di Casteltermini-Campofranco, nei lavori per la realizzazione di alcuni parchi eolici a Vicari, nelle opere connesse alla velocizzazione della linea ferroviaria Agrigento-Palermo, nella realizzazione di un ascensore sul Monte San Paolino di Sutera, in uno stabilimento per la produzione di pannelli fotovoltaici e di un termovalorizzatore a Casteltermini, nell'Agrigentino. Di quest'ultimo appalto ha parlato con i magistrati della Procura anche il pentito agrigentino Maurizio Di Gati.

Partinico, riduzione in schiavitù di immigrato: avvocato in manette

Fabio Trigali, 43, è stato arrestato dai carabinieri. Avrebbe segregato un giovane indiano di 38 anni nella sua campagna picchiandolo, minacciandolo di morte, sequestrandogli documenti e cellulare e facendolo vivere in condizioni miserabili


PARTINICO. Avrebbe segregato un giovane indiano di 38 anni nella sua campagna a Partinico (Pa), picchiandolo, minacciandolo di morte, sequestrandogli documenti e cellulare, facendolo vivere in condizioni miserabili: per questo i carabinieri, su ordine del gip, hanno arrestato l'avvocato civilista Fabio Tringali, 43 anni, con l'accusa di riduzione in schiavitù. Nel novembre scorso l'indiano era riuscito dopo cinque mesi a fuggire dalla tenuta in contrada Volpe andando dai carabinieri per denunciare la drammatica storia. Tornato nella tenuta sarebbe stato massacrato dal legale. Come scrivono alcuni quotidiani a carico dell'indagato vi sono alcune testimonianze dei vicini. Tringali, noto nell'ambiente forense, lo scorso dicembre aveva organizzato un convegno dal titolo: "Etica del dono ed eticità delle donazioni".

Cocaina a Catania, accordo Cosa nostra-Camorra

Sgominata una banda etnea che si riforniva da un clan napoletano. Accertata l’esistenza di un articolato sistema di vedette e pusher attivo nell'intero arco della giornata nel centro storico della città



CATANIA. Agenti della Squadra mobile della questura di Catania stanno procedendo all'arresto di numerose persone, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare, perché ritenute organiche ad un'associazione per delinquere dedita al traffico di stupefacenti.

Secondo l'accusa, l'organizzazione acquistava grosse partite di cocaina da un clan camorristico napoletano che in parte cedeva ad organizzazioni mafiose catanesi e in parte spacciava in proprio nel centro storico della città, attraverso un articolato sistema di vedette e pusher attivo nell'intero arco della giornata.

I reati contestati dalla Dda della Procura di Catania sono traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione di armi e intestazione di beni in violazione della normativa antimafia.

Nell'operazione, ancora in corso, sono impegnati circa 200 agenti, unità cinofile antidroga ed un elicottero.

Mafia, 28 arresti a Caltanissetta: sequestrate 7 società

Le indagini hanno accertato gli interessi delle famiglie locali di Cosa Nostra nel controllo monopolistico delle forniture di conglomerati cementizi destinate ad opere pubbliche, anche nelle province di Palermo ed Agrigento


CALTANISSETTA. I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Caltanissetta stanno eseguendo 28 ordinanze di custodia cautelare, emesse su richiesta della Direzione distrettuale antimafia nissena. Tra i reati contestati ci sono quelli di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e frode informatica. I militari dell'Arma stanno sequestrando anche sette società, e relativi beni aziendali, ritenute frutto del reinvestimento dei proventi illeciti.

Le indagini hanno accertato gli interessi delle famiglie locali di Cosa Nostra nel controllo monopolistico delle forniture di conglomerati cementizi destinate ad opere pubbliche, anche nelle province di Palermo ed Agrigento. Documentato anche il condizionamento nel settore del gioco lecito, esercitato attraverso la gestione di sale scommesse riconducibili ad esponenti del sodalizio mafioso.

Cosenza, 13 arresti per violenze sessuali e sevizie ad un disabile mentale

L'operazione è stata denominata "Orchi". Le violenze sulla vittima sarebbero iniziate nel 2003
 
Otto anni di sevizie e abusi sessuali su un disabile mentale cosentino. E' quanto emerge dalle indagini, dei carabinieri della Compagnia di Cosenza che hanno arrestato questa mattina 13 persone.


Il giovane vittima degli abusi sarebbe stato costretto anche a subire violenze di gruppo, ed alcuni degli arrestati, avrebbero anche sottoposto la vittima, che ha poco meno di 30 anni, a sevizie che sono state riscontrate dagli investigatori. L’inchiesta 'Orchi', iniziata sei mesi fa grazie a voci confidenziali raccolte dai carabinieri di Cosenza, nel corso del tempo ha portato gli investigatori a creare un rapporto di fiducia con la vittima, e così si è arrivati a risalire ai presunti autori delle violenze, alcuni dei quali sposati, ed ai luoghi in cui avvenivano.

Dalle indagini è emerso che alcuni degli arrestati, di età compresa tra 35 e 70 anni, conoscevano la vittima da anni ed avrebbero iniziato ad abusarne nel 2003. Altri indagati, invece, sarebbero venuti in contatto con il giovane disabile più recentemente, circa tre anni fa, dopo una sorta di passa parola. A sei arrestati viene contestata anche l’accusa di violenza sessuale di gruppo. Tra loro vi è anche un uomo che, pur non potendo avere rapporti sessuali, avrebbe partecipato alle violenze. Le verifiche che i militari hanno dovuto effettuare sono state lunghe e complicate. Ma alla fine, grazie anche a diverse intercettazioni telefoniche ed ambientali, si sarebbe trovata piena conferma a quanto dichiarato dal giovane.

I PARTICOLARI DELL'OPERAZIONE "ORCHI"

La vittima degli abusi è un giovane di quasi 30 anni, di cui è stato rivelato solo il nome di battesimo, Andrea. Gli arrestati, che al giovane disabile non avevano quasi mai rivelato i loro veri nomi, sono Giuseppe Santoro, alias 'U Ragioniere, Massimo Lomonaco, alias Arcangelo, Antonio Santoro, alias Antonio Veltri, Antonio Donvito, alias Totonnu, Mario Aiello, Pasquale Andali, alias Pasquale Fabiano, Aldo De Rose, alias Paolo Naccarato, Fernando Mele, Giuseppe Pugliese, alias Giovanni Pinuzzo Di Bartolomeo, Cosimo Pastorello, alias Michele, Vincenzo Gagliano, alias Mastro Vicenzo, Eugenio De Cicco e Franco Adamo Spadafora. Le persone arrestate sono tutte di Cosenza e di Rende.

I tredici, ai quali sono stati sequestrati pc e diversi oggetti, tra cui un intero carico di mutande, al vaglio degli inquirenti, erano legati dalle loro perversioni. Non sembra che ci sia un capo del gruppo, e quindi non sembrerebbe che il giovane sia mai stato sfruttato a pagamento, ma solo a scopi del tutto personali. Si sta indagando per scoprire se il gruppo abbia potuto sfruttare allo stesso modo altri giovani mentalmente deboli, inducendoli a fare cose che venivano descritte come normali.

Il giovane Andrea è stato affidato alle cure della sua famiglia, che era del tutto ignara di cosa stesse accadendo. «Il merito dell’operazione va dato al comandante della stazione dei carabinieri di Cosenza, il maresciallo Cosimo Saponangelo, che ha saputo raccogliere le confidenze del ragazzo disabile e ha saputo guidarlo» ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Cosenza, il Colonnello Francesco Ferace.

Reggio: operazione "Archi", 26 provvedimenti di fermo ad esponenti dei Labate e Tegano

Ventisei i provvedimenti di fermo emessi dalla Dda reggina, nei confronti di altrettanti presunti affiliati alle cosche Tegano e Labate
Operazione della polizia questa mattina a Reggio Calabria per l’esecuzione di 26 fermi emessi dalla Dda reggina, nei confronti di altrettanti presunti affiliati alle cosche Tegano e Labate che operano nella città dello Stretto. Per tutti gli indagati l’accusa è di associazione mafiosa. Nel corso dell’operazione, gli investigatori della squadra mobile di Reggio e dallo Sco di Roma stanno anche eseguendo numerose perquisizioni. L'indagine ha permesso di ricostruire i nuovi assetti e l’organizzazione di vertice delle cosche operanti a Reggio. L’operazione è stata chiamata «Archi» dal nome del quartiere della città che, secondo gli investigatori, riveste un ruolo fondamentale nelle dinamiche criminali, vista la presenza su quel territorio di famiglie storiche della 'ndrangheta quali Tegano, De Stefano e Condello.


Secondo gli investigatori, quella di oggi è un’operazione speculare a quella denominata "Crimine", condotta nel luglio scorso in collaborazione con la Dda di Milano con l’arresto di oltre 300 persone, e che ha ricostruito gli assetti della 'ndrangheta in tutta la provincia reggina.

L’operazione "Archi", definisce meglio il contesto delle cosche che operano a Reggio. L’inchiesta ha ricostruito anche come si è arrivati agli assetti attuali, partendo dalla guerra di mafia che tra il 1985 ed il 1991 provocò oltre mille morti a Reggio Calabria. Una mattanza che ebbe fine nel 1991 con alcuni incontri «di pace» che hanno cambiato sostanzialmente gli assetti. I Condello ed i De Stefano, protagonisti su versanti opposti della guerra di mafia, infatti, secondo gli investigatori siedono adesso insieme ai vertici della 'ndrangheta.

Tra le persone destinatarie dei 26 provvedimenti di fermo figura anche Giuseppe Rocco Giovanni Rechichi, 53 anni, imprenditore, socio privato della società Multiservizi che fa capo per il 51% del capitale al comune di reggio Calabria. L’operazione ha portato in carcere 21 persone appartenenti, a vario titolo, alle cosche Tegano e Labate della città calabrese dello Stretto. Rechichi è accusato, insieme con gli altri fermati, di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Droga, in manette due gruppi di albanesi arrestati anche due pregiudicati calabresi

La Polizia di Stato di Bologna ha eseguito alcuni provvedimenti restrittivi nei confronti di persone responsabili di traffico di sostanze stupefacenti
L'operazione della Squadra Mobile della Questura di Bologna, unitamente al personale delle Questure di Bergamo, Cosenza, Milano, Modena, Napoli, Rimini, Verona ha permesso di disarticolare due gruppi di trafficanti di cocaina albanesi, dediti all’importazione di stupefacenti in Emilia Romagna. Tra gli arrestati figurano anche tre pregiudicati italiani, due dei quali affiliati ad una `ndrina calabrese, dediti alla vendita di cocaina e alla «ripulitura» di denaro contraffatto.


Il primo sodalizio, originario di Tirana (Albania), importava dal Belgio e dall’Olanda cocaina, che una volta stoccava in alcuni locali bolognesi, veniva venduta a clienti della Lombardia, Toscana e Puglia. Il gruppo calabrese, affiliato alla cosca Farao Marincola di Cirò (KR), era dedito al narcotraffico in Emilia e allo smercio di banconote contraffate, che «venivano ripulite» attraverso il riutilizzo all’interno degli esercizi commerciali di proprietà di affiliati. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati oltre 6 chili di cocaina e ingente quantitativo di banconote contraffatte.

Fra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche un cosentino arrestato a Torano. Si tratta di Raffaele Talarico, 51 anni, nato a Cariati (CS), già noto alla polizia. Nei suoi confronti il Giudice per le indagini preliminari di Bologna ha emesso un provvedimento di custodia cautelare in carcere, in quanto ritenuto organico ad un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti del genere cocaina.

Le indagini avrebbero consentito di definire precise responsabilità in capo a Talarico, che sarebe stato incaricato alla gestione dei contatti fra il sodalizio d’appartenenza - composto da 21 indagati destinatari dell’odierna misura cautelare e fra cui anche cittadini albanesi – e la cosca Farao-Marincola, attiva a Cirò Marina (Crotone) con interessi, anche, nel settore degli stupefacenti. Dopo le formalità di rito Talarico è stato associato alla locale casa circondariale a disposizione dell’autorità giudiziaria competente.

Operazione "Pony Express" a Catanzaro, chieste 46 condanne e due assoluzioni

I 48 imputati sono stati arrestati nel dicembre del 2009 nell’ambito dell’operazione 'Pony express' condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro
 
Pene variabili dai 3 ai 20 anni e due assoluzioni sono state chieste nel processo con rito abbreviato nei confronti di 48 persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Le richieste di condanna sono state avanzate dal pubblico ministero, Paolo Petrolo, al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catanzaro, Livio Sabatini.


Le condanne a venti anni di reclusione sono state chieste per Rosa Alterio e Fortunato Cataldo, entrambi di 41 anni, di Napoli. L’assoluzione è stata chiesta per Fabrizio Santo e Stefano Critelli, rispettivamente di 24 e 36 anni, di Catanzaro. Dopo le richieste di condanna il processo è stato aggiornato al 19 aprile quando inizieranno le arringhe difensive. I 48 imputati sono stati arrestati nel dicembre del 2009 nell’ambito dell’operazione 'Pony express' condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro (in foto la conferenza stampa). L’accusa sostiene che gli indagati avevano organizzato un traffico di droga tra la Calabria, la Campania e la Sicilia. Dalle indagini è emerso che gli arrestati erano parte integrante di tre gruppi criminali.

Quanto valgono le pensioni dei parlamentari

Sfortunati i neoeletti nell'ultima tornata del 2008 in Parlamento. Per loro, infatti, la pensione è un traguardo lontano, che otterranno solo da vecchi e solo se resisteranno alla Camera o al Senato per cinque anni. La riforma del 2007, infatti, ha cambiato le regole riguardo le pensioni dei politici, ma solo per i nuovi arrivati. Chi siede in Parlamento da anni avrà una vecchiaia sicuramente ricca.

Il vitalizio (così viene chiamata la pensione dei politici) per i neoeletti arriva al compimento del sessantacinquesimo anno d'età e la minima (2.400 euro al mese) si ottiene solo se si è seduti in Camera o Senato per almeno una legislatura, cioè cinque anni, anche se non è obbligatorio che il lustro sia consecutivo. Ma questo, come detto, vale solo per i neoeletti. Chi siede in Parlamento da più anni ha una situazione ben più privilegiata. Anche perché gli anni mancanti agli scatti d'anzianità si possono riscattare e portare a casa una pensione d'oro comunque. Da sottolineare, comunque, che il vitalizio è sospeso nel caso di rielezione in Parlamento, visto che la pensione non è cumulabile con l'indennità parlamentare. Lo stesso vale in caso di elezione al Parlamento Europeo o in Consiglio Regionale.
Il meccanismo
Alla Camera basta essere stati eletti prima del 1996 e aver raggiunto i 20 anni di contribuzione per ottenere l'assegno all'età di 50 anni. Un esempio di questo caso è Walter Veltroni, che siede in Parlamento da più di venticinque anni e ora avrebbe diritto a un vitalizio di oltre 9.000 euro al mese. Ancora meglio al Senato, dove dopo 15 anni di contributi si ha diritto alla pensione, basta essere stati eletti prima del 2001. L'importo dell'assegno varia da un minimo del 20 per cento a un massimo dell'60 per cento dell'indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare.

In un anno, allo Stato, i vitalizi costano oltre 200 milioni di euro, a fronte del pagamento di contributi da parte dei parlamentari che non arrivano a venti milioni. Ogni deputato, infatti, versa mensilmente una quota di 1.006,51 euro della propria indennità lorda. Un disavanzo di dieci volte superiore, che pesa sui contribuenti e sulle casse dello Stato. Anche perché, va ricordato, le ricche pensioni dei parlamentari non sono le uniche entrate di questi pensionati. E' infatti previsto il cosiddetto cumulo, che consente a diversi politici di unire al vitalizio la pensione per la loro professione.

I Paperoni
Ma di chi sono i vitalizi più sostanziosi? Uno degli elenchi più dettgliati risale al 2007, quando L'Espresso elaborò la tabella di tutti i parlamentari che avevano diritto alla pensione, dalla minima alla massima, che sfiora i 10.000 euro al mese. Tanti nomi, alcuni sconosciuti ai più, ma anche diversi politici di professione, che da decenni siedono a Montecitorio o a Palazzo Madama. Nel 2007 Walter Veltoni aveva accumulato 23 anni in Parlamento e aveva diritto a una pensione mensile di 9.014 euro. Pino Rauti, ex Msi, aveva 25 anni di contributi e una pensione di 9.387 euro, ma sono tantissimi i parlamentari che raggiungono i 9.947 euro di pensione, la massima. Tra loro nomi come Vincenzo Scotti (più volte ministro e sottosegretario), Raffaele Costa, Publio Fiori (ex DC), Oscar Mammì (il padre della legge sulle telecomunicazioni), Franco Bassanini (Ministro durante il governo Prodi), Nicola Mancino (già Ministro dell'Interno), Francesco Servello (leader storico dell'MSI) e Pietro Ingrao (leader della sinistra PCI).

lunedì 4 aprile 2011

Palmi: scoperta organizzazione dedita alle truffe, 11 arresti

Undici persone sono state arrestate dai militari della Guardia di Finanza nella piana di Gioia Tauro, accusati di associazione per delinquere finalizzato alla truffa, riciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura ed esercizio abusivo di attività finanziaria
 
L’organizzazione sgominata oggi dalla guardia di finanza nella Piana di Gioia Tauro, avrebbe compiuto truffe per circa tre milioni di euro e gli undici arrestati costituivano false imprese presso la camera di commercio, acquisivano partite Iva, e con somme esigue aprivano conti correnti bancari che poi erano utilizzati per le truffe. Il reato contestato alle persone destinatarie dei provvedimenti è di associazione per delinquere finalizzato alla truffa, oltre a ipotesi di delitto quali riciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura ed esercizio abusivo di attività finanziaria. Coinvolte dunque, le cosche della piana visto che uno degli associati è sposato con la figlia di un noto boss di Gioia Tauro. L’organizzazione avrebbe curato ogni particolare, dalla costituzione di false imprese presso la camera di commercio, all’acquisizione di partite IVA, dal contratto per le linee telefoniche e per l’immancabile fax, all’apertura, con somme esigue, di conti correnti bancari presso primari istituti.


Delle 11 ordinanze di custodia cautelare emesse, 9 sono state eseguite nei confronti di Rosario Caridi, 42 anni, di Gioia Tauro; Salvatore Carlà (34), di Gioia Tauro; Vincenzo Catananti (27), di Gioia Tauro; Sylwester Piotr Kruk (27), di Radom (Polonia); Eugenio Romano (59), di Gioia Tauro; Antonio Russo (47), di Locri (RC); Luciano Russo (44), di Atripalda (Avellino); Francesco Scarfò (30), di Taurianova; Emilia Viola (25), di Lecco. Sono ancora ricercati, invece, A.D. (23), e M.F. (25).

I PARTICOLARI DELL'INDAGINE

I finanzieri hanno scoperto il sistema escogitato dai fratelli Antonio e Luciano Russo, da Eugenio Romano e da Rosario Caridi, ai quali viene per questo contestato il reato di associazione per delinquere finalizzato alla truffa, oltre a varie altre ipotesi di delitto quali riciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura ed esercizio abusivo di attività finanziaria.

I quattro, dopo avere ottenuto la fiducia di varie ditte, prevalentemente con sede nel Nord Italia, avrebbero acquistato e fatto sparire merce di vario tipo (trapani, condizionatori d’aria, combustibile per stufe, generi alimentari), addirittura confetti prodotti a Sulmona, senza, poi, pagarne il corrispettivo. Non manca sullo sfondo la presenza delle cosche della piana visto che Luciano Russo, sottolineano gli inquirenti, è sposato con Dorotea Deborah Molè, figlia del defunto boss Domenico, deceduto in carcere diversi anni addietro, considerato uno dei maggiori esponenti dell’omonima cosca.

Anche la madre di Dorotea, Concetta Piromalli, a sua volta, è figlia del boss Domenico Piromalli, deceduto da oltre vent'anni. Proprio il matrimonio tra i coniugi Domenico Molè e Concetta Piromalli a suo tempo sancì la storica alleanza tra i due clan, oggi considerata finita dopo l’uccisione di Rocco Molè, avvenuta il 2 febbraio del 2008 in seguito ai disaccordi tra le due famiglie sulla gestione dei servizi all’interno dello scalo portuale ed al prepotente ingresso in quegli affari degli Alvaro di Sinopoli.

Secondo le indagini, le aziende acquirenti, (tra cui le ditte Iannone Fortunato, Viola emilia, Strangio Sebastiano, Carid di Caridi Rosario, Geiva di Germanò Ivan, Aerre di Cedro Salvatore, Euro agrumi 2003 di Raso Michele, Globo di Bevilacqua Damiano, e Commerciale Calabra di Labate Pasquale), tutte di Gioia Tauro e San Ferdinando, risultavano intestate ai classici prestanome che profumatamente ricompensati, assumevano la titolarità delle imprese, di fatto inesistenti. Per raggiungere il risultato l’organizzazione che ha curato ogni particolare, dalla costituzione della falsa impresa presso la camera di commercio, all’acquisizione della partita IVA, dal contratto per la linea telefonica e per il fax, all’apertura, con somme esigue, di conti correnti bancari. In questo un ruolo fondamentale sarebbe stato svolto da Luciano Russo, mente finanziaria del gruppo che curava proprio l’apertura dei conti correnti.

Catanzaro: danno all'erario, segnalati due dirigenti del commissariato Ambiente

Le indagini sulle modalità di pagamento delle prestazioni rese da soggetti privati in adempimento dell’appalto diretto alla prima fase di avvio della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani
 
Due dirigenti dell’Ufficio del commissario delegato per l’emergenza ambientale della Calabria sono stati segnalati dalla guardia di finanza alla Corte dei conti perchè ritenuti responsabili di un danno erariale di un milione e 300 mila euro. Le indagini, hanno preso in esame le modalità di pagamento delle prestazioni rese da soggetti privati in adempimento dell’appalto diretto alla prima fase di avvio della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani.


A conclusione delle ispezioni, i finanzieri hanno accertato specifiche violazioni e conseguenti responsabilità di natura amministrativo/contabile a carico dei due dirigenti che nel tempo, secondo l’accusa, hanno erogato alle ditte appaltatrici ingenti compensi non spettanti, cagionando, così, un corrispondente danno erariale.

In particolare, dalla documentazione esaminata dai finanzieri è emerso che alle ditte fornitrici del servizio della raccolta differenziata è stata liquidata e pagata una somma complessiva di 13.761.749 euro, mentre quella effettivamente dovuta è risultata essere pari a 12.750.254,87 euro. La somma erogata in eccedenza, 1.011.494,31 euro, secondo l'accusa, è da ricondurre a pagamenti di imposta sul valore aggiunto su uguali prestazioni erroneamente effettuati dall’ufficio commissariale in favore delle ditte appaltatrici.

Circostanza che ha aumentato indebitamente gli oneri fiscali connessi al servizio di raccolta rifiuti. Il danno erariale accertato è di complessivi 1.272.370,40 euro, pari alla differenza tra la somma erogata e quella effettivamente spettante alle ditte cui vanno aggiunti gli interessi legali maturati. Le indagini sono state condotte dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Catanzaro su delega del procuratore regionale della Corte dei conti Cristina Astraldi.

Locri, ventidue dipendenti comunali indagati per assenteismo

La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo a carico di dipendenti e funzionari comunali. L’ipotesi di reato è quella di truffa ai danni dell’Ente
 
La Procura di Locri sta notificando in queste ore ventidue avvisi di garanzia a carico di alcuni funzionari e dipendenti del comune di Locri. L'ipotesi di reato contestata dal pubblico ministero Rosanna Sgueglia è quella di truffa ai danni dell'ente comunale. I dipendenti comunali finiti nel registro degli indagati avrebbero più volte lasciato il posto di lavoro senza un giustificato motivo e ad evidenziare questi anomali comportamenti durante l'estate, erano state anche numerose segnalazioni arrivate dai cittadini di Locri.


Il materiale giunto alla procura della Repubblica di Locri pare inequivocabile. Ma sembra che questa sia colo una prima parte di un'indagine a più largo raggio che i carabinieri stanno conducendo. Sui nomi dei dipendenti vige il massimo riserbo. Va chiarito che tutto è ancora in via di definizione in quanto le indagini stanno continuando e potrebbero accertare anche l'estraneità di qualcuno degli indagati.

Tutta l'operazione mira a dare un duro colpo a tutti quei dipendenti che si sono resi colpevoli di un ingiustificato assenteismo durante le ore di lavoro.

Omicidio Giuseppe Mizzi la Procura di Bari indaga quattro persone

BARI – La Procura della Repubblica di Bari ha scritto nel registro degli indagati quattro persone con l’accusa dell’omicidio di Giuseppe Mizzi, di 39 anni, compiuta con un proiettile al volto il 16 marzo scorso in via Venezia a Carbonara di Bari.


Si tratta del pregiudicato Antonio Battista, di 41 anni, ferito il giorno prima ad una mano mentre andava nella caserma dei carabinieri di Carbonara per l’obbligo di firma e in carcere con l’accusa di favoreggiamento personale; del suo presunto braccio destro Emanuele Fiorentino, un sorvegliato speciale di 31 arrestato il 17 marzo scorso perchè trovato in possesso di una pistola; di un minorenne e una quarta persona della quale non si è appreso il nome.

Il Tribunale del riesame di Bari ha rigettato la richiesta di revoca dell’arresto presentata dalla difesa di Battista. Che l’omicidio di Mizzi e il ferimento di Battista, parente del boss Antonio Di Cosola, fossero collegati, era un’ipotesi già al vaglio degli investigatori che nelle ore successive al delitto avevano eseguito le prove dello stub su quattro persone, tra cui gli stessi Battista e Fiorentino. I risultati degli stub, attesi a giorni da Roma, dovrebbero chiarire chi ha ucciso Mizzi. Le indagini sui due agguati sono affidate ai carabinieri del nucleo operativo del comando provinciale di Bari e sono coordinate dal pm Lorenzo Lerario.


Droga, «Piazza pulita» a Brindisi: 17 arresti


BRINDISI – Militari della Guardia di Finanza di Brindisi hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 17 persone e numerose perquisizioni nell’ambito di un’operazione antidroga chiamata 'Piazza pulità.


Ad undici degli arrestati sono stati concessi gli arresti domiciliari, mentre sei persone sono finite in carcere per reati connessi alla detenzione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Guardia spara e uccide i rapinatori Far West in banca vicino a Brescia

Freddati due ladri, il terzo scappa poi lo arrestano nel centro città

BRESCIA
Scene da Far West nel primo pomeriggio di oggi a Quinzano d'Oglio, comune di meno di 7mila abitanti in provincia di Brescia ma più vicino a Cremona, dove una rapina in banca è finita nel sangue con due malviventi uccisi da un vigilante.

Secondo le prime, frammentarie, ricostruzioni, intorno alle 15 una guardia giurata è scesa da un furgone portavalori e ha fatto fuoco con l'arma d'ordinanza contro almeno tre uomini a volto coperto e probabilmente armati, che avevano appena rapinato la filiale della Cassa rurale ed artigiana di Borgo San Giacomo del Credito Cooperativo in via Cavour 21. Due malviventi sono stati uccisi, mentre un terzo, rimasto forse ferito, è riuscito a fuggire. Sull'auto dei banditi parcheggiata nei pressi della banca, i militari hanno trovato il denaro rapinato nella filiale.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della locale stazione, della Compagnia di Verolanuova e del Comando di Brescia che ora stanno cercando di individuare il fuggiasco e stanno svolgendo tutti gli accertamenti per capire l'esatta dinamica di quanto avvenuto ed eventuali responsabilità di chi ha sparato. Ignota al momento l'identità dei malviventi.

Palermo, annullati i diplomi falsi Ex studenti devono rifare la maturità

Come nel film cult "Immaturi" decine di domande per il titolo
cancellato dopo lo scandalo



PALERMO
Sembra la trama del film “Immaturi”, il successo con Raul Bova e le due Iene che ha sbancato i botteghini, invece è tutto vero. Succede a Palermo, dove ricomincia l’incubo degli esami di maturità per decine di ex studenti che hanno visto annullato il loro diploma.

E tutto per colpa di una sentenza della terza sezione del Tribunale che nei giorni scorsi ha condannato presidi e impiegati di istituti privati che distribuivano titoli falsi. Tra le pene accessorie c’è infatti la distruzione di tutto il materiale sequestrato alle scuole coinvolte. I falsi titoli verranno così bruciati e alcuni ex studenti, proprio come nella trama del film di Paolo Genovese, dovranno rifare l’esame.

La maggior parte di loro si sono già ripresentati spontaneamente davanti alla commissione, nelle more del provvedimento, per ottenere nuovamente il titolo. Sui loro nomi c’è il massimo riserbo, anche se la vicenda giudiziaria, che ha tra i protagonisti anche Alberto Volo, detto “il professore”, un ex estremista di destra preside di un istituto privato, è nota.

Tra il 2000 e il 2004 decine di allievi degli istituti Oriani, Verga e Colombo conseguirono infatti il titolo senza però superare l’esame. La maggior parte degli studenti non era a conoscenza del raggiro e alcuni di loro si sono costituiti parte civile nel processo, ottenendo anche un risarcimento di tremila euro.

Chi non ha ripetuto l’esame e ha bisogno del diploma per continuare a lavorare si è già rivolto all’ufficio scolastico provinciale per iniziare il nuovo iter che prevede l’ assegnazione a un consiglio di classe e un pre-esame prima della fatidica maturità.

«Il termine per la presentazione della domanda per sostenere l’esame di maturità da esterni è scaduto a novembre, di solito la nostra tolleranza è fino a gennaio - dice il provveditore di Palermo, Rosario Leone - ma in questo caso accetteremo le domande anche nelle prossime settimane. Finora sono arrivate solo poche istanze. Del resto chi è già laureato o chi non ha bisogno di rifare l’esame non ha nessuna interesse a ripresentarsi davanti alla commissione».

L’indagine è del 2006, ma solo adesso i titoli sono stati annullati con la sentenza del Tribunale. A far partire i controlli era stata proprio una segnalazione del Provveditorato e una perizia condotta da un organo ministeriale aveva dimostrato che i titoli erano carta straccia. E adesso andranno al macero. «Fino a quando non c’era il pronunciamento - spiega Leone - per noi i titoli erano validi. Abbiamo dovuto aspettare la sentenza che ha ordinato la distruzione di questi falsi titoli e la nullità di quegli esami di maturità».

sabato 2 aprile 2011

Quasi 40 anni per i fiancheggiatori di Raccuglia

Cinque condanne: avrebbero aiutato il boss a gestire Cosa nostra


PALERMO. Il gup Marina Petruzzella ha condannato a quasi 40 anni di carcere cinque presunti fiancheggiatori del boss Domenico Raccuglia, arrestato il 15 novembre 2009. Il giudice ha accolto pienamente le richieste dei Pm Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene. Mario Salvatore Tafuri, Girolamo Liotta e Giacomo Bentivegna sono stati condannati a nove anni, sette anni li ha avuti Giuseppe Campanella, tre anni e sei mesi Marco Lipari, a cui l'associazione mafiosa è stata derubricata in favoreggiamento aggravato. Secondo l'accusa, i cinque imputati avrebbero aiutato il boss a gestire Cosa nostra mentre era latitante.

Ricorso respinto, Falsone resta al 41 bis

I giudici lo hanno ritenuto inammissibile. L'avvocato del boss aveva sostenuto l'illegittimità del provvedimento perché non era stato firmato da Alfano


PALERMO. Il tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto il ricorso contro l'applicazione del 41 bis presentato dal boss Giuseppe Falsone. I giudici lo hanno ritenuto inammissibile. Il difensore del capomafia agrigentino, l'avvocato Giovanni Castronovo, aveva sostenuto l'illegittimità del provvedimento, deciso il 13 agosto scorso con un decreto del ministero della Giustizia, poiché firmato dal sottosegretario, Antonio Caliendo, e non dal guardasigilli Angelino Alfano.

"Dichiarando l'inammissibilità i giudici non sono entrati nel merito della questione - spiega l'avvocato Castronovo - sostenendo che il ricorso sia stato presentato oltre il termine di venti giorni stabilito dalla legge. In realtà il calcolo doveva partire, a giudizio della difesa, non dalla data di notifica del provvedimento all'indagato ma al difensore. E in ogni caso andavano considerati i termini della sospensione feriale che sanerebbero eventuali ritardi. E' per questo che faremo ricorso per Cassazione".

Operazione "Flash Market", arrestate 8 persone scoperto un giro di baby prostitute

Le otto persone finite in manette costringevano ragazzine dai 12 ai 16 anni a fare sesso a pagamento con anziani del posto
 
Il primo rapporto sessuale completo con una bambina di 12 anni valeva 250 euro. Dai cinquanta a settanta euro i rapporti sessuali successivi al primo, quando dunque la “carne” non era più vergine. Sono diverse le ragazzine minorenni, dai 12 ai 16 anni indotte a soddisfare le richieste di anziani clienti di Corigliano. Ragazzine adescate grazie al terreno fertile del degrado e della povertà familiare in cui vivevano. Un giro di sopraffazioni, violenze e abusi sessuali, dietro il richiamo di compensi in denaro, scoperto dai carabinieri della Compagnia di Corigliano e che ha portato all’arresto di otto persone.


Induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, sequestro di persona, violenza sessuale sono i reati contestati a vario titolo agli indagati. In carcere sono finiti Giuseppe Russo, 68 anni coniugato, nullafacente, già noto alle forze dell’ordine; Pietro Berardi, 47 anni, disoccupato; Natale Musacchio, 42 anni, operaio, coniugato; Leonardo Malfarà, 69 anni, coniugato, commerciante; Damiano Collefiorito, 51 anni operaio, coniugato; e due donne, N.M. e G.M. di 24 e 21 anni, di cui non sono state rese note le generalità in quanto costrette alla prostituzione anch’esse quando avevano meno di 14 anni.

I sette finiti in cella (a Rossano, e a Castrovillari le due donne) sono tutti di Corigliano, tranne Musacchio che è di Acquaformosa. Agli arresti domiciliari è finito inoltre un imprenditore, sempre del centro jonico, Alberto Falbo, 70enne regolarmente sposato.

Particolare il ruolo di Giuseppe Russo (in alto a destra), accusato di aver consumato rapporti sessuali a pagamento con ragazzine minori di 14 anni, dal 2004 ad oggi. Pietro Berardi, invece, secondo gli investigatori, avrebbe indotto, favorito e sfruttato la prostituzione di ragazze tra i 13 e i 24 anni. Lo stesso si sarebbe reso responsabile, nel 2010, del sequestro di una ragazza di 16 anni e di averla violentata insieme ad altre persone in via di identificazione. Con i due avrebbe procacciato le baby prostitute (dai 13 ai 16 anni) e organizzato gli incontri con gli anziani clienti anche l’operaio Natale Musacchio.

Tra le adolescenti adescate anche N.M. e G.M. le due sorelle arrestate ieri mattina. All’epoca dei fatti, le due ragazzine, oggi di 21 e 24 anni, sarebbero state costrette a prostituirsi per poi avviare al redditizio mercato anche le due sorelline minori. Tra i clienti che avrebbero approfittato delle ragazzine minori di 14 anni e consumato con loro i primi rapporti sessuali in appartamenti e in automobili, l’imprenditore del ramo automobilistico Alberto Falbo, il commerciante Leonardo Malafrà e l’operaio Damiano Collefiorito. Ma sono solo tre dei tanti clienti sulla cui individuazione lavorano ancora i carabinieri. Secondo quanto emerso dalle indagini i familiari delle ragazze minorenni non sarebbero stati a conoscenza dell’attività. I carabinieri contano di individuare altre ragazze costrette alla prostituzione, e numerosi altri clienti che hanno acquistato le loro prestazioni sessuali.

Antonio Marziale, Presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori

«Seppur la vicenda è maturata in un ambiente di degrado sociale a tinte forti, questi pedofili non devono minimamente beneficiare di alcuno sconto o attenuante di sorta»; così il sociologo Antonio Marziale, Presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori e consulente della Commissione Parlamentare dell’Infanzia, in relazione alla vicenda di abusi sessuali su ragazzine dodicenni portata alla luce dagli inquirenti in Calabria.

Per Marziale «la violenza sui minori è da considerarsi a tutti gli effetti un crimine contro l’umanità ed è tempo che il legislatore se ne occupi seriamente piuttosto che perdere tempo in inutili e incivili bagarre che stanno trasformando il Parlamento Italiano in una brutta copia del circo Barnum». Il presidente dell’Osservatorio conclude: «Chi sapeva del calcvario di queste bambine ed ha taciuto è un orco al pari di coloro che hanno perpetrato il più turpe e schifoso dei reati».

Far west sulla Statale del Vesuvio

Sparatoria tra carabinieri e banditi


TERZIGNO - Inseguimento con conflitto a fuoco tra carabinieri e una banda di rapinatori stamattina a Terzigno, Comune dell'area Vesuviana. I malviventi, in quattro e armati di pistole, avevano fatto irruzione nell'ufficio postale di corso Alessandro Volta , dopo aver sfondato con un ariete artigianale il vetro blindato della postazione del cassiere.


Si sono impossessati di 60.000 euro in contanti dandosi poi alla fuga a bordo di una Fiat Punto (risultata rapinata ad Arzano). Pochi minuti dopo, in via Vecchia Aquino, una pattuglia della compagnia di intervento operativo del battaglione Campania impegnata in un servizio di controllo del territorio insieme a militari dell'esercito, ha intercettato i rapinatori che hanno sparato numerosi colpi d'arma da fuoco contro la vettura dei carabinieri, raggiunta da tre proiettili.

I carabinieri hanno inseguito l'auto dei rapinatori facendo convergere sulla zona anche un elicottero e numerose altre pattuglie. L'inseguimento, durante il quale è continuato il conflitto a fuoco, è proseguito lungo la strada statale 268 e terminato all'altezza dello svincolo di Sant'Anastasia dove l'auto dei carabinieri si è scontrata contro una Opel che procedeva sulla corsia opposta guidata da un 66enne di portici e con a bordo 2 donne.

Gli occupanti della Opel hanno riportato lievi escoriazioni, mentre il carabinieri che conduceva l'auto è stato trasportato all'ospedale di Pollena Trocchia ove gli sono state riscontrate contusioni guaribili in 7 giorni.

Durante il sopralluogo lungo l'itinerario di fuga sono state rinvenute una pistola Beretta calibro 9 con matricola cancellata e una scacciacani modificata, entrambe con i caricatori vuoti, lanciate dai rapinatori dall'auto in corsa insieme con un passamontagna e alcuni bossoli.

È stata organizzata una vasta battuta di ricerca nella zona di Casoria, dove i rapinatori riusciti a far perdere le tracce.

Buco da 500mila euro alla biblioteca regionale

BARI - Ventimila euro per partecipare al restauro del film «Idillio Infranto», altri 23.400 per il documentario «Ferrhotel», 5.660 spesi per pagare una traduzione chiesta da una ex consigliera. In tutto 109 fatture, che hanno aperto un buco da 479.000 euro nei conti della Teca del Mediterraneo, la biblioteca del Consiglio regionale. Dove i soldi pagati dagli utenti per le fotocopie o per il prestito dei libri finivano su un conto corrente della Bnl, collegato ad una carta di credito che era nella disponibilità di un dirigente ora in pensione.


Così, dopo la scoperta del «buco», ai funzionari di via Capruzzi non è rimasto altro da fare che metter mano al portafogli e pagare i debiti. Ma la relazione di servizio è finita alla Corte dei Conti ed all’avvocatura regionale, che ha mandato tutte le carte in procura.

Il fascicolo amministrativo allegato alla variazione di bilancio necessaria a pagare i debiti parla di «anomala gestione finanziaria e contabile», ma i contorni della vicenda sono ancora tutti da chiarire. A fine ottobre, dopo il pensionamento del dirigente Waldemaro Morgese, gli uffici scoprono un’ottantina di fatture non protocollate che riguardano servizi richiesti dalla biblioteca «senza un preventivo impegno di spesa». L’ispezione porta a quantificare il debito in poco meno di 480mila euro, che però diventeranno molti di più se si pensa che manca la copertura economica anche sui rinnovi dei contratti stipulati per il 2011.

L’elenco delle spese è sterminato. Monografie, documentari, convegni, pubblicità sui giornali. Anche un contratto di sponsorizzazione con un’associazione di Lecce che ha pure chiesto i danni. Per non parlare di alcune fatture pagate due volte, sempre con la firma dell’ex dirigente. Che, alla richiesta di chiarimenti presentata dagli uffici, ha respinto per iscritto tutti gli addebiti: la Teca «presenta esigenze difficilmente comprimibili nel limitato budget che le è stato assegnato» e quelle 109 fatture si riferiscono ad «attività che hanno dato luogo a servizi e/o prodotti culturali di pregio a totale beneficio dei cittadini e di ampia risonanza».

Ma c’è poi il problema del conto corrente aperto nel 2008 presso la Bnl, di cui Morgese aveva una carta di credito. L’ispezione scopre che il compito di curare l’amministrazione era stato affidato ad una ragioniera, dipendente di una delle cooperative appaltatrici del servizio. Dove sono finiti i soldi pagati dagli utenti? Gli uffici non ne hanno idea. Il 30 dicembre la ragioniera ha riconsegnato 13 euro in monetine e altri 1.640 contenuti in una busta che custodiva in borsa («per non farmeli rubare»): le somme - ha scritto in una lettera la contabile - «sono in parte servite per il pagamento di operazioni di modesta entità». Ma senza che sia mai stato compilato un registro giornaliero degli incassi, se non un semplice tabulato in Excel. Ed il buco, come detto, è destinato ad allargarsi: l’indagine ha scoperto «un congruo numero di organismi esterni ospitati presso Teca, di cui utilizzano gratuitamente spazi fisici, strumentazione telefonica, informatica, materiale di consumo e quant’altro necessario». Tanto poi paga Pantalone

Regione, «spese pazze» in Basilicata 32mln in consulenze

POTENZA - Trentadue milioni di euro all’anno spesi in consulenze esterne (in totale 2500) tra Regione Basilicata, Provincia di Potenza, Provincia di Matera, Comune di potenza e Comune di Matera. Più dell’Emilia Romagna, che spende 28 milioni all’anno. Questo e altri sprechi dell’amministrazione lucana sono stati denunciati ieri mattina dal Pdl regionale in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato i consiglieri regionali del Pdl Nicola Pagliuca, Gianni Rosa, Mariano Pici, Michele Napoli, Franco Mattia, Mario Venezia ed Emilio Sarra. In Basilicata, hanno detto i consiglieri, «esiste una questione morale» in tutti i settori della vita pubblica, che deve essere «affrontata prima di tutto in Consiglio regionale» con «atti di trasparenza e con la correttezza delle procedure».

I consiglieri del Pdl, riferendosi all’azione del partito in Consiglio regionale hanno parlato di «collaborazione sui grandi temi che riguardano la Basilicata come la governance e il petrolio» e di «intensa azione di controllo sul piano degli atti, perché è necessario inviare un messaggio positivo alla popolazione in questi tempi così difficili».

Tra i casi emblematici denunciati dal Pdl, quello del videogioco «Verdino», finanziato «in tempi oltremodo brevi all’associazione Ameno, il cui presidente fa capo ad un partito di maggioranza dal quale è partita l’iniziativa che ha poi portato all’approvazione della delibera di Giunta». A tal riguardo il Pdl chiede «il ritiro dell’atto, altrimenti la questione sarà portata in Consiglio regionale».

Ma il «caso Verdino» non è l’unica ombra sollevata dal Pdl sulla gestione della cosa pubblica in Basilicata. Tra gli altri nodi indicati da Nicola Pagliuca, Gianni Rosa, Mariano Pici, Michele Napoli, Franco Mattia, Mario Venezia ed Emilio Sarra, la mancata istituzione di una Commissione d’inchiesta per quanto concerne le assunzioni nella pubblica amministrazione, la nomina dei vertici aziendali delle Asl, la questione tuttora irrisolta dell’ospedale unico di Lagonegro che sta solo comportando una lievitazione dei costi, il progetto Salute e Ambiente per la verifica dei danni da idrocarburi in Val d’Agri, oggi sospeso, avrebbe comportato un impegno di spesa di 2,5 milioni di euro, il buco di 910 mila euro nel bilancio di previsione dell’Arpab approvato dalla maggioranza in Consiglio regionale. «La stessa Corte dei Conti - è stato detto - ha evidenziato forti criticità per quanto riguarda gli organismi consultivi e gli enti strumentali della Regione».

I consiglieri del Pdl hanno sottolineato che il richiamo alla questione morale in politica «risponde ad un bisogno della comunità lucana che invoca un’azione amministrativa cristallina e rigorosa nella gestione quotidiana delle risorse». Un bisogno, è stato detto, particolarmente sentito dalle giovani generazioni, che sono costrette ad emigrare da una regione pur ricca di petrolio e di altre risorse naturali».

Sostegno all’iniziativa del Pdl è arrivato anche dalla Dc, che in un comunicato ha scritto: «Condividiamo la forte denuncia del Pdl perché in Basilicata esiste una questione morale in tutti i settori della vita pubblica, che tocca direttamente aspetti economici, produttivi, sociali, culturali e civili», e ancora: «La Giunta regionale e il centrosinistra dimostrino nei fatti che non ci sono corsie privilegiate, scelte discrezionali, favoritismi, sottoscrivendo un codice di comportamento etico rispetto al quale chiedere ai cittadini valutazioni e quindi verifiche, senza fermarsi all’anagrafe finanziaria degli eletti».

di Giovanna Laguardia

L'assassino "doppio" di casa nella Roma bene

Reves, fervente cattolico, mai un cedimento in vent'anni
ha prestato servizio in molte famiglie anche dopo l’omicidio

ROMA
Questa è la storia di una verità che per venti anni ha tenuto due uomini prigionieri di un destino rovesciato: il maledetto e l'irreprensibile, l'uomo che non riusciva a togliersi di dosso il marchio delle accuse e quello che invece passava da una famiglia bene all'altra senza il minimo sospetto anche se a tutti con grande correttezza precisava di essere il filippino entrato nella rosa degli indagati per l’omicidio della bella e sfortunata contessa dell’Olgiata.

Quando Winston Manuel finalmente scoppia in lacrime in una sala colloqui del carcere di Regina Coeli e confessa tutto, i ruoli si rovesciano di nuovo. Il maledetto ritrova la sua libertà. Si chiama Roberto Jacono, è il figlio della professoressa di inglese dei figli di Alberica Filo della Torre. All’epoca del delitto aveva trent’anni, soffriva di disturbi psichici, sembrò perfetto perché frequentava la villa della contessa. «Quelle accuse mi hanno portato piano piano verso il baratro - dice ora che è un uomo nuovo -. Per molti ero un assassino anche se non c'erano prove. Ho perso il lavoro, ero impiegato e da un giorno all’altro mi sono trovato per strada, trattato da criminale. Le persone che mi stavano intorno hanno cominciato ad allontanarsi, non ho più avuto un giorno di pace. Solo un’ossessione: provare che non avevo fatto niente».

L'irreprensibile è lui, invece, Manuel. Fino ad allora non si era comportato granché bene, nella villa. Lo ricordano come una persona di cui non fidarsi. Non rispettava gli impegni assunti, rivela la sua massaggiatrice. Ha un debito di un milione e mezzo di lire. È disperato quando uccide la contessa. Ma non è cattivo, per trovare il coraggio di ammazzare la donna beve un bicchiere di whisky, racconta durante la confessione. L'alcol gli dà la forza di lottare con la donna e ucciderla. Quando svanisce l’effetto si sente perduto, schiacciato da un peso più grosso di lui. Sa di non potercela fare a sostenerlo da solo. Ma è troppo irreprensibile nell’animo: quando ne parla alla prima moglie non gli crede, le sembra impossibile.

Manuel prova ad andare avanti con il suo peso, ma ha ragione a pensare di non essere in grado di reggerlo. Si ammala di encefalite. Costretto a vivere su una sedia a rotelle, torna nelle Filippine. Si cura, conosce un'altra donna, si sposa, inizia una nuova vita. Un altro avrebbe messo da parte tutto e l’avrebbe vissuta cancellando ogni traccia del passato. Lui no. Nel 1995 ha una figlia. Sono trascorsi quattro anni dal delitto. La chiama Alberica, come per risarcire il mondo per il suo gesto. Anche questo fa risuonare un campanello di allarme negli inquirenti. Era stato solo due mesi in servizio nella villa in sostituzione di un’altra persona, e poi aveva lavorato altrove: perché scegliere proprio quel nome?

Al ritorno in Italia riesce senza difficoltà a ritornare nel giro delle migliori famiglie romane. Lui e la moglie passano di casa in casa. Lavorano per alcuni anni per Luca di Montezemolo, poi vanno altrove. A tutti, prima di essere assunto, Manuel dice di essere uno degli imputati del delitto dell'Olgiata. Nessuno si lascia intimidire, tutti si fidano delle referenze, del passaparola e il passaparola conferma: è irreprensibile. «Ci portava la colazione a letto tutte le mattine, accudiva i nostri figli e ormai in lui avevamo una fiducia totale», racconta l'ultimo datore di lavoro, che aggiunge: «Anch'io in passato ho anticipato dei soldi a Winston ma li aveva sempre restituiti e in casa non è mai sparito nulla». Insomma, una personalità doppia che gli consente di «sembrare un’altra persona capace di fingere e tacere un delitto così atroce per 20 anni».

Un domestico modello e un fervente cattolico: prendeva parte alle iniziative delle associazioni religiose e andava a messa ogni domenica con la moglie. Ormai era cittadino italiano e si preparava a naturalizzare anche i figli cresciuti nelle Filippine ma pronti a raggiungerlo a Roma al termine degli studi. Quando vanno ad arrestarlo reagisce come se se l’aspettasse. Non protesta, prova a smentire ma in modo poco convinto. Si fa portare in carcere e se ne sta nella sua cella con lo sguardo assente a pregare. Non chiede della sua famiglia, attende l'interrogatorio di convalida e ai suoi avvocati lo rivela qualche ora prima: da una vita voleva confessare. Quando racconta tutto, nonostante le lacrime sembra sereno. Dopo la confessione agli inquirenti dice: «Sono pronto a scontare la pena così da poter iniziare un’esistenza normale». È in pace con sé stesso: la sua vita è tornata finalmente nel verso giusto. Non più l’irreprensibile, semplicemente Manuel, l’assassino di Alberica Filo della Torre.

FLAVIA AMABILE

Lo sdegno dei genitori di Yara: "Non invadete il nostro dolore"

Appello della famiglia ai media: «Cerchiamo nuovo equilibrio»


BREMBATE SOPRA (BERGAMO)
«Vorremmo esprimere pubblicamente il nostro sentimento di amarezza e di sdegno nei confronti di chi, in maniera spasmodica e pressante, continua ad invadere il nostro dolore di famiglia angosciata da un dramma indescrivibile. Non capiamo e non giustifichiamo questo continuo accanimento giornalistico nella ricerca di fotografie o di video raffiguranti nostra figlia Yara. Rimarchiamo la nostra volontà di non autorizzare l’emissione di queste immagini, che ai fini investigativi non sono di alcuna utilità. Vi preghiamo di non nascondervi dietro il paravento del diritto di cronaca, abbiate semplicemente rispetto ed umiltà per la nostra situazione. Stiamo cercando di ricostruire un nuovo equilibrio familiare ed il clima che state creando non ci sta aiutando. Infinitamente grati, Famiglia Gambirasio». E' gonfia di dolore la lettera inviata oggi a numerosi mezzi d'informazione in cui la famiglia Gambirasio esprime il suo disappunto per la messa in onda di alcuni video e immagini di Yara, la tredicenne di Brembate Sopra (Bergamo) scomparsa il 26 novembre scorso e trovata uccisa dopo tre mesi in un campo.

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha invitato «tutti i mezzi di informazione e i media a prestare la massima attenzione all’accorata richiesta della famiglia di Yara Gambirasio affinchè non si continui a diffondere fotografie o video di Yara». «Tale diffusione infatti, mentre ha il sicuro effetto di rinnovare il dolore di una famiglia, ben difficilmente - spiega il Garante - può apparire oggi ’davvero nell’interesse oggettivo del minorè». «Condizione, questa - ha aggiunto - che esplicitamente l’articolo 7 comma 3 del Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, anche richiamando la Carta di Treviso, indica come requisito essenziale di legittimità per la diffusione dei dati relativi ai minori». «Requisito che va rispettato - conclude - con particolare rigore quando si tratta di minori vittime di reati e violenze».

venerdì 1 aprile 2011

Vibo. Presentato il libro di Francesca Comito

“La libertà religiosa nella società multiculturale: prospettive e riforme in Italia”

 
 
«Un punto da cui ripartire. Per interrogarsi sulle politiche dell’integrazione e sulle libertà dell’individuo. Cogliendo, tra l’altro, l’esempio offerto da una donna, tra i giovani cervelli di questa nostra martoriata regione, che ha deciso di restare». Lo spunto offerto da Giovanna Fronte, noto avvocato e attivista dell’associazione Libera, moderatrice e relatrice dell’evento, diviene il minimo comune denominatore agli interventi nel corso della presentazione del volume “La libertà religiosa nella società multiculturale: prospettive e riforme in Italia”, scritto da Francesca Comito per i tipi della casa editrice MonteCovello. Presenti al tavolo di presidenza, di fronte alla nutrita platea del Sistema bibliotecario vibonese nella serata di mercoledì, oltre alla moderatrice ed all’autrice, anche il coordinatore di Libera Vibo, monsignor Giuseppe Fiorillo, il caposervizio della redazione reggina del Quotidiano della Calabria, Michele Inserra, e l’editore Gianni Ziparo. In sala, presenti a sostegno del valore accademico dell’iniziativa, anche i docenti dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro Alessandro Morelli e Giuseppe Placanica, che hanno preso parte all’intenso dibattito sugli argomenti affrontati nel libro. «Si tratta di una pubblicazione - ha spiegato Giovanna Fronte - che mette a confronto il mondo delle libertà di espressione religiosa con gli apparati normativi posti a loro tutela, sullo sfondo di un contesto sociale notoriamente frammentato, che percepisce la multiculturalità purtroppo non come risorsa ma come terreno di divisione». E si tratta di «divisioni - ha ammonito monsignor Fiorillo - che, in un mondo condizionato da coloro che intendono fomentare le sudditanze, non tutelano le giuste libertà individuali, alimentando così gli integralismi». Multicultura come risorsa, dunque, ed integrazione, secondo un auspicato e ben più robusto apparato normativo, quale strumento per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti religiosi.
Sul ruolo della Chiesa si è pronunciato, agganciandosi alla sua esperienza sia nelle terre condizionate dalle camorra che in quelle costrette a fare i conti con la ’ndrangheta, Michele Inserra: «E’ necessario più coraggio - ha spiegato il giornalista -. E’ inaccettabile che si vieti la comunione alle persone divorziate ma non ai mafiosi ed agli assassini. In un contesto di libertà, e non solo religiose, violate, certa Chiesa, deve mutare i propri atteggiamenti, con coraggio e senza ipocrisie». «Abbiamo colto il valore di questo libro - ha evidenziato l’editore Ziparo - e abbiamo deciso di pubblicarlo. Sono contro l’editoria fai da te. Se una casa ci crede deve investire sui contenuti e sugli autori. L’autrice, tanto per capirci, non ha sborsato un centesimo per questa pubblicazione. Abbiamo deciso di editare questo volume perché ha un significato profondo, che vogliamo ribadire alle nostre università, chiamate ad investire sui cervelli, senza più limitarsi ad elargire pezzi di carta privi di valore». Un messaggio colto dai docenti della “Magna Graecia” presenti in sala. «In questa direzione va il nostro sforzo - ha spiegato il professor Morelli -. Ed è per noi motivo d’orgoglio assistere alla crescita dei nostri ex studenti che mettono il loro bagaglio culturale e professionale al servizio della collettività». Concetti ribaditi dal collega Placanica, nel vivo del dibattito. L’autrice, dal canto suo, dopo i ringraziamenti dovuti, ha lanciato un messaggio alle nuove generazioni ed ai cervelli calabresi affinché non siano più in fuga. Lo stesso messaggio condensato nella sua dedica al libro: «Dedico il mio lavoro a tutti coloro che ci hanno creduto e a chi non ci ha creduto, i quali mi hanno dato la possibilità di vedere lo stupore nei loro occhi».