martedì 17 settembre 2013

Sara Tommasi, inchiesta sullo stupro: consegnato al pm nuovo video hard



di Petronilla Carillo
Caso Tommasi, nell’inchiesta sulla violenza di gruppo subita dalla showgirl, spunta un nuovo video hard. È stato consegnato in questi giorni ai legali di Giuseppe Matera, gli avvocati Antonio Ciliberti e Claudio D’Amato, da una casa di distribuzione ungherese, su richiesta dello stesso produttore indagato. Di questo video si è parlato a lungo ieri, in una delle sale del carcere di Benevento, nel corso dell’interrogatorio che il produttore ha chiesto e ottenuto con il sostituto procuratore Elena Guarino titolare delle indagini sul caso della violenza subita a Buccino da Sara Tommasi.

Il video, che riprende la Tommasi in scene hard inedite per il mercato italiano, sarà consegnato questa mattina dagli avvocati al sostituto procuratore con la contestuale richiesta di scarcerazione per Giuseppe Matera.

Di questo video, girato poco dopo le riprese di Buccino, se ne parla nelle intercettazioni telefoniche che sono state inserite a corredo dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Salerno a carico di Matera e De Vincenzo. Un video di cui parla soprattutto l’altro indagato, Federico De Vincenzo, ex manager della show girl, pochi giorni dopo essere stato sentito dagli inquirenti salernitani che avevano aperto un fascicolo sulla base della denuncia della vittima. Un video che è stato distribuito soltanto in Ungheria, girato a Budapest e volutamente tenuto riservato. In alcune scene si vedrebbe la Tommasi che non sta bene: del resto la giovane donna era reduce da un ricovero ospedaliero, quello successivo al suo rientro a Roma da Buccino.

Il video, stando a quanto raccontato ieri da Matera al pm Guarino, sarebbe stato girato poche settimane dopo le riprese a Buccino. E ci sarebbero scene abbastanza forti.

venerdì 13 settembre 2013

Agguato a Palmi, ferito un macellaio

 Il commerciante è in gravi condizioni

 
 
L'uomo aveva appena chiuso il proprio esercizio commerciale quando intorno tra le 20.30 e le 21 una persona l'ha affiancato e gli ha sparato più volte. La vittima è stata soccorsa da alcuni parenti che sono scesi in strada quando hanno sentito gli spari e visto la Mercedes del congiunto abbandonata in mezzo alla carreggiata

PALMI (RC) - Un commerciante, Francesco Barbera, di 36 anni, titolare di una macelleria, con precedenti penali e ritenuto dagli investigatori vicino alla cosca Gallico della 'ndrangheta, è stato ferito in modo grave stasera in un agguato a Palmi. Barbera aveva appena chiuso la macelleria ed era salito a bordo della propria automobile (una Mercedes), quando una persona ha sparato contro il lato guida della vettura alcuni colpi di pistola, due dei quali hanno raggiunto Barbera ad un fianco e ad una gamba. Soccorso da alcuni parenti, il macellaio è stato portato nell’ospedale di Polistena, dove è stato ricoverato con prognosi riservata anche se non sembrerebbe in pericolo di vita. Sul ferimento indagano i carabinieri sotto le direttive della Procura della Repubblica di Palmi. L’ipotesi che viene fatta è che Barbera sia rimasto vittima di una vendetta maturata negli ambienti della criminalità.

Dati choc: «20 chilometri quadrati morti»

Campania avvelenata dalla camorra


Analisi nell'area ex Resit a Giugliano grande come 2600 campi di calcio: falde acquifere troppo contaminate. L'Istituto superiore di Sanità: impossibile bonificare
 
di Gerardo Ausiello
NAPOLI - Giugliano, 220 ettari di veleni, 220 ettari condannati a morte. Nella zona rossa, tra la Resit e le discariche sotto sequestro, non c’è futuro. Ma l’inquinamento non si ferma lì. La falda acquifera risulta contaminata da sostanze cancerogene volatili anche nei 2mila ettari circostanti. Parliamo di 20 chilometri quadrati. O di 2600 campi di calcio, come quello dello stadio San Paolo. Un’area pari a quattro volte la superficie di Posillipo. Dieci volte quella del Vomero. «Realisticamente la bonifica appare impossibile - ammette il commissario di governo, Mario De Biase - Per legge, infatti, bisognerebbe raccogliere tutti i materiali, rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso vale per le acque. Un’impresa proibitiva. Ciò che è invece necessario fare è la messa in sicurezza per fermare l’avanzata di percolato e biogas. Un obiettivo a cui stiamo lavorando senza sosta. E in parallelo bisogna pensare a una massiccia riconversione “no food” sostituendo gli alberi da frutto con pioppi, boschi ed essenze arboree».

Eppure, assicura De Biase, «nonostante quest’emergenza i prodotti ortofrutticoli allo stato attuale non risultano avvelenati. Io sono pronto a mangiarli, raccogliendo l’invito di movimenti ed associazioni».

L’area nel mirino
Quasi un quinto del territorio di Giugliano è a rischio. Ma non si può essere certi che le altre zone siano sicure. «Al di là dei rifiuti tossici, quel pezzo di Campania è stato oggetto di un abusivismo edilizio sfrenato - denuncia il commissario - Così molte abitazioni e attività commerciali scaricano direttamente materiali e resti organici in falda». Ancora oggi la situazione appare fuori controllo. In alcuni pozzi, ad esempio, sono stati riscontrati livelli anomali di trielina, una sostanza utilizzata per smacchiare gli indumenti: «Non è escluso che qualche lavanderia industriale stia smaltendo illecitamente i rifiuti, che finiscono in quel mare magnum sotterraneo che è la falda acquifera».

Le analisi
Per vederci chiaro il commissariato alle bonifiche ha siglato un accordo con l’Istituto superiore di sanità. Gli esperti hanno quindi unito le forze e iniziato le indagini. Una volta verificato il livello di contaminazione della falda, i tecnici sono passati ai terreni agricoli eseguendo migliaia di prelievi. Nel rispetto delle norme in materia, i prelievi dei campioni sui terreni sono stati effettuati seguendo lo schema della «W» ovvero raccogliendo il materiale in più punti e mescolandolo. Ebbene in tre macro-aree su quaranta è stata riscontrata la presenza di inquinanti. Quali sono le località interessate? Quella alle spalle di Novambiente verso l’Asi, quella denominata San Giuseppiello, quella centrale tra la Resit e Masseria del Pozzo. La musica non cambia se si considerano le indagini sull’atmosfera mentre i rilievi relativi al sottosuolo (dieci metri di profondità e oltre) sono in corso di elaborazione.

I prodotti
Il quadro è drammatico ma inaspettatamente la buona notizia riguarda frutta e ortaggi. «Alla luce dei dati disponibili, ottenuti con le procedure analitiche selezionate - scrivono gli esperti dell’Istituto superiore di sanità nel dossier su Giugliano - si evince che, al momento, la presenza dei composti organici volatili, maggiormente rilevati nelle acque dei pozzi, non influenza le matrici ortofrutticole coltivate nell’area oggetto di studio. Quanto detto lascia presupporre che non ci sia, per i Cov (le sostanze volatili cancerogene, ndr), un passaggio diretto di contaminazione dalle acque alla pianta e di conseguenza alla parte edibile della pianta stessa». Secondo i tecnici dell’Iss, insomma, frutta e ortaggi non sono avvelenati. Com’è possibile? «La spiegazione è che, a contatto con l’aria, le sostanze cancerogene volatili vaporizzano - sottolinea De Biase - Stiamo ora verificando che cosa succede nelle serre. A novembre avvieremo i primi esami. Nel frattempo, comunque, continuiamo a monitorare tutti i prodotti che crescono nei 2mila ettari».

Gli interventi
Il traguardo da centrare, cruciale per il destino di Giugliano e dei suoi abitanti, è la messa in sicurezza. Sono in corso le caratterizzazioni dei terreni e le gare per affidare gli appalti. Poi partiranno i lavori. In parallelo, però, occorre studiare altre contromosse utili: «È necessario modificare le norme in materia per intensificare i controlli sui prodotti ortofrutticoli in modo da offrire maggiori garanzie ai consumatori - aggiunge il commissario - È inoltre fondamentale l’istituzione di una banca dati con tutte le informazioni utili sull’emergenza ambientale. Così sarà più facile combatterla ed arginarla».

Processi a Cosa Nostra, Cassazione: “Spatuzza credibile

 D’Amato fornì tritolo per le stragi”



ROMA. Prima convalida, dalla Cassazione, dell'inchiesta della Dda di Firenze che nel 2011 - a quasi venti anni dalle stragi di Cosa Nostra in Sicilia e in continente - ha condotto, in seguito alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, all'arresto di Cosimo D'Amato, il pescatore palermitano condannato all'ergastolo lo scorso 23 maggio dal gup di Firenze che avrebbe rifornito la mafia di tritolo per gli attentati di Milano, Roma e Firenze e, secondo la Procura di Caltanissetta, anche per Capaci.
La Suprema Corte, infatti, con la sentenza 37425 della Sesta sezione penale depositata oggi e relativa all'udienza svoltasi lo scorso 27 giugno, ha respinto il ricorso di D'Amato contro la conferma del suo arresto da parte del tribunale del riesame di Firenze del 26 novembre 2012.   
Ad avviso della Cassazione, i giudici di merito hanno fornito «una motivazione strutturata in maniera del tutto logica e coerente, fondata su un attento esame degli elementi probatori raccolti» sulla consapevolezza di D'Amato riguardo l'utilizzo che sarebbe stato fatto del tritolo che lui estraeva dagli ordigni bellici della Seconda guerra mondiale pescati dalle sue reti.
Per quanto riguarda le accuse di Spatuzza - che ha fatto anche i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri come referenti di Cosa Nostra nella trattativa Stato-mafia - gli “ermellini” rilevano che il tribunale le ha «attentamente vagliate», evidenziando che il pentito era presente alla consegna sulla spiaggetta di S. Elia dell'esplosivo per le stragi siciliane del 1992 e che ha riferito anche di forniture di esplosivo nel corso del 1993. Il ricorso di D'Amato è stato respinto.

giovedì 5 settembre 2013

Mafia, le motivazioni della sentenza Dell'Utri: "Agì in sinergia per vent'anni"

 
 
PALERMO. La condotta illecita del senatore Marcello Dell'Utri per la terza sezione della corte d'appello di Palermo, presieduta da Raimondo Lo Forti, che lo ha condannato a sette anni per concorso in associazione mafiosa è «andata avanti nell'arco di un ventennio», con una serie di comportamenti «tutt'altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale». L'imputato, dicono i giudici nelle motivazioni della sentenza, «ha ritenuto di agire in sinergia con l'associazione» .« La personalità dell'imputato - scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza del 25 marzo scorso - appare connotata da una naturale propensione a entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli avevano dato una possibilità di farlo». «In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) - prosegue la corte - ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l'associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l'anti Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell'imprenditore milanese (Silvio Berlusconi, ndr) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell'associazione».

“PATTO BERLUSCONI-COSA NOSTRA”. L'incontro avvenuto a maggio 1974, cui erano presenti Gaetano Cinà, Dell'Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Berlusconi, ha ''siglato il patto di protezione di Berlusconi''. Lo si legge nella sentenza Dell'Utri. ''L'incontro - è scritto - ha costituito la genesi del rapporto che ha legato l'imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell'Utri''.
''In virtù di tale patto - proseguono - i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall'altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell'Utri), hanno conseguito un risultato concreto e tangibile costituito dalla garanzia della protezione personale all'imprenditore tramite l'esborso di somme di denaro che quest'ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Dell'Utri, che mediando i termini dell'accordo, ha consentito che l'associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere''. L'incontro dunque ''segna l'inizio del patto che legherà Berlusconi, Dell'Utri e Cosa nostra fino al 1992 - aggiungono i giudici nelle 477 pagine della sentenza - E' da questo incontro che l'imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso ma sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali, è rientrato sotto l'ombrello di protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi all'obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione''.
 
"BERLUSCONI PAGÒ ALMENO FINO AL '92" .  Dopo la morte di Stefano Bontade e Mimmo Teresi, e quindi tra il 1982 e il 1992, «il mutamento dei vertici di Cosa nostra non aveva modificato in alcun modo l'impegno finanziario del gruppo Berlusconi nei confronti dell'organizzazione criminale e dunque i pagamenti erano sempre proseguiti». Lo scrivono i giudici della terza sezione della corte d'appello di Palermo, Raimondo Lo Forti, Daniela Troja e Mario Conte, nella sentenza che ha condannato Marcello Dell'Utri a sette anni per concorso in associazione mafiosa.
La continuazione dei rapporti è  confermata, per la corte, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. Le somme di Berlusconi arrivavano a Riina attraverso Dell'Utri. «Riina - dicono i giudici – non aveva fatto mistero del fatto che l'interesse era anche quello di natura politica. Dell'Utri, per il boss, rappresentava un contatto con Silvio Berlusconi e dunque, a suo avviso, con Bettino Craxi. Riina per le elezioni politiche del 1987 aveva ordinato di votare il Psi. Vi era un accordo per dare un aiuto ai carcerati».
Secondo la ricostruzione della Corte, sarebbe stato l'atteggiamento arrogante di Dell'utri nei confronti di Cinà ad indurre Riina a mettere in atto due azioni ritorsive con una lettera intimidatoria a Berlusconi e poi una telefonata. Il boss aveva poi fatto credere che le minacce provenissero dal clan catanese che nel 1986 aveva fatto un attentato alla villa di Berlusconi in via Rovani. «Dell'Utri - aggiungono - convocò Cinà per risolvere la questione e così Riina chiese il raddoppio della cifra da 50 a 100 milioni in due rate semestrali. Questi soldi servivano alla protezione e non comprendevano il pizzo per antenne Finivest» in Sicilia che veniva pagato ad altri.    «Non è emerso - prosegue la corte - in questo periodo da parte di Dell'Utri un mutamento concreto dei suoi interlocutori mafiosi. Alle doglianze non sono mai conseguite delle ribellioni o dei rifiuti di pagamento da parte dell'imputato». Anche gli attentati alla Standa di Catania erano stati fatti dal clan dei Santapaola. «Non è pertanto possibile collegare - concludono - gli attentati alla Standa al mutamento degli equilibri esistenti, proprio perché‚ non avevano nulla a che vedere con Riina».

Rapinatori inseguiti e uccisi.

 Ecco il drammatico filmato dello scontro


Pali divelti, finestrini in frantumi, vettura fuori controllo: così sono stati travolti i due giovani. Un'automobilista vede tutto ma fugge davanti al cadavere

di Leandro Del Gaudio -
C’è di tutto in quei pochi secondi: ci sono quattro vite che si attraggono, collidono e rovinano in modo irreversibile: quelle di una coppia di fidanzati che insegue due giovani rapinatori, che verranno travolti e uccisi come in un flipper impazzito.


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Tutto nella curva della morte, tutto al fotofinish: la rabbia di chi ha subìto una rapina, l’incoscienza di chi preferisce inseguire invece che chiamare le forze dell’ordine da un lato; ma anche la fuga di due giovanissimi presunti malviventi che vengono speronati e uccisi dall’uomo che aveva subito l’umiliazione di una rapina davanti alla propria donna in un momento di intimità, costretto a cedere così soldi e cellulare di fronte a una pistola puntata al viso.

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Tutto in pochi secondi, tutto in quella curva, con luci che abbagliano, finestrini che esplodono, pali e ringhiere che saltano come in un assurdo videogioco.

Ecco come le cosche aiutano i politici a fare carriera

Pacchetti di tessere raccolti nei paesi reggini

L'operazione della Dda di Reggio Calabria ha permesso di evidenziare i rapporti di collusione tra imprenditori, esponenti politici e criminalità organizzata. Coinvolti rappresentanti di vari schieramenti
 
 
di SAVERIO PUCCIO
REGGIO CALABRIA – La chiave per fare successo in politica sono le tessere. Quelle iscrizioni che permettono al personaggio di turno di fare pesare il proprio ruolo in un partito, anche a livello nazionale. Di dimostrare un seguito tale da meritare il premio: la candidatura. Perché se hai il tuo bel pacchetto di tessere, al tavolo dei politici che contano diventi qualcuno. Un meccanismo semplice, figlio illegittimo delle correnti partitiche, portato all'esasperazione quando serve per farsi spazio. E anche i politici reggini e gli esponenti della cosca Alvaro lo avevano capito bene. "Servono altre cinque tessere a San Procopio e altre cinque a Sinopoli", dice Domenico Laurendi, imprenditore sponsorizzato dal clan, parlando al telefono con Antonio Alvaro, esponente di spicco della cosca. E lui, il boss, non ha problemi, anzi, rilancia: "...Quando ti ho detto io che ne facciamo quante ne vuoi, tu mi hai detto no". L'operazione della Dda di Reggio Calabria contro la potente cosca ha dedicato un capitolo dell'ordinanza al meccanismo delle tessere. Uno spaccato nudo e crudo della politica di oggi. Tra modelli da compilare e tessere da sommare. Per essere sempre più forti, contare sempre di più. A spingere per le tessere dell'Mpa è l'ex sindaco di San Procopio, Rocco Palermo, pronto a salire i gradini del potere politico. Ma nell'incartamento degli investigatori sono finiti altri nomi, alcuni illustri, della politica calabrese. Come quelli di Pasquale Maria Tripodi, all'epoca dei fatti consigliere regionale nel gruppo misto. E poi Domenico Rositano, legato all'Udc. Fino all'assessore comunale di Bagnara, Cesare Zappia.

"Ciò a dimostrazione di come la 'ndrangheta – è scritto nell'ordinanza della Dda - ponga in essere a vari livelli tentativi di awicinamento ed infiltrazione nei gangli del potere politico: tuttavia, mentre per Palermo Rocco sono stati acquisiti elementi probatori per sostenere che tale attività ha avuto un seguito ed una contropartita nell'asservimento della carica di sindaco agli interessi della cosca, a carico degli altri politici sopra indicati non sono emersi elementi sufficienti ad integrare condotte penalmente rilevanti". E' il solito filo, sottilissimo, che separa il coinvolgimento diretto della politica nei rapporti con le cosche, dalla normale campagna elettorale. La cosca Alvaro e i suoi affiliati giocavano d'anticipo. Prima dei voti occorreva essere candidati. E per esserlo bisognava sbattere sulla scrivania dei leader quelle centinaia e centinaia di tessere che permettevano di salire di grado. Quindici o venti tessere in goni piccolo paese, dicono gli interlocutori nelle intercettazioni, che moltiplicate fanno centinaia di sostenitori. Spesso magari inconsapevoli. Oppure semplicemente costretti. 
 
E per raggiungere gli obiettivi, evidenzia la Dda reggina, c'era una vera e propria "catena": il politico locale, l'imprenditore e il soggetto legato alla criminalità organizzata. Grazie a questa unione il gioco era semplice, e gli appalti erano il giusto prezzo da rimborsare in cambio dei pacchetti di tessere. La Procura reggina ricostruisce in poche righe il funzionamento del meccanismo: "Le conversazioni intrattenute non solo da Laurendi Domenico, ma anche da altri personaggi sottoposti ad analoga attività di intercettazione nell'ambito del presente procedimento penale – è scritto - hanno infatti consentito di acquisire numerosi riscontri circa la consolidata prassi utilizzata da personaggi politici locali al fine di accaparrarsi un peso politico fatto di 'voti' ovvero tesseramenti che, agli occhi di chi poi dovrà fare le scelte per eventuali candidature, costituiscono un patrimonio virtuale in occasione delle eventuali consultazioni elettorali. Nella pratica di 'tesseramento' il soggetto politico si pone nella condizione di chiedere ad un imprenditore, che a sua volta può vantare significative aderenze con numerosi soggetti appartenenti alla criminalità organizzata - quale certamente può essere considerato il Laurendi Domenico -, di fornirgli quella 'dote' necessaria affinchè egli stesso possa poi essere scelto dagli organi superiori di partito". 
 
Nell'ordinanza della Dda di reggio Calabria il "re è nudo". La politica, quella infiltrata, è un libro aperto davanti agli occhi di chiunque. Poco importa quale sia la legge elettorale. I candidati li scelgono i partiti. I leader contano le tesserine fatte di lunghi elenchi con nomi e cognomi, e i candidati sono belli e pronti. Hanno seguito, d'altronde. Lo dimostrano le tessere. Poco importa, poi, se quel successo e quell'ascesa politica possa arrivata grazie all'imprenditore colluso, alla cosca amica e in cambio di appalti milionari. Sono le regole di un gioco nato con fini nobilissimi, ma mutato nel tempo per adeguarsi alle logiche di quanti hanno scoperto la chiave per fare successo in politica.

Presidente di Confindustria Trapani denuncia le estorsioni: tre arresti




TRAPANI. Estorsione e tentata estorsione aggravate dalla modalità mafiosa ai danni del presidente di Confindustria di Trapani, Gregorio Bongiorno. Con queste accuse gli agenti della Squadra Mobile di Trapani hanno eseguito nella notte tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo. I provvedimenti cautelari sono stati notificati a Mariano Asaro, 57 anni, ritenuto dagli inquirenti come un esponente di spicco di Cosa Nostra del Trapanese; Gaspare Mulè, 46 anni e Fausto Pennolino di 51, entrambi sorvegliati speciali. Tutti sono originari di Castellammare del Golfo. Vittima del racket è stato Bongiorno, imprenditore di Castellammare del Golfo, nel settore della raccolta dei rifiuti ed attuale presidente dell'associazione industriale di Trapani.  
Bongiorno, dopo aver subito per anni le richieste estorsive di diversi esponenti della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo, ha denunciato tre persone che a partire dal 2005 e sino a pochi giorni fa hanno preteso il periodico versamento di ingenti somme di denaro per soddisfare i bisogni dell'associazione mafiosa. Nel dicembre del 2005 era stato costretto, sostengono gli investigatori, a versare 10 mila euro a Mulè, che si era presentato quale rappresentante dei boss. Le pressioni estorsive sono proseguite fino ai giorni scorsi. Gli indagati, sono stati già tutti condannati per il loro organico inserimento nell'associazione mafiosa Cosa Nostra, a seguito di sentenza emessa dal gup di Palermo il 24 marzo 2009.  

Bari, psichiatra massacrata da suo paziente

 L'omicida: «Non me ne sono accorto»



di GIOVANNI LONGO
BARI - A Bari non ci vuole credere ancora nessuno. Anche perché l’unico che può dare delle risposte, per ora, preferisce non parlare, fatta eccezione per una frase che avrebbe pronunciato a denti stretti, con la testa tra le mani, negli uffici della Questura di Bari: «Non me ne sono reso conto». Ma come si fa non rendersene conto? Come si fa a perdere la testa fino al punto di infierire sulla psichiatra che hai di fronte con oltre 30 coltellate?
Eppure è accaduto ieri mattina, alle 9,30, nel Centro di salute mentale del quartiere Libertà, dove Vincenzo Poliseno, di 44 anni, ha ucciso Paola Labriola, psichiatra di 53 anni. Prima dell’omicidio , l’uomo è stato nella sede della Circoscrizione Libertà, popolare quartiere del capoluogo, e prima ancora, ma non ci sono conferme, sarebbe andato nel Centro di salute mentale al quartiere San Paolo. L’ultimo colloquio, quello fatale, in via Tenente Casale dove a quanto pare Poliseno andava di rado, per curare un disagio psichico legato essenzialmente ai suoi problemi di dipendenza.
 
L’ultima visita risalirebbe a maggio. Una sorta di trattamento volontario, ricollegabile al vissuto di droga e di alcol. Chi lo conosce, dice che Poliseno avrebbe avuto problemi con l’hashish fin da ragazzino. Poi il lungo tunnel dell’alcol e i primi problemi con la giustizia. Piccoli precedenti, alcuni anni fa, più che altro per furto, gli sono costati, nell’estate del 2012, un cumulo di pene. Qualche mese agli arresti domiciliari e poi di nuovo in libertà. Si era rimesso in riga, dice qualcuno, ma continuava a vivere una situazione di disagio legata alla mancanza di un lavoro stabile.
Spesso l’omicida si rivolgeva ai Servizi sociali della Circoscrizione Libertà, il quartiere in cui risiede, per chiedere aiuti economici. Come ha fatto ieri mattina. In quell’ambulatorio al piano terra, con la porta chiusa per ragioni di privacy, dove si è scatenato l’inferno. «Ho sentito le urla, ho provato a intervenire, ma è stato tutto così veloce. Povera Paola», racconta un’infermiera.
Da queste parti capita spesso di vedere gente «strana». Qualcuno alza la voce. Allarmi che però cadrebbero troppo spesso nel vuoto. Alcuni medici hanno raccontato di varie aggressioni subite dal personale del Centro e di loro richieste di avere un servizio di guardiania. Vane. La questione, comunque, sarà affrontata anche nella riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato per oggi in Prefettura.
 
Ma chi avrebbe mai potuto immaginare che quell’uomo con pantaloni blu e maglietta blu a righe che faceva anticamera avrebbe potuto colpire la dottoressa con 30 coltellate?
Bloccato da un infermiere, Poliseno è stato consegnato agli agenti della sezione Volanti, agli ordini del vicequestore aggiunto Giorgio Oliva, che, in collaborazione con la Squadra Mobile, agli ordini del dottor Luigi Rinella, conducono le indagini coordinate dal pm Baldo Pisani e dal procuratore aggiunto Anna Maria Tosto. Dopo l’arresto in flagranza con le accuse di omicidio volontario e di detenzione illegale di arma da taglio, Poliseno è stato trasportato in Questura. Quando ne è uscito, circa cinque ore dopo, era sul sedile posteriore di una volante, a testa bassa, per evitare le telecamere e i fotografi. Indossava una camicia bianca, diversa da quella che portava quando ha ucciso la psichiatra.
Giunto in Procura, non ha risposto alle domande del pm. Nei prossimi giorni sarà fissata l’udienza di convalida dell’arresto davanti al gip, mentre domani il medico legale, il professor Giancarlo Di Vella, che ieri ha eseguito l’esame esterno del cadavere, effettuerà l’autopsia.

Fotovoltaico, la Puglia beffata da azienda russa




di MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI
- I fornitori non pagati, gli agricoltori raggirati, la ricchezza prodotta ogni giorno dal sole che finisce in Svizzera e Lussemburgo. Lo sviluppo è finito, la saturazione è vicina, i primi segnali dicono che la bolla del fotovoltaico sta per scoppiare. Con il rischio che in Puglia, la regione che in Italia ospita il maggior numero di pannelli, rimangano soltanto macerie.
A luglio il Tribunale di Bari ha ammesso al concordato preventivo il più grande contractor pugliese e uno dei maggiori del Mezzogiorno. La Saem di Altamura, 70 milioni di fatturato e 130 dipendenti (oggi in gran parte in cassa integrazione), realizzava impianti fotovoltaici «chiavi in mano» in Puglia, Basilicata e Calabria. Fondata dalla famiglia Maggi, nel 2009 la maggioranza della Saem era stata acquistata dalla Kerself di Correggio, il più grande installatore italiano, una società quotata in Borsa (ed oggi fallita) che fa capo - tramite l’inglese Avelar Energy - alla Renova dell’oligarca Viktor Vekselberg, un russo residente in Svizzera. Entrambe (Avelar e Renova) per anni hanno fatto shopping di parchi fotovoltaici in Puglia e sono tra i maggiori operatori del settore: nel cda di Avelar c’erano il salentino Roberto De Santis e Massimo Decaro, l’uomo di Marcello Dell’Utri arrestato a Napoli.
 
Per anni in Puglia gli impianti fotovoltaici fino a un megawatt non richiedevano autorizzazione regionale: bastavano una Dia e 2 milioni di euro, investimento che grazie agli incentivi statali si ripagava sei volte nel giro di dieci anni. La norma è stata abrogata nel 2011, ma il danno ormai è fatto perché intanto sono spuntati 1.813 piccoli impianti. E senza alcun controllo: bastava chiedere quattro Dia su quattro suoli contigui per saltare ogni procedura di controllo e ritrovarsi con un parco da 10 milioni di euro.
 
La Saem ha realizzato e gestito decine e decine di impianti da un megawatt, anche per conto della Kerself: nel solo 2011 ne ha costruiti per 100 megawatt, lo scorso anno per altri 66. Lavori effettuati in parte per conto dei russi di Kerself e subappaltati in buona parte ad una quarantina di piccole imprese della Murgia barese e materana. Solo che Kerself pagava con il contagocce, e così Saem ha accumulato 60 milioni di debiti con fornitori e banche. I subappaltatori, in particolare, avanzano fino a un milione di euro l’uno, e con il concordato - se tutto va bene - ne prenderanno solo il 20% tanto da rischiare a loro volta il fallimento.
 
I fratelli Maggi, altamurani, imprenditori capaci che per anni sui giornali specializzati hanno tuonato contro gli speculatori del settore, fondano la Saem prima del boom. Nel 2009 il 55% viene rilevato (per alcuni milioni di euro) dalla Kerself, una società quotata in Borsa che realizzava impianti in tutta Italia. Quando i soldi della quotazione finiscono, Kerself chiude i rubinetti e comincia ad accumulare debiti anche con Saem. A febbraio 2012 i fratelli Maggi sottoscrivono l’aumento di capitale di Kerself conferendo le restanti quote della Saem, che dunque diventa quasi interamente dei russi. Lo scambio rientrava nel piano di risanamento della società emiliana, che a fine 2012 cambia nome (Aion) e chiede il concordato preventivo. Ma a marzo il commissario nominato dal Tribunale di Reggio Emilia rileva «operazioni in frode ai creditori» (il tentativo di vendere alcuni impianti) facendo scattare il fallimento e le indagini della procura.
 
Kerself/Aion e le società del gruppo hanno però portato a termine il loro lavoro. I parchi fotovoltaici, costruiti su terreni agricoli, sono regolarmente in esercizio. E la proprietà è sempre loro, ma è stata trasferita all’estero. Vedi i 39 impianti (tra cui gli ultimi 11 della Saem) finiti in pancia alla Aveleos, joint venture tra Avelar (49%) e la lussemburghese Enovos (51%) in cui si ritrovano sempre gli stessi nomi.
 
Oltre ai subappaltatori, ai fornitori ed ai professionisti (uno dei quali a febbraio aveva chiesto il fallimento della Saem), non hanno visto un centesimo nemmeno gli agricoltori pugliesi e lucani che stanno affittando i suoli su cui sorgono gli impianti: speravano di incassare fino a 30mila euro l’anno a ettaro. E c’è da scommettere che tra dieci anni, quando finirà il ciclo di vita dei moduli, i pannelli solari (che sono rifiuti speciali) rimarranno abbandonati nei campi: le fideiussioni adesso sono carta straccia, a pagare per la rimozione dovranno essere i Comuni.

Omicidio Vassallo, tre anni senza verità


 Il fratello: depistaggi nelle indagini


Pollica. Tre anni fa Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, veniva ucciso con nove colpi di pistola. Era il 5 settembre 2010. La famiglia e un’intera comunità perdevano una guida. Un uomo, un amministratore che, con il suo operato, aveva portato un piccolo comune della costa cilentana alla ribalta nazionale. Oggi, tre anni dopo, Pollica ricorda. Ma sarà una giornata all’insegna della sobrietà. Qualche giorno fa nella vicina San Mauro Cilento il suo amico-amministratore Giuseppe Cilento gli ha intitolato la strada che collega il mare blu di Mezzatorre a Casalsottano. Oggi, nel terzo anniversario della tragica scomparsa, parenti ed amici lo ricorderanno in un incontro di raccoglimento con testimonianze, letture di brani, filmati e brani musicali.
Alle 19 l’appuntamento è nella chiesa dell’Annunziata di Acciaroli, dove si svolgerà una funzione religiosa in suo ricordo. A seguire sarà deposto nel porto un bassorilievo in bronzo. Alle 21 invece l’appuntamento è nella piazza del borgo di Pollica, dove saranno letti brani, ascoltate canzoni e proiettati video con coloro che l’hanno conosciuto. Tra gli altri, ci saranno l’artista bolognese Alessandro Bergonzoni, il sindaco di Bologna Virginio Merola ed il primo cittadino di Bari Michele Emiliano.
Il sindaco-pescatore non sarà ricordato solamente a Pollica. Alle 19 a Casalnuovo si terrà un incontro «per non dimenticare un uomo onesto e coraggioso, un eroe normale» al quale prenderanno parte Demetrio Guarnaccia, amico di Angelo, ed altre personalità. L’8 settembre alle Grotte di Pertosa si svolgerà lo spettacolo di teatro civile «Storia di un uomo coraggioso» a cura del giornalista ed autore Luca Pagliari.
Il fratello di Angelo, Dario Vassallo non sarà ad Acciaroli per le manifestazioni programmate. «Non mi piacciono passerelle dal sapore preelettorale localistico». E ancora: «Si può tentare di allontanare la verità anche con depistaggi ignobili. Mi riferisco a un clima che è stato alimentato indicando presunte piste passionali o di ritorsioni localistiche. È stato un evidente tentativo per spingerli fuori strada e di far perdere tempo agli investigatori».

Omicidio Arimare, fermate tre persone nel reggino

Avrebbero ucciso per il furto di una mucca

 
 
Il furto di una mucca sarebbe all'origine dell'omicidio di Giuseppe Arimare ristoratore 62enne di Sant'Eufemia di Aspromonte ucciso nel parcheggio del suo ristorante lunedì scorso. I Carabinieri hanno proceduto al fermo di tre persone su disposizione della procura di Palmi

SANT'EUFEMIA D'ASPROMONTE (RC) - Tre persone sono state fermate dai carabinieri con l’accusa di essere responsabili dell’omicidio di Giuseppe Arimare, di 62 anni, titolare di un ristorante, avvenuto lunedì scorso a Sant'Eufemia d’Aspromonte, nel Reggino. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti il movente dell’omicidio, avvenuto al culmine di una lite nel parcheggio del ristorante di Arimare, il "Donna Iolanda", situato in contrada Forestale, sarebbe il furto di una mucca di proprietà di uno dei tre fermati. I fermi sono stati fatti in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica di Palmi. L'agguato è stato portato a termine alle 16,30. La vittima, che è anche titolare di un maneggio, è stata raggiunta al torace ed è morta all’istante. 
Secondo il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, “per l’ennesima volta l’uso della giustizia 'fai da tè si trasforma in un dramma. Solo che in questa occasione la testimonianza dei parenti delle vittima ha consentito l’identificazione dei responsabili”.
 
I fermati sono Raffaele Surace, di 53 anni, Francesco Laurendi e Stefano Luppino, entrambi di 22 anni. A sparare contro Arimare e contro il genero, Bernardo Princi, di 39 anni, che non è stato colpito, è stato, per sua stessa ammissione, Raffaele Surace, proprietario del vitello il furto del quale, commesso da Princi e per il quale non era stata presentata denuncia, sarebbe stato la causa scatenante della lite al culmine della quale Arimare è stato assassinato e Princi ferito. Altre due persone, accusate di concorso nell’omicidio di Arimare e nel tentato omicidio di Princi e destinatarie anche loro del decreto di fermo emesso dalla Procura di Palmi, risultano irreperibili. Il procuratore Creazzo, nel corso della conferenza stampa, cui ha partecipato il comandante della Compagnia dei carabinieri di Palmi, capitano Maurizio De Angelis, ha sottolineato l'importanza della collaborazione fornite nelle indagini dai parenti di Arimare e Princi che hanno assistito alla lite culminata nell’omicidio del ristoratore. Secondo la loro testimonianza, Surace, Laurendi e Luppino, una volta giunti nel parcheggio del ristorante, avrebbero iniziato a litigare con Princi. Solo successivamente sarebbe intervenuto Arimare con l'intenzione di fare da paciere. Il titolare del ristorante è stato però raggiunto al torace dal colpo di pistola sparato da Surace, rimanendo ucciso all’istante.

martedì 3 settembre 2013

Napoli, sequestra la «rivale» in amore


 E la sevizia in auto con l'aiuto dell' mamma


Ragazza di 19 anni «punita» da mamma e figlia, arrestate. Vittima salvata dal segnale del suo smartphone.

NAPOLI - Con l'aiuto della madre aveva sequestrato e ferito a Scampia una 19 enne rivale in amore per «punirla», ma è stata arrestata dalla polizia. N.C. , 45 anni, residente nel quartiere di San Pietro a Patierno, e R.G. , 23, che abita nella zona del Mercato, sono state arrestate dagli agenti del Reparto Prevenzione Crimine Lazio, avvertiti dal padre della ragazza.

La 19enne è stata intercettata dalle due donne stamattina poco dopo le 8.30 in via del Plebiscito, alla periferia Nord della città, mentre si recava al lavoro. La prima donna l'avrebbe costretta a forza a salire su un'auto guidata dalla figlia, che cinque anni fa aveva scoperto che un ragazzo al quale era sentimentalmente legata aveva anche una relazione con la 19 enne. Quest'ultima, dopo aver appreso del comportamento del ragazzo, aveva troncato la relazione, ma per madre e figlia non era bastato.

Stamattina, dopo essersi impadronite del cellulare e delle chiavi dell'auto della 19 enne, hanno cominciato a minacciarla ed a picchiarla, dirigendosi con l' auto a Scampia. Giunte in viale Maddalena, l'hanno colpita con una mazza da baseball ed un paio di forbici. Intanto il padre della giovane, che aveva saputo dell'assenza dal lavoro della figlia, faceva squillare ininterrottamente il suo cellulare.

Quando inavvertitamente una delle sequestratrici ha premuto il tasto di risposta, l'uomo ha ascoltato le grida della grida della figlia. Subito dopo ha incrociato in via Labriola i poliziotti del Reparto Prevenzione Criminale ai quali ha dato l' allarme.

Tramite il segnale del cellulare i poliziotti hanno rintracciato l'auto con le tre donne a bordo, che si trovava ancora in viale Maddalena. Madre e figlia sono state bloccate ed arrestate con l' accusa di violenza e sequestro di persone e trasferite nel carcere di Pozzuoli. La 19 enne è stata medicata all'Ospedale «Cardarelli», dove i medici l' hanno giudicata guaribile in 10 giorni.

Napoli, distrutto il vetro blindato dell'ufficio del prete anticamorra




NAPOLI - In frantumi il vetro blindato dell'ufficio di don Luigi Merola. A renderlo noto è lo stesso cappellano della Stazione centrale di Napoli, dove il prete «anticamorra» è stato destinato da oltre un anno. Il vetro dà l'accesso all'ufficio della cappella , dove don Luigi trascorre buona parte della giornata.

«Nelle prossime ore sporgerò denuncia alle autorità competenti - ha commentato il parroco. - Il vetro è stato "crepato" da un oggetto contundente. Non so dire se si tratti di una bravata o di qualcosa di peggio. Sono anni che convivo con avvertimenti del genere, ci ho fatto l'abitudine».

Nei prossimi giorni, don Luigi tornerà ad insegnare religione. «Dopo anni, torno in due scuole di Scampia e del rione Sanità. Si tratta di un ritorno alle origini, e sono felice. La criminalità organizzata si batte a partire dalla scuola».

Morte Bergamini, indagato anche l'autista Pisano

Il giocatore venne trovato davanti al suo camion

Non sono stati ancora notificati atti ufficiali ma tutto suggerisce che il secondo indagato nell'ambito della morte di Denis Bergamini possa essere Raffaele Pisano, l'anziano autista del camion sotto le cui ruote fu ritrovato il corpo senza vita del giocatore del Cosenza. La seconda iscrizione nel registro degli indagati segue quella dalla ex fidanzata Isabella Internò
 
di FRANCESCO MOLLO
CASTROVILLARI – Con la fine dell’estate si rimette in moto anche l’inchiesta sulla morte di Denis Bergamini, il centrocampista del Cosenza morto il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico, vittima di quello che ora per gli inquirenti è stato un omicidio e non più un suicidio come stabilì la Corte d’appello di Catanzaro nel 1992 sulla base delle indagini dell’epoca: l’indagine - di cui nel giugno scorso la procura di Castrovillari ha chiesto una proroga di sei mesi (contando dal 26 settembre, data di scadenza della prima fase) - ora si allarga, con un nuovo indagato. Sebbene la notifica ricevuta dalla famiglia Bergamini in qualità di parte civile e dalla ex fidanzata, Isabella Internò, in qualità di prima indagata, parli di un anonimo soggetto “+1” che si aggiunge al nome della donna, sembra logico ritenere che si tratti di Raffaele Pisano. Va detto che né i carabinieri del comando provinciale di Cosenza, che indagano sul caso, hanno consegnato avvisi al nuovo indagato; né il legale che assiste l’ex autotrasportatore, l’avvocato Domenico Malvaso del foro di Palmi, hanno ricevuto notifiche al riguardo; ma è anche vero che non è strettamente necessario a questo livello di indagini.

 Ma che si debba trattare dell’anziano di Rosarno, che all’epoca dei fatti era alla guida del pesante quattro Fiat Iveco NC 180 davanti al quale venne trovato il corpo del calciatore ventisettenne, lo fa ritenere la logica: il camionista-testimone ha sempre dichiarato, in una versione identica a quella della ragazza, che Denis si era gettato sotto il camion e che lui non aveva potuto fare niente per evitarlo, se non indietreggiare di mezzo metro col mezzo nella speranza che il giovane fosse ancora vivo dopo averlo trascinato per circa sessanta metri. Una versione che il camionista ha ripetuto anche durante il processo che lo ha visto imputato e assolto, per la conforme testimonianza della Internò, dall’accusa di omicidio colposo. Una versione, però, che ora viene smentita dai risultati delle indagini tecnico-scientifiche richieste ai Ris e a due medici legali dal procuratore capo Franco Giacomantonio che il 29 giugno 2011 ha riaperto l’inchiesta (all’inizio a carico di ignoti); perché – dicono le perizie – Bergamini era già morto quando è stato sormontato dal camion che procedeva a velocità molto lenta. Dunque già dalla prossima settimana (in questa il procuratore e la sostituta che lo coadiuva, Maria Grazia Anastasia sono fuori ufficio per motivi personali) potrebbero ripartire le attività dei carabinieri del colonnello Vincenzo Franzese. E potrebbero ricominciare, entrando nel vivo della questione, proprio con l’escussione dei due indagati. Infatti sia Isabella Internò, che ha ricevuto il suo avviso di garanzia nel maggio scorso, sia Raffaele Pisano sono stati sentito dai magistrati di Castrovillari solo una volta, e solo come persone informate dei fatti. Ma se per la ex fidanzata questa tappa giudiziaria è più ovvia perché da sempre, da quel giorno, la famiglia del calciatore ferrarese e i tifosi del Cosenza hanno chiesto verità e giustizia sulle questa morte e sulla incredibile ipotesi del suicidio, quella di Pisano è una novità relativamente recente: fino a due anni fa il camionista che andava scaricare mandarini al mercato ortofrutticolo di Milano percorrendo la statale 106 jonica era stato ritenuto ormai fuori dalla vicenda: non perché assolto con due gradi di giudici ma perché considerato morto da molti anni. Naturalmente c’è da attendersi che i due indagati, che sono anche gli unici testimoni oculari, ai magistrati ripeteranno la storia del suicidio raccontata già vent’anni fa.

Minacce procuratore Spagnuolo

Chiesto giudizio per boss emergente di Vibo e un suo affiliato

Il rinvio a giudizio è stato chiesto dalla Procura di Salerno per le minacce, aggravate dall'intenzione di volere agevolare la cosca. Secondo l'accusa i due sono i responsabili di un murales realizzato a Vibo Valentia con la frase "Spagnuolo vattene o morirai"
 
 
di PIETRO COMITO
VIBO VALENTIA - Il sostituto procuratore antimafia, Vincenzo Montemurro, ha chiesto il rinvio a giudizio del boss emergente di Vibo Valentia, Andrea Mantella, e un suo presunto affiliato, Domenico Macrì, per le minacce rivolte al procuratore della Repubblica di Vibo Valentia, Mario Spagnuolo. L'udienza preliminare è stata fissata per il 9 ottobre, alle 9,30, davanti al gup di Salerno, Elisabetta Boccassini. I due sono accusati dalla Procura di Salerno, competente per territorio nei casi in cui sono coinvolti magistrati, delle minacce aggravate rivolte al procuratore Spagnuolo. Macrì, in particolare, sarebbe l'esecutore materiale, su mandato di Mantella, di un murales realizzato a Vibo Valentia con la scritta "Spagnuolo vattene o morirai".
Per entrambi è contestata l'aggravante di avere commesso il fatto per agevolare la cosca di appartenenza. Le minacce sarebbero scaturite dalle continue operazioni patrimoniali contro la cosca, dirette da procuratore Spagnuolo. Le fonti di prova delle indagini sono legate alle intercettazioni ambientali a casa del boss di Bovalino, Giuseppe Pelle, figlio dello storico boss di San Luca, Antonio, e alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Samuele Lo Vato di Cassano allo Jonio. 

Bitonto, scoperto cadavere di un pregiudicato 45enne


Era agli arresti domiciliari

BITONTO  – Il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trovato in una zona di campagna nel barese, lungo la provinciale che collega Bitonto alla frazione di Palombaio. Il corpo era seminascosto da una tavola di legno. Sull'accaduto indaga la polizia.

Secondo quanto risulta alla polizia l'uomo aveva 45 anni, era di Modugno (Bari) ed aveva precedenti penali per spaccio di droga ed estorsioni. Era agli arresti domiciliari ma aveva un permesso per allontanarsi da casa per sottoporsi a cure dentistiche.

Mancava dalla sua abitazione da almeno tre giorni anche se nessuno ne aveva denunciato la scomparsa. Sul corpo sono state rilevate due ferite, ma si attende l’esito dell’autopsia per capire se siano state causate da colpi d’arma da fuoco o da taglio.

L'uomo indossava occhiali, pantaloncini jeans, una maglietta scura e scarpe da ginnastica. L’avanzato stato di decomposizione del cadavere e la permanenza per diversi giorni in una zona di campagna ha indotto gli investigatori ad essere cauti sull' identificazione in attesa della conferma dell’identità della vittima che arriverà solo con l’esame delle impronte digitali.

Escherichia coli latte e alimenti sequestrati in Puglia




FOGGIA – Dieci squadre dei Carabinieri dei NAS di Foggia, Bari e Taranto hanno sequestrato 42.000 litri di latte all’origine fresco ed arbitrariamente sottoposto a congelazione nonché oltre 130 tonnellate di alimenti. L’operazione nell’ambito delle attività di indagine e degli accertamenti relativi all’infezione da escherichia coli che ha colpito la Puglia.

Eseguite ispezioni igienico – sanitarie presso aziende agricole, ditte produttive, depositi, ingrossi e negozi alimentari. In particolare sequestrati oltre 48 tonnellate di pomodori posti all’essiccazione al sole su telai creati con tondini di ferro arrugginiti e reti in materiale plastico non idonei all’uso alimentare, esposti a diretto contatto con l’aria senza alcuna protezione dall’azione infestante di insetti ed animali, dalle intemperie e dalle contaminazioni di agenti atmosferici; circa 79 tonnellate di conserve di pomodoro e vegetali (tra cui peperoni e carciofi) ed alimenti vari confezionati e non (tra cui sacchi di riso e farina, peperoncino, pollo e pesce congelati, acqua e birra) prodotti o detenuti in precarie condizioni igienico – sanitarie ed in depositi non autorizzati. In tre negozi gestiti rispettivamente da un rumeno, un pachistano ed un bengalese, circa 1 tonnellata di alimenti preconfezionati di varia tipologia (peperoni, ketchup, tonno, pasta, burro, yogurt, cioccolata, sottaceti, croissant, couscous, birra, vino, thè, ecc.) poiché sprovvisti di indicazioni in lingua italiana; oltre mezza tonnellata di pasta alimentare fresca all’uovo con ripieno a base di carne (tortellini, ravioli, cappelletti) detenuta a temperatura ambiente anziché a temperatura refrigerata. Inoltre, i militari dei Nuclei, unitamente a personale dell’Azienda Sanitaria Provinciale, hanno proceduto alla sospensione di 4 attività (2 aziende agricole, una ditta di conserve vegetali ed un deposito di alimenti etnici) prive della prescritta dichiarazione di inizio attività e versanti in precarie condizioni igienico-sanitarie e strutturali.

Brasiliana morta a Brescia, il giallo si infittisce

 L'autopsia svela che si è trattato di un omicidio

Il giallo della morte di una ragazza brasiliana residente a Reggio Calabria si infittisce sempre di più, l'autopsia ha sciolto il nodo chiarendo che si tratta di omicidio. A questo punto le indagini proseguono a ritmo serrato con particolare attenzione all'ipotesi dell'omicidio passionale
 
di GIOVANNI VERDUCI
REGGIO CALABRIA - Si infittisce il giallo della morte di Marilia Martins Silva Rodriguez: la giovane brasiliana, residente a Reggio Calabria, che è stata trovata senza vita a Brescia. Dopo l'esito dell'autopsia ormai non ci sono dubbi. La ragazza è stata uccisa. Anche se non ci sono indagati, pare che la pista passionale non sia del tutto scartata dalla Procura della Repubblica di Brescia. A rendere il quando ancora meno chiaro, poi, pare le la giovane donna fosse anche incinta. L’esame autoptico è stato disposto dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani che sta coordinando il lavoro investigativo condotto dai carabinieri di Brescia. I militari, sin dalle prime ore successive al ritrovamento del cadavere, hanno interrogato gli amici, i colleghi ed il fidanzato della giovane brasiliana.

 L’ufficio di Gambara, presso cui Marilia Martins Silva Rodriguez lavorava e dove è stata trovata morta, è stato ispezionato dagli specialisti dei Ris. Da quello che si è potuto apprendere la porta dello stabile era chiusa dall’interno. Dai primi rilievi pare che il tubo della caldaia dell’ufficio sia stato trovato svitato e sarebbe stato trovato anche un flacone di acido. Per approfondire le indagini i carabinieri stanno cercando di contattare qualche parente della ragazza. La 29 enne brasiliana trovata morta in ufficio a Gambara nel Bresciano, non ha parenti in Italia ed è per questo che i carabinieri stanno cercando di mettersi in contatto con la madre della donna in Brasile tramite l'ambasciata. La ragazza sembra non avesse una dimora fissa in provincia di Brescia e ufficialmente risulta residente a Reggio Calabria, ma si spostava spesso per la provincia bresciana. Capitava anche che si fermasse per la notte in ufficio; chi abita in paese ha raccontato di averla vista spesso con un trolley al seguito. Chi l’ha conosciuta parla di una ragazza cortese e di poche parole, che sapeva parlare bene l’italiano ed evidenziava una leggera cadenza meridionale.

Eternit, parti civili: “Ora Schmidheiny paghi i 90 milioni di euro


Per i risarcimenti già esecutivi”


alberto gaino
TORINO
Si faranno sentire per lungo tempo gli echi della motivazione con la quale i giudici della terza sezione della Corte d’appello torinese hanno spiegato la condanna a 18 anni del magnate svizzero Stephan Schmidheiny per il disastro ambientale doloso che ha provocato un «fenomeno di tipo epidemico», data la sua «eccezionalità», fra i lavoratori e gli abitanti delle aree industriali dove sorgevano i quattro stabilimenti italiani dell’Eternit oggetto del processo torinese. La causa è nota – la dispersione delle polveri di amianto, cancerogene, nell’aria, all’interno e all’esterno delle fabbriche - e i giudici hanno rilevato come dal giugno 1976 l’imputato si sia prodigato per nascondere quegli effetti anche attraverso una politica di “disinformazione”.
Sulla base di queste motivazioni, depositate dai giudici lunedì, diventa di ancora più stretta attualità la questione del pagamento di quasi 90 milioni di euro da parte dell’imputato a titolo di “risarcimento immediatamente esecutivo”. Lo sottolinea l’avvocato Sergio Bonetto, che nei due dibattimenti, di primo grado e appello, ha rappresentato l’Associazione familiari delle vittime di Casale Monferrato. E lo fa richiamando un passo della sentenza.

Nel motivare il loro diniego alla concessione delle attenuanti il presidente Alberto Oggè e i giudici a latere Elisabetta Barbero e Flavia Nasi osservano: «A nulla rilevano, al fine di riconoscere le circostanze attenuanti, i risarcimenti tardivamente effettuati dall’imputato nel corso del giudizio a favore di taluna fra le parti civili costituite, perché oggettivamente finalizzati ad ottenere la revoca delle costituzioni delle stesse parti civili e del tutto inidonei, per questo motivo, a fornire una tangibile dimostrazione di resipiscenza».
Aggiungono «la considerazione della gravità dei fatti, della loro protrazione nel corso di un lungo lasso di tempo, dell’ingentissima mole di sofferenze da essi procurate a numerosissimi lavoratori e cittadini, esposti senza difesa a patologie lentamente e crudelmente letali».

E rincarano rilevando «l’intensità del dolo che ha presieduto alla commissione di condotte illecite» in cui «l’imputato si è fatto guidare da un freddo calcolo di convenienza senza curarsi del valore primario dei beni giuridici che le sue condotte offendevano». Cioè la salute e la vita stessa di intere comunità, da Casale Monferrato a Cavagnolo (Chivasso) in Piemonte, da Rubiera (nei pressi di Reggio Emilia) a Bagnoli (Napoli), dove l’indagine epidemiologica promossa dalla procura torinese ha consentito di individuare per la prima volta centinaia di morti dimenticate per l’amianto.

L’avvocato Bonetto ricorda che la difesa di Schmidheiny ha inutilmente richiesto la sospensione delle provvisionali (cioè i risarcimenti già esecutivi) alla Corte d’appello e Nicola Pondrano, uno dei protagonisti delle lotte per la salute all’Eternit di Casale, aggiunge che la sentenza non può rimanere sulla carta: l’imputato deve cominciare con il risarcire le vittime, ci sono anche bonifiche da completare e addirittura da avviare seriamente in certi siti>. Fra i difensori di parte civile c’è già chi medita di rivolgersi alla Procura generale del Piemonte perché si faccia carico, sulla base del codice di procedura penale, di un’azione incisiva (e onerosa) di sequestri conservativi di beni di Schmidheiny fra le Svizzera e il resto del mondo