venerdì 15 marzo 2013

XVIII° Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie

XVIII° Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie



Firenze: Semi di giustizia, fiori di responsabilità

Giovanni e Maria Gabriele, Deborah Cartisano, Daniela Marcone, Dario Montana, Bruno Vallefuoco, Tilde Montinaro, Claudia Loi e con loro centinaia di familiari di vittime delle mafie. Madre, padre, sorella, fratello di vittime delle mafie che domani 15 marzo si riuniranno a Firenze per il primo appuntamento della due giorni della diciottesima edizione della "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie" promossa da Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie e Avviso Pubblico, Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie in collaborazione con la Rai Segretariato Sociale e Rapporti con il Pubblico, con il patrocinio del Comune di Firenze, la Provincia di Firenze, la Regione Toscana, Comune di Scandicci e sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica. La Giornata della Memoria e dell'Impegno ricorda tutte le vittime delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime il suo impegno di contrasto alla criminalità organizzata. La giornata tradizionalmente si svolge ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, ma quest'anno viene anticipata al sabato 16 marzo per favorire la massima partecipazione di quanti arriveranno da ogni parte d'Italia.

La due giorni di Libera si apre domani 15 marzo nel pomeriggio con l'incontro di circa 600 familiari di vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di 5000 familiari presso Sala dei 500 a Palazzo Vecchio. Alle ore 18 si svolgerà la veglia di preghiera interreligiosa per le vittime delle mafie presso la Basilica di S. Croce presieduta da Monsignor Mario Meini Vescovo di Fiesole in rappresentanza della Conferenza Episcopale Toscana.
"La comunità di Firenze- dichiara Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera- è pronta ad accogliere queste famiglie. Arrivano cariche di ferite che non sono risanabili. È una memoria che si fa impegno, un momento di confronto e di ascolto per ribadire la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime e alla loro straordinaria forza morale. In Italia non c'e' strage di cui si conosca a pieno la verita'. Il 70% dei familiari di vittime di mafia non conosce ancora la verita' "

E sabato 16 marzo appuntamento con la marcia con partenza da Fortezza da Basso e arrivo spazio antistante Stadio Artemio Franchi. Qui sarà allestito un palco dove saranno letti gli oltre 900 nomi di vittime delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere. La piazza si riempirà di fiori colorati di vita, colorati di impegno grazie ai lavori realizzati dagli studenti di tutte le scuole d'Italia in memoria delle vittime. Sui fiori sarà scritto il nome della vittima, una frase, un disegno, per ricordare e far vivere il sacrificio della persona uccisa dalla criminalità mafiosa. Nel pomeriggio si svolgeranno 17 seminari tematici dalla corruzione al doping, dall'intreccio mafia e politica all' ecomafie, dall'educazione ai beni confiscati, dall' informazione all' etica delle professioni. Sono previsti sette spettacoli teatrali.

Libera per la XVIII edizione ha scelto la Toscana, ha scelto Firenze ."Semi di Giustizia, fiori di Corresponsabilità" è lo slogan della manifestazione. Perché Firenze? Le ragioni sono tante. È innanzitutto la città sfregiata dalla strage di via Georgofili, nella notte del 26 e 27 maggio 1993. Vittime del terrorismo mafioso, morirono cinque persone: la famiglia Nencioni al completo, papà Fabrizio e mamma Angela, le figlie Nadia di 9 anni e Caterina di soli 50 giorni. Morì Dario Capolicchio, studente siciliano di architettura trasferitosi in Toscana, amante della montagna e impegnato nella difesa dell'ambiente. Li ricorderemo insieme a tutte le altre vittime innocenti delle mafie, stretti attorno ai loro parenti e famigliari. Firenze è poi la città adottiva del grande Nino Caponnetto - di cui è appena trascorso il decennale della morte - "padre" del pool antimafia di Falcone e Borsellino, ha dato i natali a un altro valoroso magistrato, Pier Luigi Vigna, da poco scomparso, nonché al giudice Gabriele Chelazzi - morto anni fa - che ha lavorato tanto su via dei Georgofili e al quale si devono molti dei risultati dell'inchiesta.

Libera, centomila per le vittime di mafia


La manifestazione parte dalla Fortezza da Basso e finisce allo stadio Franchi


Firenze, 16 marzo 2013 – Centomila nella sfilata promossa da Libera e Avviso Pubblico. C’è chi dice addirittura 150mila. Ognuno in cammino con un fiore di carta colorato per ricordare le vittime di mafia per la diciottesima volta. Volti noti e meno noti si alterneranno nella lettura dei 900 nomi: ci saranno, tra gli altri, la segretaria della Cgil Susanna Camusso, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, ma anche il capo della Dda di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo, il procuratore Giancarlo Caselli e il ct della Nazionale Cesare Prandelli, insieme a tanta gente unita nel no alla mafia. Ieri la prima giornata di raduno.
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«Sarebbe bello che il nuovo Parlamento approvasse una vera legge contro la corruzione, che recuperasse non solo soldi, ma anche la dignità», ha detto il sindaco Matteo Renzi, salutando o i familiari delle vittime della mafia nel salone dei ’500. Spiega don Ciotti che «la scelta ha anche un valore simbolico legato a ciò che evoca il nome di Firenze nella mente e nel cuore degli italiani e del mondo intero. Un luogo che è sinonimo di quel Rinascimento che ha prodotto opere di raro ingegno e bellezza nell’ambito delle arti e della letteratura, della scienza e del pensiero politico: la ‘nostra’ Firenze è appa di un necessario Rinascimento morale, sociale, civile».

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Ma Firenze è anche una vittima della violenza mafiosa: il 27 maggio saranno trascorsi 20 anni dalla strage dei Georgofili. «Che peso hanno i nostri morti?» si legge sul manifesto, raffigurante una bilancia che pende dalla parte di 7 «traditori» contro 5 vittime, dell’Associazione fra i familiari delle vittime della strage ai Georgofili per ventennale dell’attentato. Il manifesto cita il procedimento sulla trattativa Stato-Mafia. I traditori, spiega l’Associazione — «salvati dalle mani della mafia?» — sono gli uomini di Stato minacciati da Cosa nostra prima della strage, che fece 5 morti.
«Questo è un incontro di riflessione, di confronto, trasversale ed ecumenico: qui inizia l’abbraccio che Firenze dà ai familiari delle vittime di mafia — ha detto il fondatore di Libera — Quello di domani non sarà il solito corteo: centomila vengono anche per chiedere che questo paese abbia il coraggio di fare scelte più forti e radicali».

Scadono i mandati parlamentari Arrestati Tedesco e Cosentino


De Gregorio e Nespoli ai domiciliari
L’ex senatore del Pd è accusato nell’ambito dello scandalo Sanità in Puglia. I due deputati Pdl si sono costituiti a Napoli. L’ex Idv a Roma

 
Scaduto il mandato parlamentare, è stato posto agli arresti domiciliari l’ex senatore Alberto Tedesco (gruppo Misto, ex Pd) per associazione per delinquere, concussione, corruzione, falso e turbativa d’asta. I carabinieri hanno eseguito due misure cautelari a carico dell’ex assessore alla sanità pugliese.

Nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta mala gestione della sanità pubblica pugliese, la Procura di Bari aveva chiesto per la prima volta al Senato l’autorizzazione a procedere all’arresto del senatore Alberto Tedesco (all’epoca dei fatti contestati assessore pugliese alla Salute) il 23 febbraio 2011, ma l’istanza fu rigettata da Palazzo Madama il 20 luglio 2011. In quell’ordinanza cautelare si contestavano a Tedesco i reati di concussione, corruzione, turbativa d’asta e falso. Quando, l’8 agosto 2011, il Tribunale del Riesame di Bari accolse l’appello dei pm riconoscendo a carico del senatore anche il reato di associazione per delinquere (non contestato nella prima ordinanza) e la Cassazione confermò la misura cautelare,gli atti furono inviati nuovamente al Senato con una nuova richiesta di arresto. Nel febbraio 2012 arrivò il secondo “no” all’arresto del senatore. L’esecuzione delle due ordinanze è rimasta sospesa fino ad oggi, quando è scaduto il mandato parlamentare di Tedesco.

Nelle stesse ore il deputato uscente del Pdl Nicola Cosentino si è costituito a Napoli, nel carcere di Secondigliano. A suo carico c’erano due ordinanze di custodia cautelare in carcere. L’ormai ex parlamentare, accompagnato dai suoi legali Agostino De Caro e Stefano Montone, è in attesa, all’interno della struttura carceraria, che gli vengano notificate le due ordinanze di custodia cautelare emesse nei suoi confronti negli ultimi anni, l’una per concorso esterno in associazione camorristica, l’altra per corruzione e reimpiego illecito di capitali, aggravati dall’aver agito per agevolare il clan dei casalesi. A notificargli le due misure saranno rispettivamente i carabinieri di Caserta, delegati dal pm Alessandro Milita, e gli uomini della Dia, delegati dal pm Antonello Ardituro.

Intanto la Guardia di Finanza ha notificato all’ex senatore del Pdl, Sergio De Gregorio, un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. L’ex onorevole ha eletto domicilio nella sua abitazione romana. L’ex senatore dell’Idv poi passato con il Pdl è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato, trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, emissioni e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, violazione della legge fallimentare per aver ottenuto indebitamente fondi statali per l’editoria che in realtà non erano dovuti.

Nel pomeriggio è toccato infine all’ex parlamentare del Pdl Vincenzo Nespoli, sindaco di Afragola (Napoli), che si è consegnato nella caserma della guardia di finanza del Nucleo di Polizia Tributaria. Nespoli - accusato di riciclaggio e bancarotta per la vicenda del fallimento della società “La Gazzella”, specializzata in vigilanza privata - sarà poi condotto nella sua abitazione di Afragola agli arresti domiciliari.

Oltre sette chili di marijuana in auto: un arresto e una denuncia

Giuseppe Zappalà, 38 anni di Catania, è stato bloccato al termine di un breve inseguimento lungo la statale 114 conclusosi all'altezza del bivio per Marina di Lentini

 
SIRACUSA. Giuseppe Zappalà, 38 anni di Catania è stato arrestato ieri sera dalla Polizia Stradale di Siracusa perché sorpreso a trasportare su un'auto 7,5 chili di marijuana. L'auto sulla quale viaggiava in direzione di Catania, una Renault "Twingo", è stata bloccata al termine di un breve inseguimento lungo la vecchia Strada Statale 114 conclusosi all'altezza del bivio per Marina di Lentini.

La droga è stata trovata nel bagagliaio dell'auto, nascosta dentro un sacco in plastica per i rifiuti. Accertamenti disposti subito dopo larresto hanno portato ad alcune perquisizioni a Catania e alla denuncia per favoreggiamento di un uomo di 30 anni che avrebbe dato la sua auto a Zappalà per trasportare la droga.

"Dipendenti assenteisti al comune di Maletto": 14 indagati

Le indagini, coordinate dalla Procura di Catania, sono state condotte da militari dell'Arma e della guardia di finanza di Bronte tra il 2010 e il 2011 con pedinamenti e il supporto di telecamere nascoste

MALETTO. Informazioni di garanzia che ipotizzano il reato di truffa aggravata nei confronti del Comune di Maletto sono stati consegnati a 14 dipendenti dell'Ente, accusati di assenteismo, da carabinieri della compagnia di Randazzo. Le indagini, coordinate dalla Procura di Catania, sono state condotte da militari dell'Arma e della guardia di finanza di Bronte tra il 2010 e il 2011 con pedinamenti e il supporto di telecamere nascoste. Secondo l'accusa, gli indagati trascorrevano le ore d'ufficio nelle rispettive abitazioni, nei fondi agricoli di proprietà e a fare la spesa. In alcuni casi qualcuno si è limitato ad accompagnare i figli a scuola.
I controlli delle assenze hanno evidenziato la mancata registrazione della sospensione dell'orario di lavoro da parte degli impiegati che risultavano regolarmente in servizio nonostante l'assenza dal lavoro. È stata accertata, inoltre, la complicità di alcuni colleghi che si occupavano di 'passarè il badge registrando l'uscita dell'assenteista al termine dell'orario lavorativo, sebbene quest'ultimo non avesse mai fatto rientro in ufficio.

Spaccio di hashish: arresti tra Caltabellotta, Sciacca e Palermo

Sei provvedimenti restrittivi con l'accusa di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio sono stati eseguiti dai carabinieri nei confronti di una rete di spacciatori di hashish

AGRIGENTO. Sei provvedimenti restrittivi con l'accusa di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio sono stati eseguiti dai carabinieri nei confronti di altrettante persone che avrebbero fatto parte di una rete di spacciatori di hashish, senza però vincoli associativi, che operava a Caltabellotta, in provincia di Agrigento.

Gli arresti sono stati compiuti a Caltabellotta, Sciacca e Palermo. Gli arrestati sono Demetrio Primo, di 38 anni. Agli arresti domiciliari sono stati posti Alessandro Conoscenti, di 20 e Giovanni Tresa. Ad altri tre indagati, N.P., di 37 anni, M.G., di 31, e G.B., di 40, è stata notificata la misura cautelare dell'obbligo di dimora a Caltabellotta.

Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono stata emesse dal gip del tribunale di Sciacca al termine di indagini, cominciate nel 2010, che hanno preso spunto dall'inchiesta antidroga denominata "San Michele", che nel luglio del 2012 aveva portato a 10 arresti fra Sciacca e
Palermo

martedì 12 marzo 2013

Corruzione sugli appalti per la Sanità


Perquisizioni e arresti in Lombardia

Blitz all’alba della Dia tra imprese e strutture ospedaliere: nel mirino
contratti per la vendita dei materiali fermato l’ex direttore della Padania

 
Sette arresti e una ventina di indagati tra imprenditori e pubblici funzionari per presunte tangenti che sarebbero state pagate nell’ambito della sanità lombarda. Tra gli arrestati ci sono anche il giornalista Leonardo Boriani, ex direttore de ’La Padania’ e l’ex consigliere regionale della Lombardia Massimo Guarischi. Questo il bilancio di un’inchiesta coordinata dai Pm milanesi Claudio Gittardi (Dda) e Antonio D’Alessio e condotta dalla Dia di Milano. L’inchiesta è nata dagli sviluppi delle indagini sull’ex direttore sanitario della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, arrestato nell’ambito dell’operazione “Infinito” contro le locali di ’ndrangheta in Lombardia.

Da quanto è possibile apprendere ci sarebbero anche tre imprenditori vicini alla famiglia Lo Presti, titolare della Hermex Italia, azienda specializzata in forniture ospedaliere con sede a Cinisello Balsamo (Milano). Le strutture sanitarie al centro dell’indagine sono l’ospedale San Paolo di Milano, l’Istituto dei tumori e l’Asl di Cremona.
Sono in corso in diverse regioni italiane e all’estero 54 perquisizione presso abitazioni, imprese e strutture sanitarie.

Imprenditore denuncia pizzo e aggressioni: 7 arresti


Operazione dei carabinieri a Paternò. Le indagini avviate dopo il racconto della vittima, impegnata nel campo dell’edilizia, e più volte minacciato. Nel mirino presunti affiliati del clan Santapaola-Ercolano


CATANIA. Sette persone accusate di estorsione aggravata dall'aver favorito la mafia sono state fermate dai carabinieri a Paternò, su disposizione della Dda della Procura di Catania. Le indagini sono state avviate dopo la denuncia di un imprenditore edile, vittima del racket dal 2002, che è stato minacciato e aggredito. I fermi sono stati eseguiti dai carabinieri del comando provinciale di Catania nel capoluogo etneo e a Paternò. Il provvedimento, emesso dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica di Catania, ipotizza il reato di estorsione continuata, commessa ai danni di un imprenditore edile, aggravata dall'aver agito in nome del clan mafioso Santapaola-Ercolano.
L'attività d'indagine è stata avviata solo pochi giorni fa, quando alcuni degli indagati hanno fisicamente aggredito l'imprenditore, risultato vittima dal 2002 di richieste di pizzo da parte della cosca. I primi accertamenti, che hanno condotto all'emissione del provvedimento restrittivo, hanno consentito di delineare le modalità secondo cui due distinti gruppi criminali, entrambi riconducibili alla famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano, hanno costretto nel tempo la vittima a pagare tangenti in forme diverse, compresi "regali per festività natalizie e pasquali".
 

Agguato a Vizzini, ucciso un allevatore e ferito il figlio

Potrebbe essere legato all'attività della vittima l'omicidio di Signorino Foti, di 55 anni. A sparare, mentre tornavano a casa in auto dal lavoro, un uomo armato di fucile caricato a pallettoni
 

VIZZINI. Potrebbe essere legato all'attività della vittima l'agguato nelle campagne di Vizzini, nel Catanese, in cui è stato ucciso un allevatore di bovini di 55 anni, Signorino Foti, e ferito a una gamba un suo figlio di 20 anni. A sparare, mentre tornavano a casa in auto dal lavoro, un uomo armato di fucile caricato a pallettoni. Foti, centrato alle spalle, è morto sul colpo, suo figlio è stato ricoverato nell'ospedale di Lentini dove è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico, e non è stato ancora possibile interrogarlo. Sull'agguato indagano i carabinieri del reparto operativo di Catania coordinati dal procuratore capo di Caltagirone Francesco Paolo Giordano.

Riciclaggio di auto, in manette due funzionari della Motorizzazione


Al centro delle indagini la pratica della cosiddetta nazionalizzazione delle vetture estere attuata attraverso la falsificazione dei documenti di provenienza. A Palermo notificate cinque misure cautelari, di cui due nei confronti di funzionari della Motorizzazione. Colpiti dai provvedimenti anche i titolari di due grosse agenzie di disbrigo pratiche automobilistiche

 
PALERMO. Vasta operazione contro il riciclaggio di autovetture estere di grossa cilindrata, condotta dal personale della polizia stradale di Palermo, Bologna e Roma. Gli agenti, su delega del gip di Ancona, eseguono 12 ordinanze di applicazione di misure cautelari su tutto il territorio nazionale. Al centro delle indagini la pratica della cosiddetta nazionalizzazione delle vetture estere attuata attraverso la falsificazione dei documenti di provenienza.
Le indagini, avviate autonomamente dai compartimenti di Palermo e Bologna, sono confluite entrambe in unico procedimento penale coordinato dalla Procura di Ancona. Nel capoluogo siciliano sono state notificate cinque misure cautelari, di cui due nei confronti di funzionari della motorizzazione. Colpiti dai provvedimenti anche i titolari di due grosse agenzie di disbrigo pratiche automobilistiche di Palermo e Roma.
Nell'ambito della stessa indagine sono state denunciate altre 67 persone a piede libero, coinvolte a vario titolo nel traffico. Complessivamente sono 106 i veicoli di provenienza illecita. Sono in corso anche perquisizioni domiciliari e locali.

Mafia, blitz alla Noce: sette arresti


È il prosieguo dell’operazione "Atropos" che il 23 ottobre scorso portò in carcere 41 presunti affiliati al mandamento mafioso del quartiere. In particolare è stata accertata l’esistenza di un'organizzazione che gestiva il traffico e lo spaccio all'ingrosso di cocaina

PALERMO. Operazione antidroga condotta dalla Squadra Mobile a Palermo. Previste sette ordinanze di custodia cautelare, a carico di presunti esponenti mafiosi, ritenuti vicini al mandamento della Noce, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso e di numerosi episodi di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti nell’interesse di Cosa Nostra.
L’indagine costituisce il prosieguo dell’operazione denominata in codice "Atropos" che il 23 ottobre scorso portò all'arresto di 41 presunti affiliati al mandamento mafioso della Noce. Grazie a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, gli investigatori sono riusciti a risalire agli altri appartenenti al clan e a delinearne il ruolo. In particolare è stata accertata l’esistenza di un'organizzazione che gestiva il traffico e lo spaccio all'ingrosso di cocaina.
Gli arrestati, oltre a rispondere di associazione mafiosa, sono accusati di aver effettuato molteplici incontri con esponenti di spicco di Cosa Nostra e di essersi messi a totale disposizione dell’organizzazione impegnandosi, tra l’altro, al sostentamento dei familiari dei detenuti e a riscuotere il provento delle estorsioni.

MOGLI BOSS LAMENTANO CALO AFFARI. Gli affari non vanno bene dentro Cosa nostra, che non riesce a fare fronte alle richieste delle famiglie dei picciotti finiti in carcere. E' quanto si evince dalle intercettazioni delle mogli dei boss finiti in carcere nel blitz che a ottobre scorso che aveva decapitato il clan della Noce. Allora nell'operazione "Atropos" della Squadra mobile, erano stati 41 gli arresti. La scorsa notte altri 6 (uno è riuscito a sfuggire al blitz) e tra questi Renzo Lo Nigro, 41 anni, ritenuto il nuovo capo di Cosa nostra alla Noce, nominato sul campo dopo gli arresti di ottobre. Nel corso dell'inchiesta emerge che Lo Nigro era pressato dalle richieste di soldi da parte delle mogli dei boss rimaste senza sostentamento. La cassa di Cosa nostra, nonostante l'azione di questi mesi, tra rapine e richieste di pizzo a tappeto, non è più florida come un tempo. Anche perché gli arresti di ottobre e le indagini coordinate dai sostituti procuratori Francesco Del Bene, Lia Sava e Gianluca De Leo avevano dato fiducia ai commercianti. Alcuni di loro avevano rifiutato le richieste di pizzo. Nel corso delle intercettazioni più volte sono state registrate le lamentele delle mogli rimaste senza soldi per alcuni mesi. Con Lo Nigro sono stati arrestati Girolamo Albanese e Mario Di Cristina, stretti collaboratori. Tre sono accusati di un traffico di droga: Vincenzo Cosenza, Alessandro Longo, Giorgio Stassi. Un quarto è ricercato. In regime di spending review, Cosa nostra ha cambiato strategia: ha deciso di occuparsi direttamente del traffico di droga. Il nuovo business è la cocaina, ormai richiesta da tantissimi. I boss della Noce la vendevano a 55-60 euro a grammo.

Da Milano un nuovo blitz contro le cosche


Maxi operazione con arresti in tutta Italia

I carabinieri di Monza stanno eseguendo in varie provincie della Lombardia, a Pescara e a Reggio Calabria, ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei componenti un gruppo dedito al traffico ed alla detenzione illeciti di sostanze stupefacenti. L'inchiesta, coordinata dalla Dda di Milano, segue l'operazione "Infinito"

MILANO - Sono 11 gli arresti compiuti dai carabinieri nelle province di Monza, Milano, Cremona, Reggio Calabria e Pescara. I militari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’ufficio del gip del Tribunale di Milano, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 12 persone (una risulta allo stato irreperibile) indagate a vario titolo per traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Inoltre, è stato eseguito un sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore complessivo di mezzo milione di euro, ritenuti frutto di attività illecite e riconducibili a uno degli arrestati.
L'indagine, che costituisce parte integrante di quella convenzionalmente denominata 'Infinito', concerne l’aspetto relativo al traffico di sostanze stupefacenti e ha consentito di trarre in arresto numerosi soggetti in flagranza di reato, di denunciarne altri 41 in stato di libertà e di sequestrare ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo ecstasy, cocaina e hashish. Infine è stata comprovata l’illecita e autonoma attività svolta dagli indagati, quali fornitori acquirenti dei destinatari di precedenti misure cautelari in carcere, emesse il 5 e 6 luglio 2010 nei confronti di 152 indagati per i reati di associazione di tipo mafioso, omicidio, usura, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti.

Omicidio nelle campagne di Rizziconi, ucciso un uomo


La vittima è spirata nell'ospedale di Gioia Tauro

Francesco Raso, 55 anni, è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco in una zona di campagna. Non è morto subito, ma è stato soccorso e trasportato in ospedale, dove però è spirato poco dopo. Sul delitto indagano i carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro che hanno avviato una serie di riscontri

RIZZICONI (Reggio Calabria) - E' un uomo di 55 anni, Francesco Raso, la vittima dell'omicidio compiuto oggi pomeriggio a Rizziconi. La vittima e' stata uccisa a colpi d'arma da fuoco in un agguato nella piana di Gioia Tauro, in una zona di campagna. L'uomo e' stato ferito gravemente ed e' deceduto all'ospedale di Gioia Tauro, dove è stato trasportato per i soccorsi. Sull'omicidio indagano i carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, diretta dal capitano Francesco Cinnirella.
Secondo una prima ipotesi l’uomo potrebbe essere stato ucciso al culmine di una lite, forse legata a problemi di pascolo o di altra natura, comunque legati al mondo dell’agricoltura, visto che l'uomo era un bracciante agricolo ed aveva appena finito di lavorare nei campi. Il delitto è avvenuto in contrada «Venarella», in via Santa Maria superiore, in una zona di aperta campagna dle comune di Rizziconi. Gli inquirenti, che non escludono al momento alcuna pista, in considerazione anche del fatto che l’uomo era incensurato e non avrebbe avuto legami con ambienti della criminalità, ipotizzano come movente quello della lite finita tragicamente. Raso, che aveva appena finito di lavorare in un appezzamento di terreno di sua proprietà, è stato raggiunto da almeno tre colpi di pistola calibro nove che lo hanno raggiunto al torace. Soccorso da alcuni vicini che avevano sentito i colpi di arma da fuoco, il bracciante è stato portato in ospedale. I carabinieri stanno sentendo parenti ed amici della vittima per acquisire ogni elemento utile a fare luce sul delitto. In particolare, si sta cercando di capire se l'uomo, che prestava la propria opera come bracciante agricolo o come muratore, anche in passato avesse avuto discussioni per problemi legati al pascolo abusivo, per il quale avrebbe subito danni. O se fosse rimasto coinvolto in vicende legate alla conduzione del terreno agricolo di cui era proprietario.

Arrestato a Torino il latitante Vincenzo Femia


Era ricercato da due anni per traffico di droga

 
Il latitante Vincenzo Femia è stato arrestato a Susa in provincia di Torino. L'uomo era ricercato da due anni con l'accusa di detenzione e traffico di stupefacenti nell'ambito della maxi inchiesta contro la 'ndrangheta Minotauro che venne svolta in collaborazione tra gli inquirenti del Piemonte e i colleghi calabresi

TORINO - I carabinieri della Compagnia di Susa (Torino) hanno arrestato Vincenzo Femia, 40 anni, ricercato da due anni per detenzione e traffico di droga. Il provvedimento rientra nella maxi-inchiesta Minotauro che aveva portato all’arresto di 149 affiliati alla 'ndrangheta nel giugno 2011. L'uomo si nascondeva in provincia di Torino. I militari hanno individuato l’uomo di fiducia del latitante che gli portava la spesa e gli movimentava i pizzini con cui comunicava con i familiari. Sono stati i pizzini ai familiari e la spesa, che un suo fidato staffettista gli consegnava ogni giorno, a incastrare Vincenzo Femia. I carabinieri del Comando provinciale di Torino lo hanno arrestato dopo un appostamento di oltre un mese. A far scattare l’operazione dei militari dell’Arma sono state le segnalazioni di alcuni abitanti di Chianocco (Torino), insospettiti dalla presenza di quell'uomo, Gino Agostino di 43 anni, che andava e veniva da una casa apparentemente disabitata. Gli accertamenti nei suoi confronti hanno fatto emergere collegamenti con la criminalità organizzata. Da quel momento, i carabinieri non hanno più tolto gli occhi dal covo del latitante, controllato anche con telecamere. L’arresto, reso noto soltanto oggi, lo scorso 8 marzo, quando sentendosi ormai sicuro, Femia ha deciso di uscire di casa. Nell’abitazione sono state sequestrate due pistole, una Beretta e una Smith&Wesson. Una delle due aveva il colpo in canna.

sabato 9 marzo 2013

Onore e Memoria ai fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte.


DALLA PARTE DELLA LEGALITA'

“Memoria, Impegno, Testimonianza”  (le storie di un’Italia che non si rassegna)

La lotta alla mafia è una cosa che riguarda solo il Sud d'Italia? Oppure c'è bisogno di sorveglianza, presidio e azione anche nel "nostro" Nord, colpito dalla crisi ma storicamente più ricco del Meridione?
Mercoledì 6 /7/8/ marzo 2013 .


Siamo orgogliosi di avere con noi Angelo Vaccaro Notte  vittima di mafia e testimone di giustizia. Grazie alla sua preziosa collaborazione gli esecutori degli omicidi dei suoi  fratelli  e di tanti altri efferati crimini sono stati catturati, le indagini porteranno  all'arresto di noti boss  mafiosi latitanti, alla scoperta di un traffico di armi e droga, di appalti pilotati e corruzione politica.

Le vittime di mafia sono tante, troppe.

 
Non tutte conosciute. Sappiamo benissimo chi siano Falcone e Borsellino, ma ci sono centinaia, migliaia di altre persone innocenti di cui non conosciamo i nomi, che hanno perso la vita in questa guerra senza vincitori né vinti.
Gente coraggiosa, che ha scelto di battersi apertamente contro la mafia, giudici, giornalisti, avvocati. Ma anche poveri imprenditori, commercianti, contadini. Gente che non ha voluto piegarsi all’estorsione, alla minaccia, al racket. Persino bambini. La mafia non si tira indietro davanti a nulla. Risucchia tutto ciò che incontra sulla propria strada.: l'Italia di oggi vive nell'influenza di poteri criminali, organizzazioni e poteri forti. Di fronte a questo dato di fatto, le uniche forme di resistenza fattive e credibili sembrano essere la cittadinanza attiva e l'"eroismo quotidiano", come quelli praticati dai fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte a cui sono dedicate due giornate . Una storia di coraggio e orgoglio, purtroppo dimenticata o addirittura sconosciuta in questo paese ingrato...
Angelo Vaccaro Notte

Coordina: MARA NIERO, Libera/Presidio Miranese
 

 

Trattativa, tutti gli imputati a processo: lo Stato processerà se stesso

 

Tra il marzo e il maggio del 1992 l’ex ministro Maninno era stato inserito black list di politici stilata da Riina. A far saltare gli equilibri la decisione della Cassazione sul primo maxiprocesso: carcere a vita. S’infrange quel muro d’impunità garantito dalle cointeressenze politiche. È il 30 gennaio del 1992: una data che cambia la storia d’Italia

 

Alla fine lo Stato dovrà processare se stesso. O meglio alcuni suoi esponenti, che insieme ai boss di Cosa Nostra diedero vita ad un’intesa sotterranea nel biennio delle stragi al tritolo che insanguinarono l’Italia. Dopo quattro mesi di udienze preliminari è stata questa la decisione del gup Piergiorgio Morosini che, dopo tre ore di camera di consiglio, ha rinviato a giudizio gli imputati portati alla sbarra dalla procura di Palermo. Le lunghe e complicate indagini della procura di sulla trattativa tra pezzi dello Stato a Cosa Nostra, però, sono state bacchettate dallo stesso Morosini, che al momento di rinviare a giudizio gli imputati, ha letto stranamente le sue personali considerazioni sull’attività investigativa dei pm.

“Il materiale acquisito non è pervenuto al giudice in forma organica per singole posizioni processuali in maniera intellegibile” ha detto il giudice, puntando quindi il dito sulla memoria che i pm hanno prodotto all’inizio dell’udienza preliminare. “La memoria che è stata prodotta il 5 novembre dalla Procura non affronta il tema delle fonti di prova” ha sottolineato Morosini, che per fare ordine tra l’enorme mole di documenti ha emesso un decreto di scomposizione dei fatti e indicazione analitica delle fonti di prova. Il giudice aveva allungato l’udienza preliminare chiedendo che fossero sentiti altri testimoni non indicati dalle parti, come l’ex direttore della Dia Gianni De Gennaro, che sarebbe stato calunniato da Massimo Ciancimino, e l’ex avanguardista ed esperto di opere d’arte Paolo Bellini, al centro di una trattativa parallela che prese vita nel 1993, che prevedeva la restituzione di opere d’arte trafugate da parte di Cosa Nostra.

L’ora X della prima udienza del processo più importante degli ultimi anni è fissata per il prossimo 27 maggio nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. È lì che saranno processati i dieci presunti attori del patto sotterraneo che portò lo Stato a sedersi allo stesso tavolo di Cosa Nostra. Alla sbarra ci saranno i boss i mafiosi Salvatore Riina, Antonino Cina’, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Massimo Ciancimino, gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Dovranno rispondere del reato sancito dall’articolo 338 del codice penale, ovvero violenza o minaccia al corpo politico dello Stato, con l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito Cosa nostra.

Massimo Ciancimino, uno dei principali testimoni dell’accusa, sarà processato invece per concorso esterno in associazione mafiosa, dato che è stato il “postino” del papello con le richieste di Riina allo Stato, e per calunnia nei confronti di De Gennaro. Mancino, invece, è imputato per falsa testimonianza: per la procura avrebbe mentito sui reali motivi che lo portarono al Viminale in successione di Vincenzo Scotti nel giugno del 1992. È in quel periodo che iniziano i primi incontri tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino, che a sua volta si interfacciava con Bernardo Provenzano.
La posizione del “ragioniere” di Cosa Nostra, principale protagonista del patto tra Stato e mafia, è stata stralciata nei giorni scorsi da Morosini: Provenzano sarebbe infatti incapace di intendere e di stare quindi coscientemente in giudizio. Ha scelto invece il rito abbreviato un altro imputato importante del procedimento: l’ex ministro democristiano Calogero Mannino ha infatti optato per il rito abbreviato e il suo processo inizierà a fine mese. Per la procura di Palermo sarebbe stato Mannino l’uomo che, per salvarsi la vita, diede il primo input ad aprire un contatto con Cosa Nostra. Tra il marzo e il maggio del 1992 – come ha raccontato anche Brusca – l’ex ministro era stato inserito black list di politici stilata da Riina. Politici che dovevano essere puniti con la morte dopo che non avevano mantenuto le promesse fatte in passato. A far saltare gli equilibri è infatti la decisione della corte di Cassazione che conferma la sentenza del primo maxiprocesso contro Cosa nostra. Per la prima volta la cupola mafiosa viene condannata all’ergastolo, al carcere a vita: s’infrange quel muro d’impunità garantito dalle cointeressenze politiche per mezzo secolo. È il 30 gennaio del 1992: una data che cambia, per sempre, la storia d’Italia.

mercoledì 6 marzo 2013

Caserta, processo «divise sporche»


Otto condanne tra i carabinieri


Caserta - Si è concluso con 8 condanne ed un'assoluzione al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il processo "Divise sporche" a carico di ufficiali e sottufficiali dei carabinieri ed altri imputati per estorsione, falso in atto pubblico e corruzione.

Il collegio, presieduto da Pierluigi Picardi ha condannato a 8 anni di carcere l'ex comandante della Compagnia carabinieri di Santa Maria Capua Vetere Andrea Policastro; a 12 anni e sei mesi l'ex maresciallo Pietro Gesmundo, a 6 anni e mezzo l'altro militare Giuseppe Ferraro; assoluzione piena, invece, per l'appuntato Michele Pescatore.

Il procedimento scaturì dalle indagini effettuate dopo le richieste di pizzo avanzate ai titolari del centro di telefonia "Future game" di San Tammaro in provincia di Caserta ed al titolare della fabbrica di materassi Pietro Russo, oggi presidente dell'Associazione Antiracket. Nel 2005 Russo si recò in caserma per denunciare gli estorsori della camorra, ai quali avrebbe pagato dal dicembre 2002 a Pasqua 2005 tre rate annue da 1.500 euro ma - secondo l'accusa sostenuta dal pm Silvio Marco Guarriello - si sentì rispondere dall'allora tenente Andrea Policastro «Paghi, per quieto vivere».

L'ufficiale, nato a Nola, fu dopo qualche tempo arrestato e sospeso dal servizio. Determinanti si sono rivelate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, uno dei quali, Michele Froncillo, dissociatosi dal clan Belforte di Marcianise, è stato condannato questa mattina a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Tra i condannati anche Tommaso Moretta, gestore di un albergo a Marcianise, che secondo l'accusa avrebbe chiesto a Policastro di fermare le ispezioni dei Nas nel suo hotel.

Delitto Sarah Scazzi


Chiesto l'ergastolo per Sabrina e Cosima 9 anni per zio Michele


TARANTO – Ergastolo: la parola, pesantissima, è risuonata in aula alle 18.15, pronunciata dal pm Mariano Buccoliero. Il volto di Cosima Serrano ha mostrato un attimo di turbamento per poi rimanere impassibile, sua figlia Sabrina Misseri è invece scoppiata in lacrime mentre il rappresentante della pubblica accusa proseguiva con le richieste di condanna per i nove imputati davanti alla Corte di Assise.

Anche se quello della quindicenne Sarah Scazzi, strangolata e gettata in un pozzo il 26 agosto 2010, fu un omicidio scaturito da “scatto d’ira”, come hanno detto gli stessi pm, e non premeditato, la Procura ha chiesto il massimo della pena. “Con serenità, ma anche con un pizzico di amarezza” ha aggiunto il pm, perchè i Misseri avrebbero pensato a salvare la famiglia “pur con un cadavere tra i piedi, anzi sotto i piedi”. E poi i pm hanno chiesto alla Corte di mettere in conto “la gravità dei reati commessi perchè Sarah è stata uccisa in lacrime, per il comportamento nel corso delle indagini, l’ostinatezza che hanno manifestato anche nel dibattimento”.
Dunque, è il carcere a vita la condanna chiesta dalla Procura per Sabrina e Cosima, con una serie di pene accessorie, anche queste pesantissime.

Nove anni di reclusione la pena richiesta per Michele Misseri, rimasto impassibile in aula, che avrebbe 'solò soppresso il cadavere gettandolo nel pozzo di contrada Mosca, anche se lui da due anni continua a dire di essere l’unico responsabile del delitto.

“Nessuna sorpresa. Avevo preparato Sabrina – ha commentato l'avv. Nicola Marsegna. che insieme a Franco Coppi difende la ragazza – a questo epilogo processuale, almeno ci auguriamo solo nelle richieste della pubblica accusa. Glielo avevo detto già da qualche udienza. D’altra parte la discussione prolungata dei pubblici ministeri lasciava presagire questa richiesta”.

Otto anni di reclusione a testa sono stati chiesti per Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele, che per l’accusa avrebbero aiutato quest’ultimo a nascondere il corpo di Sarah. E ancora, tre anni a testa sono stati chiesti per i presunti favoreggiatori Antonio Colazzo, Giuseppe Nigro e Cosima Prudenzano; tre anni e sei mesi, con interdizione dalla professione per lo stesso periodo, è la condanna chiesta per l'avvocato Vito Russo, ex difensore di Sabrina Misseri, che risponde di intralcio alla giustizia e favoreggiamento personale. La Procura ha chiesto anche alla Corte la trasmissione al proprio ufficio delle deposizioni di otto testimoni. Se la richiesta sarà accolta, tutti rischiano l'incriminazione per falsa testimonianza.

Un omicidio “per motivi abietti”, ha sottolineato il procuratore aggiunto Pietro Argentino nell’ultima parte della requisitoria prima delle richieste di condanna. Tanto che la Procura ha inteso unificare le imputazioni di omicidio volontario e di sequestro di persona, qualificandole come 'reato complessò. “E' stato il processo delle menzogne ed è anche giusto che coloro che hanno detto tutte queste menzogne paghino per quello che hanno detto”, ha detto Concetta Serrano, madre di Sarah, commentando le richieste della Procura per l’omicidio della figlia quindicenne. “Mi aspettavo una richiesta del genere – ha aggiunto – chi uccide una persona merita l'ergastolo. Non hanno avuto pietà per una bambina che stava anche piangendo. Ho visto Cosima e Sabrina indispettite, indifferenti, con lo sguardo duro, come se la colpa fosse solo di Sarah e loro non c'entrassero nulla. Sabrina è scoppiata in lacrime? Non l’ho vista, stavo dietro”.

Lunedì 11 marzo si proseguirà con gli interventi degli avvocati di parte civile. La sentenza potrebbe arrivare per la metà di aprile. Ma la ferita di una famiglia, e di un paese che non ha comunque 'brillatò per genuinità nel corso delle indagini, non potrà mai essere rimarginata.

CONCETTA: E' STATO IL PROCESSO DELLE MENZOGNE - «E' stato il processo delle menzogne ed è anche giusto che coloro che hanno detto tutte queste menzogne paghino per quello che hanno detto». Lo ha detto Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, commentando le richieste della Procura per l’omicidio della figlia quindicenne.

«Mi aspettavo una richiesta del genere – ha aggiunto – chi uccide una persona merita l’ergastolo. Non hanno avuto pietà per una bambina che stava anche piangendo. Ho visto Cosima e Sabrina indispettite, indifferenti, con lo sguardo duro, come se la colpa fosse solo di Sarah e loro non c'entrassero nulla. Sabrina è scoppiata in lacrime? Non l’ho vista, stavo dietro».

martedì 5 marzo 2013

Napoli, pregiudicato ucciso dai sicari


68enne freddato mentre è in auto


NAPOLI - Un pregiudicato, Francesco Chierchia, di 68 anni, è stato ucciso in mattinata mentre si trovava in auto e stava percorrendo via Vittorio Veneto, nel centro di Torre Annunziata. I sicari, a bordo di una moto, lo hanno affiancato e ucciso con alcuni colpi di pistola. Sta svolgendo indagini il commissariato di Torre Annunziata. Secondo quanto si è appreso da fonti della Questura, Chierchia era ritenuto vicino al clan Gionta, storica cosca di Torre Annunziata.

Contro Francesco Chierchia sono stati esplosi almeno dodici colpi di arma da fuoco. È quanto hanno rilevato gli agenti del locale commissariato nella zona dove è avvenuta l'esecuzione di camorra, in via Vittorio Veneto, una delle più centrali e trafficate della città. Secondo quanto si apprende, l'uomo sarebbe stato inseguito dai killer (con ogni probabilità almeno due persone che avrebbero agito a bordo di una moto e con il volto coperto dai caschi) per alcune decine di metri mentre era alla guida della sua auto, una Fiat Idea di colore azzurro.

Una raffica di proiettili è stata esplosa contro Chierchia, che è morto all'istante. L'auto ha finito la sua corsa contro un palo dell'illuminazione posto sul marciapiede, a pochi passi da un bar. La zona già a quell'ora è molto frequentata e non si esclude che alcune immagini del raid mortale possano essere state registrate dagli impianti di videosorveglianza privati presenti in zona.

'Ndrangheta, 20 arresti tra cui una persona ritenuta vicino a Ira

Colpo ai clan Morabito e Aquino, 20 arresti
Interessi in mezza Europa, sequestrati 450 mln

Importante operazione della guardia di finanza che è riuscita a ricostruire gli affari delle potenti cosche del reggino, fino a stabilire i legami in diversi stati europei. Riscontrati anche collegamenti con un esponente dell'Ira Irlandese. Tra gli arrestati anche i boss Rocco Morabito, figlio del noto Giuseppe “U Tiradrittu”, e Rocco Aquino
 
di GIUSEPPE BALDESSARRO

LOCRI (Reggio Calabria) - Gli uomini del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria, del Scico di Roma e del Gruppo di Locri, dalle prime ore della mattinata, stanno dando esecuzione ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere, nei confronti di 20 soggetti ritenuti legati alle potenti cosche Morabito ed Aquino, operanti nella fascia jonica della provincia di Reggio Calabria. Contemporaneamente si sta provvedendo ad eseguire un maxi sequestro di beni mobili, immobili, società commerciali e villaggi turistici per un valore di circa 450 milioni di euro. In manette è finito anche Francesco Sculli, padre del calciatore Giuseppe, attaccante della Lazio in prestito al Pescara.
Tra gli arrestati i boss Rocco Morabito, figlio del più noto Giuseppe “U Tiradrittu” e Rocco Aquino, nonché imprenditori reggini, campani e spagnoli ed un soggetto legato all’Ira Irlandese a cui vengono contestati i reati di per associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e reimpiego di capitali. Coinvolti anche tecnici comunali e professionisti. Contestualmente, sono in corso oltre 60 perquisizioni in Calabria, Sicilia, Campania, Lazio, Inghilterra e Spagna.
 
LE INDAGINI. Le indagini hanno consentito di accertare come le cosche Morabito ed Aquino, attraverso un’articolata e complessa rete di società italiane ed estere, fossero riuscite a garantirsi, con la forza dell’intimidazione mafiosa, la gestione, il controllo e la realizzazione di decine di importanti e noti complessi immobiliari turistico-residenziali, ubicati nelle più belle aree balneari della regione Calabria. In particolare, partendo da un “controllo passeggeri”, effettuato nel 2008 da un Reparto del Corpo di Bari, che lasciava ipotizzare un coinvolgimento di soggetti legati alla ‘ndrangheta nella costruzione di un complesso turistico-alberghiero, riconducibile alla Metropolis 2007 S.r.l., veniva ampliato lo spettro investigativo alla gestione di numerosi complessi turistico-residenziali in Calabria, arrivando a dimostrare un intreccio trasversale di interessi tra le potenti famiglie di ‘ndrangheta Morabito e Aquino ed importanti imprenditori spagnoli. Lo sviluppo delle indagini - effettuato principalmente con articolate attività tecniche - consentiva di ricostruire i ramificati investimenti nel settore turistico da parte di soggetti calabresi e spagnoli, a loro volta in affari con esponenti di vertice della ‘ndrangheta della Jonica, i quali – in definitiva – sono risultati essere i veri artefici e promotori dell’incredibile business. Nel dettaglio, si è accertato che, a partire dal 2005, è stata creata una vera e propria “joint-ventures” tra esponenti della criminalità organizzata calabrese ed imprenditori spagnoli, che ha dato vita ad un articolato intreccio di società, italiane e straniere, finalizzato alla realizzazione di complessi immobiliari destinati al settore turistico-residenziale. Nel ricostruire la “Filieria societaria italo-spagnola”, è emerso che gli investimenti milionari erano il frutto della specifica volontà delle due ‘ndrine, le quali – attraverso l’indiscusso potere sul territorio – avevano sostanzialmente monopolizzato tale settore, potendo contare anche sulla totale “disponibilità” di infedeli funzionari comunali. In pratica, tutti gli investimenti individuati fanno capo ad un “Centro d’interesse occulto”, ben organizzato e collegato, che ha consentito di dare al fenomeno una chiave di lettura unitaria e verticistica, permettendo, nel contempo, di accertare le responsabilità penali dei singoli. In tale contesto, gli esponenti di vertice coinvolti sono l’espressione delle cosche che governano il territorio ionico, ancorché gli investimenti abbiano riguardato anche altre parti del territorio calabrese e, specificatamente, la provincia di Catanzaro e Vibo Valentia.
 
COLLEGAMENTI CON IRA. Le investigazioni hanno poi consentito di documentare come in tale lucroso affare vi fosse inserito anche un soggetto considerato dagli inquirenti britannici vicino all’I.R.A., l’organizzazione terroristica irlandese, il quale aveva trovato proprio nel rapporto con le organizzazioni criminali calabresi il modo per reimpiegare le ingenti somme di denaro in suo possesso, grazie all’intermediazione di un noto imprenditore campano. 

'NDRANGHETA IMPRENDITRICE. Una “imprenditoria ‘ndranghetista” ed un nuovo modo di “fare mafia”, dove non si spara e non si uccide, ma si creano vincoli di affiliazione derivante da un’unica matrice: il denaro e l’ingiusto arricchimento, con una totale trasposizione delle più bieche e consuetudinarie modalità mafiose - in ciò abilmente “tirate a lucido” dallo schermo fornito da una serie di persone giuridiche - nel mondo dell’imprenditoria e dell’economia legale. In conclusione, l’operazione odierna conferma come le cosche di ‘ndrangheta continuino a conseguire ingiusti ed illeciti profitti e vantaggi, attraverso un controllo, quasi totale, del territorio di competenza e delle relative attività economiche e produttive, ma con una novità in termini di impostazione del rapporto proprio con il territorio: infatti, le investigazioni hanno anche accertato come l’interesse della criminalità organizzata fosse anche quello di creare consenso sociale nell’opinione pubblica, mediante l’assunzione di maestranze locali e la creazione di un indotto commerciale con l’arrivo di stranieri, principali acquirenti degli immobili realizzati, tale da favorire una maggiore accettazione sul territorio della presenza delle organizzazioni criminali. Pertanto, quella che è emersa dalle indagini odierne è l’immagine di una ‘ndrangheta internazionale e moderna, con una struttura articolata e complessa, con un’attitudine colonizzatrice ed espansionistica, in linea con le vere e proprie holding economiche e finanziarie mondiali, che ha raggiunto la massima efficienza operativa anche a livello mondiale e con una leadership conquistata grazie ad una affidabilità personale ed economica ormai consolidatasi nel tempo.

 
 
 

lunedì 4 marzo 2013

Faida di Vibo Valentia, fermato Mancuso


Il boss avrebbe favorito la serie di omicidi




 
Fermato a Nicotera il boss Pantaleone Mancuso, 62 anni, originario di Limbadi e facente parte della omonima 'ndrina di Limbadi. Secondo gli inquirenti avrebbe fornito appoggio per il tentato omicidio e successivamente per l'omicidio di Francesco Scrugli. L'episodio criminale si inserisce all'interno della faida di Vibo Valentia esplosa tra il 2011 e il 2012


VIBO VALENTIA - Fermato nella tarda serata di eri, a Nicotera in provincia di Vibo, il boss Pantaleone Mancuso, 62 anni, pluripregiudicato, ritenuto esponente della famiglia mafiosa di Limbadi. L’operazione è stata condotta dai militari del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia, in collaborazione con quelli della Compagnia di Tropea e dello «Squadrone Eliportato Cacciatori» che hanno rintracciato il boss, sorvegliato speciale, gravemente indiziato dei delitti di omicidio e tentato omicidio aggravati dalle modalità mafiose e lo hanno sottoposto a provvedimento di fermo emesso dalla Procura della Repubblica – Ddda. di Catanzaro. Le indagini hanno consentito di documentare il ruolo di Mancuso nella faida di 'ndrangheta che ha visto contrapposte le fazioni «Patania» e «Petrolo-Bartolotta» di Stefanaconi e la «Società di Piscopio» dell’omonima frazione di Vibo Valentia, con particolare riferimento all’appoggio fornito ai «Patania» per compiere il tentato omicidio del febbraio 2012 ed il successivo omicidio nel marzo dello stesso anno, del pregiudicato vibonese Francesco Scrugli. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che avrà luogo in mattinata presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia.

Investimenti in videopoker e riciclaggio: 19 arresti



Tra affiliati Sacra corona unita


BRINDISI – Riciclaggio, trasferimento all’ estero di capitali ingenti, impiego di denaro dalla provenienza illecita, operazioni che servivano secondo gli investigatori a finanziare l’organizzazione mafiosa Sacra corona unita (Scu), anche attraverso investimenti nel settore della distribuzione dei videpoker e delle scommesse online: sono accuse che vengono contestate a vario titolo a 19 persone, arrestate stamane dalla guardia di finanza nel Brindisino. Sequestrati beni per 19 milioni di euro in applicazione della normativa antimafia.

Tra gli arrestati figura Albino Prudentino, ostunese di 61 anni, ritenuto elemento di rilievo della Scu. Gli arresti sono stati fatti in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare del gip di Lecce: secondo l’accusa, Prudentino si sarebbe avvalso di prestanome, professionisti e società compiacenti a cui era stato demandato il compito di reinvestire i presunti proventi illeciti nell’economia locale.


Prudentino fu arrestato in Albania, dove stava per inaugurare un casinò, nel settembre 2010 per mafia e traffico di sostanze stupefacenti, ed estradato in Italia nel gennaio 2011. Proprio sui suoi presunti affari nel Paese delle Aquile si sono concentrate inizialmente le indagini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, su delega della distrettuale antimafia di Lecce. Con i 19 provvedimenti restrittivi si contesta inoltre la bancarotta fraudolenta e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Insieme con gli arresti è stato disposto un sequestro preventivo, secondo la normativa antimafia, di beni del valore complessivo di 3,6 milioni di euro, fra cui una villa di pregio, terreni edificabili ed autovetture; un sequestro per equivalente, per i reati fiscali, pari a 190.000 euro; un sequestro anticipato, di circa 15 milioni di euro, riguardante quote e compendio aziendale di due imprese attive nella raccolta autorizzata di scommesse e giochi online e distribuzione di videopoker in esercizi pubblici. Tra queste figura una impresa, nota nel settore delle scommesse online, con più di mille centri affiliati sul territorio nazionale, e un volume d’affari superiore a 300 milioni di euro.

Per i periti Provenzano "incapace di partecipare al processo"

Sarebbero gravissime e tali da impedirgli di partecipare all'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia le condizioni mentali del boss ricoverato, dopo un intervento al cervello, nell'ospedale di Parma

 
 
PALERMO. Sarebbero gravissime e tali da impedirgli di partecipare all'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia le condizioni mentali del boss Bernardo Provenzano, ricoverato, dopo un intervento al cervello, nell'ospedale di Parma. È il responso, ancora ufficioso, dei periti incaricati dal Gup Piergiorgio Morosini di accertare se il capomafia sia o meno in grado di partecipare coscientemente all'udienza.
Dopo un primo accertamento, che aveva indotto il giudice a stralciare la posizione del boss da quello degli altri imputati, Provenzano è stato sottoposto oggi a una serie di ulteriori test che ne avrebbero accertato la totale incapacità. La relazione dei periti non è stata ancora depositata. L'udienza era stata rinviata al 5 marzo. Allora il giudice, sulla base della perizia, che per quella data sarà depositata, deciderà se sospendere il procedimento a carico del padrino di Corleone.

venerdì 1 marzo 2013

Rifiuti a Napoli Bassolino e la Iervolino dovranno pagare quasi 6 milioni di euro




La sentenza della Corte dei Conti per danno erariale.«Oltre trecento lavoratori retribuiti e mai impiegati»
 
Ben trecentosessantadue lavoratori dell’Ente di Bacino 5 sono stati pagati dalle amministrazioni del Comune di Napoli senza per questo essere realmente impiegati in attivita’ operative ovvero nella raccolta dei rifiuti. Questo il motivo per cui la Corte dei Conti ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di due ex primi cittadini, Antonio Bassolino e Rosa Iervolino e di altri cinque esponenti di passate giunte comunali fra cui l’ex assessore Ds, poi con ruolo di spicco nel Commissariato Rifiuti, Massimo Paolucci, appena eletto al Parlamento nelle fila del Partito Democratico. La Corte ha emesso in totale sette condanne di restituzione per una cifra complessiva che ammonta a 5.608.935,35 euro.

Nello specifico, Bassolino, Iervolino Russo e Paolucci, con l’ex vicesindaco Riccardo Marone e l’ex assessore Ferdinando Balzamo dovranno risarcire una cifra pari a oltre 560 mila euro ciascuno. Piu’ oneroso il rimborso che la Corte ha comminato ad altri due ex assessori, Ferdinando Di Mezza e Gennaro Mola, pari a un milione e 400mila euro. Secondo la Corte dei Conti l’amministrazione comunale scelse di fondare una societa’ ad hoc per la raccolta dei rifiuti, l’Asia, invece di utilizzare pienamente i 362 lavoratori dell’Ente di bacino 5 che vennero pagati ugualmente nonostante non fossero impiegati.

Bari, violenza sessuale Nuove accuse contro ex primario Ospedaletto



BARI – Nuove denunce di presunte violenze sessuali su adolescenti nei confronti di Dante Galeone, l’ex primario di neurologia dell’ospedale Giovanni XXIII di Bari, agli arresti domiciliari dal 5 febbraio scorso con l’accusa di violenza sessuale aggravata su una paziente minorenne. Le denunce, arrivate in Procura all’indomani dell’arresto, sono state depositate dal pm Chiara Giordano al Tribunale del Riesame in vista dell’udienza fissata per oggi su richiesta della difesa di Galeone, che chiedeva la revoca della misura cautelare.

Udienza che non si è celebrata perchè il legale del medico, l'avvocato Michele Laforgia, ha rinunciato al Riesame.

Le nuove segnalazioni giunte in Procura riguarderebbero casi analoghi a quello che ha portato all’arresto dell’ex primario. La Procura contesta a Galeone di aver abusato di una 16enne, in presenza della madre della ragazzina, nel corso di una visita presso una stanza del suo reparto.

L’episodio si sarebbe verificato nel gennaio scorso. L’inchiesta è partita dopo una segnalazione fatta all’ufficio inquirente dal servizio di psicologia dello stesso ospedale, dopo aver parlato con la minorenne. I nuovi casi riguarderebbero altre pazienti adolescenti delle quali Galeone avrebbe abusato sessualmente durante visite mediche. La Procura sta valutando se chiedere l'incidente probatorio sulle dichiarazioni delle ragazze, presunte vittime degli abusi sessuali del medico.

La prof accusata di truffa


«Cinque milioni di euro? Ne ho spesi molti meno»

BARI - Travolta da un sistema più grande di lei. Prendeva da una parte per coprire falle precedenti. Ma quando ci si mettono di mezzo spese «voluttuarie» e molto, ma molto costose, il gioco è fatto. Ecco come sono spariti oltre cinque milioni di euro, una cifra, però, che la professoressa Caterina Coco contesta.

La docente in materie finanziarie presso l’Università di Bari, in carcere da martedì con l’accusa di esercizio abusivo della professione finanziaria, indagata a piede libero per truffa e falso, ha sostanzialmente ammesso le responsabilità che le vengono addebitate. Lo ha fatto nel corso dell’interrogatorio di garanzia durato circa due ore che si è tenuto ieri mattina nel carcere di Bari, davanti al gip Alessandra Piliego e al pm Giuseppe Dentamaro, con il procuratore aggiunto Anna Maria Tosto, titolare del fascicolo.

La professoressa ha ammesso i rapporti economici con i risparmiatori che poi l’hanno denunciata. Ha spiegato motivi e modalità con cui quei rapporti si sono sviluppati negli anni, indicando anche altre persone che le avevano affidato i propri risparmi e che non figurano nell’elenco delle 22 persone che, di fatto, hanno dato il via all’inchiesta condotta dagli investigatori del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Bari. Ma, soprattutto, la Coco ha ammesso di «aver utilizzato in maniera non congrua» il denaro affidatole, come riferito a margine dell’interrogatorio da uno dei suoi difensori, l’avvocato Maurizio Giannone del Foro di Roma, che ha partecipato all’atto dovuto, insieme con l’avv. Andrea Di Comite.

La donna avrebbe riferito, quindi, di aver usato parte di questi soldi per far fronte agli impegni presi con alcuni risparmiatori e parte per spese personali, soprattutto gioielli, borse costose, ma anche, sembra, vestiti e vacanze

Nuova bufera su Reggio tra "colletti bianchi"


Due avvocati in arresto. Indagato Suraci

Operazione della guardia di finanza che contesta il reato di bancarotta fraudolenta ed estorsione: 12 in tutto le persone coinvolte. Tra esse l’ex consigliere e assessore comunale Suraci, già detenuto per altra causa dallo scorso anno I due legali avrebbero aiutato gli imprenditori a mettere in atto il "piano"


REGGIO CALABRIA - La Guardia di finanza di Reggio Calabria sta eseguendo una misura di custodia cautelare emessa nei confronti di 10 persone accusate, tra l’altro, di bancarotta fraudolenta ed estorsione. Per due avvocati sono stati disposti i domiciliari, secondo l’accusa avrebbero aiutato gli imprenditori a mettere in atto la bancarotta. Tra le persone coinvolte dal provvedimento figura anche l’ex consigliere comunale Dominique Suraci, già detenuto perchè arrestato lo scorso anno.

I NOMI - Oltre a Suraci, l'ordinanza di custodia cautelare riguarda Demetrio Serra, Francesco Creaco, Vincenzo Scarcella, Domenico Chirico, Fortunata Brunella Latella, Gaetano Tomasello, Gabriella Tomasello, Damiano Viglianisi, Antonino Latella. I due avvocati coinvolti sono Giuseppe Grillo e Girolamo Carlo Grillo.
LE ACCUSE - Secondo l’accusa Brunella Fortunata Latella, e il marito Gaetano Tomasello, attraverso due società di capitali formalmente estranee ma che sarebbero a loro riconducibili, avrebbero fatto valere crediti fittizi dinnanzia al Tribunale di Reggio Calabria in sede di concordato preventivo relativo alla Doc Market srl, al fine di ingannare i creditori ammessi alla procedura concorsuale. Sempre secondo l'accusa, la costituzione di 2 Newco sarebbe servita a schermare il mantenimento della gestione di fatto in capo a Brunella Fortunata Latella. Parte delle liquidità sottratte alle imprese sarebbero confluite in un fondo patrimoniale appositamente costituito.
Le indagini dei finanzieri avrebbero permesso di accertare un ruolo attivo di noti professionisti reggini (avvocati e commercialisti) – autori degli «aggiustamenti» legali-contabili che hanno consentito la distrazione del patrimonio societario. Inoltre i finanzieri hanno accertato una vera e propria estorsione ai danni dei dipendenti. L’indagine delle Fiamme Gialle, infatti, è scaturita anche dalle numerose denunce dei lavoratori di alcuni supermercati del capoluogo reggino, presentate la scorsa estate, i quali lamentavano, da alcuni mesi, di non percepire lo stipendio e temevano il licenziamento. I soggetti coinvolti avrebbero costretto i dipendenti a consegnare o rinunciare a una quota dello stipendio mensile risultante dalla busta paga, in misura variabile per ciascuno dai 130 ai 230 euro mensili. L’indagine è stata coordinata dal procuratore facente funzioni Ottavio Sferlazza e dal sostituto Stefano Musolin
I GUAI GIUDIZIARI DI SURACI - Nel corso delle precedenti inchieste che avevano portato al suo arresto, Dominique Suraci è stato descritto dagli inquirenti il referente della cosca Tegano nel settore della grande distribuzione alimentare e l’interlocutore politico del clan.
Suraci era stato eletto nel 2007 con la lista Alleanza per Scopelliti collegata al candidato sindaco - poi eletto - Giuseppe Scopelliti, attuale presidente della Regione Calabria. E nel 2010 Suraci entrò anche nella giunta comunale per pochi mesi: dopo l'elezione alla Regione di Scopelliti, il sindaco facente funzioni - e oggi presidente della Provincia di Reggio - Giuseppe Raffa gli ha assegnato la delega alla Politiche comunitarie e alla cooperazione internazionale. All'epoca Suraci gravitava in quota "Noi Sud", il movimento politico promosso da Elio Belcastro.
Nel ruolo di consigliere comunale, Suraci sempre secondo l'accusa, si sarebbe reso protagonista di un’azione volta a favorire gli interessi criminali del casato di 'ndrangheta, sfruttando il ruolo ricoperto e l’influenza esercitata all’interno di società miste quali la Multiservizi Spa, sciolta di recente per infiltrazioni mafiose. Ora, nei confronti dell'imprenditore ed esponente politico, questo nuovo ciclone giudiziario, che ruota attorno all'accusa di bancarotta fraudolenta ed estorsione.

Mafia, a Cinisi una pompa di benzina dei boss: scatta il sequestro

Dalle indagini è emerso che l'impresa, intestata ad un prestanome, era in realtà nella disponibilità di una persona condannata per mafia e ritenuta vicina all'ex boss, ora pentito, Gaspare Spatuzza. Il valore dell'azienda sequestrata e affidata ad un amministratore giudiziario è di 2 milioni di euro

CINISI. La guardia di finanza di Palermo, su disposizione della Procura, ha sequestrato a Cinisi, in provincia di Palermo, una pompa di benzina, i relativi impianti e il bar annesso. Dalle indagini è emerso che l'impresa, intestata ad un prestanome, era in realtà nella disponibilità di una persona condannata per mafia e ritenuta vicina all'ex boss, ora pentito, Gaspare Spatuzza. Il valore dell'azienda sequestrata e affidata ad un amministratore giudiziario è di 2 milioni di euro. Nell'ambito dell'inchiesta due persone sono indagate per intestazione fittizia di beni aggravata dall'avere agevolato Cosa nostra. La Finanza, che da tempo controlla attività imprenditoriali simili, ha anche smascherato un'organizzazione criminale che «taroccava» i dispositivi di somministrazione delle colonnine degli impianti di carburante in modo da erogare almeno il 10% in meno di prodotto rispetto a quello indicato dal display. Nella stessa indagine - il pm ha chiesto il rinvio a giudizio di 44 persone - era emerso che il sistema del «taroccamento» era stato messo in atto persino all'interno dei depositi dell'Amia, l'ex municipalizzata che gestisce la raccolta dei rifiuti.

Processo immediato per l’ex commissiario dell’Ato 3

Antonio Ruggeri era stato arrestato perché si sarebbe accreditato sul suo conto corrente una liquidazione di 132 mila euro per l'attività svolta sebbene avesse dichiarato di rinunciare ai compensi

MESSINA. Sarà processato il prossimo 6 giugno l’ex commissario liquidatore dell'Ato 3 di Messina Antonio Ruggeri accusato di peculato. Lo ha deciso il gip Salvatore Mastroeni dopo che il pm Liliana Todaro ha chiesto per lui giudizio immediato. Ruggeri era stato arrestato il 22 gennaio scorso dalla polizia perché si sarebbe accreditato sul suo conto corrente una liquidazione di 132 mila euro per l'attività svolta all’Ato 3 dal 2010 al 2012. Ruggeri aveva firmato, al momento dell’insediamento quale commissario liquidatore dell’Ato 3, una dichiarazione con cui s’impegnava a rinunciare ai compensi avendo già accumulato diverse cariche. Ruggeri, infatti, era capo di gabinetto dell'ex sindaco Buzzanca e vice nell'ufficio del soggetto attuatore per la ricostruzione delle zone colpite dall'alluvione del primo ottobre 2009.

Mafia, sequestrati beni da 30 milioni a boss del clan Santapaolo

Operazione della Dia nei confronti di Maurizio Zuccaro, 52 anni, uomo d'onore all'ergastolo, cognato di Vincenzo Santapaola, nipote del boss ergastolano Benedetto. I sequestri riguardano 21 immobili, compreso un complesso residenziale di lusso, tre attività commerciali nel settore della ristorazione e dell'alimentazione, un parco veicoli e numerosi rapporti bancari

CATANIA. Beni per 30 milioni di euro sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia di Catania a Maurizio Zuccaro, 52 anni, cognato di Vincenzo Santapaola, nipote del boss ergastolano Benedetto. Il provvedimento, emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale del capoluogo etneo, riguarda beni sequestrati dalla Dia nel 2010: 21 immobili, compreso un complesso residenziale di lusso, tre attività commerciali nel settore della ristorazione e dell'alimentazione, un parco veicoli e numerosi rapporti bancari. Più volte condannato per associazione mafiosa, Maurizio Zuccaro è stato condannato all'ergastolo, con sentenza definitiva, per omicidio e distruzione di cadavere aggravati dalle modalità mafiose. Uomo d'onore della famiglia Santapaola, Maurizio Zuccaro, attualmente alla detenzione domiciliari per motivi di salute, è figlio di Rosario, boss del rione San Cosimo di Catania, scomparso nel 2005

Foggia, assalto a furgone portavalori rubati 300 chili di oro fuso





FOGGIA - Un assalto a un furgone portavalori è stato messo a segno nel primo pomeriggio, intorno alle 14,30, da un commando armato sulla strada che collega Foggia a Candela. Il mezzo trasportava oro fuso. Il furgone della Securpol.

Partito dal capoluogo dauno e diretto a Napoli, è stato affiancato, all'altezza del bivio per Ascoli Satriano, da due auto di grossa cilindrata. Un commando, formato da almeno otto persone armate di kalashnikov, ha speronato il blindato, che si è ribaltato finendo di lato sull'asfalto. Il bottino dell'assalto ammonta a circa 300 mila euro.