martedì 22 gennaio 2013

M5S: “Istituire una giornata regionale per le vittime della mafia”

assoc familiari vittime della mafia(2)

Una giornata regionale per le vittime della mafia. E’ l’impegno che i deputati del gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle all’Ars hanno scritto oggi nelle loro agende dopo un incontro tenuto a Palazzo dei Normanni con una nutrita delegazione dell’Associazione nazionale familiari vittime della mafia.
“Il ricordo – ha detto il deputato Giorgio Ciaccio – deve essere perpetuato sempre e noi faremo di tutto perche’ cio’ avvenga grazie al nostro impegno, ma anche a quello dei deputati di altri schieramenti. Quella per le vittime della mafia, infatti, e’ una battaglia che prescinde dagli steccati o dai colori dei partiti”.
La giornata del ricordo non e’ comunque l’unico obiettivo dei deputati del M5S. “Lavoreremo – ha detto Salvatore Siragusa – per istituire un albo di avvocati per assicurare il patrocinio gratuito a tutti coloro che hanno bisogno di assistenza legale”.
Altra richiesta dei membri dell’associazione fatta ai deputati del Movimento e’ quella dell’istituzione di una pubblicazione periodica che raccolga le storie delle vittime di Cosa nostra ufficialmente riconosciute e di quelle ancora da riconoscere. Un altro incontro tra l’associazione e i parlamentari del Movimento Cinque Stelle – aperto anche a tutte le altre forze politiche – per approfondire i temi discussi oggi e introdurne nuovi e’ stato fissato per il prossimo 4 febbraio.

lunedì 21 gennaio 2013

Casalesi, arrestato Carmine Schiavone


Il figlio di «Sandokan» reggeva il clan


Con l'accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso i carabinieri della compagnia di Casal di Principe hanno fermato stamattina Carmine Schiavone.

Carmine Schiavone è l'attuale reggente del clan dei Casalesi,nonchè figlio di Francesco detto "Sandokan" ritenuto, nonostante la galera, il numero uno della cosca di Casal di Principe. Al momento del fermo emesso dal pm della Direzione antimafia di Napoli Carmine Schiavone è stato trovato in possesso della somma di 8mila euro in contanti.

«Siete stati bravi»: queste le prime parole pronunciate da Carmine Schiavone mentre i carabinieri lo ammanettavano dopo un inseguimento per le vie del centro. «Carminotto o Staffone» si trovava in un locale notturno di Aversa quando è scattato il blitz. Era in compagnia di tre persone quando si è accorto della presenza dei carabinieri: ha chiesto ai tre di allontanarsi per confondere i militari, poi è uscito dal retro.

I militari si sono accorti del diversivo e hanno allertato una trentina di loro colleghi all'esterno del locale in modo da precludere a Schiavone ogni via di fuga. I carabinieri non escludono che all'interno del locale si stesse tenendo un summit oppure che l'incontro fosse stato organizzato per la consegna della somma di denaro che «Carminotto o Staffone» aveva addosso.

Carmine Schiavone, a 29 anni, è stato arrestato per la prima volta. Da quattro giorni il presunto reggente della cosca non si vedeva più in giro, ma a tradirlo, sarebbe stata la sua passione per la movida, come un normale ragazzo che esce con gli amici il sabato e la domenica per trascorrere qualche ora in allegria.

Ma, un ragazzo normale Carmine Schiavone non lo è: secondo i carabinieri infatti è lui a reggere l'esordio della cosca di Casal di Principe, dopo gli arresti dei fratelli Nicola, Ivanoe ed Emanuele. Dei cinque figli di Francesco Schiavone numero uno della camorra casalese, resta libero soltanto Walter.

Casalesi al mercato ortofrutticolo di Fondi


Sequestrati beni e società per due milioni


La Direzione Investigativa Antimafia di Roma ha eseguito una confisca di beni per un valore di circa 2 milioni di euro, nei confronti della famiglia D'Alterio, contigua al clan dei Casalesi.

Il provvedimento è stato adottato dal Tribunale di Latina, sigilli a beni mobili e immobili localizzati nei comuni del basso Lazio (Fondi, Sperlonga, Formia, Sezze e Latina) e a società di trasporto, fabbricati, terreni, veicoli e rapporti finanziari.

La Dia di Roma ha anche eseguito misura di prevenzione personale nei confronti dei pregiudicati Giuseppe D'Alterio, 57 anni, Luigi D'Alterio, 34 anni, Melissa D'Alterio, 32 anni e Armando D'Alterio, 30 anni, padre e figli, nel 2010 tratti in arresto all'esito dell'indagine "Sud Pontino".

Il provvedimento è stato adottato dal Tribunale di Latina al termine di un iter processuale avviato con la formulazione di un'articolata proposta di applicazione di misure di prevenzione patrimoniali e personali, che seguiva il sequestro d'urgenza dei beni emesso sempre nel 2010 dalla Dda di Napoli.

La confisca dei beni consiste in 2 società di trasporto e relativi beni strumentali, immobili e mobili registrati, 4 fabbricati, 1 terreno, 26 veicoli, 17 rapporti finanziari. In particolare, Giuseppe D'Alterio, detto "o' marocchino", pluripregiudicato, insieme a Costantino Pagano, altro pluripregiudicato organico ai Casalesi, ha rappresentato per lungo tempo un punto di riferimento nel Mercato Ortofrutticolo di Fondi per i Casalesi per via dei suoi stretti legami con pregiudicati campani

Luigi e Armando D'Alterio, che risultavano come autisti delle ditte di trasporto sequestrate, erano gli uomini di fiducia di Giuseppe D'Alterio e Costantino Pagano, e operavano per acquisire il monopolio del trasporto, facendo all'occorrenza anche da intermediari per l'organizzazione stessa, collaborando al compimento di attività estorsive nei confronti dei fruitori e dei clienti del Mof,alla imposizione con la forza sul territorio del loro monopolio anche nei confronti di soggetti appartenenti a clan avversi, nonché al procacciamento ed alla custodia di armi.

Melissa D'Alterio svolgeva invece la funzione di gestore delle società di trasporto, di fatto controllate per suo tramite e fedeltà al gruppo criminale. La confisca segue le ordinanze di custodia cautelare e il sequestro beni ottenuto dai magistrati due anni fa grazie alle indagini della Dia, con cui si colpì il gruppo criminale, che fa capo a Francesco Schiavone, che si preparava a divenire egemone nel controllo del trasporto dell'ortofrutta in tutta Italia e in particolar modo sull'asse Fondi-Torino.

Duplice omicidio di Decollatura, subito una svolta

Fermato nella notte il sospetto killer del bar

Le telecamere di videosorveglianza hanno aiutato i carabinieri a incanalare le indagini dopo la sparatoria nel bar avvenuta in pieno pomeriggio davanti a numerosi testimoni. Fermato nella notte un piccolo imprenditore di Soveria. E il padre, ex vigile urbano, potrebbe essere stato il complice. I due si sarebbero vendicati di un'intimidazione subita
di PASQUALINO RETTURA
 
DECOLLATURA (CZ) - E' già arrivata una svolta nelle indagini per il duplice omicidio che sabato ha scosso il paese di Decollatura, nel Lametino. Nella notte i carabinieri hanno eseguito il fermo di una persona, sospettata di essere coinvolta nella sparatoria avvenuta nel Bar del Reventino attorno alle quattro del pomeriggio, mentre le strade del paese erano trafficate di gente. Si tratta di Giovanni Mezzatesta, 39 anni, piccolo imprenditore di Soveria Mannelli, dove è proprietario di una ditta che si occupa di serramenti in alluminio.
Insieme a lui, si indaga anche sul padre, Domenico, un ex vigile urbano che ha prestato servizio proprio a Decollatura e che al momento risulta irreperibile. In un primo momento era circolata l'ipotesi secondo la quale potesse essere stato Giovanni Mezzatesta a sparare, mentre ora gli inquirenti stanno valutando una diversa ricostruzione: a far fuoco sarebbe stato anche Domenico, al termine di una discussione con le due vittime.
A indirizzare gli inquirenti sui due Mezzatesta sono state le telecamere di sorveglianza che hanno ripreso le scene agghiaccianti avvenute nel centro della frazione San Bernardo, dove a restare uccisi sotto ai colpi esplosi nel bar sono stati Giovanni Vescio, 36 anni, e Ciccio Iannazzo, 29, morti sotto gli occhi attoniti della cameriera del bar. Il killer, dopo aver sparato diversi colpi d’arma da fuoco, è uscito dal bar ed è fuggito a bordo di un’automobile di grossa cilindrata guidata da un complice. Ma i due protagonisti del fatto di sangue, ora, potrebbero già avere un nome.
La famiglia Mezzatesta tempo fa era stato vittima di un'intimidazione, quando davanti alla sua abitazione era stata fatta esplodere una bomba. L'ipotesi portata avanti dagli inquirenti è che Domenico e Giovanni (che aveva anche alcuni precedenti penali), ritenessero che i due uomini fossero stati gli autori del gesto. E, secondo l'accusa, avrebbero affrontato Vescio e Iannazzo nel bar di Decollatura. I due, però, avrebbero reagito male minacciando i Mezzatesta. E a questo punto Domenico avrebbe estratto l'arma e sparato.

Fondi europei al nipote del boss: terreni sequestrati

Francesco Spera, nipote del capomafia di Belmonte Mezzagno, Benedetto Spera, avrebbe ottenuto tra il 2004 e il 2009, contributi comunitari per 230 mila euro

PALERMO. Francesco Spera, nipote del boss mafioso di Belmonte Mezzagno, Benedetto Spera, avrebbe ottenuto tra il 2004 e il 2009, contributi comunitari per 230 mila euro, erogati dall'Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), per promuovere lo sviluppo di iniziative di impresa e piccole realtà aziendali, direttamente connesse all'agricoltura ed all'allevamento, su terreni che però erano stati confiscati al padre, Giuseppe, anche lui condannato per mafia come il fratello, nel '97.

La guardia di finanza ha scoperto che ''grazie a fittizi contratti di comodato stipulati con la complicità di un'altra persona, regolarmente registrati" Spera "era riuscito a nascondere la disponibilità dei terreni, non comparendo direttamente nella richiesta del contributo ed ottenendo,
illecitamente, il finanziamento dell'Agea".

I finanzieri hanno denunciato il nipote del boss per truffa aggravata per conseguimento di erogazioni pubbliche, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico, falsità in scrittura privata, e il suo complice per falso in scrittura privata, e hanno sequestrato, su ordine del gip di Termini Imerese, tre terreni nella disponibilità di Spera per garantire "il recupero delle somme illecitamente percepite".

Polemica sul libro di Contrada, D'Orsi: "Nessuna autorizzazione"

Sarà presentato venerdì prossimo nell’aula intitolata al pm antimafia Crescente. I familiari: "Scelta sbagliata. Luca è morto per la giustizia"

 
di PAOLO PICONE
AGRIGENTO. Scoppia il caso ad Agrigento per la presentazione del libro di Bruno Contrada dal titolo «La mia prigione, storia di un poliziotto a Palermo», in programma venerdì prossimo, nell'aula «Luca Crescente» del Polo Universitario agrigentino. A scatenare la polemica sono stati la vedova del magistrato Crescente, Milena Marino ed il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Vittorio Teresi.

«Luca è morto per la giustizia - scrive la vedova -. Apprendo che nell'aula a lui intitolata, che avrebbe dovuto costituire monito ed indicazione di un percorso di legalità per i giovani, dovrebbe avvenire la presentazione del libro scritto da Bruno Contrada, condannato con sentenza passata in giudicato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Mi chiedo francamente che senso ha consentire, in un'aula dedicata ad un magistrato delle Procura della Repubblica di Palermo, la presentazione di un libro che ripercorre una storia riproposta da un uomo che per lo Stato italiano è responsabile di gravi crimini a lui ascritti ed accertati definitivamente». A rincarare la dose ci pensa il procuratore Teresi. «La distanza siderale tra Luca Crescente, magistrato della Procura di Palermo che per molti anni si è occupato della mafia agrigentina, e Bruno Contrada, condannato definitivamente per mafia, rende la vicenda scandalosa».

Ma il presidente della Provincia, Eugenio D'Orsi, replica: «Mi sento umiliato ed offeso dalle illustri personalità che si scagliano contro una decisione che non c'è mai stata. Prima di lanciarsi in dichiarazioni avventate, sia la vedova Crescente che il procuratore Teresi, persone che stimo moltissimo, potevano informarsi meglio sul fatto che la Provincia, il sottoscritto non abbiamo rilasciato nessuna autorizzazione». E l'organizzatore della presentazione del libro di Contrada, Lelio Castaldo chiarisce i termini della vicenda: «L'iniziativa si terrà nell'Aula Pellegrino e non al Polo Universitario. Il presidente della Provincia, in questa vicenda non c'entra assolutamente nulla: anzi è stato proprio D'Orsi a farmi presente che la scelta della location avrebbe potuto creare un incidente istituzionale e mi ha consigliato di richiedere l'utilizzo della sala Pellegrino. E così è stato».


D'ORSI: "NESSUNA AUTORIZZAZIONE".
"Non ho autorizzato la concessione dell'aula convegni del consorzio universitario intitolata a Luca Crescente per la presentazione del libro 'La mia prigione'' di Bruno Contrada" in programma per venerdì prossimo". Lo dice il presidente della Provincia regionale di Agrigento, Eugenio D'Orsi dopo le polemiche scoppiate ieri. "Sono molto dispiaciuto di essere stato ingiustamente accusato di una cosa che non ho mai fatto e che comunque non potrei fare in quanto sono estraneo a qualunque forma di gestione o di rappresentanza diretta del consorzio universitario di Agrigento" aggiunge.

"Sono addolorato che tali accuse mi provengano - prosegue Eugenio D'Orsi - da persone nei confronti delle quali nutro profonda stima e rispetto. Sono anche molto meravigliato che il sindaco di Agrigento Marco Zambuto, estraneo come me a qualunque forma di gestione del consorzio universitario di Agrigento si fregi di aver fatto revocare una autorizzazione che in realtà non era mai stata data".

Strage di San Basilio a Vittoria, 5 arresti dopo 14 anni

Blitz della polizia nella notte: in manette altri componenti del commando di Cosa Nostra degli Emmanuello di Gela che il 2 gennaio del 1999 uccisero nel bar di un distributore di benzina tre esponendi della Stidda e due cittadini di passaggio

GELA. Arrestati dalla polizia, dopo 14 anni di indagini, altri cinque presunti componenti del commando di Cosa nostra degli Emmanuello di Gela che il 2 gennaio del 1999 eseguì, a Vittoria, la cosiddetta “strage di S.Basilio”, avvenuta nel bar di un distributore di benzina dove furono uccisi tre esponenti mafiosi della Stidda vittoriese e due incolpevoli avventori.
In manette sono finiti Giuseppe Selvaggio, 41 anni; Claudio Calogero Cinardo, 33 anni; Salvatore Siciliano, 48 anni (già detenuto nel carcere di Novara); Alfonso Scozzari, 56 anni, di Vallelunga Pratameno; Orazio Buonprincipio, 44 anni, di Riesi (recluso a Caltanissetta).
Sono accusati di avere partecipato direttamente alla strage nella quale persero la vita il referente del clan Dominante, Angelo Mirabella, due affiliati alla stessa famiglia di stiddari, Rosario Nobile e Claudio Motta, e due occasionali clienti del bar, Rosario Salerno e Salvatore Ottone.
Le misure cautelari in carcere, eseguite durante la notte dalla squadra mobile di Caltanissetta, in una operazione denominata “Victoria”, sono state emesse dal gip del tribunale di Catania, Laura Benanti, su richiesta dei pm della Dda etnea, Carmelo Zuccaro e Lucio Setola.
Mandanti della strage, a suo tempo identificati, arrestati e già condannati, sono stati i fratelli Giovanni e Alessandro Piscopo, il loro cugino Alessandro Piscopo, ed Enzo Mangione, ritenuto il basista dell'agguato, tutti affiliati agli Emmanuello di Gela. A dare l'ordine di uccidere Mirabella sarebbe stato il gelese Alessandro Emmanuello, fratello del boss Daniele, che aveva deciso di eliminare i potenti vertici della Stidda vittoriese per poter estendere la sua egemonia su Vittoria, Ragusa e sull'intera Sicilia sud-orientale.
Le indagini si sono avvalse del contributo fornito da numerosi collaboratori di giustizia tra i quali gli stessi Piscopo. Lo scorso anno, la Corte d'assise d'appello di Catania ha condannato all'ergastolo altri due presunti componenti del commando: Giovanni Avvento e Alessandro Emmanuello. Trent'anni di reclusione, invece, sono stati inflitti a due collaboratori di giustizia, Gianluca Gammino e Massimo Billizzi, esecutori materiali della strage insieme a Giovanni Piscopo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Omertoso silenzio – Sant’angelo Muxaro intitola una strada ai Fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte

Il Comune di Sant’angelo muxaro intitola una strada ai Fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte in contrada Sopracanale in assoluto silenzio omertoso.


 
Sono trascorsi tredici anni dall’assassinio dei miei fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte, uccisi dalla mafia con la complicità di una parte istituzionale fasulla e politica corrotta, che vive e convive dalla notte dei tempi ad oggi con meccanismi clientelari e personali.

Sant’Angelo Muxaro è la fotocopia in miniatura di tantissimi comuni e città siciliane “Contaminati” dal malaffare e da infiltrazioni malavitose (nel passato) forse ancora oggi…. La politica clientelare e personale di questo piccolo centro era o lo è ancora il fiore all’occhiello di una buona parte della popolazione non ha rivali di quello che è stato fatto o si poteva fare o forse si farà.
 
Nel mese di dicembre 2012 in data incerta il “Primo Membro” cittadino o chi per lui dava incarico, forse ad uno dei tanti precari Satangelese , nel più assoluto silenzio, senza comunicazione alcuna ai familiari delle vittime innocenti di mafia dei fratelli Vaccaro Notte, nemmeno un comunicato stampa….Perché questo “Omertoso silenzio” forse non avrà digerito le mie sollecitazione scritte e verbali che le ho fatto anche tramite il mio legale da diversi anni nell’attivarsi di intitolare una strada ai miei fratelli, cosa che nelle sane e civili amministrazioni dovrebbe essere “Spontanea” ma non richiesta dai familiari.
Il suo comportamento con tacito consenso collaborativo di giunta e consiglio è vergognoso e inaccettabile.

Questa meschina pagliacciata organizzata, diretta e portata a termine  mortifica e offende la memoria dei miei fratelli (assassinati dalla mafia e complici) e il nome della mia famiglia.

Alcuni anni addietro avevo consigliato al suo predecessore nonché auto proclamatosi “Primo Membro cittadino” fasullo e bugiardo per il comportamento incivile per le dichiarazione rilasciate  agli organi di stampa che a dir poco erano da ricovero ospedaliero (che Sant’Angelo era un paese tranquillo un’isola felice, forse alludeva all’isola Ferdinandea l’isola che non c’è!!!! Ma viveva nel mondo di Peter Pan…!! che la mafia cerca d’infiltrarsi dove c’è business), di dedicarsi ai “Fuchi” o alle larve forse unico lavoro che poteva svolgere…Vorrei darle un consiglio utile anche a lei, ritorni a vaccinare i cani ma si metta i guanti perché potrebbe contaminarli causando una epidemia con conseguenze molto spiacevoli.
Le vorrei  ricordare che non esistono Vittime innocenti di Mafia di serie A/B/C…ma vanno divise in tre categorie.

1)    Vittime innocenti che hanno lottato e contrastato la mafia (F.lli Vaccaro Notte).

2)    Vittime innocenti che si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

3)    Vittime del dovere.
 
Sono circa un centinaio le vere Vittime innocenti che hanno lottato e contrastato la mafia e non percepivano nessun stipendio dallo stato, in quanto erano imprenditori liberi o altro ma soprattutto “Liberi Cittadini” rifiutando qualsiasi compromesso con associazioni malavitose e politica clientelare.

Nel riconoscere i suoi “Meriti come Primo Membro cittadino” di questa MESCHINA PAGLIACCIATA credo che le faccia piacere nel sollecitare la cittadinanza Santangelese naturalmente quella onesta, che credo dovrebbe essere oltre la metà della popolazione attuale….ma sono calcoli da me fatti, posso anche sbagliarmi, di attivarsi per raccogliere le firme per intitolarle una strada a lei e al suo staff “ VIA DAL COMUNE”.


EVVIVA la legalità!!! Fate progressi siete un emblema di una sana e civile convivenza della Sicilia ONESTA .
 

Angelo Vaccaro Notte


 

martedì 15 gennaio 2013

Revoca della scorta al magistrato antimafia Salvatore Vella



Nico Miraglia: E’ inaccettabile che lo Stato abbandoni così i suoi servitori


Ad indignarsi per quanto sta accadendo al magistrato antimafia Salvatore Vella, sostituto procuratore della Repubblica di Agrigento, al quale è stata revocata la scorta, è Nico Miraglia, Presidente della “Fondazione Accursio Miraglia”, che a nome anche dei familiari di vittime di mafia denuncia come sia vergognoso, e difficile da commentare, il fatto che si possa lasciare senza scorta un valente servitore dello Stato impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, continuando a sperperare denaro pubblico per garantire tutela a chi non ne necessita e non ha mai ricevuto minacce.

La revoca della protezione, arrivata al magistrato originario di Mazara del Vallo mentre partecipava alla commemorazione del ventennale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ha suscitato indignazione in quanti hanno avuto modo di conoscerne capacità, coraggio e dedizione nei confronti di quello Stato che oggi sembra averlo abbandonato a sé stesso.

Il pm che ha inflitto duri colpi alla mafia agrigentina con l’inchiesta “Scacco Matto” e l’operazione “Face off”, in passato ha subito diverse minacce di morte, l’ultima delle quali circa un anno fa.

“Quali sono i criteri adottati in Italia – si chiede Miraglia – per assegnare scorte a soggetti non esposti a particolari rischi, salvo poi revocarle a chi dedica la propria esistenza alla lotta alla criminalità esponendosi fino a rischiare la vita?”

“A noi, familiari di vittime di mafia non servono altri magistrati da commemorare come vittime. Ci servono magistrati che continuino a combattere la mafia…” – ha dichiarato Miraglia, chiedendo che al sostituto Vella venga riassegnata quella protezione che inspiegabilmente è stata revocata.
http://www.lavalledeitempli.net/2013/01/14/revoca-della-scorta-al-magistrato-antimafia-salvatore-vella-nico-miraglia-e-inaccettabile-che-lo-stato-abbandoni-cosi-i-suoi-servitori/

Spese folli del manager delle scuole cene a Parigi, e gli istituti crollano

Contestati acquisti ingiustificati per 30mila euro: anche abiti e Montblanc con la carta di credito della Provincia
 
di Daniela De Crescenzo
Centoventotto spese ingiustificate fatte con la carta di credito aziendale per un ammontare superiore ai 30mila euro, uso improprio di due schede carburante, prelievi in contanti dalle casse aziendali per 21mila euro : sono i presunti abusi contestati a Carlo Pandolfi, direttore dell’Asub (la partecipata della Provincia che provvede alla manutenzione degli stabili della stessa amministrazione, a cominciare dagli istituti scolastici)dal commissario liquidatore Biagio Giliberti. Nell’elenco delle spese pazze figurano anche acquisti per migliaia di euro in negozi di abbigliamento e una cena a Parigi.

La raccomandata è partita l’8 gennaio e al dipendente sono stati dati, come previsto dalla norma, cinque giorni per le controdeduzioni che, però, fino al tardo pomeriggio di ieri, non erano ancora state recapitate. Il provvedimento arriva in una situazione di estrema tensione: la partecipata è in liquidazione e il suo futuro è incerto. Sono stati per primi i revisori dei conti in due successivi verbali del giugno e dell’ottobre del 2012 a segnalare le supposte anomalie che hanno dato il via a uno screening dettagliato necessario per mettere ordine nei conti dell’azienda. Intanto si lavora a un piano industriale che permetta alla partecipata di sopravvivere e ai dipendenti di conservare un posto di lavoro. I conti dell’azienda sono passati al setaccio e questo potrebbe far emergere anche nuove irregolarità.

Quello che è già stato evidenziato dall’indagine in corso è al limite del ridicolo. Qualche esempio. A giugno del 2007 la carta di credito consegnata dall’Asub a Pandolfi è stata utilizzata per acquistare un biglietto ferroviario da Napoli a Milano. Costo 305 euro. Nel settembre dello stesso anno sono stati pagati 89 euro alla farmacia Cannone, a dicembre sono stati spesi 400 euro da Tramontano, un affermato negozio di pelletteria e altri 500 da «Follie d’argento». Ai primi del 2008 risulta, invece, un acquisto per 320 euro presso «Genny calzature» mentre da Fnac vengono comprati due cordles per 259 euro. Nel 2009 il direttore si dedica alla moto e spende 100 euro alla «Casa dello scooter» per un oggetto non specificato. Qualche settimana dopo torna nello stesso negozio e per 135 euro compra una giacca traspirante e per 35 euro guanti e cappello.

E l’anno dopo cambia negozio per comprare un altro casco (139 euro). Qualche giorno prima è stato a Parigi dove ha investito al ristorante «La Chiberta» 239 euro per una cena. Nel 2010 spende 995 euro da Burberry e 1105 euro da Barbaro (altro negozio di abbigliamento), ma anche 147 euro presso un negozio di ferramenta del Circeo e 1550 euro per l’acquisto di sei penne Montblanc. Il 2011 è l’anno del Ipad: per accessori vengono sborsati 733 euro. E poi per tutti gli anni ci sono spese di ristoranti, viaggi e libri. Ma anche 8 euro per il caffè consumato sul treno.

Passiamo ai prelievi in denaro che vengono fatti dalle casse aziendali e ricadono sotto la voce «acconto spese». Avvengono con cadenza periodica e vengono giustificati attraverso l’emissione di fatture emesse dallo stesso Pandolfi nella sua qualità di dottore commercialista. E costituiscono un altro capitolo della contestazione inviata al direttore.
Il documento si conclude con i rilievi sulle schede carburante. Due. Utilizzate a volte anche in contemporanea in regioni diverse. L’Asub ha infatti una convenzione con la Consip per la fornitura di carburante. Al direttore vengono consegnate due tessere: una intestata nominalmente e l’altra anonima. Pandolfi nel prelevarla sostenne che la prima era fuori uso.

Ma dalle fatture emesse dalla società fornitrice risulta che tutte e due hanno sempre regolarmente funzionato e che sono stati fatti rifornimenti anche a Lodi, Torino, Rimini, Roma, Fabbro, Viterbo. Una stranezza visto che l’Asub opera esclusivamente nella Provincia di Napoli.

Confiscati 90 milioni ai casalesi

Operazione della Dia di Napoli. I beni nel mirino si trovano tra Campania e basso Lazio. Decisione del tribunale di Frosinone


La Dia di Napoli, su disposizione del Tribunale di Frosinone, ha confiscato beni per oltre 90 milioni di euro nel Lazio e in Campania a personaggi contigui al clan dei Casalesi. Si tratta della più grossa confisca ai danni delle organizzazioni camorristiche nel Lazio.

Fra i beni confiscati vi sono venti società, beni strumentali, immobili, mobili registrati, due ditte individuali, 26 fabbricati, 28 terreni, 19 veicoli tra cui tre Ferrari e 114 conti correnti, depositi e rapporti finanziari.

I beni si trovano a Castrocielo (Frosinone), Cassino (Frosinone), Campoli Appennino (Frosinone), Sora (Frosinone), Arce (Frosinone), Rocca di Mezzo (L'Aquila), Gaeta (Latina), Arpino (Frosinone) e a Roma.

I beni sono stati sequestrati a Gennaro De Angelis, che si è trasferito nel basso Lazio all’inizio degli anni ’70, diventando un punto di riferimento del clan dei Casalesi fino a diventarne "caporegime", dapprima nell'organizzazione di Antonio Bardellino e, successivamente alla scissione, nel gruppo camorristico capeggiato da Francesco Schiavone "Sandokan" con il quale è imparentato.

Secondo quanto emerso dalle attività della Dia, De Angelis, utilizzando la capacità di intimidazione legata all'appartenenza al clan, aveva formato un proprio ed indipendente gruppo criminale nella propria ”zona” d’influenza organizzando estorsioni, truffe, riciclaggio, ricettazione e, soprattutto, importazione da altri Paesi dell’Unione Europea di autovetture, in regime di evasione d'Iva, oltre a procurare armi per i Casalesi.

Per le capacità imprenditoriali e di intermediazione bancaria, De Angelis si era accreditato, in seno al clan, come “incaricato” dal boss "Sandokan" ad operare investimenti in Italia ed all'estero dei capitali accumulati dall'organizzazione criminale.

Cosenza, cinquantenne abusava della figlia adottiva


Ritrovato il "diario degli orrori" della ragazza

Una storia iniziata quando la piccola aveva appena 9 anni e proseguita per un decennio, fino all'arresto dell'uomo, avvenuto al termine delle indagini condotte dai carabinieri. La bimba era arrivata in Calabria da un orfanotrofio della Bielorussia nel 2003, insieme ad un'altra bambina. Negli anni è stata sottoposta ad ogni tipo di violenza

COSENZA – Ha violentato la figlia adottiva per 10 anni, da quando la bimba aveva 9 anni. Per questo un cinquantenne cosentino è stato arrestato dai carabinieri della Compagnia di Cosenza per violenza sessuale continuata aggravata nei confronti della figlia adottiva, minore. L’inchiesta è nata dalla confidenza raccolta da una persona vicina alla famiglia, insospettita degli strani comportamenti dell’uomo ed ha portato al ritrovamento di un «diario degli orrori» scritto dalla ragazza.
I fatti, secondo la ricostruzione dei carabinieri, sono iniziati nel 2003, quando una giovane coppia cosentina si è recata in Bielorussia per una adozione. Dopo una serie di contatti con le autorità locali, i coniugi hanno ottenuto l’affidamento di due bambine, rispettivamente di 9 e 10 anni, rinchiuse sin dalla tenera età in un orfanotrofio. Nel corso del periodo di frequentazione, durato un mese, le bimbe hanno dormito alternativamente con uno dei futuri genitori. In questi frangenti l’uomo ha iniziato ad abusare della più piccola delle due. Una volta ottenuta l’adozione e con il rientro in Italia, l'uomo, con «assidua morbosità», come riferito dai carabinieri, ha continuato ad abusare della bambina, sottoponendola a ogni tipo di violenza sino alla maggiore età. Un incubo protrattosi per quasi un decennio. Nel corso delle indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Cosenza Antonio Bruno Tridico, i carabinieri hanno raccolto testimonianze, recuperato il «diario degli orrori» ed effettuato una serie di riscontri che hanno portato all’emissione del'ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita stamani.

Operazione "Mandamento", Riesame scarcera Paolo Rabito

Accolta la richiesta della difesa. Rabito era stato arrestato il 7 dicembre scorso insieme ad altri cinque con diverse accuse fra cui quella di associazione mafiosa

SALEMI. Il Tribunale del Riesame di Palermo, accogliendo la richiesta della difesa, ha disposto la scarcerazione per Paolo Rabito, 45 anni, di Salemi (Trapani), uno dei sei arrestati nell'ambito dell'operazione antimafia «Mandamento». Rabito, già condannato per mafia con sentenza definitiva il 18 febbraio 1998 e ritenuto organico alla famiglia mafiosa di Salemi, era stato arrestato il 7 dicembre scorso con i salemitani Salvatore Angelo e Gaspare Casciolo (quest'ultimo ai domiciliari), Santo Sacco, ex consigliere provinciale a Trapani e Gioacchino Villa, dipendente della Ecol Sicula e Salvatore Pizzo, ex consigliere comunale di Terrasini. Le accuse contestate, a vario titolo, sono state di associazione mafiosa, estorsione, corruzione aggravata, favoreggiamento aggravato, detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e fittizia intestazione di beni. Il blitz antimafia, che portò al sequestro preventivo delle quote di due società per 10 milioni di euro, fu condotto dai carabinieri del Comando provinciale di Trapani e del Ros e fu coordinato dalla Dda di Palermo. Gli interessi del sodalizio vicino al latitante Matteo Messina Denaro erano nel business della green economy. Sempre il Tribunale del riesame ha invece accolto un ricorso della Dda avverso la decisione del gip che aveva rigettato la custodia cautelare per altri due indagati. Sull'eventuale arresto o meno di costoro adesso si attende che si pronunci la Cassazione.

Talpa in tribunale, interdetta per sei mesi la direttrice della cancelleria

Lo ha deciso il Gip Fabio Di Giacomo. Maria Pulvirenti è indagata per rivelazione di segreto d’ufficio. Il convivente, Nello Maiolino, è in carcere con l’accusa di aver passato informazioni ad un clan mafioso

CATANIA. È stata interdetta per sei mesi dal pubblico servizio Maria Pulvirenti, la direttrice della sezione della cancelleria del Gip di Catania che si occupa di intercettazioni, indagata in stato di libertà per rivelazione di segreto d'ufficio. Lo ha deciso il Giudice per le indagini preliminari, Fabio Di Giacomo, che ha anche rigettato la richiesta di scarcerazione del convivente della donna, Sebastiano “Nello” Maiolino, 63 anni, originario di Noto (Siracusa), cancelliere del Tribunale di Catania, arrestato il 9 gennaio scorso dalla polizia per favoreggiamento personale aggravato dall'avere favorito l'associazione mafiosa. Secondo l'accusa, avrebbe sfruttato il suo ruolo per far sapere al boss Antonio Trigila, capo dell'omonima cosca, che in prigione era ascoltato da investigatori che avevano piazzato delle cimici. L'inchiesta, avviata due mesi fa, si è avvalsa di intercettazioni audio e video: una telecamera installata nell'ufficio dove lavorava la convivente, riprende Maiolino mentre visiona registri e documenti, anche in assenza della funzionaria. Secondo la tesi della Procura, Maria Pulvirenti, indagata per un solo episodio, avrebbe parlato con Maiolino di indagini svolte dalla Dda di Catania su Giovanni Cassarino, in passato indagato per estorsione commessa in concorso con il clan Trigila. Il Gip non ha riconosciuto l'esistenza dell'aggravante mafiosa. Le indagini della polizia sono state coordinate dal procuratore capo Giovanni Salvi e dal sostituto della Dda etnea Luigi Lombardo.

Droga tra Palermo e Ragusa: in 22 nel mirino

Blitz dei carabinieri a Monreale, Partinico e Vittoria: nel mirino presunti spacciatori. L’operazione, denominata "Nikla", è il seguito di un’indagine che nel 2008 aveva portato a undici arresti

PALERMO. I carabinieri di Monreale, con l'ausilio dei colleghi di Palermo e Ragusa, stanno eseguendo nell'area di Palermo, Monreale, Partinico e Vittoria 20 ordinanze di custodia cautelare in carcere e 2 agli arresti domiciliari emesse dal Gip di Palermo nei confronti di presunti spacciatori. L'operazione, denominata "Nikla", scaturisce da un'attività investigativa iniziata nel 2008 che aveva già portato all'esecuzione di altre 11 misure cautelari.
All'operazione partecipano 150 carabinieri, supportati da unità cinofile e un elicottero del nono Elinucleo di Palermo-Boccadifalco.

A Gela un gruppo concorrente a Cosa Nostra e Stidda: 28 arresti

Blitz della squadra mobile di Caltanissetta nella notte. Il clan, fondato e diretto da Giuseppe Alferi era dedito "alle estorsioni, alla gestione di un vasto giro di usura, alla ricettazione, all'imposizione del prezzo della frutta. Disponeva uomini organizzati in squadre, armi e mezzi



GELA. A Gela c'é un "terzo polo" nella criminalità organizzata, costituito dal cosiddetto gruppo Alferi, un'associazione armata che la squadra mobile di Caltanissetta ha sgominato arrestando, durante la notte, 28 persone in esecuzione di altrettanti ordini di custodia cautelare, di cui 24 in carcere e 4 ai domiciliari.
I provvedimenti, emessi dal gip Alessandra Bonaventura, su richiesta della Dda nissena, sono stati eseguiti con l'ausilio degli agenti del commissariato di Gela e delle questure di Asti e Pavia, nell'ambito di un'operazione denominata "Inferis". Il clan, fondato e diretto da Giuseppe Alferi - detenuto a Catanzaro - soprannominato "U Jerru", dal 2005 si sarebbe ritagliato uno spazio negli affari illeciti, contrapponendosi allo strapotere della Stidda e rendendosi autonomo da Cosa nostra, di cui però si dichiarava alleato. L'organizzazione criminale, insomma, si era ricavata uno spazio tra le due che operano nel territorio.
Secondo gli investigatori, il nuovo sodalizio mafioso era dedito "alle estorsioni, alla gestione di un vasto giro di usura, alla ricettazione, all'imposizione del prezzo della frutta (in particolare delle angurie) con illecita concorrenza e usando violenza e minacce. Inoltre, era entrata nella raccolta di materiali ferrosi ai danni di commercianti e artigiani; nell'occupazione abusiva (e successiva vendita) di case popolari dell'Iacp. L'organizzazione disponeva di uomini, armi e mezzi. Organizzata in "squadre", eseguiva furti di denaro e gioielli nelle abitazioni in città, mentre nelle campagne andava alla ricerca di ferro, rame, alluminio, e di materiale di valore. Rubavano di tutto: auto, furgoni, attrezzature e automezzi industriali per poi restituirli con il cosiddetto metodo del "cavallo di ritorno", cioé dietro pagamento di un riscatto in denaro.
 
 

Gela, operazione Inferis: gli arrestati

Ecco l'elenco dei nomi delle 28 persone fermate

GELA. Questi i nomi degli arrestati nell'operazione "Inferis": Giuseppe Alferi, di 50 anni, detenuto presso la Casa circondariale "Siano" di Catanzaro; i suoi parenti (fratelli, cugini e nipoti) Carmelo Sebastiano Alfieri, di 65 anni, Sebastiano Massimo Alfieri, di 40, Gaetano Davide Alfieri, di 37 anni, in atto detenuto a Gela, Nunzio Alferi, di 26 anni, detenuto a Caltanissetta, Vincenzo Alfieri, di 37; i fratelli Azzarelli, Maria, di 45 anni, e Salvatore, di 35, nonché il loro cugino Vincenzo Azzarelli, di 44 anni, detenuto presso il carcere di Voghera; Giuseppe Biundo, di 33 anni, Vincenzo Burgio, di 43, Giuseppe Caci, di 31 anni, Rosario Consiglio, di 47, Francesco D'Amico, di 51 anni, Francesco Giovane, di 27, Rosario Moscato, di 22 anni, Giovanni D'Amico, di 32, Luigi Nardo, di 29 anni, Giuseppe Palmieri, di 22, i fratelli Angelo e Orazio Pirone, rispettivamente di 32 e 26 anni, Fabio Russello, di 32 anni, e Gianfranco Turco, di 38, entrambi detenuti nel carcere di Gela, e Paolo Vitellaro, di 22 anni, tutti gelesi. Assegnati agli arresti domiciliari la moglie di Giuseppe Alferi, Antonella Bignola, e Giuseppe Vinci, entrambi di 39 anni, di Gela, nonché Salvatore Fidone, di 45 anni, originario di Niscemi, e Domenico Rocca, di 40 anni, nativo di Asti.

Gela, boss comunicava dal carcere coi fazzolettini


GELA. Anche se detenuto nel carcere di Catanzaro, il boss Giuseppe Alferi comunicava con l'esterno, dando ordini, attraverso lo scambio dei pacchetti di fazzolettini che portavano nel parlatorio del carcere sia lui che le persone che lo andavano a trovare, soprattutto la moglie, Silvana Cialdino, e l'amante Maria Azzarelli. Era quest'ultima che nascondeva le armi, prestava denaro a usura, ricettava la refurtiva e occupava gli immobili, svolgendo (in assenza del capo) funzioni di raccordo e di controllo della banda. Una terza donna, Antonella Bignola, dipendente della sala Bingo di Gela, procacciava i clienti indebitati ai quali prestare denaro a usura.
La ferocia della banda si manifestava con attentati dinamitardi e incendiari ad auto e negozi, spari contro saracinesche, vetrine e abitazioni e con atti intimidatori anche in danno di integerrimi esponenti delle forze dell'ordine. Un consistente contributo alle indagini è stato dato da Emanuele Cascino, figlioccio e fedelissimo del boss, che per dimostrare la propria devozione al "padrino" se ne era fatto tatuare il volto tra spalle e schiena. Ma sfuggito a tre agguati, per contrasti esplosi all'interno della banda, Cascino é scappato da Gela, rifugiandosi al Nord, e ha deciso di collaborare con la giustizia, malgrado Alferi gli abbia fatto sapere che era disposto a riprenderlo garantendogli ogni immunità. I 28 arrestati sono tutti accusati di associazione mafiosa "finalizzata a commettere delitti di ogni genere e, principalmente estorsioni, furti, danneggiamenti col fuoco, usura, occupazione abusiva di immobili ed altri ancora".

domenica 13 gennaio 2013

Mafia, "talpa nel tribunale": interrogati cancelliere e convivente

Avrebbe fatto parziali ammissioni di colpa Sebastiano Maiolino, 63 anni, arrestato tre giorni fa dalla polizia per favoreggiamento personale aggravato dall'avere favorito l'associazione mafiosa



CATANIA. Avrebbe fatto parziali ammissioni di colpa il cancelliere del Tribunale di Catania, Sebastiano 'Nello' Maiolino, 63 anni, originario di Noto (Siracusa), arrestato tre giorni fa dalla polizia per favoreggiamento personale aggravato dall'avere favorito l'associazione mafiosa.

La Dda della Procura etnea lo accusa di avere sfruttato il suo ruolo per far sapere al boss Antonio Trigila, capo dell'omonima cosca, che in prigione era 'ascoltato' da investigatori che avevano piazzato delle 'cimici'. Indagata, per un solo presunto caso, per rivelazioni del segreto d'ufficio, anche la convivente di Maiolino, Maria Pulvirenti, direttrice della sezione della cancelleria del Gip che si occupa di intercettazioni. Un ruolo strategico e delicato, dal quale, in via precauzionale, è stata spostata dal presidente del Tribunale di Catania.

Secondo la tesi della Procura, avrebbe parlato con Maiolino di indagini svolte dalla Dda di Catania su Giovanni Cassarino, in passato indagato per estorsione commessa in concorso con il clan Trigila. Il Gip non ha riconosciuto l'esistenza dell'aggravante mafiosa per la direttrice della cancelleria del Gip, la cui posizione è defilata nell'inchiesta.

La funzionaria avrebbe ammesso di avere parlato dell'argomento con il convivente, ma soltanto per invitarlo alla cautela. Nei prossimi giorni sono attese le valutazioni del Gip sulla posizione dei due indagati.

Mafia, "Nuova Ionia": la Procura chiede altri 16 arresti

Ricorso al Tribunale del riesame contro tutte le parti rigettate dal Gip. Le indagini della Direzione distrettuale antimafia sono sfociate due giorni fa nell'arresto di 27 persone

 
CATANIA. La Procura di Catania ha presentato ricorso al Tribunale del riesame contro tutte le
parti rigettate dal Gip nella richiesta di misure cautelari dell'inchiesta "Nuova Iona" su mafia e ciclo di rifiuti della Dia nel Catanese. Le indagini della Direzione distrettuale antimafia sono sfociate due giorni fa nell'arresto di 27 persone, cinque delle quali poste ai domiciliari.

Nel provvedimento il Gip, nell'ambito di un confronto dialettico tra uffici giudiziari, non ha accolto alcune richieste cautelari sollecitate dai pm, compreso l'arresto di altri 16 indagati, tra i quali amministratori e funzionari pubblici. Il Gip ha anche rigettato l'ipotesi dell'aggravante mafiosa contestata per diverse posizioni e il sequestro di beni individuali. La Procura adesso, come aveva preannunciato in sede di conferenza stampa il giorno dell'operazione, ha presentato un articolato ricorso, di circa 60 pagine, al Tribunale del riesame riproponendo tutte le richieste non accolte dal Gip.

Un colpo di pistola all’erede dei boss leccesi


Si riaccende lo scontro

 
LECCE - Una pistolettata riaccende la guerra di mala. Nel mirino non un gregario, ma quello che gli investigatori ritengono l’emergente numero uno, l’erede dei boss, indicato come il successore di Maurizio Briganti e Roberto Nisi. In ospedale, con una ferita di arma da fuoco al fianco destro, è finito Gioele Greco, 25 anni, di Lecce, con residenza della marina Frigole. Non è grave. E dopo le medicazioni è stato dimesso. In ospedale c’erano polizia e carabinieri per raccogliere le sue dichiarazioni. Il ferimento è avvenuto non a Lecce, ma a Cavallino. Non un agguato dunque, ma un incontro che poi è degenerato. La ricostruzione è ancora frammentaria, parziale, incompleta. L’episodio è avvenuto ieri sera, intorno alle 20, all’uscita del paese, subito dopo il distributore di carburanti della Tamoil, sulla via per Caprarica. C’è un’are a sterrata, alle spalle del bar Makà, annesso all’area di servizio, proprio davanti all’uf ficio vendite dell’immobiliare che sta realizzando «Cavallino 2». Lì è stato recuperato un bossolo calibro 9 per 21 e lì, probabilmente, c’è stato l’in - contro fra Gioele Greco e il rivale. Ma con chi è arrivato Greco sul posto? E quante persone c’erano sulla scena del delitto? Non ci sono testimoni. E il distributore di benzina non è dotato di telecamere orientate su questa zona. Solo ipotesi, dunque, che gli investigatori stanno vagliando.

Presunta truffa a Bari

Prof non si presenta a sessione d'esame

BARI - Oggi la docente di Scienze delle finanze, sospettata di essere scappata con i soldi di alcuni investitori, non si è presentata alla sessione d’esame e non ha giustificato la sua assenza all’Università di Bari, presso cui lavora. Nei confronti della donna ieri sono state depositate le prime tre denunce in Procura da tre noti professionisti baresi, rappresentati dall’avvocato Michele Mitrotti. Negli esposti riferiscono di aver consegnato nelle mani dell’insegnante cifre considerevoli, anche vicine al milione di euro, e di non sapere che fine abbia fatto questo denaro. Con la professoressa non hanno contatti da almeno due mesi.

Secondo le notizie circolate negli ultimi giorni i clienti della docente sarebbero molti di più, forse una ventina, non solo di Bari ma anche di altre regioni italiane. Avrebbero affidato i loro risparmi per poterli investire in titoli e azioni. La presunta truffa potrebbe aggirarsi intorno ai 20 milioni di euro. Nei prossimi giorni il fascicolo sarà affidato a un pm dal procuratore aggiunto, Anna Maria Tosto, capo del pool. La Guardia di Finanza ha raccolto altre denunce e starebbe indagando anche per rintracciare la docente scomparsa. La donna potrebbe avere avuto dei complici, sospetta l’avvocato Mitrotti.