domenica 16 settembre 2012

Si pente il killer straniero delle cosche Svelati i retroscena di molti omicidi

Tremano i mafiosi del vibonese. Un cittadino dell'ex Cecoslovacchia ha deciso di raccontare tutto. Sarebbe lui l'esecutore di diversi delitti, compiuti per poche centinaia di euro. In precedenza era finito in carcere per piccoli reati, ma ora emergono fatti inquietanti


VIBO VALENTIA - In Italia l'unica volta che venne arrestato fu nel 2009, per un reato che giura di non aver commesso: l'incendio in una zona boschiva. Lui, straniero, neppure quarantenne, tendenze alcoliste. Trovato in possesso di un coltello a serramanico. Quella sera ospite nell'appartamento fatiscente di un connazionale, che gli aveva offerto riparo e ristoro, senza che ai carabinieri riuscisse a spiegare da cosa e perché. Accadde nella Locride. In gattabuia ci rimase poco. Perché egli rispondeva alle logiche della 'ndrangheta vibonese che, evidentemente, gli assicurò una efficace difesa e la liberazione in tempi brevi. All'apparenza un balordo qualunque, uno sbandato, gomito alto ed un accendino in tasca: il piromane perfetto.

Non era, però, un piromane. E rientrato nel Vibonese, nel contesto dal quale intendeva fuggire, si costituì alle forze dell'ordine per ciò che era. Un killer pentito dei reati commessi che forse nessuno gli avrebbe mai contestato. Un azionista della malavita, assoldato per uccidere al prezzo di poche centinaia di euro, da spendere per ubriacarsi e mangiare. E' collaboratore di giustizia da allora, da tre anni suonati, sottoposto al programma di protezione. Si chiama Peter Cachko e viene dall'Europa dell'Est. Nacque quarant'anni fa nell'allora Cecoslovacchia, repubblica socialista nella quale crebbe in un contesto familiare segnato dai drammi e dalla fame. Fondamentalmente un ladro, che campava alla giornata e che finì in cella più d'una volta. Stava meglio dentro che fuori.

di PIETRO COMITO

Ucciso a fucilate nella Presila catanzarese Allevatore sarebbe stato punito per uno sgarro


La vittima aveva 47 anni ed era stato raggiunto in passato da un provvedimento di pubblica sicurezza. Il cadavere è stato trovato a bordo strada crivellato da quattro colpi di fucile. Le indagini sono state avviate dai carabinieri della Compagnia di Sellia Marina


CATANZARO - Ucciso con quattro colpi di fucile caricato a pallettoni. Esplosi tutti da distanza ravvicinata. AlbinoTorchia, 41 anni, è stato ucciso venerdì sera a Petronà, nella Presila catanzarese, al termine di una giornata di lavoro nel suo allevamento di bestiame. Il corpo privo di vita è stato trovato in località Manulata, una zona di campagna ad una decina di chilometri dal centro abitato. Si trovava a bordo della strada provinciale che conduce in Sila.


Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Sellia Marina che hanno eseguito i primi rilievi e avviato le indagini. Il nome dell'uomo era già presente nei loro archivi perché in passato aveva subito un avviso orale di pubblica sicurezza, provvedimento scaturito da alcune denunce legate all'attività lavoartiva dell'uomo, che aveva un allevamento di animali.

Nessun collegamento con la faida dei boschi, che da queste parti conta diversi morti ammazzati nella guerra generata per lo scontro tra le cosche della marina e quelle della montagna. Al momento nulla porterebbe nella direzione di una ripresa di una faida che ormai appare sopita. I precedenti della vittima erano tutti legati proprio al suo lavoro, all’allevamento di bestiame che curava insieme al padre. Il quarantunenne, infatti, aveva un allevamento a Petronà, proprio dove è stato ucciso, e un’altra piccola azienda in provincia di Cosenza.

di SAVERIO PUCCIO

CATTURA AQUINO. Il latitante scovato seguendo i familiari


REGGIO CALABRIA. ''Un arresto non fortuito, nè casuale - hanno spiegato i carabinieri del Comando provinciale diretti dal colonnello Lorenzo Falferi - poichè da tempo avevamo stretto il cerchio ai possibili luoghi utilizzati dal latitante''. Lo hanno rivelato i carabinieri nel corso della conferenza stampa relativa alla cattura di Domenico Aquino, ultimo erede della famiglia di 'ndrangheta di Marina di Gioiosa Ionica, fondata dal vecchio boss Salvatore ''Turi'' Aquino. Il latitante, secondo gli investigatori, aveva ereditato lo scettro di comando della potente cosca, indicata in diverse inchiesta come titolare di rapporti con elementi criminali di primo piano residenti in Canada ed in America latina, dediti soprattutto la traffico internazionale degli stupefacenti. ''La nostra attenzione - ha sostento Falferi - si è focalizzata sul nucleo familiare ristretto del latitante del quale ha avuto bisogno non solo per il sostentamento, ma anche per mantenere inalterato il proprio potere e controllare lo svolgimento degli affari, il controllo dei lavori, degli appalti, degli esercizi pubblici''. Secondo gli inquirenti, a conferma della sua appartenenza alla ‘ndrangheta, già nell’anno 1997, nell’ambito di una indagine finalizzata all’accertamento dell’ipotesi di associazione di stampo mafioso, al fine di rendere inoffensive le enormi abitazioni dei componenti della famiglia, rese vere e proprie fortificazioni (ovviamente abusive), la Dda di Reggio Calabria, aveva disposto la perquisizione delle loro unità immobiliari (interessato compresso), con contestuale sequestro delle telecamere esterne, dei proiettori di luce e quant’altro ritenuto utile alle indagini.

All’interno della famiglia Aquino risultavano peraltro inseriti noti brokers internazionali del traffico di cocaina dal Sud America, come gli Scali (Antonio, Natale e Vincenzo) ed i Lucà (Francesco, Nicola e Giuseppe), alcuni dei quali al centro dell’indagine “Decollo” del Ros che nel gennaio 2004, aveva consentito l’esecuzione di complessivi 154 provvedimenti restrittivi con il sequestro di oltre 5000 kg di cocaina e la documentata importazione di altri 7800 kg. Le indagini avevano anche documentato l’evoluzione criminale della famiglia, dedita negli anni '70 soprattutto alla commissione di truffe e fallimenti fraudolenti e, in una seconda fase, pienamente attiva nel narcotraffico internazionale con collegamenti funzionali in Canada e negli Usa oltre che nel riciclaggio dei relativi proventi, per lo più reinvestiti nel settore immobiliare. Domenico Aquino era stato colpito dal provvedimento di fermo per il quale era ricercato, emesso dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, nell’ambito dell’operazione “Il Crimine”. L’operazione, nel cui ambito le Autorità giudiziarie di Milano e Reggio Calabria hanno raccordato e coordinato numerosi procedimenti penali collegati fornendo un quadro complessivo ed unitario degli assetti organizzativi della ‘ndrangheta, delle sue articolazioni extraregionali e dei comuni interessi illeciti, ha accertato come la matrice criminale, dopo un lento processo evolutivo, già delineato da alcuni collaboratori di giustizia nei primi anni ’90, abbia raggiunto una nuova configurazione organizzativa, in grado di coordinare le iniziative criminali delle singole articolazioni, soprattutto nei settori dell’infiltrazione negli appalti pubblici e del traffico internazionale di stupefacenti.


Le investigazioni hanno infatti tecnicamente documentato come le cosche della provincia di Reggio Calabria rimangano il centro propulsore delle iniziative dell’intera ‘ndrangheta, nonché il principale punto di riferimento di tutte le articolazioni extraregionali, nazionali ed estere. A tal fine è stato creato un organismo assolutamente inedito, denominato “Provincia”, riferimento dei responsabili di tre “mandamenti” in cui sono stati ripartiti i “locali” del capoluogo e delle aree tirrenica e ionica. Un ordine gerarchico all’interno di tale organismo che, tuttavia, garantisce ai singoli sodalizi ampi margini di autonomia, risulta assicurato dai tradizionali gradi (“sgarro”, “santa”, “vangelo”) e ruoli (capocrimine, mastro di giornata e contabile) nei diversi livelli dell’organizzazione. L’attività investigativa ha documentato come tale modello organizzativo sia stato esteso anche alle proiezioni nel nord Italia (Lombardia, Liguria e Piemonte) e all’estero (in Svizzera e Germania1), con la costituzione di “locali” e, laddove maggiore è risultata la loro concentrazione, di organismi assimilabili ai “mandamenti”, come in Lombardia e Liguria. Tali articolazioni, seppur dotate di  libertà decisionale relativamente alle attività locali, rimangono comunque dipendenti dalla ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria. Proprio nel corso delle indagini in parola, sono state documentate numerose riunioni tra i maggiori esponenti delle cosche del mandamento ionico, per la risoluzione di problematiche interne, tra cui quella relativa all’omicidio di Carmelo Novella. Sono così emerse ulteriori conferme circa l’operatività degli organismi denominati “provincia” e “mandamento” e la rispettiva influenza nella determinazione degli assetti dei sodalizi dipendenti, tra cui quello di Gioiosa Ionica, all’interno del quale veniva ricomposta una scissione, con la nomina a capo società di Rocco Aquino, fratello di Giuseppe e Domenico, in sostituzione di Nicola Rocco Aquino. E’ stato inoltre possibile individuare gli interessi economici della cosca nella gestione, anche attraverso prestanome, di alberghi, esercizi pubblici, imprese edili ed immobili. Alcuni di essi, per un valore di 10 milioni di euro, venivano sottoposti ad un provvedimento di sequestro preventivo.

sabato 15 settembre 2012

L'omicidio di Don Puglisi 19 anni fa, attesa per la data di beatificazione


Tante le celebrazioni in ricordo del prete di Brancaccio ucciso dalla magia. Lo scorso 28 giugno il Papa ha autorizzato il riconoscimento del martirio per l'assassinio del parroco, "in odio alla fede"



PALERMO. La notizia che tutti attendono è la data della beatificazione, che avverrà a Palermo, nella Chiesa per cui don Pino Puglisi ha speso la sua vita fino alla morte. Nel giorno del 19° anniversario dell'assassinio del sacerdote di Brancaccio non si parla d'altro e si suppone che il grande evento si terrà in primavera. Lo scorso 28 giugno Benedetto XVI ha autorizzato il riconoscimento del martirio del prete palermitano ucciso «in odio alla fede» dalla mafia il 15 settembre 1993, la sera del suo 56° compleanno, davanti al portone di casa.

Oggi la Chiesa di Palermo lo ricorderà, alle 18, durante una concelebrazione presieduta dal cardinale Paolo Romeo, che ordinerà quattro nuovi sacerdoti. Alle 10, invece, un corteo dalla piazza del Policlinico poterà un omaggio floreale sulla tomba di don Puglisi, a Sant'Orsola, secondo il programma di manifestazioni messo a punto dal Centro Padre Nostro e dalla parrocchia San Gaetano. Peraltro, ieri sera, la Provincia ha assegnato una benemerenza alla memoria del sacerdote proprio cardinale. Don Puglisi predicava il Vangelo, formava le coscienze nella verità, promuoveva la carità e l'attenzione agli ultimi. Per questo fu ucciso e la sua condanna a morte fu ordinata dai boss di Cosa nostra, divenuti intolleranti davanti a un sacerdote che sottraeva nuova manovalanza alla mafia. Quasi una risposta all'anatema di Giovanni Paolo II lanciato proprio nel 1993 dalla Valle dei templi di Agrigento. La sera del 15 settembre 1993 don Puglisi trovò ad attenderlo il killer Salvatore Grigoli, che si è poi autoaccusato del delitto e di decine di altri omicidi e ha intrapreso un cammino di conversione. Prima di essere ucciso, don Pino disse con un sorriso: «Me lo aspettavo». Per il delitto sono stati condannati all'ergastolo Giuseppe e Filippo Graviano, mandanti e boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Grigoli, divenuto collaboratore di giustizia, è stato condannato a 16 anni.

Per ricordare il sacerdote si è tenuto ieri, nell'aula consiliare di via San Ciro, a Brancaccio, un consiglio di circoscrizione straordinario. Ospiti il sindaco Leoluca Orlando e gli assessori Agnese Ciulla e Giusto Catania. A moderare il presidente della seconda circoscrizione Antonio Tomaselli: «Dobbiamo fare delle parole del parroco delle 3P uno stile di vita». Tanti i ricordi istituzionali, come quello del presidente dell'Ars, Francesco Cascio: «Ci ha insegnato che legalità poggia innanzitutto su un cambiamento culturale». «La sua vita e le sue opere sono oggi tesaurizzate da una Sicilia che alza la testa e combatte per sconfiggere il cancro mafioso» affermano in una nota Rudy Maira, capogruppo Pid all'Ars, e i deputati Toto Cordaro, Marianna Caronia e Totò Cascio. Le Acli, col presidente Toni Costumati, sottolineano come il martirio «si traduce in un testamento da rispettare e attuare nella quotidianità». La presidente della commissione Antimafia europea, Sonia Alfano, ricorda che verrà intestato a don Puglisi il liceo linguistico di Castelvetrano «un segnale forte per gli studenti che frequenteranno quella scuola». E a Castellana Sicula questa sera si terrà la manifestazione dal titolo «E se ognuno fa qualcosa».

di ALESSANDRA TURRISI

martedì 11 settembre 2012

La siciliana Giusy Buscemi è la nuova Miss Italia

L'agrigentina, residente a Menfi, ha 19 anni ed ha sbaragliato tutte le sue avversarie nel concorso a Montecatini Terme. Riccia, alta 1.75, occhi verdi, ha vinto anche la fascia di Miss Wella Professionals 2012



MONTECATINI TERME. "Voglio essere una miss che non solo è bella ma sa anche ballare". La siciliana Giusy Buscemi, 19 anni, è la nuova Miss Italia. E' stata eletta nella finalissima di Montecatini Terme. E' nata a Mazara del Vallo ma vive a Menfi, capelli biondi e occhi verdi, è molto determinata: "Voglio fare l'attrice e ce la metterò tutta per realizzare anche questo mio sogno".

Nei giorni scorsi aveva già vinto la fascia di Miss Wella Professional, titolo che ora passerà alla seconda classificata in quella categoria. Maturità scientifica, Giusy si prepara per i test di ammissione all'università. "Pensate che coincidenza il risultato lo avrò domani". Ha un fratello di 17 anni e nel tempo libero pratica danza. Ha partecipato a Miss Italia perché è stato il sogno di tutta la sua adolescenza. A incoronarla pochi minuti prima dell'una di notte Beppe Fiorello presidente della giuria di qualità.

Una lunga maratona tv iniziata alle 20.40 quando dal PalaSpecchiasol di Montecatini Terme ha inizio la serata finale di Miss Italia 2012, che ha avuto tra gli ospiti anche Annalisa Minetti, bronzo alle Paralimpiadi ed ex concorrente del concorso. Fabrizio Frizzi fa il suo ingresso, saluta e presenta ragazze ed, in particolare, le cinque miss fuori gioco alle quali la giuria ha dato l'opportunità di rientrare in gara. Entra in scena un carrello con un telefono. In attesa dell'esito del televoto, le cinque ragazze potranno chiamare una persona cara per farsi 'sponsorizzare' davanti ala giuria. I primi due tentativi vanno a vuoto.

Finalmente risponde qualcuno: "Ciao bella di papà. Sei l'amore mio!". Altro giro altra corsa. Dovrebbe rispondere il cugino della miss numero 76, ma la diretta interessata resta interdetta: "Ma questo non è mio cugino!". Frizzi ci ride su: "Abbiamo inventato un nuovo genere televisivo". Dalla giuria, Caterina Balivo spiega: "Abbiamo litigato e scelto quelle che avessero qualcosa di speciale". "Sono meravigliose", interviene Anna Tatangelo che aggiunge "il tempo darà ragione ad ognuna". Mentre la conduttrice Paola Perego che ha iniziato da modella rileva: "Io alla loro età al confronto sembravo Heidi". Beppe Fiorello alle tante ragazze in concorso che vogliono diventare attrici consiglia "di rimanere sempre se stesse e studiare sempre".

Arriva la prima busta pesante di questa finale. Fischi per l'uscita della bella campana Ludovica Frasca. Frizzi dà il via ad un nuovo televoto: avanzano in cinque. Arrivano Valentina Vezzali e Max Giusti. Le 101 miss, promosse e bocciate, tutte insieme, omaggiano il fascino biondo: da Marilyn Monroe a Madonna. La Cuccarini si complimenta per la loro esibizione, Max Giusti annuncia il suo ritorno con pacchi, la Daniele il suo Linea Verde. Via al televoto. Non mancano le polemiche con la mamma di una concorrente esclusa che sbotta: "Non sono d'accordo ho visto molte delle ragazze più belle non passare il turno. Questo secondo me è a causa del peso eccessivo del televoto. Viene meno lo spirito del concorso che dovrebbe eleggere la più bella d'Italia". Interviene Frizzi questo regolamento c'é dal '91, quando le ragazze si sono iscritte ne erano consapevoli.

Nel pomeriggio a tenere banco in conferenza stampa (presenti i campioni olimpici Jessica Rossi, Elisa Di Francisca, Mauro Nespoli, Carlo Molfetta, Luigi Mastrangelo e la pilota di Formula3 Vicki Piria) anche un tema insolito sollevato da alcuni giornalisti, la chirurgia estetica. Fino a che punto si puo' ricorrere a qualche ritocchino? Se nello sport il doping sono le sostanze che si assumono per alterare le prestazioni in gara, nei concorsi di bellezza qual è l'eventuale 'doping'?

A dare la chiave di lettura il patron del concorso Patrizia Mirigliani, sorpresa per il fatto che ad atleti che hanno portato alta la bandiera dell'Italia vengano fatte domande di questa natura: "Noi non possiamo andare a vedere e toccare per poter capire se una ragazza si sia rifatta il seno o meno. Di certo il regolamento non ne parla in quanto, quando è nato il concorso, la chirurgia estetica non esisteva". Gli olimpionici hanno alla fine detto la loro: "Sarebbe scorretto, così come lo è nello sport". Dagli sportivi un augurio alle ragazze a realizzare i loro sogni. Frizzi saluta dando l'addio a Miss Italia dopo 17 edizioni questa è l'ultima.


Menfi realizza un sogno: ovazione per Giusy

Il paese in festa per la nuova miss Italia: fino a tarda notte è stato tenuto sveglio dai caroselli delle auto strombazzanti


MENFI. L'ottimo vino, il mare più pulito e ora anche la ragazza più bella d'Italia: Menfi, che ha un sole che incornicia la sua "porta d'ingresso", cittadina agrigentina di 12808 abitanti, vede realizzato il sogno che ha tenuto banco per mesi, e soprattutto negli ultimi tre giorni, tra la stragrande maggioranza dei suoi cittadini.

Ha vinto una di loro Giusy Buscemi, nata il 13 aprile 1993 a Mazara del Vallo (Trapani) "ma solo - si affretta a precisare il sindaco Michele Botta - perché noi non abbiamo un ospedale per le nascite". Giusy è menfitana doc come il nostro vino, dicono tutti nel paese che fino a tarda notte è stato tenuto sveglio dai caroselli delle auto strombazzanti. E tutti i menfitani davanti alla tv in casa o nel teatro del mare hanno assistito alla finale del concorso di bellezza che ha visto proclamare proprio lei la bella ragazza dagli occhi verdi che viene dal centro agricolo verde di vigne che si affaccia su una delle coste più belle d'Italia: il mare premiato da 16 anni con le vele blu di Legambiente.

A Menfi un'ovazione ha salutato l'incoronazione della diciannovenne. "Ringrazio tutti i miei concittadini. Ho saputo dell'atmosfera da stadio che si è respirata in piazza davanti allo schermo gigante", dice la più bella d'Italia. La cittadina è stata sveglia la notte scorsa con amici e parenti della famiglia di Giusy raggianti per la notizia.

Il padre di Giusy, Giacomo Buscemi, è impiegato alla sezione operativa di Menfi dell'assessorato regionale agricoltura e foreste, la madre, Lina Di Blasi, è casalinga. Entrambi hanno fatto sacrifici per seguire la figlia nel percorso verso l'incoronazione: sono andati a Montecatini in auto partendo da Menfi. La nuova miss Italia ha un fratello di 17 anni, Antonio, e un fidanzato, Giuseppe, che conosce fin da quando frequentavano le elementari. Ma a Menfi, bene o male, si conoscono tutti. La piazza, la lunga spiaggia di Porto Palo, lì ci si incontra e si fa conoscenza. "Il sogno di Giusy è diventato realtà. La bellezza italiana e quella del nostro territorio non possono avere migliore ambasciatrice. Grazie Giusy. La città è orgogliosa di te e tutti noi ti ringraziamo per aver fatto ritrovare intorno a te una comunità unita ed entusiasta", dice il sindaco. "Io sono il medico di base della famiglia Buscemi - aggiunge Botta - e ho seguito Giusy fin da quando era poco più che bambina. E' anche un po' merito mio se è riuscita a vincere miss Italia: naturalmente la mia è una battuta". "Nell'estate 2007 - aggiunge - divenne miss Porto Palo, la nostra frazione marinara. Poi ad Acireale vinse il titolo di miss Cinema. Quindi ha ottenuto la fascia di miss Wella fino all'exploit di ieri". "Che cosa significa l'affermazione di Giusy e la sua ribalta nazionale per il nostro comune? Penso che questo - conclude il sindaco - sia un'altro tassello utile per la nostra cittadina. Abbiano un mare bellissimo e pulitissimo, certificato ogni anno da Legambiente, un territorio straordinario, ricco di bellezze naturali, la cantina Settesoli che è nota nel mondo e che fa ogni anno una vendemmia aperta a tutti. Penso che la vittoria di miss Italia da parte di una bella e intelligente ragazza come Giusy partita da Menfi sia un ulteriore pezzo di un mosaico molto positivo".

Bari, smantellata banda specializzata in furti in casa: 2 sono gioiellieri

 

BARI – Ci sono anche due gioiellieri di Bari indagati nell’ambito dell’operazione condotta da Polizia stradale e Squadra mobile che ha consentito di smantellare oggi un gruppo delinquenziale composto da cittadini georgiani e specializzato in furti in appartamento, ricettazione e riciclaggio. In tutto sono 11 le ordinanze di custodia cautelare richieste dalla Dda, 10 quelle eseguite. Risulta ancora latitante una cittadina del Montenegro che aveva il compito di riciclare la merce, per lo più oro e argento, provento di furto.

I due commercianti baresi coinvolti sono Franco Martulli, di 46 anni, di Bitritto, e Michele Pesce, di 48 anni di Bari, accusati di ricettazione e titolari di oreficerie a Bari, l’uno in via Quintino Sella e l’altro in via Manzoni.

L'indagine è partita nella primavera del 2011 in seguito ad alcuni controlli fatti per strada per combattere i reati di riciclaggio e di furti d’auto. Intercettazioni telefoniche e ambientali hanno condotto gli investigatori a un componente dell’organizzazione smantellata oggi. L’organizzazione avrebbe compiuto furti – secondo quanto accertato – in numerosi comuni della regione: Bari, Bisceglie, Casamassima, Molfetta, Gioia del Colle, San Severo, Lucera e nella vicina Campobasso. Nell’operazione sono stati sequestrati 50 kg tra oro e argento.

A quattro cittadini dell’Est che mettevano a segno di colpi - secondo quanto accertato – facevano capo due gruppi di ricettatori. Il primo era capeggiato da una donna, Domenica 'Mimmà Colaianni, di 48 anni, coadiuvata dal figlio Massimiliano Mercoledisanto, di 29 anni, entrambi di Bari: madre e figlio rifornivano i gioiellieri indagati. Francesco Grosso, invece, di 37 anni, di Molfetta, rappresentava l’anello di congiunzione con ricettatori casertani e grandi rivendite di Marcianise (Caserta).

L’altro gruppo di ricettatori con i quali i georgiani avevano rapporti prevalenti, era capeggiato, invece, secondo l’accusa, da una donna originaria del Montenegro, ancora latitante, e da Nicola De Mattia, di 49 anni di Bari, in contatto con riciclatori di Torre del Greco. I particolari dell’operazione sono stati resi noti dal procuratore della Repubblica di Bari, Antonio Laudati, e dal questore, Domenico Pinzello, i quali hanno sottolineato le nuove sinergie esistenti tra la criminalità pugliese e quella straniera.

Miss Puglia (esclusa) manda tutti a quel paese



MONTECATINI - Il numero 17 non ha portato fortuna alla giovanissima Alessandra Monno, già miss Puglia che pur tra le favorite non è riuscita a vincere il titolo ambito di Miss Italia in una agguerrita finale a Montecatini. Alessandra ha 20 anni, è nata a Bari ed è alta 1.75 m. I suoi capelli biondo scuro incorniciano il volto che risplende anche grazie ai suoi occhi verdi. Aveva già partecipato alla manifestazione lo scorso anno, ma aveva abbandonato la competizione per una dermatite e quest'anno è arrivata tra le prime dieci. Esclusa dalle ultime finaliste non è riuscita a nascondere il suo disappunto lasciandosi andare a commenti poco carini che è stato possibile captare attraverso il labiale in diretta Tv: «Andare a fare in c*l*, brutte m*rde». Il conduttore Fabrizio Frizzi ha provato con ogni mezzo a riportare la calma, ma i fischi continuavano tanto che la regia televisiva ha sfumato e mandato la pubblicità


CHI E' ALESSANDRA MONNO - Alessandra è diplomata al liceo scientifico, è iscritta all’università e frequenta la facoltà di Lettere, musica e spettacolo. Da grande le piacerebbe lavorare nel giornalismo. Ma la giovane barese non fa solo questo e per coltivare una delle sue passioni più grandi, i viaggi, lavora in uno showroom. Ad Alessandra non manca la voglia di studiare e pare che voglia approfondire anche la sua preparazione in materia di moda frequentando l’Accademia del Lusso.

Dopo questo scivolone televisivo forse dovrebbe frequentare anche un corso di bon-ton.

Sparatoria in pieno centro a Milano

E' stata uccisa prima la moglie Cocaina in casa, giallo sul movente


MILANO - Sembra un'esecuzione in piena regola quella avvenuta ieri sera a Milano in via Muratori, strada piena di locali molto vicina al centro della città. Sono stati uccisi da due killer Massimiliano Spelta, commerciante incensurato di 43 anni e la sua compagna Carolina Ortiz Paiano, dominicana, raggiunta da un proiettile alla nuca mentre scappava con in braccio la figlia di due anni, rimasta illesa. Numerosi passanti hanno assistito all'agguato e, secondo le prime testimonianze, due uomini con il volto coperto dal casco integrale sono arrivati con uno scooter poco dopo le 20 in via Muratori: uno dei due è sceso e ha prima sparato contro l'uomo almeno tre colpi, uccidendolo, poi ha inseguito e sparato verso la sua compagna, dominicana di 21 anni anche lei incensurata, che è stata ricoverata in coma al Policlinico, dove poi è morta.


La bambina ferita. La bambina è stata invece portata alla clinica pediatrica De Marchi per un controllo, ma le contusioni rimediate cadendo dalle braccia della madre sono lievi. Stamattina è stata dimessa. In tutto sono sette i colpi esplosi dal killer che è poi risalito sullo scooter ed è scappato con il suo complice. Ancora nessuna ipotesi sulle cause dell'omicidio: le indagini sono coordinate dal pm di turno Elio Ramondini e la sezione omicidi della squadra mobile di Milano sta ricostruendo la vita di Massimiliano Spelta, commerciante milanese nel ramo degli integratori alimentari, la cui attività risulta però chiusa. L'omicidio è avvenuto in una via poco lontana da Porta Romana, in un tratto pieno di locali e ristoranti, e numerosi sono i testimoni di quella che viene definita una vera e propria esecuzione. «Mai successo nulla del genere, è una zona tranquilla», dicono i molti abitanti della via scesi in strada dopo aver sentito gli spari. Immediato l'attacco politico portato dal Pdl al sindaco Giuliano Pisapia: «Questa sparatoria è il risultato dell'abbassamento del livello di guardia sulla sicurezza a Milano da parte della giunta Pisapia», ha detto Riccardo De Corato, capogruppo del Pdl in Comune, aggiungendo che «chiederemo che venga fissata una riunione dei capigruppo sulla sicurezza a Milano per settimana prossima, oltre a sollevare il problema nella seduta del consiglio di giovedì».

La coca in casa. Trentasette grammi di cocaina sono stati trovati dagli investigatori nell' appartamento in via Mecenate di Massimiliano Spelta. La droga era in un sacchetto nascosto tra gli effetti personali della coppia.

La pistola. Sarebbe un revolver l'arma che ha ucciso a Milano. Secondo le prime ricostruzioni degli investigatori sull'omicidio di ieri sera in via Muratori la prima a cadere sotto il fuoco del killer sarebbe stata la donna, raggiunta da due colpi (alla schiena e alla testa). Poi sarebbe toccato a Spelta, con cui si era sposata nel 2011 a Santo Domingo. L'uomo, che secondo i testimoni è scappato in direzione di Porta Romana appena ha visto l'assassino, dovrebbe aver riportato cinque ferite. Poichè i revolver hanno al massimo 6 colpi, è possibile che qualche proiettile abbia centrato un punto del corpo, sia uscito e infine sia penetrato in un altro. Se davvero la Payano è stata uccisa per prima, non è detto che fosse l'obiettivo principale del commando. Gli investigatori ritengono che possa essersi trattato anche solo di una scelta del tutto casuale.

Le indagini. In queste ore si stanno cercando nuovi testimoni in grado di fornire maggiori dettagli. Non si sa perchè la coppia fosse in giro a quell'ora in quella strada (abitavano in via Mecenate) e l'ipotesi è che stessero cercando un ristorante dove cenare. Nessuna prenotazione, però, è stata trovata a loro nome. Poco distante dal luogo dell'omicidio, tra il civico 3 e il 5 di via Muratori, è stata ritrovata l'auto delle vittime. È una Bmw 320 color verde petrolio con interni chiari, parcheggiata all'inizio della strada, con tanto di seggiolino per trasportare la piccola Silvia, ora affidata alla sorella di Spelta. Con lei e altri famigliari, aveva una società di integratori alimentari, la «Dietetics Farma», fallita volontariamente nel 2011 e ceduta. Da quel momento Spelta, che non ha precedenti, risulta senza attività lavorative. La polizia sta effettuando accertamenti bancari sui conti delle vittime e sono state chieste informazioni sulla donna alle autorità di Santo Domingo.

La bambina affidata alla sorella di Massimiliano. La bambina di due anni che ieri è scampata al duplice omicidio è stata affidata alla sorella di Massimiliano Spelta.

Ha appena finito di scontare 30 anni per omicidio: gli sparano al volto




CAIVANO - Agguato tra la folla nel centro storico di Caivano, gravemente ferito un sorvegliato speciale. Questa mattina alle 11.30 due killer hanno esploso alcuni colpi con una lupara contro Antonio Laurenza , 55 anni, uscito da due mesi dal carcere dopo una condanna a 30 anni per omicidio. L'uomo era seduto all'ingresso di un circolo ricreativo attiguo alla sua abitazione.

Ricoverato all'ospedale di Frattamaggiore, ha riportato ferite al volto; i proiettili gli hanno anche maciullato l'avambraccio destro con il quale aveva cercato di difendersi.

I killer nella fuga hanno perso il fucile a una decina di metri dal luogo del raid. Indagano i carabinieri della tenenza di Caivano

di Marco Di Caterino

I tentacoli delle 'ndrine su Milano Violenze e intimidazioni, 37 arresti


L'inchiesta dei carabinieri del Comando provinciale lombardo è stata denominata "Ulisse" e riguarda i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, porto e detenzione illegale di armi, usura ed estorsione, tutti reati aggravati dalle finalità mafiose


MILANO - Una operazione che getta ulteriore luce sugli interessi della 'ndrangheta al nord e sull'organizzazione delle locali attive in Lombardia quella messa a segno questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Milano, coordinati dalla distrettuale del capoluogo lombardo e in particolare dai magistrati Ilda Boccassini e Alessandra Dolci che hanno eseguito 37 ordinanze di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione, 'Ulisse'. Le 37 persone sono accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, porto e detenzione illegale di armi, usura ed estorsione, tutti reati aggravati dalle finalità mafiose.


I provvedimenti di custodia cautelare scaturiscono da diversi filoni investigativi avviati dal Ros a seguito dell’indagine 'Crimine' che ha portato nell’aprile 2011 all’arresto di 11 affiliati alle 'ndrine di Seregno e Giussano. Tra questi c'erano anche gli autori dell’omicidio di Rocco Cristello, Carmelo Novella, Antonio Tedesco e Rocco Stagno, tutti commessi in Lombardia tra il 2008 e il 2010 nell’ambito delle faide tra le cosche Gallace e Novella di Guardavalle (Catanzaro). Le indagini hanno svelato le attività delle cosche al Nord: traffico di droga, usura ed estorsioni. e, secondo gli investigatori, hanno consentito di documentare le dinamiche criminali delle proiezioni extraregionali della 'ndrangheta in Lombardia, il loro solido legame con le cosche di origine ed il controllo delle aree di influenza attraverso il ricorso alla violenza e alla intimidazione. Fra i vari dettagli emersi spicca come anche al nord sia ormai in uso la realizzazione di bunker per sfuggire all'arresto o alle faide. Una botola, infatti, nascosta nel pavimento della cucina, con un perfetto meccanismo di apertura telecomandata. Un bunker in piena regola per scappare ai blitz della forze dell’ordine, identico a quelli di ndranghetisti latitanti dell’Aspromonte. La novità, come detto, è che il nascondiglio si trovava nel profondo Nord, a Giussano, piccolo comune della Brianza. Per la precisione in via Boito 23, dove il boss Antonio Stagno, di 44 anni, originario di Giussano e attualmente detenuto nel carcere di Opera per altri motivi, aveva la sua residenza. Si tratta di un vero e proprio bunker con una parete mobile che si aziona con un telecomando – ha spiegato il pm della Dda di Milano, Alessandra Dolci – come quelli che siamo soliti trovare in realtà come San Luca o Platì. Per gli investigatori è un dato molto importante perchè dimostra l’ulteriore passo in avanti della 'ndrangheta al Nord, ormai così a proprio agio da esportare tecniche ritenute esclusiva delle zone d’origine. Il procuratore aggiunto del Tribunale di Milano, Ilda Boccassini, ha aggiunto che questo è momento di cambiamento per le 'ndrine, con i giovani che stanno prendendo il posto degli “anziani». Nonostante ciò, però, resistono le tradizioni come quella dei bunker, di cui i calabresi sono considerati esperti costruttori. Per quanto concerne, invece, le potenziali vittime venivano scelte principalmente tra gli imprenditori di origine calabrese «in quanto maggiormente inclini per mentalità a sottostare alle richieste estorsive senza coinvolgere le forze dell’ordine». Ad affermarlo è Antonio Belnome, uno dei pentiti che ha dato un contributo all’indagine 'Ulisse'. «Non solo – prosegue – le vittime, di solito e per risalente consuetudine, si rivolgono ad esponenti della criminalità organizzata del paese d’origine perchè svolgano un ruolo di mediazione (e non gratis, ovviamente)». Tra gli episodi di estorsione riportati nell’ordinanza, c'è quello ai danni dell’imprenditore Domenicantonio Fratea, titolare di un bar a Giussano, costretto a pagare 80mila euro dopo varie intimidazioni. Belnome ha raccontato agli inquirenti che «l'estorsione fu organizzata dai vertici delle locali di Seregno e Giussano», e quindi anche da lui. Nel dibattimento di un processo in corso, «Fratea – scrive il gip – ha negato pervicacemente di avere pagato alcunchè».

Le estorsioni. Numerosi gli episodi di questo tipo raccolti dai militari. A partire dal 2007, quando le vittime dell’estorsione furono i titolari della concessionaria di auto 'Selagip 2000' di Giussano, a cui venne chiesto il pagamento di 500mila euro dopo minacce, telefonate minatorie, attentati incendiari, e l’esplosione di colpi di pistola contro le vetrine. È del 2010, invece, quella nei confronti di Domenicantonio Fratea, imprenditore nel settore immobiliare e titolare di una bar a Giussano. A lui vennero chiesti 80mila euro con la medesima modalità intimidatoria. La lista prosegue con Roberto Gioffrè, titolare di una sala giochi che alla fine del 2010 fu costretto a rinunciare a un credito di 70mila euro, che vantava nei confronti di alcuni affiliati, dopo numerose minacce. Infine, Stefano Sironi, imprenditore edile di Giussano, costretto a riconoscere interessi esorbitanti sulle somme prestate dalla cosca.

Ucciso nell'androne di casa a Tropea Un 44enne freddato a colpi di pistola


L'omicidio è avvenuto a Tropea, nella zona delle case popolari. I killer hanno atteso Salvatore Russo al suo rientro e gli hanno scaricato contro diversi colpi di arma da fuoco. L'uomo aveva precedenti per reati legati agli stupefacenti. Indagini dei carabinieri


TROPEA (Vibo Valentia) - I killer lo hanno atteso davanti casa. Hanno aspettato che l'uomo aprisse il portone, quindi lo hanno colpito mentre era ancora nell'androne, freddandolo con diversi colpi di pistola. E' stato ucciso così il quarantaquattrenne, Salvatore Russo. L'omicidio è avvenuto a Tropea, poco dopo le 20, nel rione delle case popolari. La vittima era già nota alle forze dell'ordine, soprattutto per reati legati agli stupefacenti.


Russo è stato soccorso ma è morto durante il trasporto nell'ospedale di Tropea. Sul posto stanno operando per i rilievi e le indagini i carabinieri di Vibo Valentia, coordinati dal sostituto procuratore Maria Gabriella Di Lauro.

Salvatore Russo aveva piccoli precedenti per reati in materia di spaccio di sostanze stupefacenti e, a quanto risulterebbe dai primi accertamenti, non era legato agli ambienti della criminalità. Probabilmente gravitava all’esterno ma attualmente non ci sarebbero elementi tali da far ritenere un suo coinvolgimento in ambienti “d’élite” della malavita, né che la sua eliminazione possa essere collegata con il tentato omicidio di Francesco La Rosa, detto “Il Bimbo”, fratello 43enne del boss Tonino, avvenuto la sera del 14 agosto scorso. Un colpo l’ha raggiunto alle spalle mentre si trovava nei pressi del noto bar Madison abituale ritrovo della movida tropeana specialmente nel periodo estivo e non molto distante dalle case popolari.

Sembrerebbe, tuttavia, che l’omicidio del 45enne sia stato pianificato dal killer che ne conosceva le abitudini. Ha, quindi, atteso che, in sella al suo scooter, facesse rientro presso la propria abitazione e, potendo contare sull’assenza di altre persone, potenziali testimoni, non appena il suo bersaglio si è avvicinato al portone che tramite le scale conduce all’androne del palazzo, ha iniziato ad esplodere alcuni colpi di pistola in rapida successione non lasciandogli scampo.

L'omicidio è avvenuto in una zona alla periferia della città, dove il 22 marzo 2010 si era verificato un analogo episodio con l’uccisione del 47enne Vincenzo di Costa.

di GIANLUCA PRESTIA

Lamezia, la vendetta dei clan non si ferma più


Distrutta la casa di una coppia di pentiti


Esplosione in serata in una zona periferica: un ordigno ha devastato l'abitazione di due coniugi diventati collaboratori di giustizia nel 2009. Lui è Giuseppe "Peppone" Angotti, lei è Rosanna Notarianni, sorella di Aldo ritenuto componente della cupola che decide le azioni criminali della zona

LAMEZIA TERME - Sembra senza fine la controffensiva dei clan lametini per vendicarsi dei pentiti che hanno permesso alle forze dell'ordine di arrestare decine di uomini d'onore. Stavolta le 'ndrine si sono scagliate contro una coppia di sposi, entrambi diventati collaboratori di giustizia, facendo esplodere la loro casa. Lui si chiama Giuseppe Angotti, detto Peppone, lei è Rosanna Notarianni. Un cognome importante, quello della donna, che è la sorella di Aldo, esponente di spicco della cosca che porta il suo nome e che è alleata con i Giampà.

Aldo si trova in carcere per scontare un ergastolo: è stato condannato perché ritenuto il killer di Roberto Amendola, avvenuto nel 2008.Ma secondo gli inquirenti il rilievo criminale del personaggio è tale da permettergli di sedere nella cupola che gestisce gli affari illeciti a Lamezia Terme.

Giuseppe e Rosanna invece hanno scelto di collaborare con la giustizia alla fine del 2009. Ora vivono in località protetta e proprio la loro villetta di Lamezia, ormai disabitata, è stata presa di mira dalla vendetta mafiosa. L'ordigno è scoppiato attorno alle 20,15 e ha devastato l'abitazione che si trova in contrada Lenza, in una zona periferica di Lamezia. Dopo l'esplosione è subentrato anche un incendio per il quale sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. Le indagini, invece, sono nelle mani della polizia.

LA GUERRA CONTRO I PENTITI - La bomba alla casa dei due coniugi arriva dopo meno di 48 ore dalla bomba alla pizzeria della sorella e del cognato di un altro collaboratore di giustizia, Angelo Torcasio. E nelle scorse settimane un'altra esplosione era avvenuta davanti al bar "Sole e Luna", di proprietà di un altro cognato di Torcasio, al quale è stata incendiata la villetta nella quale viveva prima di essere trasferito in località protetta. E altri collaboratori di giustizia sono nel mirino. I parenti di Battista Cosentino hanno visto anche loro saltare in aria il bar di loro proprietà. E la famiglia Cappello è stata colpita per due volte dopo che Saverio ha deciso di testimoniare davanti ai giudici: ad agosto è esplosa una bomba davanti alla casa del neo pentito, mentre a maggio la stessa sorte era toccata all'abitazione del padre, Rosario.

di PASQUALINO RETTURA

Fucile e munizioni in auto, arrestati marito e moglie

Sorpresi Biagio Marotta, di 40 anni, e Caterina Castrovinci, di 37, entrambi di Sant’Agata di Militello. Sono stati fermati al termine di un inseguimento. Ora sono ai domiciliari



MESSINA. Marito e moglie, Biagio Marotta, di 40 anni, e Caterina Castrovinci, di 37, entrambi residenti a sant'Agata di Militello (Messina), sono stati arrestati dalla polizia e dai carabinieri perché sorpresi in auto con un fucile con le canne mozzate, risultato rubato nel novembre dello scorso anno, e 30 cartucce. L'arresto è avvenuto al termine di un rocambolesco inseguimento in auto nella notte tra sabato e domenica scorsi ma è stato reso noto solamente stamane. Entrambi sono stati posti agli arresti domiciliari. Sono accusati di porto illegale in luogo pubblico di arma comune da sparo, alterazione di arma comune da sparo e ricettazione. Devono anche rispondere di lesioni personali aggravate e resistenza a pubblico ufficiale.

L'arresto della coppia è avvenuto in seguito all'intervento di polizia e carabinieri per una lite in contrada Terreforti. Secondo quanto accertato Biagio Marotta, poco prima dell'intervento delle forze dell'ordine, avrebbe procurato alcune lesioni, colpendolo con il calcio di un fucile, ad un 32enne del posto, che è stato giudicato guaribile in 10 giorni.

Estorsione a imprenditore edile, tre arresti

In manette Nunzio Di Stefano, 44 anni, Giuseppe Adelfio, 36 anni, e Massimiliano Garofalo, 38 anni. La vittima ha denunciato. I poliziotti, travestiti da posteggiatori abusivi, li hanno colti sul fatto




PALERMO. Gli agenti del commissariato "San Lorenzo" hanno arrestato a Palermo Nunzio Di Stefano, 44 anni, Giuseppe Adelfio, 36 anni, e Massimiliano Garofalo, 38 anni, accusati di estorsione in concorso. I tre uomini avrebbero minacciato un imprenditore edile affinché consegnasse loro 1.500 euro, ritenuta cifra congrua a "risarcire" i danni a Di Stefano per un presunto incidente sul lavoro avvenuto quando l'uomo era alle dipendenze della ditta dell'imprenditore. Prima di chiedere 1.500 euro, cifra "ammorbidita" dall'iniziale pretesa di 5.000, Di Stefano ha chiesto, inutilmente, all'imprenditore di denunciare un falso incidente stradale così da potere intascare il risarcimento assicurativo. La vittima ha resistito alle pressioni e quando nella sua attività di "persuasione" Di Stefano si è fatto affiancare da Adelfio e Garofalo e le minacce di ritorsioni si sono fatte concrete con ripetuti blitz sotto l'abitazione della vittima, l'imprenditore ha denunciato gli epsiodi alla polizia di Stato.

I poliziotti hanno consigliato alla vittima di fissare un appuntamento con i suoi estorsori e di consegnare loro delle banconote fotocopiate. All'incontro fissato sotto casa della vittima l'imprenditore era osservato da poliziotti, per l'occasione travestiti da parcheggiatori abusivi. Gli agenti, non appena è avvenuto il passaggio di denaro hanno bloccato gli estorsori.

mercoledì 5 settembre 2012

Lotta alle mafie


Destinati quattro beni immobili e sei autoveicoli sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata
Il prefetto Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale, ha firmato i decreti per il passaggio di fabbricati e appartamenti situati in Lombardia, Puglia e Calabria

Il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, prefetto Giuseppe Caruso, ha firmato oggi alcuni decreti di destinazione che riguardano beni mobili e immobili confiscati in via definitiva alla criminalità organizzata.

I beni immobili sono ubicati in Lombardia, Puglia e Calabria. Nello specifico:

•a Poncarale (BS), un immobile con annesso box facente capo alla confisca Peli è stato trasferito al comune per essere utilizzato come asilo nido;
•a Fasano (BR), un fabbricato della confisca Fino è stato destinato alla Guardia di finanza per realizzare una caserma;
•a Bari, un appartamento proveniente dalla confisca Cassano è stato destinato al comune di Bari per finalità istituzionali;
•a Reggio Calabria, un immobile facente capo alla confisca Cassone è stato destinato in favore della prefettura di Reggio Calabria per finalità istituzionali della stessa.
Sono stati destinati, inoltre, sei beni mobili, ceduti gratuitamente e assegnati per uso istituzionale:

•due camper Fiat e un rimorchio speciale Rem Barbot sono andati al dipartimento dei Vigili del fuoco - Direzione regionale dell’Emilia Romagna per uso istituzionale, in relazione alle esigenze scaturite dall’evento sismico della pianura padano-romagnola;
•un’Audi A4 e un’Audi A3 sono state assegnate al Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Trento;
•un’Audi Q5 è stata ceduta alla compagnia della Guardia di finanza di Fasano (BR).

Bancomat clonati decine di truffati


BRINDISI - Diversi bancomat postali clonati a Brindisi durante l’ultimo fine settimana. Una truffa ancora da quantificare nel dettaglio, anche perché non tutti gli utenti si sono ancora accorti del raggiro subìto. Già ieri però, in molti uffici postali di Brindisi, diversi utenti si sono affrettati a richiedere i moduli delle stesse PosteItaliane per poter avanzare richiesta di rimborso delle somme indebitamente prelevate da ignoti. Chi avrebbe ordito la truffa, tra l’altro, ha studiato tutto nei minimi dettagli, compreso il momento in cui entrare in azione. Pare infatti che i conticorrenti postali siano stati alleggeriti soprattutto nelle giornate di sabato e di domenica. Per cui ciascuna delle carte clonate sarebbe stata utilizzata per ben due prelievi, il primo eseguito sabato il secondo domenica, entrambi al massimo della soglia consentita, ossia 600 euro. Per questo, nelle ore immediatamente successive ai prelievi eseguiti con le carte clonate, i veri titolari dei conti correnti postali si sono visti negata la possibilità di eseguire prelievi o, addirittura, non hanno avuto restituita la carta dal bancomat a causa del saldo nel frattempo diventato fortemente negativo.

Gente che aveva accumulato dei minimi risparmi, si è ritrovata improvvisamente con - 600 euro sul conto postale. Ad una ragazza, in particolare, è accaduto di recarsi alla «Auchan» per degli acquisiti ma quando alla cassa ha provato a pagare con la carta postale, la cassiera le ha risposto che la carta non dava segnali, come fosse disattiva. Quindi la ragazza è andata a verificare presso un bancomat ma quando ha inserito la carta, il dispositivo l’ha trattenuta senza più restituirgliela a causa del «profondo rosso».

Ieri mattina c’erano decine di pensionati in diversi uffici postali cittadini, che erano disperati e non riuscivano a piegarsi l’accaduto. Su quanto accaduto, in ogni caso, sta indagando la Polizia postale mentre i dipendenti dei diversi uffici postali stanno distribuendo, a tutti gli utenti rimasti vittime del raggiro, specifici moduli da compilare e da inoltrare alle direzione centrale di PosteItaliane per poter beneficiare di rimborsi (quanto meno parziali) delle somme prelevate a loro insaputa dai conticorrenti loro intestate, attraverso le carte bancomat clonate. Non è la prima volta che simili episodi si registrano, al livello locale e nazionale, malgrado la continua ricerca di sistemi di protezione e di tutela sempre più efficaci da parte dei vertici di PosteItaliane.

Scampia, operazione antidroga


400 uomini setacciano piazze di spaccio Hashish nascosta nella statua di San Pio


NAPOLI - Operazione anticamorra interforze coordinata da polizia, guardia di finanza e carabinieri nei quartieri a Nord di Napoli: Scampia, Secondigliano e Miano. Oltre 400 "divise" hanno setacciato all'alba "piazze di spaccio" e abitazioni di pregiudicati e camorristi.


All'operazione hanno preso parte anche i vigili del fuoco utilizzati nell'ambito della missione per l'abbattimento di muri e cancellate abusive. Durante le perquisizioni due elicotteri del sesto nucleo della polizia hanno sorvolato i quartieri interessati dall'operazione. Utilizzati anche cani antidroga alla ricerca dei vari tipi di stupefacenti.
Decine di poliziotti e carabinieri presidiano tutte le piazze di spaccio di Scampia, il quartiere napoletano delle cosiddette "vele" teatro delle faide di camorra per il predominio del traffico di stupefacenti. In quella che è considerata una piazza di spaccio tra le più grandi di Europa i tossicodipendenti, al posto dei pusher, hanno trovato stamane le forze dell'ordine impegnate in posti di blocco e perquisizioni.

Gabbiotti, baracche abusive, aiuole, autovetture abbandonate, vani degli impianti ascensori e persino cappelle votive con statue di santi - luoghi utilizzati dagli spacciatori per nascondere le dosi pronte per la vendita - sono state oggetto di meticolose perquisizioni anche con l'ausilio di cani antidroga. Alcuni pani di hashish sono stati rinvenuti nel piedistallo cavo di una statua di San Pio.

Palermo, ragazze stuprate in spiaggia a Mondello: due arresti


In manette Maurizio Mortillaro, 32 anni magazziniere e Antonino Mangano, 35 anni, macellaio e salumiere. I due sostengono che i rapporti sono stati consensuali, ma le visite mediche li smentiscono



PALERMO. Avrebbero violentato due ragazze, una siciliana e una tedesca, la notte tra sabato e domenica, sulla spiaggia di Mondello, la località balneare di Palermo. Con questa accusa due uomini sono stati arrestati dalla polizia che è stata avvertita da un passante. Gli arrestati - i cui fermi sono stati già convalidati dal Gup Lorenzo Matassa - sono Maurizio Mortillaro, 32 anni magazziniere e Antonino Mangano, 35 anni, macellaio e salumiere. I due si sono difesi, come scrive il Giornale di Sicilia, sostenendo che i rapporti sessuali sono stati consensuali. Ma la loro versione contrasta con le visite mediche, effettuata al Policlinico, che ha confermato che le due giovani avevano avuto rapporti tutt'altro che volontari. Circostanza confermata anche dal fatto che le vittime avevano la biancheria intima strappata. E poi i due presunti violentatori sono fuggiti dopo il rapporto sessuale. Un fatto che confermerebbe le accuse.

martedì 4 settembre 2012

La Second Live dei poliziotti


Poliziotti di giorno, camerieri di notte così la crisi (im)piega le forze dell'ordine

 
Finanzieri che fanno i camerieri, vigili del fuoco che mettono infissi, poliziotti elettricisti e pizzaioli. Agenti massaggiatori di shiatsu o istruttori di palestra. Qualcuno autorizzato, la maggior parte di nascosto. Almeno il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nella pubblica sicurezza svolge abitualmente un altro impiego part-time. Il problema è che con gli stipendi bassi si fatica ad arrivare a fine mese, e l'accesso al credito è diminuitoL'appuntato Pietro è stanco. La sua doppia vita lo sta sfinendo. "Ma non ho scelta - racconta mentre si toglie la divisa da carabiniere - ho due figli all'università, li devo pur mantenere in qualche modo, no?". Sono le 7 di mattina, un martedì di luglio a Napoli, già si boccheggia per l'afa. Pietro è appena rientrato a casa, tra un'ora lo aspettano in un appartamento da ristrutturare. Oggi gli toccano le tracce degli impianti elettrici. Ha 51 anni, gli occhi arrossati per la nottata di pattuglia, la voce arsa dalle sigarette. E uno stipendio che, dopo 25 anni di servizio nell'Arma, non supera i 1600 euro. "Pochi per mantenere la famiglia". E così, dopo il caffè, indossa la sua seconda vita di muratore, al nero.


"Vado a dare una mano nei piccoli cantieri tutte le volte che i turni me lo permettono - racconta, ora che addosso ha una vecchia tuta macchiata di calcina - è illegale e rischio il posto, lo so. Ma senza quei 300 euro in più al mese non ce la faccio. E come me, tanti miei colleghi. Conosco finanzieri che fanno i camerieri, vigili del fuoco che mettono infissi, poliziotti pizzaioli, massaggiatori di shiatsu o istruttori di palestra". I servitori dello Stato deputati alla nostra sicurezza, dunque, si trovano a fare i conti con mafiosi, criminali e quarte settimane che sembrano non arrivare mai. Ma in quanti hanno un secondo lavoro?
LA SECOND LIFE DEI POLIZIOTTI

La cifra la dice Massimiliano Acerra, dirigente nazionale e responsabile ufficio studi del sindacato di polizia Coisp. "Almeno il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nelle forze dell'ordine svolge abitualmente un altro impiego part time". Tre su dieci. Sono centomila persone, solo considerando carabinieri, poliziotti e finanzieri. "E tra appuntati e brigadieri, tra agenti e assistenti di polizia - continua Acerra, che sull'argomento ha scritto il manuale "Prestazioni occasionali" - la media arriva fino al 40-50 per cento. In pochissimi però, non più di uno su dieci, hanno l'autorizzazione del ministero". Dunque è tra i gradi più bassi e meno remunerati della scala gerarchica che bisogna cercare per trovare le storie degli statali con la doppia vita lavorativa. E di storie, appena si garantisce l'anonimato, ne saltano fuori parecchie. Da nord a sud.

Francesco, 46 anni, romano, è uno dei 39 mila assistenti della Polizia di stato. Lavora in un reparto speciale. "Siamo circa una quarantina in servizio - racconta - e a quanto ne so quasi tutti fanno qualcos'altro fuori dai turni". Lui in particolare ha una bancarella di collanine al mercato. Venditore ambulante. Il suo collega di reparto, Saverio, molisano, 39 anni e una laurea in Giurisprudenza, quando non è di pattuglia collabora con uno studio legale. "Per legge non posso iscrivermi all'albo degli avvocati - spiega - però conosco la materia, e con i seicento euro che mi danno ci pago le tasse". Qualcuno apre una propria attività, durante gli anni di servizio. "Per coprire il mutuo ho messo in piedi un bed & breakfast - racconta Filippo, primo maresciallo dell'Esercito di stanza a Torino - affittavo la camera degli ospiti. Ho anche chiesto l'autorizzazione al ministero della Difesa. Ero sicuro che mi avrebbero concesso il permesso, era un'occupazione saltuaria. Invece quando l'hanno saputo mi hanno mandato la finanza e mi hanno costretto a restituire all'amministrazione militare tutto quello che avevo incassato, cioè 330 euro in un anno".

Lorenzo, assistente capo della polizia a Modena, la dice così: "Ti mettono nelle condizioni di essere disonesto. Ho 41 anni, sono separato e con due figli. Guadagno 1600 euro al mese e di questi 700 vanno in alimenti. Amo aiutare i cittadini e ringrazio la pubblica amministrazione per il lavoro che mi dà, ma il dipartimento non può pensare che riesca a vivere senza una seconda entrata. Avere le autorizzazioni è impossibile, quindi vado a potare gli olivi, taglio e raccolgo legna, faccio l'imbianchino. Per 50 o 100 euro al giorno". È illegale due volte. Perché si opera al nero e perché un dipendente pubblico non può fare il doppio lavoro, salvo casi particolari. Si rischia il procedimento disciplinare e, qualche volta, il licenziamento. Dal 2009 al 2011, la Guardia di Finanza ha scoperto 3.300 casi in Italia. Hanno guadagnato illegalmente oltre 20 milioni di euro, con un danno alle casse dello Stato di quasi 55 milioni. Ma quanto guadagnano poliziotti, carabinieri e finanzieri? E quando sono autorizzati ad avere un secondo impiego?

I PEGGIORI STIPENDI D'EUROPA

Una volta indossare la divisa significava posto fisso e stipendio più che dignitoso. Sinonimo di sicurezza, possibilità di mantenere una famiglia, capacità di sostenere le rate di un mutuo. Oggi le cose sono un po' cambiate. Un poliziotto italiano appena assunto prende 1200 euro netti al mese. Lo stesso vale per gli agenti della penitenziaria, della forestale, per carabinieri e i finanzieri. I colleghi tedeschi del Bundeskriminalamt, la polizia criminale federale della Germania, a parità di condizioni, prendono 1626 euro. In Francia, i neoassunti nella Police Nationale guadagnano 1683 euro. Il corrispettivo spagnolo 1420, in Gran Bretagna addirittura 2516 sterline (3200 euro), che diventano 3171 (4000 euro) dopo i primi dieci anni. Insomma, i salari italiani sono tra i più bassi d'Europa. E gli scatti di anzianità in Italia portano ad aumenti di un terzo inferiori rispetto alle forze di polizia estere.

Anche per questo lo Stato permette ai suoi tutori dell'ordine di svolgere un lavoro extra, ma solo a certe condizioni e con l'autorizzazione scritta del ministero di competenza. "Si possono avere occupazioni part time - spiega Massimiliano Acerra - che non compromettano in alcun modo il servizio e che non rientrino nella categoria delle libere professioni. Proibite invece le attività troppo stressanti o in cui possano sorgere conflitti di interesse, come nei casi di aziende di vigilanza privata o di investigazione. In polizia, ad esempio, vengono autorizzate fino a 30 prestazioni all'anno per un massimo di 5 mila euro lordi". Ma il problema è che le autorizzazioni non vengono concesse con facilità, le pratiche vanno a rilento, spesso si ignora la normativa base. Racconta il vicebrigadiere Fausto Antonini, da Firenze: "Sono diplomato al conservatorio, ho avuto il permesso di fare il musicista, ma spesso sono in difficoltà perché i teatri mi chiamano con un anticipo di dieci, quindici giorni, e per ottenere l'autorizzazione del ministero della Difesa ne servono almeno quaranta".

"Il doppio lavoro oggi purtroppo è diventato una necessità - spiega Felice Romano, segretario generale del Siulp, il maggiore sindacato di polizia - E se prima ai poliziotti era garantito un accesso agevolato al credito, adesso non è più così facile. Così succede che gli agenti rischiano addirittura di finire nelle mani degli usurai. Abbiamo già dovuto salvare dei colleghi. Ci sono due strade: o lo Stato si fa carico di mantenere dei livelli salariali tali da arrivare a fine mese, oppure bisogna dare ai poliziotti la possibilità di avere una seconda occupazione".

Enrico Alessi, agente di Pavia in polizia da 17 anni, è riuscito a farsi dare il permesso per gestire una pensione per cani con degli amici. Offre anche consulenze informatiche, che rientrano nelle prestazioni occasionali autorizzate. "Le mie entrate extra non superano i limiti previsti - spiega - di tutti i colleghi che ho conosciuto nella mia carriera, almeno la metà ha bisogno di fare un secondo lavoro. Alcuni lo fanno di nascosto, illegalmente, perché non conoscono bene le opportunità che abbiamo per legge". Ma quali conseguenze ci sono?

STANCHI, DEPRESSI, POCO GRATIFICATI

"Mi è capitato di vedere un agente che si addormentava in servizio - racconta Antonio, poliziotto romano che accetta di farsi riprendere dalle telecamere di Repubblica, con il volto oscurato - poveraccio, faceva il cameriere in un ristorante e tornava a casa alle quattro. Oppure succede che chi ti sta accanto durante un pattugliamento in auto, all'improvviso ti chieda di cambiare strada per evitare di farsi vedere con la divisa addosso da chi potrebbe riconoscerlo e metterlo in difficoltà con l'altro mestiere. Deve quasi nascondersi. Risultato: muore l'orgoglio di essere poliziotto". Non è difficile intuire quali siano le conseguenze di tutto questo. "Un'ora di straordinario in polizia viene pagata appena 6 euro - ragiona Antonio - non bastano neanche per pagare la babysitter di mio figlio. Così, chi ha un'occupazione alternativa, soprattutto nell'edilizia e nella ristorazione perché è più facile nascondere l'abusivo, difficilmente vi rinuncia per prolungare il turno. E' sopravvivenza, nient'altro".

E questa facilità a cercare e trovare una seconda entrata, fenomeno diffuso in ogni reparto e in ogni forza di polizia, consegna alle cronache casi che vanno oltre il procedimento disciplinare. L'ultimo, in ordine di tempo, ha riguardato Alessandro Prili, il carabiniere in servizio nell'ufficio Primi atti del Tribunale di Roma che, prima di venire investito da un'ordinanza di custodia cautelare, lavorava di fatto per due agenzie di investigazione, la Global security service e la Nuova Flaminia srl. E i casi di poliziotti che la notte fanno i buttafuori non si contano.

"Si vivono due vite parallele - ragiona amaro Antonio - una continua acrobazia per non far incontrare le due identità. Di giorno poliziotti a cui viene chiesto di rincorrere un mafioso, di notte camerieri che devono rincorrere gli ordini dei tavoli. Ci mancano le gratificazioni, questa è la verità! Quando inizi, da ragazzino, sei pieno di sogni e ideali. Poi cambia tutto, il nostro stipendio misero ti toglie la dignità". E finisci che, per arrivare a fine mese e pagare le tasse universitarie dei tuoi figli, violi quella legge che dovresti tutelare.    di VALERIA TEODONIO, FABIO TONACCI

Pavia, sequestro record di hashish



1.400 chili: valgono 14 milioni di euroLa droga, scoperta dai carabinieri di Vigevano, viaggiava a bordo di un camion


guidato da uno spagnolo, ora in carcere per traffico internazionale di stupefacenti Sequestro da record eseguito dai carabinieri di Vigevano (Pavia), che a bordo del camion di un cittadino spagnolo hanno scoperto una tonnellata e 400 chilogrammi di hashish. L'uomo è stato bloccato nel corso di controlli e durante una perquisizione è stata scoperta la droga, suddivisa in panetti da un chilogrammo.


Lo spagnolo è stato arrestato con l'accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Il valore della droga al dettaglio, secondo i militari, è di 14 milioni di euro.