sabato 16 febbraio 2013

Guerra di mafia, dieci arresti dopo 22 anni

Tutti ritenuti a vario titolo esecutori e mandati dell'assassinio di Roberto Bennici e del tentato omicidio di Francesco Nanfaro, due affiliati alla Stidda niscemese, uccisi nell'ottobre 1990

 

 

CALTANISSETTA. La squadra mobile di Caltanissetta, dopo 22 anni di indagini, ha identificato e
arrestato 10 tra capi e gregari di Cosa Nostra di Niscemi, ritenuti a vario titolo esecutori e mandati dell'assassinio di Roberto Bennici e del tentato omicidio di Francesco Nanfaro, due affiliati alla Stidda niscemese, raggiunti dai killer il 23 ottobre del '90 mentre erano seduti in un bar del paese.

Le manette sono scattate per il boss Giancarlo Giugno, di 53 anni, e Rosario La Rocca, di 56 anni, inteso ''Saro Pacola", entrambi pregiudicati di Niscemi, raggiunti da ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal Gip del tribunale di Catania Alessandro Ricciardolo, su richiesta della Dda etnea. Agli altri otto imputati, in stato di detenzione, i provvedimenti restrittivi sono stati notificati in carcere.
Si tratta di Salvatore Calcagno, 58 anni, di Niscemi; Giovanni Passaro, di 56, Giuseppe Tasca, di 40 anni, Pasquale Trubia, di 45, Emanuele Cassarà, di 42, Emanuele Iozza, di 51, tutti di
Gela; Angelo Tisa, di 45 ani, e Salvatore Siciliano, di 48 anni, entrambi di Mazzarino.

L'omicidio di Roberto Bennici e il grave ferimento di Francesco Nanfaro avvennero nel corso della guerra di mafia tra Stidda e Cosa Nostra, in atto in quegli anni nella province di Caltanissetta e Ragusa, di cui Niscemi viene indicato dagli inquirenti "Crocevia Criminale".

Il commando di morte, fornito dalle famiglie del clan Madonia di Cosa Nostra, partì da un covo delle campagne di Acate, col compito di ammazzare chiunque incontrassero della famiglia
stiddara dei Russo.

A sparare sarebbe stato il pentito Angelo Celona, (che si autoaccusa dell'agguato) insieme con Francesco La Cognata e l'autista Emanuele Trainito, entrambi nel frattempo deceduti. Rosario Lombardo e Rosario La Rocca sarebbero stati i basisti, assicurando il supporto logistico e l'eventuale copertura. Con i restanti imputati (ritenuti mandanti), sono accusati di omicidio, tentato omicidio, asssociazione mafiosa.

venerdì 15 febbraio 2013

Dagli evasori fiscali ai falsi braccianti

Giro di vite della Guardia di Finanza
Le Fiamme Gialle hanno rintracciato 215 milioni di redditi non dichiarati. Smascherati 160 falsi poveri


di GERARDO MARRONE
CATANIA. Si scrive «Guardia di finanza», si legge «lotta ai furbetti dell'evasione fiscale». E in effetti proprio i risultati conseguiti in quel settore sono il primo, lungo, capitolo del rapporto annuale diffuso ieri dalle Fiamme Gialle etnee. Sono stati 1480 i controlli e le verifiche nel 2012, che hanno «permesso — sottolinea il Comando provinciale della Finanza — di scoprire 215 milioni di euro di redditi non dichiarati e costi indeducibili, ritenute non operate per un milione 200 mila, oltre 31 milioni di Iva non versata». Sono stati, inoltre, smascherati 131 «evasori totali» che hanno dribblato tasse per 166 milioni di euro, Iva per 20. Per essere sicuri del recupero di queste somme, i baschi verdi hanno chiesto 143 sequestri patrimoniali. L'attività s'è sviluppata anche con 261 interventi contro il lavoro nero, che ha permesso di individuare 914 «irregolari», mentre migliaia sono stati gli accertamenti sul regolare rilascio di scontrini: «Abbiamo constatato violazioni nel 55 per cento dei casi, una percentuale di gran lunga superiore alla media nazionale che si attesta intorno al 35. A seguito di tale attività ispettiva (eclatanti quelle alla Fiera e alla Pescheria nel periodo natalizio, ndr), sono state avanzate 311 proposte di sospensione dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività e sono state eseguite 323 chiusure di esercizi commerciali». Non solo «guerra fiscale», comunque. La Guardia di finanza, lo scorso anno, è stata protagonista di alcune significative operazioni anticrimine. Su tutte, il sequestro di undici aziende e gli arresti nell'ambito dell'inchiesta sulla «Riela Group». Altre attività di polizia giudiziaria hanno portato alla scoperta di 15 casi di riciclaggio — cinque gli arrestati — e alla denuncia di 12 presunti «cravattari», mentre sono stati 280 i soggetti deferiti alla magistratura e 63 gli arrestati per spaccio e traffico di droga. Consistenti i sequestri di «roba e piantagioni». Guardia di finanza in prima linea anche nella (sempre più difficile) tutela dei consumatori: «Abbiamo riscontrato 180 violazioni — spiegano al Comando provinciale dei baschi verdi — per un ammontare di tributi evasi pari a circa 273 mila euro. Nel corso delle operazioni di controllo sono stati sequestrati circa 40 mila chili di carburanti. L'attività è stata intensificata, nei confronti dei distributori stradali di carburanti nei periodi di partenze per le vacanze, controllando che venisse erogato il corretto quantitativo di carburante e che questo corrispondesse alle aspettative qualitative poste dalle leggi». Infine, le verifiche sulla spesa pubblica con la scoperta di frodi per oltre 53 milioni di euro e 311 denunciati. Smascherati, fra l'altro, 160 falsi poveri «che — dicono i finanzieri — hanno indebitamente beneficiato di prestazioni sociali agevolate come, per citarne alcune, l'accesso ad asili nido ed altri servizi per l'infanzia, la riduzione del costo delle mense scolastiche, i buoni libro per studenti e le borse di studio, i servizi socio- sanitari domiciliari e le agevolazioni per servizi di pubblica utilità, luce, gas o trasporti». Il 2012, poi, è stato pure l'anno dei 18 braccianti agricoli «fantasma» individuati a Bronte. Nei mesi scorsi, altresì, ha destato clamore l'arresto dell'ex assessore comunale catanese Mario De Felice, accusato di bancarotta fraudolenta per il «crac» della sua azienda di vigilanza privata «La Celere».

Petrosino, violenta la cognata di 12 anni: arrestato


La ragazzina in lacrime ha detto di essersi allontanata con l'uomo e di aver avuto con lui rapporti sessuali sia in auto che nella sua abitazione, all'interno della quale i militari hanno trovato marijuana e bilancini di precisione

PETROSINO. Un uomo di 32 anni è stato sottoposto a fermo dai carabinieri di Petrosino (Trapani) con l'accusa di aver abusato sessualmente di una minorenne (la cognata di appena 12 anni), alla quale avrebbe fatto fumare marijuana. L'uomo, rinchiuso nel carcere di Trapani in attesa dell'udienza di convalida del provvedimento restrittivo da parte del gip di Marsala, domenica sera avrebbe convinto la ragazzina a salire sulla sua auto, abbandonando il locale dove, assieme a familiari e amici stava festeggiando il Carnevale. All'alba di lunedì, i familiari hanno denunciato la scomparsa della giovane ai carabinieri. Avviate le ricerche, i militari hanno rintracciato la ragazzina sul litorale di Petrosino. Interrogata, le sue dichiarazioni sono apparse contrastanti. Esaminando i tabulati telefonici, i carabinieri hanno scoperto i contatti con il cognato, ora accusato anche di sottrazione di minore. A quel punto la ragazzina in lacrime ha detto di essersi allontanata con l'uomo e di aver avuto con lui rapporti sessuali sia in auto che nella sua abitazione, all'interno della quale i militari hanno trovato marijuana e bilancini di precisione

Uccisero per essere ammessi nella cosca crotonese

Condannati dopo vent'anni i cugini Bonaventura


Guglielmo dovrà scontare due decenni di carcere. A Luigi, attualmente collaboratore di giustizia, sono stati inflitti 12 anni. Il 14 dicembre 1991, secondo il gup di Catanzaro furono loro ad ammazzare Rosario Villirillo per dimostrare che avevano abbastanza coraggio per poter fare parte della famiglia criminale

UN presunto boss della 'ndrangheta crotonese, Guglielmo Bonaventura, di 42 anni, ed il cugino Luigi Bonaventura, attuale collaboratore di giustizia, sono stati condannati rispettivamente a 20 e 12 anni di reclusione per l’omicidio di Rosario Villirillo, ucciso a colpi d’arma da fuoco 20 anni fa, il 14 dicembre del 1991, nel porto di Crotone. La sentenza è stata emessa dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catanzaro, Maria Rosaria Di Girolamo, davanti al quale si è svolto il processo con rito abbreviato.
Al termine della requisitoria il pubblico ministero aveva chiesto la condanna di Guglielmo Bonaventura a 30 anni di reclusione e del cugino Luigi a 12 anni. Guglielmo Bonaventura è stato arrestato nell’ottobre del 2011 dagli agenti della squadra mobile di Crotone. Dalle indagini era emerso che Villirillo fu ucciso per testare il coraggio dei due giovani affiliati alla cosca della 'ndrangheta. A Guglielmo Bonaventura gli investigatori sono giunti attraverso le dichiarazioni del cugino e di altri due collaboratori di giustizia, Domenico Bumbaca e Giuseppe Vrenna.
Dalle indagini, coordinate dall’allora sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio, era emerso che i cugini Bonaventura ricevettero il mandato ad uccidere Villirillo dai vertici della cosca che volevano così verificare il coraggio dei due ragazzi per accertare se avessero i requisiti per entrare a far parte dell’organizzazione mafiosa.

Napoli, blitz contro il clan Ascione-Papale


Il boss latitante Iacominio era in Brasile
Arrestato iscritto ad associazione antiracket


di Mary Liguori
 
NAPOLI - È stato arrestato in Brasile il boss Tommaso Iacomino, latitante dal 2008. Ritenuto uno dei più pericolosi narcotrafficanti in circolazione, il ras dell'omonimo clan di Ercolano fece perdere le proprie tracce scappando in Colombia dopo una scarcerazione ottenuta per decorrenza dei termini.

L'arresto oltreoceano è stato eseguito poche ore prima che ad Ercolano venisse inflitto l'ennesimo
duro colpo alla malavita. Nella notte infatti i carabinieri hanno eseguito 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere per droga, associazione a delinquere di stampo mafioso e per un tentato omicidio.

Tra gli arrestati, uno degli imprenditori che hanno testimoniato nel processo conclusosi pochi giorni fa con venti condanne contro esponenti del clan Ascione-Papale, cosca per la quale- secondo quanto si legge nell'ordinanza eseguita la scorsa notte - l'uomo spacciava droga.

Altra storia ricostruita nell'inchiesta è quella del tentato omicidio di un carrozziere per il quale non ci fu mai denuncia. La vittima, che arrivò in ospedale con un proiettile nel torace, infatti raccontò di essersi ferita nel corso di una rapina, ma in realtà gli aveva sparato un affiliato agli Ascione.

Tra vittima e carnefice ci fu infatti un patto: in cambio di 250 euro a settimana, l'uomo decise di non denunciare i fatti e quindi di proteggere il suo mancato assassino dalle forze dell'ordine.

Camorra, i "gioielli" vanno all'asta

La storia criminale nei sotterranei
 
 
 
di Giuseppe Crimaldi
 
NAPOLI - La prima sensazione è di smarrimento. Poi ti prende un senso di vertigine, come se guardassi giù, verso il fondo del pozzo di San Patrizio. Sarà per via della profondità dei luoghi, o forse per la polvere che si solleva e che inevitabilmente finisci per respirare: fatto sta che, ancor prima di cominciare, la visita all’interno dell’Ufficio corpi di reato del Tribunale di Napoli si trasforma in un viaggio ai confini con la realtà. C’è di tutto: dal testone bronzeo del Duce, che venne confiscato all’ex parlamentare Massimo Abbatangelo, ai dipinti della Scuola di Posillipo; fino alle armi utilizzate per gli agguati di camorra.

Sulla vicenda interviene con una nota il giudice Carlo Spagna.
“Le armi confiscate alla criminalità comune o organizzata al termine di procedimenti giudiziari e custodite nell'Ufficio corpi di reato non vengono vendute all'asta”. Lo sottolinea in una nota il giudice Carlo Spagna, delegato alla gestione dell'Ufficio corpi di reato presso il tribunale di Napoli. «Nessuna arma - scrive Spagna - è, né può essere, reimmessa nei circuiti commerciali essendo nella disponibilità della Direzione nazionale di Artiglieria che ha compiti di conservazione anche per le eventuali ulteriori indagini che l'autorità giudiziaria, pur a distanza di anni, si trova nella necessità di svolgere».

Nota a cui risponde il giornalista Giuseppe Crimaldi:
Chiunque legga l’articolo che ho firmato, e per il quale rispondo, si renderà conto che non ho mai scritto che alle prossime due aste giudiziarie del 21 e 28 febbraio p.v. saranno messe all’incanto armi, e tantomeno armi utilizzate dalla camorra.

Truffe per falsi incidenti

221 indagati a Brindisi anche medici e avvocati


BRINDISI – Per una serie di truffe compiute simulando incidenti stradali è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari a 221 persone indagate in una maxi inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Brindisi, Nicolangelo Ghizzardi, e dal sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza. Nel fascicolo figurano anche i nomi di due medici e tre avvocati.

Delle 221 persone coinvolte, 108 hanno preso parte all’incidente probatorio che si è svolto davanti al gip Valerio Fracassi tra luglio e ottobre 2012, consistito nell’audizione di due indagati che hanno ammesso gli addebiti. La gran parte delle 221 persone coinvolte avrebbe fatto parte, a vario titolo, di una associazione per delinquere che avrebbe truffato le assicurazioni. Tra i presunti capi e promotori c'è anche uno dei legali indagati. Secondo l’accusa, i presunti promotori avrebbero organizzato e gestito, nel 2009 e 2010, numerosi incidenti ottenendo per sè e per altri gli indennizzi assicurativi. Per tre indagati la procura di Brindisi ha chiesto al gip l’archiviazione.


 

Olio d’oliva contraffatto ad Andria la «centrale»



TRANI - Quattrocento tonnellate d’olio sequestrato in frantoi di Puglia e Calabria per un valore di 1 milione di euro; altre 60 tonnellate sequestrate a più riprese in tir cisterna in transito su diverse arterie stradali; 37 perquisizioni ed una quarantina d’indagati tra imprenditori ed altri privati accusati a vario titolo di associazione per delinquere dedita alla frode agroalimentare e di reati fiscali relativi a false fatturazione.
di ANTONELLO NORSCIA
Sono i numeri e le forme dell’inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica di Trani Antonio Savasta che sta accertando i diffusi presunti illeciti nella commercializzazione di olio. Extra vergine prodotto in Puglia o in Calabria ma in realtà acquistato in Spagna a minor prezzo o, peggio, frutto di misture: ben lontano dunque dagli standard di qualità attestati sulle confezioni.

Olio venduto ad un prezzo maggiore per le supposte qualità, in realtà solo sulla carta o meglio sull’etichetta

Gli illeciti nelle fatture sarebbero stati il presupposto per la successiva contraffazione dell’olio e dunque la «frode nell’esercizio del commercio».

Un lavoro capillare quello della Guardia di Finanza di Barletta, Andria, Trani, Molfetta, Crotone, con cui hanno collaborato l’Ispettorato centrale qualità repressione frodi del Ministero delle Politiche Agricole e l’Agenzia delle Dogane di Bari. Gli inquirenti ritengono il fenomeno diffuso e riconducibile a soggetti legati da uno stesso disegno criminoso, tant’è che viene contestata l’associazione per delinquere; il cui quartier generale sarebbe nel nord barese. Nell’ambito dei numerosi controlli è successo pure che i finanzieri, in un frantoio di Andria, abbiano scoperto una condotta, accuratamente celata, che univa due silos contenenti oli diversi, che dunque venivano miscelati. In barba alla qualità dichiarata.

Trentasette le perquisizioni in aziende, uffici e depositi tra le province di Cosenza, Catanzaro, Crotone, Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’ingente sequestro delle 400 tonnellate di olio è avvenuto in 2 depositi: uno di Andria ed uno di Policastro (in provincia di Crotone). Sotto i sigilli sono finiti anche documenti contabili e supporti magnetici. L’inchiesta, che promette sviluppi dirompenti, mira anche ai profili fiscali (è contestato pure il reato di falsità di registri e documenti) ed è partita proprio dall’analisi di alcuni documenti contabili acquisiti in una cartiera.

All’esito delle numerose perquisizioni, ieri in Procura, a Trani, c’è stato un vertice tra il pm Savasta, il colonnello della GdF Giuseppe Cardellicchio ed il tenente Antonio Casaluce.

Le frodi, in particolare, sarebbero attinenti l’utilizzo di falsa documentazione e false etichettature, attraverso le quali l’olio extravergine di oliva di provenienza straniera veniva fatto risultare come “Made in Italy” e l’olio d’oliva “non biologico” come “biologico”.

E’ il caso di dire che tutto sarebbe dovuto filare liscio come l’olio. Ma ora non è più così dopo che si sta scoprendo che addirittura olio lampante (che non è commestibile) veniva spacciato (a volte anche con un mix con altri oli) come olio d’eccellenza.

E così qualcuno ora rischia di scivolare pesantemente su una vasta chiazza d’olio. Illecita.

Mps, Mussari sentito in procura

All’ingresso insulti e monetine
Contro di lui gridano “ladro, ladro

 
siena
«Ladro», «buffone», «vergognati». Sono alcuni degli insulti rivolti oggi da un piccolo gruppo di persone contro Giuseppe Mussari, ex presidente di Banca Monte dei Paschi di Siena, al suo arrivo al palazzo di giustizia. E con gli insulti, come in scene già viste in un passato che sembra rivivere in questi giorni a Siena e non solo, su di lui arrivano anche alcune monetine. Il tutto mentre carabinieri e finanzieri cercano di proteggerlo dall’assalto di telecamere e fotografi. Teso in volto, sorride solo quando si deve sorreggere una giornalista che rischia di finire a terra come successo a due operatori tv.

Un passaggio difficile l’ingresso in procura per Mussari, fino a poche settimane fa potente ex presidente del Monte e, poi presidente dell’Abi. Difficile quasi più dell’interrogatorio dei pm che indagano sull’acquisizione di Antonveneta da parte di BMps. Poi, dopo quasi un’ora d’attesa in compagnia dei suoi difensori (gli avvocati Tullio Padovani e Fabio Pisillo), Mussari è entrato e si è seduto davanti ai pm Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso. Con loro c’è anche il generale Giuseppe Bottillo, comandante del Nucleo di polizia giudiziaria della gdf che con i suoi uomini ha seguito tutta l’inchiesta.

L’ex presidente, che dieci giorni fa si era avvalso della facoltà di non rispondere per l’assenza di uno dei suoi legali, aveva annunciato di essere pronto a farlo. In realtà l’interrogatorio è durato solo tre ore. Troppo poco, secondo qualcuno, per soddisfare i pm, anche se i difensori dicono che «ha risposto a tutte le domande». Troppo poco anche in considerazione del fermo di ieri, a Milano, dell’ex responsabile dell’area finanza Gianluca Baldassarri, bloccato perché sospettato di voler fuggire all’estero, ma al quale è anche stata contestata una nuova accusa, «in concorso», per ostacolo alla vigilanza. Il riferimento è al contratto sull’operazione Alexandria, occultato nella cassaforte dell’ufficio dell’ex dg Antonio Vigni e trovato solo nell’i’ottobre scorso. Il «concorso» riguarda proprio Mussari e Vigni, a cui ieri sono stati consegnati nuovi avvisi di garanzia.
All’uscita Mussari trova nel corridoio della procura l’ex responsabile della sua segreteria, Valentino Fanti, oggi responsabile della segreteria del Cda della banca. Fanti è stato convocato dai pm proprio mentre l’ex presidente è davanti a loro. Un breve sguardo tra i due, forse anche un po’ di sorpresa, e poi il sorriso ai giornalisti di Mussari accompagnato fuori da tre ufficiali della gdf ed accolto da una nuova contestazione, e da chi gli urla «hai rovinato la banca».

Ed è solo intorno alle 16 che la giornata, secondo quanto riferito da fonti vicine all’inchiesta, diventa «interessante» per i magistrati che, probabilmente, hanno potuto mettere a confronto, `differito´, le risposte di Mussari con quelle del suo ex segretario, senza il rischio che tra i due ci fossero contatti. Fanti 15 giorni fa era stato ascoltato per circa 7 ore, sempre come persona informata.
Ora i sostituti procuratori senesi attendono il risultato dell’interrogatorio a cui domani il gip di Milano, Alfonsa Maria Ferraro, sottoporrà Baldassarri, da ieri nel carcere di San Vittore. Per lui il pm Angelo Renna ha chiesto la convalida del fermo e la misura cautelare in carcere dopo un confronto con i colleghi senesi titolari dell’inchiesta. Di certo per Mussari, indagato per manipolazione di mercato, truffa, ostacolo alla vigilanza, falso in prospetto, e da ieri anche per concorso in ostacolo alla vigilanza con Baldassarri, non è stata fissata nessun altra convocazione, come confermato anche dai suoi legali.

A Siena, mentre i pm fanno sapere che da domani inizieranno un’ulteriore fase di studio sulle cose raccolte fino ad oggi, c’è attesa anche per la decisione della Corte dei Conti. Venerdì 21 di febbraio la sezione di controllo, «deciderà sul dpcm sui Monti Bond per Mps», come ha detto il presidente Luigi Giampaolino. Nelle casse della banca devono arrivare 3,9 miliardi di Monti bond. Eventuali problemi, dopo il ricorso del Codacons alla Corte, potrebbero complicare il lavoro dei nuovi vertici che su quei soldi fanno affidamento proprio per coprire anche le perdite causate dalle operazioni sui derivati, circa 730 milioni. Operazioni sulle quali i pm senesi vogliono chiarire la posizione dei vecchi vertici, e capire perché Antonventa venne pagata 9.3 mld di euro.

domenica 10 febbraio 2013

Le nuove escort dall’Est Europa pendolari del sesso con i voli low cost

Boom di passaggi a Orio al Serio: “Vengono in Italia
per i week-end e poi ripartono”


francesco moscatelli
inviato a orio al serio (BG)
Per vederle arrivare basta aspettarle davanti alla porta scorrevole degli arrivi di Bergamo Orio al Serio il giovedì o il venerdì pomeriggio. Le città di partenza sono sempre le stesse: Kiev, Lviv, Bucarest, Timisoara, Sofia, Varsavia, Vilnius.
Qualcuna è vestita in modo appariscente, altre cercano di non dare nell’occhio. Tutte camminano veloci verso l’uscita dell’aeroporto. Sono prostitute d’alto bordo e sono qui per fare due o tre serate fra Milano, Brescia e la vicina Svizzera. Ripartono con il primo volo del lunedì mattina. Giuliano, Michele e Giorgio chiacchierano davanti ai loro taxi. «Le escort? Magari ci scappasse qualche corsa fino al centro di Milano. No, no, questo è uno scalo internazionale ma qui è tutto low cost, prendono tutti gli autobus a 5 euro. Anche le belle ragazze. A noi capita raramente di caricarle. A volte, però, ci sono delle auto con targa svizzera che le aspettano in un angolo del parcheggio».

Oggi il sesso a pagamento funziona anche così. A domicilio. Non sono più gli uomini a partire in cerca di avventure in Ungheria, Romania o Ucraina. Sono le ragazze ad arrivare direttamente in Italia, al costo di un biglietto low cost. C’è chi lavora nei club del Canton Ticino, dove la prostituzione è legale, e chi riceve in albergo in Italia. Il sistema è rodato.

Per capire come funziona basta collegarsi a uno dei tanti siti, come escortmeetings.com, che offrono compagnia a pagamento. C’è una sezione dedicata alle ragazze che viaggiano. Un numero di cellulare, un indirizzo mail, foto, tariffe. Nulla è lasciato all’immaginazione. «Io ricevo solo su appuntamento a Milano – racconta al telefono Lilly, il nome d’arte di una romena di 25 anni –. Duemila euro per tutta la notte. Ho iniziato a 19 anni, la prima volta che sono uscita dal mio paese. La mia famiglia non sa nulla. Sono iscritta a Economia e faccio avanti e indietro fra Bucarest e l’Italia. Dopo la laurea penso di cambiare vita e di trasferirmi in Inghilterra». Diana invece è ungherese, ha 32 anni; ha scoperto il Nord Italia grazie all’ex fidanzato. «Lui era benestante, ci siamo incontrati a Budapest e dopo qualche mese l’ho seguito. Quando è finita sono tornata in Ungheria e ho iniziato a fare la escort nei locali. Oggi viaggio in tutta Europa».

Il fenomeno cresce al crescere dei voli a basso costo. E lo scalo bergamasco, con i suoi 9 milioni di passeggeri nel 2012, è uno dei più attivi. Per fare avanti e indietro dall’Italia con Ryanair o con Wizz Air (la low cost dell’Est Europa) bastano alcune decine di euro. «Il fenomeno è più intenso in primavera, ma in media arrivano 25-30 ragazze ogni fine settimana – racconta il colonnello Giovanni De Roma, comandante provinciale della Guardia di Finanza a Bergamo -. Viaggiano da sole, al massimo in coppia». Ad aprire il vaso di pandora è stato un decreto varato dal governo Monti nel marzo 2012 che ha modificato le sanzioni per chi porta contanti all’estero senza dichiararli, inasprendo i controlli. Le nuove norme prevedono un tetto di 10mila euro. Chi lo supera paga una multa compresa fra il 10 e il 50% della somma eccedente. In Italia nel 2012 ci sono stati sequestri di valuta per 124 milioni di euro. Fra questi, 1 milione e 718 mila euro sono stati intercettati proprio ad Orio al Serio (il 500% in più rispetto al 2011).

In un caso su quattro a trasportare contanti sono ragazze dell’Est Europa. «Quando le fermiamo qualcuna sorride, altre ammettono di lavorare in Svizzera e magari mostrano il tesserino di un night di Lugano lamentandosi di aver pagato le tasse all’origine – continua De Roma -. Altre dichiarano di essere badanti, poi magari controllando i trolley si trovano confezioni di preservativi. Noi interveniamo solo quando le troviamo con più di 10 mila euro. Ultimamente si sono fatte più furbe: viaggiano con un’amica o cercano un compagno di viaggio compiacente. Ma qualcuna che ci prova c’è: due mesi fa abbiamo pizzicato una venticinquenne che si era nascosta un rotolo con banconote da 500 euro nel push up».

È proprio per perquisire le ragazze che il lunedì mattina, in servizio presso l’aeroporto bergamasco, c’è sempre un finanziere di sesso femminile. In fila in attesa dei controlli di sicurezza ci sono decine di Erasmus pronti a tornare ai loro esami dopo il weekend in famiglia, classi di liceali in partenza per la gita, badanti di 50-60 anni che tornano dalle famiglie con i regali per i nipoti. La mattina del 4 febbraio i controlli procedono spediti. Vengono fermate 5 o 6 ragazze con cifre comprese fra i 3mila e i 4mila euro. Dichiarano di essere studentesse. Nessun illecito. I finanzieri, guidati dal capitano Vincenzo Rosanelli, continuano a cercare.

Poco dopo le 7 è il turno di una ragazza polacca. Un metro e ottanta, capelli biondi a caschetto, fissa negli occhi il maresciallo che le ha appena trovato 5 mila euro nella borsetta. Mostra la carta d’imbarco. Il volo Ryanair Fr 03898 per Varsavia parte dopo 35 minuti. «Faccio l’estetista. Che problema c’è?». «Nulla signora, non si preoccupi. Solo un controllo».

Ecco la Napoli della cocaina ora i pusher bussano a casa

Il servizio a domicilio funziona 24 ore su 24. Boom di consumatori, prezzi variabili: la pallina spacciata nella 167 costa 13 euro, la bustina nel centro viene pagata cinquanta
 
di Daniela De Crescenzo


Settantasette patenti ritirate ad autisti ubriachi che si sono andati a schiantare e trentacinque documenti sequestrati a chi si è messo al volante con la droga in corpo ed è andato a sbattere: gli stupefacenti, sostengono i Vigili urbani, sono uno delle cause principali dell’ecatombe del sabato sera.

E infatti la procura indaga su 32 incidenti mortali che potrebbero essere stati provocati da chi si è messo al volante dopo aver bevuto o aver tirato una striscia di cocaina.

L’allarme è scattato ormai da qualche anno, ma sembra difficile fermare il fiume di droga scorre impetuoso in città: da Chiaia a Scampia, da Ponticelli al rione Traiano, vendere e comprare stupefacenti è facile come acquistare un jeans e una maglietta. La cocaina, soprattutto, arriva a Napoli in dosi massicce: secondo la sezione narcotici coordinata dal primo dirigente Barbara Strappato, ogni due mesi si vende in città una tonnellata di cocaina, la sostanza al momento più diffusa. C’è chi consuma la dose per divertimento, chi la sceglie per essere al massimo, chi ci arriva per curiosità.

Si può scegliere di spendere al supermarket, e allora si punta verso la 167 e si comprano una pallina o un cilindretto per tredici euro, o di ottenere merce di qualità, e allora si preferisce il centro dove bisogna sborsare, però, un biglietto da cinquanta euro per una bustina. Se poi si hanno quattrini a sufficienza si può godere con un piccolo extra del servizio personalizzato e a domicilio che funziona ventiquattro ore su ventiquattro: in qualsiasi momento del giorno e della notte si può contattare lo spacciatore di fiducia che a richiesta consegna qualsiasi droga.

Piacenza, maniaca videopoker soffoca e deruba madre 90enne

PIACENZA - Maria Cristina Filippini, piacentina di 48 anni, è stata arrestata nella notte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza con l'accusa di aver ucciso la madre novantenne, Giuliana Bocenti , il 4 febbraio a Castel San Giovanni.

All'origine dell'omicidio - oltre a un rapporto conflittuale per vicende personali - ci sarebbero stati soprattutto i debiti che la figlia della vittima aveva contratto negli ultimi anni a causa della mania per il gioco d'azzardo con i videopoker.

La catenina d'oro. Maria Cristina Filippini avrebbe anche ammesso di aver rubato alla madre, dopo averla soffocata al termine di una colluttazione, una catena d'oro che l'anziana portava al collo, per poi andarla a rivendere immediatamente in un negozio Compro oro. Avrebbe inoltre ammesso di aver messo a soqquadro l'appartamento per depistare le indagini e inscenare una rapina.

Soffocata con un fazzoletto. Il corpo senza vita di Giuliana Bocenti era stato ritrovato nel letto della sua abitazione, in via Mameli: l'anziana era stata soffocata con un fazzoletto per tapparle la bocca e un cuscino sul volto. La casa era stata trovata a soqquadro e la porta di casa aperta senza segni di effrazione. A meno di una settimana di distanza i carabinieri comandati dal capitano Rocco Papaleo hanno raccolto una serie di prove davanti alle quali la figlia della vittima è crollata, confessando l'omicidio. Il tutto al termine di un estenuante interrogatorio iniziato ieri sera nella caserma di viale Beverora e terminato, a notte fonda, con una piena confessione davanti al sostituto procuratore di Piacenza Emilio Pisante che ha coordinato le indagini.

Dipendente dai videopoker. La catenina d'oro era stata recuperata dai carabinieri a sua insaputa durante le indagini. Il denaro ottenuto dalla vendita del monile serviva alla Filippini per far fronte ai debiti accumulati per la sua dipendenza dai videopoker, una vera malattia che la divorava da anni.

«Mia madre era un po' eccentrica, si fidava molto di tutti», aveva commentato la donna nei giorni scorsi parlando con i cronisti, dopo la scoperta dell'omicidio. A trovare lunedì mattina l'anziana, Giuliana Bocenti, morta nella sua camera da letto era stata la badante, che aveva subito chiamato 118 e carabinieri. Ma perchè uccidere per rapina una persona di novant'anni, se non perchè la vittima poteva aver riconosciuto l'assassino? I dubbi degli inquirenti avevano portato fin da subito a stringere il cerchio tra le conoscenze della novantenne; i carabinieri avevano sentito i parenti e le badanti che si erano succedute per assistere l'anziana. Sulla scena del delitto erano intervenuti anche i Ris di Parma, alla ricerca di indizi e tracce biologiche. Due giorni fa in prefettura a Piacenza si era poi svolta anche una riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica. «La nostra comunità è stata violata, non ci aspettavamo potesse accadere una cosa simile», aveva detto il sindaco di Castel San Giovanni, Carlo Capelli. «Stiamo facendo di tutto per assicurare gli assassini alla giustizia. Speriamo di farlo in temi rapidi», aveva aggiunto il prefetto Antonino Puglisi.

Pasquale, torturato, ucciso, dato in pasto ai cinghiali

La famiglia non si arrende. E l'inchiesta si riapre

Il giovane Andreacchi aveva la passione per i cavalli: ne comprò uno, ma non gli arrivavano i soldi per pagare il debito. Sparì da Serra San Bruno una notte dell'ottobre 2009 e il suo corpo fu ritrovato devastato brutalmente. Ora i genitori hanno nominato come perito Roberta Bruzzone e sono riusciti a far ripartire le indagini. Appese a un frammento di dna
 
di PIETRO COMITO

VIBO VALENTIA - La chiave per risolvere il caso, probabilmente, è nascosta tra gli indumenti del povero Pasquale. Quelli trovati, un po’ qua e un po’ là, dopo il recupero di ciò che restava del suo corpo vilipeso. Picchiato, forse anche torturato, poi ucciso con un colpo di pistola in fronte, quindi gettato nella boscaglia, dato in pasto agli animali selvatici. Quella chiave, però, non è stata neppure cercata. Bisognava isolare un campione di Dna, individuare un profilo genetico e, poi, compararlo con quello dell'unico sospettato dell'omicidio. Poteva costituire più che un semplice indizio, poteva essere una prova, per arrivare ad un'imputazione, ad un processo in Corte d'assise. E invece nulla. Così la morte di Pasquale Andreacchi continua a gridare verità e giustizia. Verità e giustizia, anche, di fronte all'ingiustizia di un'indagine che ha ammainato bandiera troppo presto, archiviata e ora riaperta grazie alla tenacia della famiglia. Sperando che non sia troppo tardi.

Il fascicolo, dopo un prima archiviazione, adesso è nelle mani del pm Vittorio Gallucci, il quale, unitamente al procuratore Mario Spagnuolo, ha risposto all’istanza dell'avvocato Giovanna Fronte, che assiste i genitori e la sorella del ragazzo brutalmente assassinato e che intende contribuire allo sviluppo delle investigazioni pure con indagini proprie. La famiglia di Andreacchi ha inoltre deciso di affidarsi ad un consulente di parte, ovvero la nota criminologa forense Roberta Bruzzone.
Pasquale Andreacchi, poco più che diciottenne, scomparve da Serra San Bruno la sera dell'11 ottobre del 2009, per un delitto assurdo e brutale, che rischia di rimanere impunito alla luce delle indagini iniziali, naufragate in un clima di diffusa omertà e, poi, di menzogne, contraddizioni e ritrattazioni, tra intercettazioni tanto massicce quanto inefficaci, e accertamenti peritali sbrigativi e lacunosi. Eppure gli inquirenti avevano subito battuto la pista giusta, la più plausibile, che avrebbe ricondotto il movente dell'omicidio ad un debito che il giovane ucciso aveva contratto, quand'era ancora minorenne, con un pregiudicato delle Serre. Pasquale, infatti, aveva acquistato un cavallo, pattuendo il pagamento di circa duemila euro. Lui, ragazzone di quasi due metri, amava i cavalli. Ottenne una dilazione del saldo, in attesa che gli venisse liquidato il premio assicurativo per un infortunio subito. Quell'assegno atteso, però, non arrivò. Le pressioni per il saldo si sarebbero presto trasformate in minacce. Fino alla sera dell'11 ottobre, quando nei pressi del campo di calcetto di Serra San Bruno sarebbe stato brutalmente picchiato e, poi, secondo una prima testimonianza poi non riscontrata, costretto a salire su un'auto con a bordo due uomini mascherati. Quindi sparì. Anzi, lo fecero sparire. C'era, e c'è ancora, un sospettato, che però non avrebbe agito da solo.

Roma, scoperto bordello-night a Castelnuovo di Porto, 2 arresti


Roma, 10 feb. (LaPresse) - Operazione congiunta condotta da carabinieri e polizia che, nel corso della notte, hanno sottoposto a sequestro un locale molto noto nella zona di Castelnuovo di Porto che, sulla carta, doveva essere un'associazione culturale senza scopo di lucro. Nonostante il cancello in ferro e la video sorveglianza, gli investigatori sono riusciti ad introdursi all'interno. La situazione è apparsa subito chiara. Dieci ragazze, tutte in abiti succinti, erano presenti nel locale per accogliere i clienti. In una saletta riservata, inoltre, è stato sorpreso un cliente ed una ragazza, facente parte dell'organizzazione, mentre stavano consumando un rapporto sessuale. Dalle prime risultanze investigative, è emerso che le ragazze, di varie nazionalità, ma tutte dell'est Europa, reclutate in gran parte per la strada sulle vicine vie Flaminia e Tiberina, incassavano la metà dei compensi che i clienti pagavano per le prestazioni sessuali offerte in una delle stanzette in cui era suddiviso il locale.
Dalla documentazione acquisita dagli investigatori si è accertato inoltre che le ragazze erano sottomesse ad un regime particolarmente vessatorio, in quanto da un "regolamento" reperito nel night, sono emerse le "dure" regole che dovevano rispettare le giovani per "lavorare" nel locale. Ad esempio, le stesse dovevano firmare un foglio di presenza di entrata ed uscita, pena la non retribuzione della quota fissa per la giornata, pagare una penale di 20 euro per ogni ora di ritardo nell'arrivo, e potevano essere licenziate incondizionatamente in caso di due assenze. Ma l'aspetto più inquietante della vicenda era la previsione di un vero e proprio tariffario che contemplava il prezzo "a minuto" delle prestazioni offerte e l'incitamento, previsto nello stesso regolamento, a consumare quanti più rapporti possibile in una serata, pena la perdita del "lavoro".
L'uomo arrestato seguiva l'andamento degli ingressi e cronometrava il tempo che ogni ragazza trascorreva con il cliente dopo essersi appartata in una delle stanzette, annotandolo sul "foglio delle presenze", mentre la sua complice, trovata in possesso di una cospicua somma di denaro contante, incassava il denaro a prestazione eseguita. Al termine, pertanto, il proprietario del locale e la sua assistente, identificati per C.D., 55enne italiano e C.D., cittadina rumena, sono stati arrestati e dovranno rispondere del reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Gli accertamenti comunque proseguono, per meglio verificare la situazione anche dal punto di vista amministrativo. Il locale infatti, contrariamente a quanto previsto dall'atto costitutivo, era stato adibito alla ricezioni di clienti occasionali e offriva la possibilità di consumare bevande alcoliche, senza la prevista autorizzazione per la somministrazione.

Arrestati a Varese 5 falsi invalidi, danno a Stato per 280mila euro


Varese, 9 feb. (LaPresse) - Cinque falsi invalidi sono stati denunciati a Varese per truffa aggravata ai danni dello Stato. L'indagine dei finanzieri della Compagnia di Gaggiolo, coordinata dalla Procura di Varese, ha consentito di accertare le finte invalidità, di sospendere immediatamente le pensioni e le indennità indebitamente percepite dai denunciati e la revoca di quelle già ricevute che ammontano a circa 280.000 euro.

La prima risultava, dalla documentazione sanitaria, persona invalida al 100% in quanto affetta da cecità quasi totale ed impossibilitata ad essere autosufficiente, ma nel corso delle indagini condotte dalla guardia di finanza, che sta passando al setaccio, con la Procura, posizioni pensionistiche privilegiate sospette, i militari hanno scoperto che conduceva una vita normale ed assolutamente autosufficiente e non era affetta dal grave disturbo certificato: usciva di casa da sola a piedi o in bicicletta non accompagnata e si recava al lavoro con piena autonomia presso un ufficio di Busto Arsizio, ove, con la sua falsa infermità, le era stato assegnato, su richiesta, un posto di lavoro protetto in qualità di centralinista. E' stato inoltre scoperto che la donna svolge anche altra attività di rappresentante legale di un centro analisi dove lei stessa è socia e dove svolge l'attività di amministrazione e a contatto con il pubblico. I finanzieri l'hanno filmata mentre sbrigava normali attività allo sportello del centro analisi, mentre scriveva ed indicava ai clienti dove firmare sulle ricette mediche e nel mentre a piedi da sola si recava presso i luoghi, iperattiva e perfettamente abile anche se percepiva una indennità di accompagnamento di circa 900 euro al mese.

Un altro falso invalido dal 2006 percepiva circa mille euro al mese di cui circa 500 di accompagnamento in quanto risultava "immobilizzato e non autosufficiente" ma di fatto se ne andava in giro a svolgere le varie incombenze familiari: è stato, tra l'altro, ripreso nei vari momenti di vita quotidiana, da solo, mentre guida l'auto, si recava in lavanderia ed a svolgere altre normali, varie commissioni e perfino a svolgere lavori di giardinaggio.
Un terzo, dichiarato inabile al lavoro al 100%, è invece risultato lavorare da tempo presso una società della vicina svizzera con la qualifica di meccanico di precisione e, quindi oltre a percepire dal dicembre 2008 1.300 euro di pensione di invalidità, prendeva anche un altro stipendio in Svizzera (circa 2.500); il quarto, anch'egli dichiarato inabile al lavoro al 100%, percepiva un assegno di invalidità totale per 2.000 euro circa. L'uomo è risultato lavorare regolarmente, addirittura come magazziniere, in una ditta di Daverio (Varese).

L'ultimo invalido è una signora di Saronno che percepiva indebitamente una indennità di accompagnamento pari a 500 euro mensili: è stata filmata mentre da sola andava in giro per la città nello svolgimento di commissioni. L'attività svolta dai finanzieri ha consentito di sospendere le pensioni e le indennità indebitamente percepite dai denunciati e la segnalazione finalizzata alla revoca delle somme indebitamente già percepite che ammontano a circa 280.000 euro e di denunciare le quattro persone per truffa aggravata ai danni dello Stato. L'indagine, con la collaborazione dell'Inps, è tuttora in corso e sono al vaglio ulteriori posizioni sospette ed il ruolo di alcuni professionisti che hanno attestato le inesistenti infermità; ad oggi, dall'inizio dell'indagine, sono in tutto 8 i falsi invalidi scoperti e denunciati, oltre ad altre 4 persone a titolo di concorso nella truffa, e recuperate indebite erogazioni di contributi per le invalidità per oltre 520.000 euro.

venerdì 8 febbraio 2013

Condannati il giudice Giglio e l'ex consigliere regionale Morelli

Batosta nel processo di Milano sui rapporti con la 'ndrangheta

L'inchiesta ruota sui rapporti tra "zona grigia" e criminalità organizzata. Per il giudice, ora sospeso, pena di 4 anni e 7 mesi, il doppio per il politico del Pdl, 8 anni e 4 mesi. Alcuni degli imputati dovranno versare un milione e 400 mila euro al comune di Milano che si era costituito parte civile

IL giudice, ora sospeso dal Csm, Vincenzo Giuseppe Giglio, è stato condannato alla pena di 4 anni e 7 mesi di carcere nel processo milanese sulla cosiddetta 'zona grigia' della 'ndrangheta. Insieme a lui, è stato condannato a 8 anni e 4 mesi il consigliere regionale calabrese del Pdl, Francesco Morelli. Inoltre, i giudici, presieduti da Luisa Ponti, hanno anche stabilito che alcuni degli imputati dovranno versare un milione e 400 mila euro al comune di Milano che si era costituito parte civile per i danni patrimoniali e non patrimoniali.
omplessivamente l’ottava sezione del Tribunale di Milano ha inflitto nove condanne tra i tre anni e i tre mesi e i sedici anni di carcere. La pena più alta è toccata al boss Giulio Lampada (16). A nove anni e sei mesi è stato condannato Leonardo Valle, a tre anni e tre mesi Maria Valle, a otto il medico Vincenzo Giglio (quasi omonimo del giudice), a quattro anni e sei mesi Francesco Lampada. Assolti tre dei 4 militari della Gdf coinvolti nell’inchiesta. Sia il consigliere Morelli che il giudice Giglio, all’epoca presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, erano stati arrestati nel novembre 2011 nell’operazione della Dda di Milano coordinata da Ilda Boccassini contro la cosca Valle-Lampada infiltrata in Lombardia anche grazie ad appoggi nella cosiddetta 'zona grigia'. Morelli era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, mentre Giglio rispondeva di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento aggravato dalla presunta agevolazione del clan.
I giudici dell’ottava sezione penale di Milano (presidente del collegio Luisa Ponti) hanno disposto anche l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per Vincenzo Giuseppe Giglio, l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria che venne arrestato (e poi sospeso dal Csm) nel novembre 2011, con le accuse di corruzione, rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento aggravato per avere agevolato l’attività del clan Valle-Lampada. Per il consigliere calabrese Morelli, anche lui arrestato nel novembre 2011 con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio, i giudici hanno disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
LE DIFESE. «A Milano c'è un clima da caccia allo 'ndranghetista». Lo denunciano alcuni difensori dopo la condanna nei confronti di nove imputati, presunti affiliati al clan Valle-Lampada. «Sono basito. È una condanna incomprensibile, forse ho letto altre carte rispetto ai giudici, ho fatto un sacco di processi ma questa condanna non la comprendo». Sono le parole di Ivano Chiesa, legale di Francesco Lampada e Maria Valle, secondo il quale c'è una situazione ambientale difficile a Milano in processi di questo tipo. Un pensiero condiviso anche dal collega Manlio Morcella, il quale ribadisce la necessità «di garantire e rispettare il contraddittorio nel processo». «Non esiste il clan Valle-Lampada – afferma – non esiste un’associazione mafiosa senza un morto, senza spargimento di sangue, senza intimidazioni». Netto il commento di Giuseppe Nardo, difensore di Giulio Lampada condannato a 16 anni di carcere. «Inaspettato, inspiegabile e inaccettabile. Spero che in corte d’appello ci sia qualcuno che ascolti e abbia voglia di ascoltare le ragioni di Giulio Lampada che non è un mafioso».

Camorra in Campania, colpo ai clan di Secondigliano: 25 arresti, prese 4 donne

Operazione anti-droga e anti-racket dei carabinieri. Vedette e telecamere per segnalare la presenza delle forze dell'ordine


Napoli - Era il clan della droga e che imponeva il pizzo a Secondigliano, organizzando un sistema di vedette e videosorveglianza per essere al sicuro dai blitz delle forze dell'ordine.

Il clan Feldi di Secondigliano è stato smantellato: 25 persone arrestate, tra cui quattro donne. I militari hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare per i reati di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsioni e violazione alla legge sulle armi aggravate dal metodo mafioso.

Nel corso delle indagini, coordinate dalla Dda Napoli, i carabinieri hanno accertato che l'organizzazione smerciava e spacciava stupefacenti, anche in altre regioni, e aveva collegamenti per traffici di droga con clan attivi nelle aree vicine a Secondigliano.

I militari dell'Arma hanno scoperto che il gruppo imponeva anche il «pizzo» a commercianti e imprenditori della zona di Secondigliano.

Madre e figlia trovate morte: tragedia a Palermo

Il marito ha trovato entrambe in gravissime condizioni al rientro a casa a Partanna Mondello. La moglie è morta poco dopo. Aveva 25 anni. Successivamente è deceduta anche la piccola di un anno e mezzo

PALERMO. Potrebbe essere un incidente domestico - probabilmente una scarica elettrica - la causa della tragica morte di una 25enne, Giovanna Pecorella, e della figlioletta di un anno e mezzo, Rebecca Giordano. A trovarle, in fin di vita, nella loro casa di Palermo è stato il marito, Alessandro Giordano, rientrato in serata. La moglie era vicina alla vasca piena d'acqua: probabilmente stava per fare il bagnetto alla piccola che è stata trovata accanto alla madre. L'uomo ha immediatamente chiamato un medico che era nel palazzo. Insieme hanno portato Giovanna Pecorella sul letto: i medici del 118, avvertiti poi da Giordano, l'hanno trovata distesa con indosso solo i jeans. Vani i tentativi di rianimarla, mentre inizialmente il cuore di Rebecca ha ripreso a battere.
Portata all'ospedale dei Bambini, è morta poco dopo. Gli investigatori ipotizzano che la donna sia stata sfiorata da un filo elettrico che pendeva dallo scaldabagno sopra la vasca. Non è chiaro cosa sia accaduto alla piccola che, secondo quanto riferito, è stata trovata accanto alla madre e non in acqua. Rebecca potrebbe essere stata colpita dalla scarica elettrica o essere caduta a terra dalle braccia della madre. Sarà l'autopsia a chiarire le cause della morte.
La Procura di Palermo - l'inchiesta è coordinata dall'aggiunto Maurizio Scalia - ha delegato la polizia Scientifica ad effettuare gli accertamenti sullo scaldabagno. L'appartamento, che si trova in via Dionisio, nel quartiere di Partanna Mondello, è sotto sequestro. Davanti all'abitazione una folla disperata di familiari e amici della coppia.

Scarpinato nuovo procuratore generale di Palermo

La nomina da parte del plenum del Csm è passata all'unanimità con sole tre astensioni, di due laici del Pdl e del laico della Lega Albertoni

ROMA. Roberto Scarpinato, ora pg a Caltanissetta, è il nuovo procuratore generale di Palermo. La nomina da parte del plenum del Csm è arrivata dopo il monito del capo dello Stato ad accelerare la copertura dei vertici degli uffici giudiziari. Scarpinato, ha 60 anni ed è di Caltanissetta. La nomina è passata all'unanimità con sole tre astensioni, di due laici del Pdl e del laico della Lega Albertoni.

Poco prima del voto su Scarpinato, il plenum aveva dato il via libera alla nomina a presidente di sezione in Cassazione di Alberto Russo, che era il concorrente dell'attuale pg di Caltanissetta per il vertice della Procura generale di Palermo.

Scarpinato è stato componente del pool antimafia di Palermo ed è alla guida della procura generale di Caltanissetta dall'aprile del 2010. Nella sua lunga carriera si è occupato degli omicidi di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, di Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista Italiano, dell'europarlamentare Salvo Lima e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all'epoca Prefetto di Palermo, ed è stato pm nel processo a Giulio Andreotti. A Caltanissetta il suo impegno è stato sulla revisione del processo Borsellino, dopo le dichiarazioni del pentito Spatuzza.

lunedì 4 febbraio 2013

Salvatore Vaccaro notte “Onore ai piccoli grandi eroi del nostro paese”

Tredicesimo anniversario della morte di mio fratello Salvatore Vaccaro Notte

“Onore ai piccoli grandi eroi del nostro paese”


Fu ucciso in un agguato nella mia proprietà, in tanti videro e sentirono ma nessuno dei testimoni (alcuni minacciati) si fece avanti a denunciare …
Un gruppo di “Bestie e rifiuto della società” tutti appartenenti alla COSCA locale da me battezzata e meglio conosciuta come "Cosca dei Pidocchi", gli posero un agguato , ferendolo gravemente a tradimento con due colpi di lupara alla spalla immobilizzandolo, per poi finirlo sparandogli a distanza ravvicinata alla testa. Furono utilizzate diverse armi da fuoco e esplosi decine di colpi per tenere lontani i cani da guardia che si avventarono e ferirono alcuni di questi criminali e “Figli di Puttana” che sono il rifiuto della società civile.
Un omicidio certo, ma anche un atto dimostrativo con il quale la cosiddetta “Cosca dei Pidocchi” intendeva mettere in chiaro quale sarebbe stata la fine di chiunque si sarebbe messo di traverso tra loro e gli affari. La mafia, lo sappiamo bene, non sopporta chi non abbassa la testa, chi non rispetta le “consegne”. Non tollera che nel proprio territorio qualcuno non si sottometta alla sua legge.
Lo sapevamo anche noi fratelli Vaccaro Notte, ma questo non costituì per noi un buon motivo per mollare…Vincenzo fu il primo ad essere assassinato. il 3 Novembre del 1999. Ma era da parecchio tempo prima che le voci in paese si facevano pressanti. In molti sapevano che qualcosa stava per succedere, ma i “Pidocchi” ebbero modo di agire indisturbati con la tacita complicità fasulla delle istituzioni dove un “Meschino Verme” appartenente alle forze dell’ordine faceva da talpa passando informazioni preziose al Clan della FECCIA locale;
La speranza oggi è che l’esempio di persone eroiche come i miei fratelli Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte, e prima di loro Libero Grassi e tutti quegli imprenditori liberi professionisti che decidendo di non cedere al ricatto mafioso hanno decretato la loro stessa condanna, serva come stimolo alle nuove generazioni.

Che la loro storia venga ricordata ed onorata da chi oggi si trova nella loro stessa situazione e da tutti coloro che hanno il dovere di denunciare anziché voltare le spalle a chi ha bisogno d’aiuto;

Qualcosa nel Sud sembra cambiare anche grazie alle numerose associazioni di giovani che hanno deciso di lottare per portare avanti l’idea di cambiamento.
Per questo oggi è fondamentale ricordare Vincenzo, Salvatore, Angelo, e le loro storie.

Che il sacrificio dei miei fratelli sia da esempio alle future generazioni da poter evitare il ripetersi di questi tragici eventi.

Angelo Vaccaro Notte