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mercoledì 5 marzo 2014

Reggio, l'ombra della guerra tra le cosche

Dietro omicidio dell'uomo ucciso vicino casa

Franco Fabio Quirino, 43 anni, era noto alle forze dell'ordine, ed era stato arrestato nell'ambito dell'operazione "Alta tensione". E' considerato dagli inquirenti un elemento di spicco del clan Libri. A lui era intestata una impresa di pulizie che sarebbe stata riconducibile ad elementi della cosca 



REGGIO CALABRIA - L'omicidio di Franco Fabio Quirino, 43 anni, avvenuto nella serata di lunedì a Reggio Calabria, potrebbe essere al centro di una nuova guerra tra clan. E' questa, infatti, l'ipotesi più seguita dagli investigatori che, al momento, non escludono nulla. Il profilo della vittima non è di poco conto. Quirino venne arrestato nell'ambito dell'operazione "Alta tensione", ed è considerato elemento di spicco del clan Libri. Era lui l'intestatario di una ditta di pulizie che, invece, secondo le indagini, sarebbe stata riconducibile a Francesco Zindato, ritenuto elemento di primo piano del clan. Ci sono intercettazioni, nell'ambito delle inchieste, che evidenziano gli accordi tra i due.
Dunque, chi ha ucciso Quirino ha voluto colpire un personaggio scomodo, e lo ha fatto sapendo che questo potrebbe provocare una reazione della cosca di appartenenza.
L’omicidio è avvenuto nel rione Modena, in una zona periferica della città. Quirino è stato raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco mentre era per strada. 
Quirino, secondo una prima ricostruzione, è stato colpito in diverse parti del corpo si è accasciato ed è stato soccorso da alcuni passanti che lo hanno trasportato al Riuniti dove è morto poco dopo il ricovero per le gravi ferite riportate. Sul posto sono intervenute le forze dell’ordine per avviare i primi rilievi e ricostruire la dinamica dell’agguato. I carabinieri hanno analizzato la scena del crimine e nel corso della notte hanno tentato in primo luogo di accertare se si sia trattato di un agguato o se Quirino sia stato ucciso da qualcuno che era in sua compagnia e col quale potrebbe avere avuto una discussione. 
 
Capire il movente, comunque, non è semplice, ma secondo la principale ipotesi investigativa, dunque, potrebbe essere collegato ad una vendetta maturata negli ambienti della criminalità reggina. Per tutta la notte gli investigatori hanno ascoltato i parenti della vittima e i conoscenti per ricostruire frequentazioni e movimenti nelle ultime ore. Sul posto anche il magistrato di turno, ma molto probabilmente le indagini passeranno alla Direzione distrettuale antimafia.
Secondo gli approfondimenti degli investigatori, Quirino era ancora vivo quando è stato soccorso e trasportato agli ospedali Riuniti, ma è giunto cadavere al pronto soccorso. Ucciso, secondo gli attuali riscontri, da un unico proiettile di piccolo calibro. Senonchè, esaminando la scena, i carabinieri del comando provinciale si sono accorti che oltre al posto in cui Quirino è stato soccorso, la scena del delitto è molto più ampia. 
 
Nel corso della stessa notte, infatti, grazie ai sopralluoghi degli investigatori, coordinati dal pm Stefano Musolino, ha iniziato a prendere corpo una dinamica molto più estesa. Tracce di un conflitto a fuoco sono state trovate in una strada parallela a quella adiacente al cortile, distante da lì poche decine di metri. Di più, da alcuni elementi raccolti dagli investigatori sembrerebbe che vi siano stati due momenti chiave non solo fisicamente ma anche temporalmente distanti l’uno dall’altro. La pista, ancora al vaglio degli investigatori, è che nel pomeriggio Quirino abbia subito una prima aggressione, e che in serata vi sia stato un nuovo scontro, che ha visto quest’ultimo soccombente, raggiungere il garage quale tentativo disperato di fuga. Gli inquirenti, in particolar modo, stanno esaminando tutti gli spostamenti di Quirino, e di un tale N.C., col quale Quirino avrebbe avuto un alterco. Ed è con questa si ricostruzione che si cerca di capire se la lite e il successivo omicidio possano essere legati alla guerra tra i clan reggini, e non ad un episodio isolato. 

venerdì 31 gennaio 2014

Reggio, la ritrattazione dell'ex pentito non convince

In Appello le accuse di Lo Giudice restano valide

La corte d'Appello nelle sue motivazioni sulla sentenza dello scorso ottobre che ha visto condannare sei persone e assolverne una non hanno dubbi: la ritrattazione di Nino Lo Giudice non è credibile mentre restano credibili le sue dichiarazioni iniziali rilasciate durante i primi interrogatori


REGGIO CALABRIA - «La ritrattazione del pentito Antonino Lo Giudice è poco credibile». A sostenerlo sono i giudici della Corte d’appello nelle motivazioni della sentenza che lo scorso ottobre ha condannato sei persone (tra cui lo stesso collaboratore scomparso a giugno e ritrovato a novembre) e ne ha assolto una. Durante la latitanza, Lo Giudice aveva fatto recapitare a Reggio Calabria due memoriali in cui ritrattava le accuse formulate nei precedenti verbali e accusava magistrati e forze dell’ordine di averlo spinto a rendere dichiarazioni persino su persone che non conosceva.

«La Corte - si legge nelle motivazioni - ritiene che la ritrattazione contenuta in detto memoria non sia assolutamente in grado di scalfire l’attendibilità delle dichiarazioni di Lo Giudice, e ciò per molteplici ragioni».
Secondo i magistrati della Corte d'Appello alla base della non credibilità della ritrattazione c'è l’assenza di motivazioni che avevano spinto il pentito ad allontanarsi dalla località protetta in cui stava scontando una condanna per le intimidazioni ai magistrati di Reggio Calabria. I magistrati, dunque, ritengono che non si è capito se la circostanza della sua scomparsa sia «una scelta volontaria, indotta o forzata».

A ciò si aggiunge il fatto che «nel memoriale non viene per nulla spiegato per quali ragioni gli inquirenti avrebbero dovuto indurre il collaboratore ad accusare persone innocenti e, specificamente, quelle persone che costui aveva ripetutamente chiamato in causa» senza contare che «anche il suo esasperato sentimento di vendetta nei confronti di familiari e amici appare francamente motivato in modo piuttosto generico (l'essere stato abbandonato durante la carcerazione o l’essere considerato la causa delle disgrazie della famiglia) e, comunque, collidente con il ruolo di vertice della cosca che gli è stato attribuito dagli altri pentiti».
Senza dimenticare che «le accuse ai magistrati e alle forze dell’ordine non hanno mai trovato alcun riscontro, nè esistono dubbi sulla loro correttezza». 

Reggio, 'ndrangheta nei villaggi turistici

Rinviate a giudizio 24 persone, 3 prosciolti

Ventiquattro persone, tra cui Rocco Morabito di Africo e diversi ex dipendenti del comune di Brancaleone, saranno processate nell'ambito con l'accusa di aver riciclato i soldi delle 'ndrne nell'attività di costruzione e gestione dei villaggi turistici nel reggino
 
 
di PASQUALE VIOLI
REGGIO CALABRIA – Tre proscioglimenti e 24 rinvii a giudizio per il processo “Metropolis”. Stralciata la posizione dell’irlandese Fitzsimons. Nicola Rocco Aquino, Domenico Aquino e Francesco Strangio sono stati completamente scagionati dal Gip di Reggio Calabria dalle accuse mosse dalla Dda nell’ambito del processo “Metropolis”. Sono stati invece rinviati a giudizio altri 22 indagati, tra loro Rocco Morabito di Africo, l’ingegnere Bruno Verdiglione, Domenico Vallone e Rocco Aquino, oltre a ex dipendenti del comune di Brancaleone e progettisti. Per tutti e 22 la prima udienza del processo è stata fissata per il 25 marzo a Reggio Calabria. Andranno invece ad essere giudicati in rito abbreviato il prossimo 15 maggio Domenico Scipione e Giuseppe Carrozza. 
L’udienza preliminare si è conclusa all’indomani del maxi sequestro da 200 milioni di euro del residence “Gioiello de mare” a Brancaleone (LEGGI). 
 
"Metropolis" è l’indagine della Dda di Reggio Calabria che avrebbe disarticolato un'associazione internazionale attiva nel settore dell'edilizia per la realizzazione e lo sfruttamento di impianti turistici. L’operazione, condotta nel marzo scorso dallo Scico, dal Nucleo di polizia tributaria di Reggio Calabria e dal Gruppo di Locri sotto la direzione del procuratore aggiunto della Dda reggina Nicola Gratteri, era culminata con l’emissione di 20 ordinanze di custodia cautelare e il sequestro di beni per 450 milioni di euro. 
 
Fitzsimons, la cui posizione è stata stralciata, condannato nel Regno Unito ad otto anni di carcere per atti di terrorismo, secondo l’accusa aveva effettuato investimenti in Italia nel settore immobiliare turistico-residenziale insieme a esponenti della criminalità organizzata calabrese e, specificatamente, della 'ndrina di Africo. Proprio nell’appartenenza al gruppo terroristico, per la Dda, è da individuarsi la provenienza dell’enorme flusso di denaro che sarebbe stato veicolato verso attività di riciclaggio. L’operazione Metropolis ha consentito di rivelare come la 'ndrangheta, grazie alla sua forza di intimidazione, avesse assunto la gestione e il controllo, diretto o mediato, della realizzazione di decine di complessi turistico-residenziali sedenti, per la maggior parte, nella zona ionica-reggina della Calabria.

mercoledì 25 settembre 2013

Reggio, infiltrazioni nella municipalizzata

 A giudizio boss e dirigenti della Leonia

Il gup di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio 17 persone tra cui il boss Giovanni Fondana e l'ex direttore operativo Bruno De Caria con l'accusa di aver gestito la municipalizzata Leonia che si occupava della raccolta dei rifiuti a Reggio in modo da agevolare e favorire gli affari della cosca Fontana

REGGIO CALABRIA - Diciassette persone rinviate a giudizio tra cui il boss Giovanni Fontana e l'ex direttore operativo della società mista Leonia Bruno De Caria. Questa la decisione del gup di Reggio Calabria nell’ambito del procedimento ''Athena 49%” che ha portato alla scoperta delle infiltrazioni della 'ndrangheta nella società che si occupa della raccolta di rifiuti a Reggio Calabria. Il processo è stato fissato per il 13 novembre prossimo. Altri quattro imputati hanno chiesto il giudizio abbreviato, la posizione di altri due è stata stralciata ed un altro ha chiesto il patteggiamento. Secondo l’accusa della Dda di Reggio Calabria, De Caria avrebbe agevolato Antonio Fontana ed i suoi quattro figli consentendogli di occuparsi della manutenzione dei mezzi della società. Lavori che avrebbero consentito alla cosca, attraverso un sistema di fatture gonfiate, di creare un “fondo cassa” a disposizione degli affiliati. L’attuale società Leonia si è costituita parte civile nel processo «per aver subito un grave danno patrimoniale ed un palese danno alla propria immagine aziendale». Oggi l'amministratore delegato Raphael Rossi è stato in aula per lanciare, è scritto in una nota, «un forte segnale alla cittadinanza, una chiara presa di posizione nei confronti delle condotte criminali che hanno leso la società, seppur operando dei distinguo. Difatti, la stessa Leonia, già nel proprio atto di costituzione, affidando alle autorità competenti la giusta lettura della vicenda processuale, aveva però contestualizzato le condotte dei propri lavoratori dipendenti». 

sabato 31 marzo 2012

Reggio, vuole uccidere la moglie e assolda un killer: arrestato

L'uomo è stato ammanettato dalla squadra mobile reggina. E' accusato anche di atti persecutori, minaccia, ingiuria, percosse e violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il sicario, durante una perquisizione, è stato trovato in possesso della registrazione di una telefonata nella quale gli erano state date le indicazioni per il delitto

REGGIO CALABRIA – Avrebbe tentato di ingaggiare un killer perchè uccidesse la moglie. Con questa accusa agenti della squadra mobile di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere emessa dal Tribunale della città nei confronti di Michele Porto, 39 anni. L’uomo è accusato, fra l’altro, di atti persecutori, minaccia, ingiuria, percosse e violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti della donna. Porto, già destinatario di un divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, avrebbe più volte violato tale disposizione, avvicinandosi arbitrariamente alla moglie, anche assumendo nei suoi confronti un atteggiamento violento. Cosa ancor più grave, avrebbe progettato di assoldare una persona per ucciderla. Quest’ultima, a seguito di perquisizione locale, è stata trovata in possesso della registrazione di una conversazione avvenuta con Porto (effettuata ad insaputa di quest’ultimo) nella quale è emerso l’intento omicida. Porto è stato arrestato e, dopo le formalità di rito, associato alla casa circondariale di Reggio Calabria.

giovedì 22 dicembre 2011

Reggio, processo "Onorata sanità" imputati assolti in appello

La sentenza è stata emessa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria nell'ambito del processo «Onorata Sanità», su presunte infiltrazioni mafiose nel comparto sanitario


La Corte d’appello di Reggio Calabria ha emesso la sentenza, con rito abbreviato, del processo «Onorata Sanità» ed ha confutato l’impianto della precedente sentenza, con la quale il Tribunale, in primo grado, aveva condannato nomi eccellenti della politica e della burocrazia sanitaria della Regione e della Provincia di Reggio.


Il collegio, rigettando le richieste di conferma parziale della sentenza formulate dal procuratore generale Santo Melidona, ha assolto con formula piena Peppino Biamonte, già direttore vicario dell’assessorato regionale alla sanità, Pietro Morabito, già direttore generale dell’Asl di Reggio Calabria e gli altri imputati Domenico Latella, Domenico Pangallo e Santo Emilio Caridi.

Il giudice di secondo grado ha anche assolto, accogliendo le richieste del procuratore generale, l’ex assessore alla Sanità della giunta regionale Gianfranco Luzzo, nonchè i funzionari dell’Asl di Reggio, Francesco Cassano, Roberto Mittiga, Alessio Suraci, che si erano occupati a vario titolo della istruzione della pratica amministrativa attraverso cui la clinica Villa Anya, di proprietà dell’ex assessore Regionale Domenico Crea, aveva ottenuto la convenzione con il sistema sanitario regionale.

Altre assoluzioni sono giunte per tutti coloro che erano stati condannati in primo grado per reati di natura associativa di matrice mafiosa, perchè ritenuti responsabili di aver sostenuto elettoralmente Crea al fine di ottenere vantaggi per le rispettive consorterie. Sono stati, infatti, assolti Leonardo Gangemi, Alessandro e Giuseppe Marcianò (a suo tempo coinvolti nelle indagini sul delitto Fortugno), Giuseppe Errante e Giuseppe Pansera.

martedì 20 dicembre 2011

Reggio, sequestrata una società riconducibile ad un latitante

Un sequestro preventivo a carico di una società attiva nel settore della panificazione, è stato portato a termine dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria

La Dda di Reggio Calabria ha emesso un decreto di sequestro preventivo emesso nei confronti della società «Pane Pizza e Fantasie Srl», per la quale sarebbe stata effettuata una «intestazione fittizia». Secondo le indagini, infatti, l’assetto societario sarebbe riconducibile ai prossimi congiunti di Antonino Imerti (in foto), noto «nano feroce», e Domenico Condello, latitante sin dal 1991 e recentemente colpito da altro provvedimento emesso dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione denominata «Reggio Nord».


Nel corso dell’indagine è emerso che sul piano formale, l’assetto societario fa capo ai congiunti Maddalena Martino e Giuseppe Martino, zii materni del latitante che, peraltro, nel corso di perquisizione domiciliare eseguita il 22 giugno scorso, erano stati trovati in possesso di 49.690 euro in denaro contante, 52.000 euro e 10.000.000 lire in buoni fruttiferi postali, in parte cointestati con Giuseppa Condello. Quest’ultima, moglie di Imerti, sempre secondo le indagini, benchè formalmente estranea all’attività, è il centro di imputazione delle responsabilità gestionali, intrattenendo relazioni

sabato 17 dicembre 2011

Reggio, operazione "Semiramide" storie di donne sfruttate e violentate

Storie di violenza di giovani donne provenienti dall'Est Europa, sfruttate e trattate come merce


Ignare o consenzienti o complici, le giovani donne sfruttate provenivano da realtà familiari degradate e da situazioni di indigenza estrema. Le giovani ragazze di età compresa tra i 18 e i 20 anni, e provenienti dall'Est Europa, hanno ognuna una storia terribile da raccontare e per i loro aguzzini, spesso supportati da altre donne loro complici, erano merce preziosa. Nelle conversazioni intercettate, si utilizzavano sostantivi evocativi della loro condizione: «valigie», «bagagli», «merce».


Molte ragazze venivano adescate con l'illusione di una relazione sentimentale con i loro protettori, che riuscivano facilmente a irretire le ragazze prospettando loro una vita migliore in Italia. Ma in molti casi l’attività di prostituzione era prospettata già al momento dell’ingaggio in Romania.

Questa «libera determinazione» delle giovanissime donne - hanno sottolineato gli inquirenti – era comunque sempre determinata dalle umili condizioni su cui fanno leva i reclutatori e da situazioni di degrado e sopraffazione cui già nei loro paesi erano sottoposte e che le spingevano a vedere nel viaggio in Italia una facile via di fuga. È il caso di Elena, una minorenne che avrebbe preso accordi espliciti per prostituirsi in Italia. La ragazza, come emerge dalle intercettazioni, e dopo essersi fatta illustrare le condizioni dell’ingaggio, spiega i reali motivi che la spingono a compiere la scelta, ovvero fuggire da una realtà familiare drammatica.

VIOLENZE AD UNA GIOVANE DONNA COSTRETTA
A PROSTITUIRSI NONOSTANTE FOSSE INCINTA
In un altro caso emergono le violenze perpetrate su una giovane donna per costringerla a prostituirsi nonostante il suo stato di gravidanza. In altri casi il pagamento del viaggio per raggiungere l’Italia inizialmente anticipato dai protettori diviene una forma di ricatto poichè le ragazze sono costrette a prostituirsi per ripagare il debito che viene loro costantemente rinfacciato.

Ma emerge anche il ruolo di ragazze che volontariamente si prostituiscono avendo stabilito un patto di spartizione dei proventi con gli sfruttatori: sino ai 500 euro a notte, dei quali le più fortunate arrivano a poter trattenere una percentuale del 50%. Spesso l’esercizio «consapevole» della prostituzione permetteva loro di acquisire un ruolo attivo nel controllo delle altre ragazze divenendo un partecipe dell’associazione.

Nell’ordinanza sono citati i casi di Elena Babusca e Valentina Enache destinatarie di un provvedimento di divieto di dimora, e di un transessuale, indagato nell’ambito di questo procedimento, il quale, legato al gruppo dei Radu, li avrebbe coadiuvati controllando le prostitute. Il gruppo evitava di far prostituire ragazze minorenni per evitare eventuali più gravi responsabilità. Uno degli episodi documentato dalle attività investigative vede protagonista una minorenne in procinto di raggiungere l’Italia, ingaggiata a pochi giorni dal raggiungimento della maggiore età, condotta a Reggio Calabria. Il clan aveva suggellato il raggiungimento dello status di maggiorenne con l’avvio alla prostituzione in strada nel giorno successivo al suo compleanno.

mercoledì 16 novembre 2011

Reggio, contrabbando di gasolio sottoposti a fermo i fratelli Camastra

Fermati Giovanni e Domenico Camastra, dell’omonimo Gruppo imprenditoriale che gestisce il commercio di prodotti petroliferi nella regione Calabria


I fratelli Giovanni e Domenico Camastra accusati di contrabbando di gasolio agevolato, truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale. I due sono i leaders dell’omonimo Gruppo imprenditoriale esercente l’attività di commercio di prodotti petroliferi in Calabria ed operanti anche nelle regioni del centro e nord Italia.


L'operazione che ha portato al loro fermo è scattata questa mattina da parte dei militari del Gruppo Tutela Finanza Pubblica e del Gruppo Tutela Economia del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, coadiuvati dai colleghi dello Scico di Roma e del Gruppo di Frascati, sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica.

Contestualmente sono state sequestrate la holding e le 6 società del gruppo, ed altre 2 imprese operanti nel medesimo settore e coinvolte nell’illecito traffico di carburante. Sono stati inoltre sequestrati i beni aziendali delle società e quelli personali dei soci, tra cui immobili, conti correnti, autoveicoli e quote societarie per un valore complessivo di oltre 350 milioni euro.

I reati contestati sarebbero stati perpetrati attraverso un articolato e complesso sistema di frode promosso dai fratelli Camastra, ed attuato grazie al contributo dei dipendenti del gruppo e di altri soggetti che a vario titolo vi hanno concorso.

Il particolare sistema di frode si è articolato nelle seguenti fasi: creazione di provviste di prodotto «agevolato», falsa denaturazione del gasolio ancora SIF (schiavo imposta fabbricazione). Per poter creare la disponibilità di prodotto petrolifero «agevolato» da collocare illecitamente sul mercato, a beneficio di soggetti compiacenti, la prima operazione necessaria è stata quella di far risultare falsamente che il prodotto è stato denaturato (colorato). In poco più di due anni, la quantità di gasolio venduto falsamente come agricolo è stata di circa 25.000.000 di litri.

In realtà, il prodotto pur scontando imposte (IVA ed accisa) ad aliquote agevolate, è stato fraudolentemente destinato agli usi ordinari. La mancata colorazione ha permesso all’organizzazione criminale di eludere e vanificare i controlli in ogni fase della filiera commerciale (trasporto, cessione agli intermediari commerciali, cessione ai grossisti, cessione ai dettaglianti, vendita ai consumatori finali), in quanto il prodotto, non presentando le particolari caratteristiche cromatiche del gasolio agricolo, appariva legittimamente destinato al consumo per gli usi ordinari.

Sempre al fine di creare provviste di gasolio «agevolato» da destinare ad usi ordinari, l'organizzazione criminale ha dovuto simulare delle vendite a soggetti autorizzati ad acquistare e vendere prodotti petroliferi «agevolati», in modo che, formalmente, tale prodotto risultasse venduto a soggetti legittimati a fruire dei benefici fiscali, mentre, sostanzialmente, poteva essere ceduto indiscriminatamente a tutti i clienti e gli operatori commerciali del settore. I cosiddetti clienti simulati sono stati individuati in due ditte operanti nella provincia di Cosenza, dapprima direttamente, ed in un secondo momento tramite l’interposizione di una società di capitali con sede a Siderno. Inoltre, altri clienti «simulati» del Gruppo Camastra sono stati identificati in una società di persone avente sede nel vibonese (autorizzata ad acquistare gasolio agevolato ad uso sottoserra) nonchè in altri clienti «simulati minori» operanti nella locride, nel medesimo settore del sottoserra ovvero nell’attività di motopesca. Le vendite fittizie sono state puntualmente riscontrate e supportate da specifici elementi di natura finanziaria, acquisiti tramite indagini contabili e bancarie, dalle quali è emerso che gran parte dei pagamenti da parte dei clienti sono stati simulati, a testimonianza che le operazioni commerciali sottostanti non sono realmente avvenute.

In particolare, le indagini bancarie e finanziarie hanno messo in luce che il contante, necessario all’emissione degli assegni da parte dei clienti del Gruppo Camastra, è stato tratto dalle stesse società del gruppo, per cui di fatto è stato realizzato un cambio assegno e non un pagamento. L’operazione, oltre a simulare transazioni commerciali fittizie, costituisce, secondo gli inquirenti, una chiara ipotesi di riciclaggio di proventi illeciti, poichè il denaro contante fuoriuscito dalle casse dei Camastra è rientrato nella disponibilità delle società sotto forma di assegni, apparentemente giustificati da pagamenti di forniture a «clienti legittimati ad acquistare combustibile con imposta agevolata», in realtà non avvenute

Le indagini bancarie e contabili avrebbero rivelato che, ottenuta la disponibilità di gasolio agevolato, attraverso le articolate operazioni di simulazione innanzi descritte, il prodotto è stato ceduto «in nero» a intermediari commerciali e clienti, in spregio alle disposizioni che dettano i requisiti e le condizioni per fruire dei benefici fiscali. Il particolare sistema di frode avrebbe consentito la realizzazione di ingenti profitti illeciti da parte dell’organizzazione criminale, fondamentalmente quantificabili nel danno patito dall’erario a causa della fruizione indebita di esenzioni ed agevolazioni d’imposta e che, per il solo periodo oggetto delle indagini, ammonta ad oltre 12 milioni di Euro, mentre sono in corso diverse verifiche fiscali per quantificare l’esatto ammontare dell’evasione anche con riferimento ad altre annualità. Inoltre si sarebbe verificato l’inquinamento dell’economia legale e del mercato concorrenziale dello specifico settore in considerazione che tale prodotto, non avendo scontato IVA ed accisa ordinaria, è stato collocato nel mercato dell’ingrosso (depositi e distributori) e dell’indotto (autotrasporti ed edilizia), ad un prezzo nettamente più favorevole rispetto a quello corrente, con ciò spiazzando gli operatori commerciali del settore.

Tra le persone coinvolte nell'inchiesta anche due presunti affiliati alla cosca Pesce della 'ndrangheta, Marco Mazzitelli e Domenico Sibio che avrebbero partecipato al commercio illecito di gasolio agevolato intervenendo nelle varie fasi dell’attività illecita come intermediari o clienti finali.

venerdì 7 ottobre 2011

Reggio, sequestrati beni per 300mila euro ad un esponente della 'ndrnagheta

Il sequestro nei confronti di Giuseppe Modafferi ritenuto organico alla cosca attiva nei quartieri Modena, Ciccarello e San Giorgio

Beni mobili ed immobili per 300 mila euro sono stati sequestrati dalla polizia di Stato a Giuseppe Modafferi, di 45 anni, ritenuto affiliato alla cosca Borghetto-Caridi-Zindato di Reggio, 'costola' del clan Libri.


Il sequestro è stato disposto dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio su proposta della Questura reggina. I beni consistono nel capitale sociale e patrimonio aziendale della Modir Edilizia srl, di Reggio; un fabbricato con autorimessa in parte di proprietà dei genitori di Modafferi, due auto una intestata alla sorella dell’uomo e l’altra alla Modir Edilizia; conti correnti, libretti di deposito ed altri valori mobiliari.

L’indagine che ha portato al sequestro dei beni fa riferimento agli esiti dell’operazione «Alta tensione» condotta dalla Dda di Reggio e dalla successiva operazione "Gebbione". Modafferi è ritenuto organico alla cosca attiva nei quartieri Modena, Ciccarello e San Giorgio dove è stata riscontrata una particolare recrudescenza del fenomeno delle estorsioni.

sabato 18 giugno 2011

Reggio, indagato Cisterna. Il pentito Lo Giudice: «Vacanze e viaggi per il magistrato»

Nino Lo Giudice parla delle regalie del fratello al vice del procuratore Grasso. Gli investigatori avrebbero trovato riscontri su voli all’estero

I biglietti aerei da parte di Luciano Lo Giudice a favore dell’attuale numero due della Direzione distrettuale antimafia, Alberto Cisterna, effettivamente risultano. Cisterna è dunque indagato dalla Procura di Reggio Calabria per corruzione in atti giudiziari in merito alla vicenda della presunta scarcerazione di Maurizio Lo Giudice, fratello del boss pentito, dietro un corrispettivo in danaro. Un atto dovuto di cui è stato informato nei giorni scorsi il Consiglio superiore della magistratura e il procuratore generale della Cassazione per procedere agli accertamenti del caso.


Non sarebbe solo una storia quella raccontata dal collaboratore di giustizia dei soldi regalati per la scarcerazione di Maurizio Lo Giudice, fratello del boss pentito. Dopo le dichiarazioni di Antonino Lo Giudice, il collaboratore di giustizia che si è autoaccusato dell’escalation di attentati dinamitardi ai danni della procura generale e dei magistrati di Reggio Calabria, gli investigatori avrebbero trovato riscontri nella documentazione acquisita e oggetto di una dettagliata relazione. Luciano Lo Giudice, l’uomo che i magistrati descrivono come la mente imprenditoriale del sodalizio malavitoso del quartiere Santa Caterina e che il pentito Carlo Mesiano etichettò come “’Ndrangheta spa”, elargiva regalie a volontà e aveva stretti rapporti con le istituzioni. E Cisterna sarebbe stato oggetto di attenzione da parte di Luciano. Quest’ultimo dal carcere di Tolmezzo aveva inviato telegrammi al magistrato dalla Dna per chiedere aiuto ma anche per accusare altri togati e forze dell’ordine. Cisterna si è preoccupato delle condizioni di salute del fratello di Luciano, Maurizio, e del figlio di Lo Giudice.

«Chissà Antonino Lo Giudice quali ricordi sovrapposti, confusi o indotti ha sull'argomento - affermò il magistrato - Luciano Lo Giudice mi disse di questo ragazzo gravemente malato ed essendo un collaboratore sotto protezione segnalai la cosa ai magistrati che se ne occupavano e quel ragazzo, che arrivò a pesare 45 chili, venne salvato grazie all’intervento del collega Macrì». Tutte accuse che con fermezza Cisterna aveva respinto e aveva annunciato querela nei confronti del “Nano”. Oggi, però, spunta l’ennesima grana.

Viaggi e vacanze “donati” da Luciano, che sarebbero stati accertati nel quadro investigativo da una serie di voli, in particolare verso l’estero, da parte di Cisterna. Si tratterebbe di viaggi di piacere verso mete ambite per le vacanze. E in alcune circostanze con lui c’era anche Luciano Lo Giudice. A rivelarlo è stato il boss pentito nel corso di un interrogatorio. Altre dichiarazioni, che al momento non sembrano avere rilievo penale sono sottoposte ad una attenta verifica da parte dei detective e riguardano anche i soldi per scarcerare il fratello Maurizio; per la sua scarcerazione, Luciano avrebbe dunque pagato il pubblico ministero antimafia: «Una grossa somma», dice, ma senza specificare l’entità, perché Luciano non lo fece con lui. Nino riferisce che Luciano era un tipo «espansivo», nel senso che faceva molti regali e li spediva a casa delle persone, ma quella volta gli parlò di soldi. Anzi, «mi fece intendere» come precisa il pentito. E si tratterebbe, per Lo Giudice, di una cospicua somma di danaro.

«Per quanto riguarda la scarcerazione di Maurizio che si trovava in un carcere per collaboratori di giustizia a Paliano - ha detto Nino Lo Giudice - perchè era andato definitivo, mi sembra Luciano ne parlò con Alberto Cisterna. Che poi, dopo che ha avuto buon esito, Luciano mi disse che gli aveva fatto un regalo e mi fece intendere soldi, molti soldi». Una accusa vaga che ha comunque portato il magistrato antimafia ad essere iscritto nel registro degli indagati.

Intanto Cisterna è stato sentito ieri, a Roma, dai magistrati della Procura di Reggio Calabria. L’interrogatorio, durato circa due ore, si è svolto nell’ufficio del magistrato alla Dna, in via Giulia. A sentirlo, il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e il pm della Dda reggina Beatrice Ronchi.

mercoledì 15 giugno 2011

Reggio, operazione "Principessa". Scoperta frode da 30mln di euro, 37 indagati

Una frode all’erario è stata scoperta dalla Guardia di Finanza che questa mattina, nell’ambito dell’operazione denominata 'Principessa'

Otto imprese sequestrate, per un valore di 30 milioni di euro, 37 indagati, responsabili, a vario titolo, dei reati di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falso, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti: è l’esito di una complessa indagine in materia di frode ai danni dell’erario scoperta dai finanzieri della Compagnia di Palmi insieme ai colleghi di Taurianova, nel Reggino.


L’attività investigativa coordinata dal Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, e dal sostituto Salvatore Dolce, conclusa con il provvedimento disposto dal Gip del locale Tribunale, Paolo Ramondino, ha consentito di portare alla luce l’esistenza di una associazione a delinquere, costituita da un gruppo di imprenditori perlopiù legati da vincoli familiari, che è riuscita negli ultimi dieci anni, reinvestendo, di volta in volta, le somme illecitamente acquisite, quali aiuti pubblici, a realizzare un vero e proprio impero economico. Si tratta di aziende operanti prevalentemente nel settore oleario e turistico – alberghiero, tutte direttamente o indirettamente riconducibili alla famiglia Giovinazzo, attiva su Cittanova e nella fascia aspromontana tirrenica della provincia di Reggio Calabria. La vicenda parte dai primi anni 2000 quando due società appositamente costituite, la Ascrizzi Gaetano e la Scam Srl, vengono utilizzate per sostenere un vorticoso giro di fatture per operazioni parzialmente o del tutto inesistenti accompagnato da fittizie movimentazioni bancarie, finalizzato all’unico scopo di creare, di fronte agli enti erogatori, una platea di costi inesistenti, così da ripianare, attingendo ai contributi pubblici erogati ai sensi della legge 488 del 1992, le casse della «Re. Gi. Olearia S.a.s.» e della nota struttura alberghiera «Uliveto Principessa Park Hotel», il cui complesso - costituito, tra l’altro, da villette in stile mediterraneo, piscina, parco giochi ed impianti sportivi – si caratterizza per essere immerso in un ampio parco composto prevalentemente da ulivi secolari. Anche i profitti realizzati mediante la creazione di falsi crediti di Iva, da parte delle imprese riconducibili alla famiglia Giovinazzo, per ingenti importi, pari, all’incirca, a 5,4 mln di euro, vengono, conseguentemente, reimpiegati nella realizzazione delle due citate attività imprenditoriali. Gli organizzatori della truffa arrivano, così, solo per il lussuoso albergo «Uliveto Principessa», a richiedere, tra il 2001 ed il 2006, erogazioni di denaro pubblico per oltre 7 milioni di euro. Di fatto, tuttavia, anche a seguito delle attività investigative sviluppate, sono stati effettivamente concessi per quell'attività turistica poco meno di 2 milioni di euro. Con riguardo al settore oleario, invece, le indagini hanno evidenziato come anche le ditte «G. M.» e «D. M. C.» in qualità di produttrici di olio di oliva e la «Olearia Casalnuovo Srl» congiuntamente alla «Re.Gi. Olearia Sas» (percettrice, altresì, fra il 1999 ed il 2002 di finanziamenti ex L. 488/92 pari ad oltre 520 mila euro su una spesa inizialmente prevista superiore al milione di euro), in qualità di acquirenti, si servivano di documenti fittiziamente emessi dal «Gruppo Giovinazzo Srl» (finanziato anch’esso con quasi 670.000,00 euro ex L. 488/92 su una spesa prevista di 978.000 mila euro) per la presunta molitura delle olive, al fine di conseguire tra il 1999 ed il 2010, indebiti contributi pubblici Agea pari, complessivamente, ad oltre 2,7 milioni di euro. Utili alle indagini sono risultate, inoltre, le segnalazioni di operazioni bancarie sospette inviate alla Guardia di Finanza dall’attuale unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, tramite le quali si è potuto scoprire che numerosi trasferimenti di valori effettuati dalla «SCAM» e dalla «Oliveto Principessa S.r.l.» attestavano falsamente, nei confronti della Banca incaricata di curare le singole istruttorie per i finanziamenti pubblici richiesti, il sostenimento di costi ed apporti di capitale proprio, in misura congrua alle prescrizioni del programma, al solo fine di consentire agli associati il conseguimento dei contributi previsti dalla legge «488». Oltre alle menzionate aziende, sono, oggi, in sequestro l’elegante Hotel «Grimaldi Palace» di Cittanova, la Olearia «An.Lu.Gi. di Curinga Urbano & C. Sas» e la «I Falegnami di Chiaro Giuseppe & C. Sas», anch’essa percettrice di contributi «488» per un importo superiore ai 640.000 euro (a residuo della spesa iniziale prevista in oltre 1,4 mln di euro), avendo utilizzato le false fatture emesse dalla Scam e dalla D.I. Ascrizzi Gaetano per l’effettuazione di «lavori in economia» che superano l’ammontare complessivo di 14,5 mln di euro circa. La prima, in particolare, (gestita comunque da soggetti riconducibili al «gruppo»), è stata attratta dalle indagini risultando cessionaria della «Great Southern Hotels & Residences Srl», società, quest’ultima, finanziata con contributi pubblici per complessivi 273 mila euro, su circa 410 mila concessi (a fronte di una spesa inizialmente prevista pari a 1,2 mln di euro) avendo, nello specifico, utilizzato fatture false emesse dalla SCAM Srl per oltre 980 mila euro per la realizzazione di opere murarie in realtà eseguite da soggetti diversi con fatturazioni distinte.

giovedì 19 maggio 2011

Reggio, beni per 50mln di euro confiscati ad un imprenditore di Polistena

Beni per un valore di 50 milioni di euro sono stati confiscati dalla Dia ad un imprenditore di Polistena, legato, secondo gli investigatori, a cosche della 'ndrangheta

Aziende, terreni, automezzi personali ed aziendali e conti correnti riconducibili all’imprenditore o ai suoi familiari. I beni oggetto della confisca per un valore di 50 milioni di euro, disposta dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale, erano stati sequestrati nel 2007 su proposta del direttore della Dia. Adesso è giunta la confisca al termine degli accertamenti compiuti dal Centro operativo di Reggio Calabria della Dia dai quali sarebbe emersa la provenienza illecita dei primi capitali investiti dall’imprenditore, Salvatore Domenico Tassone, 63 anni, legato, secondo gli investigatori alle cosche Longo e Versace di Polistena e, per vincoli di parentela, al gruppo Ierinò di Gioiosa Ionica per essere il consuocero di Vittorio Ierinò. L’uomo è rimasto coinvolto, nel 2007, nell’operazione Arca che aveva portato all’arresto di 15 esponenti di cosche delle province di Reggio Calabria e di Vibo Valentia, accusati di essersi infiltrati negli appalti e nei subappalti per i lavori di ammodernamento di alcuni tratti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, tra gli svincoli di Mileto e Rosarno. Tassone era stato condannato in primo grado ad otto anni ed otto mesi di reclusione. Nel dicembre del 1994 Tassone, mentre viaggiava in auto insieme al figlio, fu ferito in un agguato compiuto da tre persone armate di fucili caricati a pallettoni.

sabato 30 aprile 2011

Reggio, caso Fallara. L'inchiesta si divide in tre parti

Divisa l’inchiesta sulla gestione delle casse del Comune di Reggio Calabria. E ora affiorano contributi e consulenze senza alcuna delibera
 
Emergono episodi inquietanti dall’inchiesta sul caso Fallara soprattutto per le modalità in cui, negli ultimi anni, sono stati gestiti i soldi del comune di Reggio Calabria. La Procura della Repubblica ha deciso di dividere l’inchiesta in tre diverse trance. Due riguardano episodi già accertati, la terza è invece riferibile ai nuovi falsi che stanno continuando ad affiorare man mano che l’indagine va avanti. In questo caso si tratta evidentemente di quello che diventerà il troncone più importante sia in termini di volume di denaro illegittimamente liquidato “a terzi” che sul piano delle persone coinvolte.


Gli episodi riguardano non solo l'anno 2010, ma anche quello precedente. I magistrati e tre periti hanno infatti appurato che alcuni pagamenti e contributi pubblici (già una decina) assegnati sia a singoli che ad associazioni non hanno alcuna pezza giustificativa. Per essere più chiari, a fronte del mandato di pagamento che deve fare riferimento necessariamente ad una delibera o ad una determina (con tanto di numero e data), quando i magistrati sono andati a cercare riscontri semplicemente si sono accorti che non esistevano. Insomma nessuna giustificazione documentale. E si parla di falsi, o apparentemente tali, per alcune centinaia di migliaia di euro. In questa parte d'inchiesta anche il caso delle persone assunte a tempo determinato con contratti semestrali direttamente dalla Fallara, senza alcun criterio selettivo o decisione degli organi politici. Persone (almeno 6) che venivano presi come collaboratori all’assessorato con mansioni minori, su decisione diretta della dirigente, come se si trattasse di un’azienda di famiglia.

Gli altri due filoni dell’indagine riguardano fatti che sono invece già stati accertati con una certa precisione. Per la Procura la dirigente del comune, morta suicida a dicembre scorso, si sarebbe autoliquidata indebitamente per aver partecipato alla Commissione tributaria provinciale, somme pari a 792 mila euro.

L’ultimo filone d’indagine riguarda le retribuzioni per consulenze all’architetto Bruno Labate. Il professionista, legato affettivamente alla dirigente dell’uffici Finanze di Palazzo San Giorgio, avrebbe intascato illegittimamente somme che vanno dai 600 ai 700 mila euro (180 mila euro li ha già volontariamente restituiti nei mesi scorsi). Soldi ufficialmente liquidati dalla dirigente del comune per consulenze varie rispetto a progetti che in realtà non furono mai finanziati e quindi neppure realizzati.

venerdì 8 aprile 2011

Reggio, 13enne trovata con la testa fracassata il fidanzato si è costituito

La giovane è stata trovata in un lago di sangue vicino alla Gallico-Gambarie. Un 17enne sospettato di essere l'aggressore è stato fermato nella notte e poi ha confessato il gesto
 
E' in fin di vita la ragazzina di 13 anni trovata riversa in un lago di sangue ad una ventina di metri dalla strada che collega Gallico a Gambarie, che è ancora viva, anche se le sue condizioni fisiche sono difficili. Nel primo pomeriggio di ieri è arrivata una segnalazione alla Polizia provinciale, nella quale si chiedeva aiuto per un incidente stradale. Ma le due pattuglie arrivate sul posto si sono subito rese conto che la situazione era più complessa.


Sul posto anche il 118 e subito dopo è stato richiesto l'intervento della Questura. A qualche decina di metri dalla strada, il corpo della ragazza, con evidenti ferite al volto e alla testa, provocate probabilmente con alcuni sassi. I medici dopo averla soccorrsa e intubata sul posto, l'hanno trasportata agli ospedali “Riuniti” di Reggio Calabria dove le condizioni della ragazza appaiono disperate.

Il DICIASSETTENNE SI E' COSTITUITO ALLA POLIZIA

Intanto il ragazzino di 17 anni, si è presentato alla polizia dopo aver ferito gravemente alla testa la ragazza con cui sembra avesse una relazione. E' sarebbe stata una lite per motivi sentimentali a scatenare la rabbia del ragazzo che ha colpito con una pietra alla testa la fidanzatina di 13 anni che adesso si trova ricoverata in stato di coma nell’ospedale di Reggio Calabria dove i medici l’hanno sottoposta ad un intervento maxillofacciale. Il fatto è avvenuto all’inizio della Strada Gallico – Gambarie, dove i due ragazzi si erano recati in sella a uno scooter. Subito dopo il ferimento, il sedicenne si è allontanato dalla zona con lo scooter che poi ha abbandonato per proseguire a piedi.

La polizia ha definito un ragazzo "problematico" il diciassettenne arrestato per avere colpito con una pietra alla testa la fidanzatina di 13 anni al termine di una lite. Il ragazzo era già noto alle forze dell’ordine per piccoli reati e per questo motivo ha trascorso alcuni periodi della sua vita in alcune comunità. Attualmente vive con la famiglia. Anche il padre è noto alla polizia, anche lui per piccoli fatti. Gli investigatori hanno comunque escluso che la famiglia del ragazzo, così come quella della tredicenne, sia legata ad ambienti della criminalità. Tramite una delle comunità presso le quali ha vissuto, il ragazzo aveva ottenuto anche un contratto alla Fiat come apprendista.

La tredicenne ed il ragazzo vivono entrambi a Gallico, una frazione a nord di Reggio Calabria. L’aggressione è avvenuta nella stessa zona, lungo la strada che da Gallico porta a Gambarie d’Aspromonte, in un’altra frazione chiamata Pettogallico che i due ragazzi hanno raggiunto a bordo di uno scooter. Le famiglie dei due ragazzi sono definite normali dagli investigatori, che hanno evidenziato come l’accaduto non sia avvenuto in un ambiente degradato.

mercoledì 9 febbraio 2011

Reggio, farmacista ferito in un agguato nel 92 si rifiutò di pagare il pizzo

Aveva denunciato i suoi estorsori e stamattina è stato ferito in un agguato, Tiberio Bentivoglio, titolare di una farmacia a Reggio
 
09/02/2011 E' stato ferito con un colpo di pistola che lo ha raggiunto ad un polpaccio, Tiberio Bentivoglio (in foto), titolare di un farmacia a Reggio Calabria, forse per una ritorsione, in quanto aveva denunciato i suoi estorsori.


L’agguato è stato fatto mentre l’uomo stava salendo sul suo furgone. Agli agenti della squadra mobile che stanno conducendo le indagini, ha raccontato di avere sentito alcuni colpi d’arma da fuoco e poi una fitta ad una gamba. Bentivoglio è stato portato in ospedale e le sue condizioni non sono gravi.

Gli investigatori stanno adesso cercando di capire se chi ha sparato volesse solo ferire l’uomo o volesse ucciderlo e non vi sia riuscito per una qualche ragione. L’uomo, titolare della «Sanitaria Sant'Elia», di via Eremo-Condera, ed è conosciuto in città per fare parte del movimento antiracket. Nel 1992 denunciò alla polizia i presunti autori di un furto commesso nella sua attività dopo che aveva rifiutato di pagare il pizzo. Il suo esercizio commerciale in passato fu danneggiato da una bomba e successivamente da un incendio. Per la sua attività di commerciante di prodotti sanitari aveva subito diverse richieste di danaro. Poi si è costituito parte civile nei confronti dei taglieggiatori e successivamente ha iniziato la sua collaborazione con l’associazione antimafia «Libera».

Secondo la polizia, chi ha sparato contro Bentivoglio, voleva ucciderlo, in quanto contro di lui sono stati sparati quattro colpi di pistola calibro 7.65 ad altezza d’uomo: uno ha colpito lo zaino, fermandosi prima di raggiungere il corpo di Bentivoglio, ed un altro ha colpito la fiancata del furgone sul quale stava salendo. L’agguato è stato compiuto a Ortì, nell’entroterra di Reggio Calabria e probabilmente all'origine del gesto, è l’ipotesi privilegiata degli investigatori, ci sarebbe proprio l’impegno antiracket di Bentivoglio. Nell’aprile dello scorso anno, nel corso di una manifestazione di Libera a Reggio Calabria, è stato il primo commerciante a ricevere il logo di "Reggio libera Reggio".

REAZIONI
Don Luigi Ciotti: «Davanti al grave episodio che ha visto vittima l’imprenditore calabrese è necessario rompere il silenzio, avere il coraggio della denuncia seria, documentata che deve essere affiancata dalla forza della proposta che insieme alle forze dell’ordine, alla magistratura, e quella parte trasparente delle istituzioni,cittadini e associazioni dobbiamo portare». Così don Luigi Ciotti, presidente di Libera dopo il ferimento dell’imprenditore Tiberio Bentivoglio a Reggio Calabria. Bentivoglio, socio di Libera e tra i fondatori del movimento ReggioLiberaReggio, è stato tra i primi a denunciare il racket. «Il cambiamento – prosegue don Ciotti – ha bisogno del 'noì, del contributo di tutti che si fonda su un impegno quotidiano dal quale nessuno deve ritenersi esente».

Magarò, presidente Commissione Antimafia: «Sono vicino a Tiberio Bentivoglio e convinto che l’episodio di questa mattina non ne fiaccherà l’impegno che da vent'anni conduce in prima linea nella lotta contro il pizzo imposto dalla 'ndranghetà. Questo il commento fi Salvatore Magarò, presidente della Commissione contro il fenomeno della mafia in Calabria: «Quello di oggi – prosegue Magarò – è soltanto l’ultimo di una serie di attentati subiti da Bentivoglio e dalla sua famiglia, che non si è mai piegata alle richieste estorsive della malavita, offrendo invece la propria testimonianza per esortare gli imprenditori calabresi a non subire le angherie delle cosche, a denunciare ogni tipo di sopruso, a non alimentare le casse della criminalità organizzata. L’ho incontrato con Pasquale Crupi, capo gabinetto della presidenza del Consiglio, nei giorni scorsi a Palazzo Campanella, insieme ad altri rappresentanti delle associazioni antiracket, con cui abbiamo avviato una comune strategia di contrasto al malaffare ed all’illegalità. Con la collaborazione di persone come Tiberio Bentivoglio, il coordinatore reggino di Libera Mimmo Nasone e altri esponenti delle associazioni antiracket, hanno già predisposto indicazioni che saranno valutate nella prossima seduta della Commissione antimafia in programma il 16 febbraio, il Consiglio regionale intende rendersi protagonista di una vera e propria rivoluzione culturale».

«Vogliamo inaugurare un nuovo ciclo nella lotta alla 'ndrangheta – prosegue Magarò – non più limitata a battaglie di testimonianza o di solidarietà, ma estesa all’approvazione di provvedimenti legislativi incentrati sulla predisposizione di appositi interventi di sostegno per le vittime della 'ndrangheta , ma anche sull'espulsione dal ciclo produttivo di quelle imprese che, scegliendo di non denunciare, di stare dalla parte sbagliata e di stringere patti scellerati con le organizzazioni mafiose, penalizzano coloro che operano nell’alveo della legalità e che le istituzioni hanno il dovere di tutelare».

lunedì 7 febbraio 2011

Reggio, operazione "Terrazzamento" sequestrate 3 società impegnate nel ciclo rifiuti

 
Ventidue le persone indagate. Le tre società avevano sede legale nel capoluogo
 
 
07/02/2011 I Carabinieri del comando Provinciale di Reggio Calabria con il NOE, su richiesta della Procura, hanno sequestrato tre società impegnate nel ciclo dei rifiuti (raccolta, gestione e smaltimento di rifiuti speciali), tutte con sede legale nel capoluogo e 21 mezzi, per valore quantificato in 7 milioni di euro.


I reati contestati a 22 persone, consistono nella realizzazione di discarica abusiva di rifiuti speciali non pericolosi (materiali edili da demolizione provenienti da cantieri), traffico di rifiuti, realizzazione di lavori di terrazzamento di terreni a scopo agricolo in assenza dei titoli autorizzativi, gestione e trasporto non autorizzati di rifiuti speciali non pericolosi. Le indagini hanno permesso di scoprire che le ditte avevano realizzato, nei terreni di proprietà adiacenti il sito aziendale, una discarica abusiva. L'attività era occultata attraverso la realizzazione di terrazzamenti per uliveti.

È stata documentata la gestione e il trasporto non autorizzato di 850 tonnellate di rifiuti effettuata con mezzi e società non in possesso dei requisiti prescritti dalla legge.

venerdì 14 gennaio 2011

Reggio, rubava oggetti di valore dalla corrispondenza, arrestato postino

Apriva e rovistava nella corrispondenza, impossessandosi degli oggetti di valore che trovava e distruggendo i plichi che non gli interessavano

14/01/2011 La polizia postale ha arrestato a Reggio Calabria un portalettere, Umberto Miano, di 51 anni, in servizio nel centro primario di distribuzione della posta di Reggio Calabria. L'uomo è stato arrestato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip su richiesta del pm della Procura reggina, Rocco Cosentino. All’impiegato vengono contestati i reati di apertura, sottrazione e distruzione di corrispondenza e furto di beni. L'uomo rovistava nella posta e se trovava oggetti preziosi o di valore li rubava altrimenti distruggeva i plichi. L’indagine che ha portato all’arresto di Miano è stata avviata nel 2010 sulla base di esposti e lamentele di numerosi abitanti di Reggio Calabria in relazione al mancato recapito di pacchi, oggetti e corrispondenza in alcune zone della città. L'attività investigativa, riferisce la polizia, si è sviluppata anche grazie alla collaborazione dei responsabili regionali e locali di Poste italiane. Le attività illecite di cui Miano si è reso responsabile sono state documentate nelle riprese effettuate dal sistema di videosorveglianza di cui è fornito il centro di distribuzione delle posta in cui lavorava Miano. A casa del portalettere e nel suo ufficio i poliziotti hanno sequestrato centinaia di articoli di vario genere, timbri di professionisti e copie di ricevute fiscali in bianco.

giovedì 13 gennaio 2011

Reggio, sequestrato un bar del valore di 150mila euro ad esponente del clan Lo Giudice

Beni per 150.000 euro sono stati sequestrati dalla Polizia a Luciano Logiudice, 37 anni, indicato come esponente dell’omonimo clan della 'ndrangheta


13/01/2011 Un bar nel centro di Reggio Calabria, del valore di 150 mila euro, è stato sequestrato dalla polizia a Luciano Lo Giudice, di 37 anni, esponente dell’omonima famiglia della 'ndrangheta. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Reggio, su richiesta del Questore. Lo Giudice era stato arrestato il 19 ottobre del 2009 in esecuzione di un’ordinanza cautelare, con l’accusa di avere intestato a prestanome parte del suo patrimonio mobiliare ed immobiliare al fine di eludere le norme in materia di misure di prevenzione. Inoltre, il 17 dicembre scorso, ha avuto notificato un nuovo provvedimento restrittivo per lo stesso reato, sulla base delle dichiarazioni del fratello, Antonino, ritenuto a capo dell’omonima cosca, e che ha iniziato a collaborare con la magistrattura dopo essere stato arrestato accusandosi, tra l'altro, di essere l’organizzatore degli attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e all’abitazione del procuratore generale Salvatore di Landro, e del ritrovamento di un bazooka davanti alla Dda di Reggio Calabria. Oggi, in base alle indagini del personale della Divisione anticrimine della Questura sono state sequestrate le due società che gestiscono il bar rosticceria «Caffè Garibaldi» su Corso Garibaldi, per l’accusa riconducibile a Luciano Lo Giudice, la cui gestione sarà curata dai custodi amministratori nominati dal Tribunale misure di prevenzione.

martedì 21 dicembre 2010

Reggio, 12 arresti per voto di scambio c'è anche un consigliere regionale

Dodici persone arrestate per associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose



21/12/2010 C'è anche il consigliere regionale Santi Zappalà, del Pdl, tra le 12 persone arrestate dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria nell’operazione sul condizionamento da parte della 'ndrangheta delle elezioni regionali in Calabria del 29 e 30 marzo scorsi.


I Carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del locale tribunale, nei confronti di 12 indagati per associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose».

È quanto si legge in una nota dei Carabinieri nella quale si aggiunge che è stato «accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni amministrative del 29 e 30 marzo 2010 per il rinnovo del consiglio regionale».

«Al centro dell’indagine, gli incontri tra il boss Giuseppe Pelle e alcuni candidati che, in cambio di voti assicurati alla 'ndrangheta illecitamente raccolti, avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici ed altre utilità».

In manette sono finiti anche quattro candidati al Consiglio regionale della Calabria nelle elezioni del marzo scorso. Si tratta di Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria, tutti del centrodestra.