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giovedì 27 febbraio 2014

Mafia, confiscati beni per 15 milioni a fiancheggiatore Provenzano



 
Palermo, 27 feb. (LaPresse) - Quarantaquattro terreni e 4 fabbricati a Corleone e Monreale, in provincia di Palermo, per un valore complessivo di poco meno di 15 milioni di euro, sono stati sottoposti a confisca dalla guardia di finanza di Palermo in esecuzione di un provvedimento emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale del capoluogo siciliano.
 
Colpito dalla confisca è un settantacinquenne di Corleone, arrestato nel 2006 per associazione mafiosa e poi condannato a otto anni di reclusione con sentenza della Corte d'Appello di Palermo del 2008, divenuta definitiva nel novembre 2009. Oltre ad essere partecipe delle attività illecite di Cosa Nostra, l'uomo aveva rivestito un ruolo importante nel supporto alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, sia sotto il profilo del sostegno logistico sia, soprattutto, nella circolazione dei cosiddetti pizzini tra i vari componenti del sodalizio mafioso ed il capo mafia ora detenuto, durante la sua permanenza presso la masseria in contrada Montagna dei Cavalli in Corleone, dove poi fu arrestato e dove il soggetto ora raggiunto dal provvedimento di confisca era stato più volte osservato recarsi per portare pacchi e buste, che poi lasciava sul posto. I suoi rapporti con Provenzano erano peraltro risalenti nel tempo, avendo egli reso una testimonianza a suo favore durante lo storico processo svoltosi a Catanzaro, alla fine degli anni sessanta, a carico di diversi esponenti mafiosi.
 
La confisca dell'ingente patrimonio immobiliare è stata disposta nei suoi confronti anche sulla base delle investigazioni economico - finanziarie svolte, nell'ambito del procedimento di applicazione delle misure di prevenzione di carattere patrimoniale, dal Gruppo d'Investigazioni sulla Criminalità Organizzata - GICO - del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, che hanno posto in chiara evidenza l'ingente sproporzione esistente tra i redditi dichiarati complessivamente dal suo nucleo familiare e le consistenti somme di denaro nel tempo investite, prevalentemente nell'acquisto di terreni agricoli nel corleonese e nella zona di Monreale.

Infatti, a fronte di redditi ufficiali pressoché assenti o appena sufficienti al sostentamento della sua famiglia fino all'anno 2000, già a partire dalla fine degli anni '70 il soggetto aveva avviato una intensa attività di acquisizione immobiliare, nella maggior parte dei casi senza fare ricorso a prestiti o mutui bancari. Conseguentemente, l'ingente patrimonio accumulato è stato ritenuto frutto del reimpiego di proventi derivanti dalla sua militanza nell'organizzazione mafiosa.

martedì 18 febbraio 2014

Mafia, droga e armi: 49 arresti tra Enna e Catania



ENNA. Operazione 'go kart' dei carabinieri di Enna ai danni delle famiglie mafiose di Cosa Nostra e del clan Cappello che operano fra le provincie di Enna e Catania. Nella notte sono state arrestate 49 persone per associazione a delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, rapine, detenzione di armi ed altro. Le indagini, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, sono state eseguite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Enna e della Compagnia di Nicosia.

giovedì 30 gennaio 2014

Mafia, il pentito Fontana ritratta su attentato a Falcone: "Inventai tutto"



PALERMO. Il pentito Angelo Fontana ritratta le dichiarazioni sul fallito attentato a Giovanni Falcone (sugli scogli davanti la villa del magistrato all'Addaura il 21 giugno '89), dice di essersi inventato tutto e che nei giorni in cui aveva indicato di aver partecipato all'esecuzione dell'attentato - che poteva essere anche solo un tentativo d' intimidazione - si trovava negli Stati Uniti con obbligo di firma. L'ex mafioso dell'Acquasanta ha parlato coi pm di Caltanissetta - scrive il Giornale di Sicilia - che hanno aperto un'inchiesta per calunnia e autocalunnia.

Alcune dichiarazioni di Fontana che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, erano state riscontrate dall'analisi del dna di alcuni reperti trovati sugli scogli del lungomare palermitano che avevano dimostrato che le tracce appartenevano proprio a Galatolo. Ma Giuseppe Di Peri, il legale di un altro cugino omonimo di Angelo Galatolo, imputato in un altro processo, ha trovato un foglio che dimostra l'obbligo di firma che aveva Fontana nel periodo del fallito attentato a New York.

Fontana dunque si è inventato tutto. Nel luglio 2010 il pentito fu portato proprio all'Addaura per ricostruire «fisicamente» le scene che aveva raccontato agli investigatori. Fontana aveva accusato di aver piazzato i candelotti di dinamite di fronte la villa di falcone i mafiosi Salvatore Madonia, Gaetano Scotto, Raffaele e Angelo Galatolo e se stesso. Nella vicenda del fallito attentato si sono inserite anche  indagini sull'omicidio dell'agente di polizia Antonino Agostino, sulla scomparsa del collaboratore del Sisde Emanuele Piazza e su un presunto ruolo di pezzi dei servizi segreti.

giovedì 23 gennaio 2014

Mafia, la Cassazione conferma l'ergastolo per Riina "junior"



ROMA. Confermato, dalla Cassazione, l'ergastolo per Giovanni Riina, il figlio di Totò Riina condannato per alcuni omicidi di mafia. La Suprema corte, infatti, ha detto "no" alla richiesta di sostituzione della pena del carcere a vita con 30 anni di reclusione. Riina junior è stato difeso dall'avvocato Antonio Managò che aveva chiesto l'invio alla Consulta degli atti del fascicolo di Giovanni Riina.

Il ricorso per l'applicazione della sostituzione dell'ergastolo con 30 anni di reclusione era stato
presentato dal legale di Giovanni Riina a seguito della sentenza con la quale, lo scorso luglio, la Consulta aveva dato il via libera alla commutazione del carcere a vita in 30 anni di reclusione per gli imputati che nel 2001 aveva chiesto l'applicazione del rito abbreviato che consentiva questa
'riduzione' di pena in base alla legge Carotti.

La norma, alla fine dello stesso anno, fu abrogata in seguito alle polemiche sugli effetti che la sua applicazione avrebbe provocato. La Corte di Strasburgo, però, ha ritenuto che costituisse una violazione dei diritti di difesa la cancellazione di questa norma per quanti avevano fatto richiesta di rito abbreviato. Dallo scorso 10 gennaio la Cassazione, allineandosi con la Consulta, sta cancellando numerosi ergastoli per la 'platea' di condannati che ne hanno diritto. Per Riina junior deve aver deciso diversamente poiché il figlio dell'ex boss di Cosa Nostra aveva ritirato la richiesta di abbreviato quando la legge Carotti è stata abrogata.

Mafia, Di Matteo: "Riina parla per mandare un messaggio all'esterno"



PALERMO. «Non credo si possano definire delle semplici minacce ma sono delle intenzioni omicidiarie prospettate ad un altro detenuto probabilmente perché in qualche modo vengano portate all'esterno per essere eseguite». Lo ha detto il sostituto procuratore a Palermo, Nino Di Matteo, al giornale radio Rai riferendosi alle intercettazioni in carcere con le minacce a lui indirizzate dal boss mafioso Totò Riina. Alla domanda se Riina ha il potere di portare a termine i suoi propositi il magistrato risponde: «Fino a qualche anno fa, risultanze precise investigative facevano emergere che i capi in libertà di cosa  nostra non volevano prendere o non potevano prendere  determinate decisioni se non acquisendo l'avallo e il consenso di colui che ritenevano il vero capo di cosa nostra e cioè Riina. Questa è la situazione che quanto meno fa  sospettare che ancora oggi certamente Riina possa tentare di esercitare un ruolo di comando».
 
«Credo che registrare la vicinanza di tanti semplici cittadini - ha aggiunto - sia un motivo ulteriore di conforto e che questa solidarietà possa anche sopperire rispetto a qualche silenzio e perplessità di fondo e a qualche malignità di chi ha perfino messo in dubbio quello che è stato oggetto delle intercettazioni».  «C'è sempre chi parla di minacce inventate - ha proseguito - Sono storie che fanno purtroppo di quella mentalità mafiosa che tende a delegittimare i magistrati. Quello che io ritengo, quello che penso, quello che sospetto in questo momento ovviamente non ha alcun valore se non verrà dimostrato eventualmente, e quindi me lo tengo per me».

mercoledì 11 dicembre 2013

Mafia, condannato all’ergastolo per quattro omicidi: Stefano Fragapane chiede indulto



Condannato all’ergastolo per quattro omicidi di mafia adesso chiede l’applicazione dell’indulto che prevede uno sconto di pena di tre anni per i fatti commessi fino al 2 maggio del 2006. Protagonista della richiesta, che sarà valutata dai giudici della Corte di assise di Agrigento presieduta da Francesco Provenzano, è il trentacinquenne di Santa Elisabetta Stefano Fragapane.

Il figlio maggiore di Salvatore, ex capo di Cosa Nostra agrigentina negli anni Novanta, si è rivolto alla giustizia con un incidente di esecuzione sostenendo – anche se le legge lo esclude espressamente per i reati di mafia – che gli spetti il riconoscimento di uno sconto di pena. Ieri si è celebrata l’udienza.

Fragapane è stato coinvolto nell’inchiesta “Sicania” che ha fatto luce su cinque omicidi di mafia e due agguati falliti negli anni Novanta. Fragapane è stato assolto dal tentato omicidio di Silvio Cuffaro e condannato all’ergastolo per quattro omicidi: quelli dei fratelli santangelesi Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte, di Salvatore Oreto e di Giuseppe Alongi.

Mafia, parla la neo pentita Galatolo: noi donne emarginate nelle cosche

La figlia del boss sentita dai pm sull’ex deputato nell’ambito del processo Mineo: «Portiamo ordini, ma non assistiamo all’affiliazione»
 
 

PALERMO. Ci sono le donne boss, le fiancheggiatrici, le portaordini ma Cosa nostra dimostra di mantenere un indirizzo maschilista. Nemmeno Giovanna Galatolo, che pure apparteneva a una famiglia di mafia tra le più note, ha mai potuto prendere parte a un momento importante come la «punciuta». Quando le chiedono se abbia mai assistito a una cerimonia di affiliazione in Cosa nostra, la neopentita dell’Acquasanta risponde: “Una donna non assiste al giuramento. È assurdo, ma è così”. La collaboratrice di giustizia, 48 anni, racconta la mafia in un interrogatorio reso il 29 ottobre ai pm Dario Scaletta e Pierangelo Padova, titolari del processo contro l’ex deputato regionale del Pdl e di Grande Sud, Franco Mineo, accusato di fittizia intestazione di beni aggravata dall’agevolazione di Cosa nostra. Con lui, davanti alla quinta sezione del Tribunale, è imputato anche Angelo Galatolo, figlio di Gaetano e primo cugino della donna, a sua volta figlia di Vincenzo Galatolo, detto Enzo Tripolitano. Angelo Galatolo (che Mineo dice di avere conosciuto come persona perbene, «non come un bounty killer») adesso risponde anche di associazione mafiosa. Ma lo stesso Mineo non viene riconosciuto in foto dalla collaborante.  

venerdì 6 dicembre 2013

Mafia, sequestro da 50 milioni alla famiglia Niceta



PALERMO. Un patrimonio del valore di circa 50 milioni di euro è stato sequestrato dalla Guardia di finanza alla famiglia di commercianti di Palermo Niceta su richiesta della Dda del capoluogo siciliano. Il sequestro è scattato al patrimonio di Mario Niceta e dei figli Massimo, Pietro e Olimpia. Comprende le società che gestiscono una serie di negozi a Palermo (in via Roma, Corso Camillo Finocchiaro Aprile, viale Strasburgo e via Ruggero Settimo con il marchio Olimpia) e a Trapani (Blue Spirit e Niceta Oggi all'interno del centro commerciale Belicittà di Castelvetrano). Il lavoro prosegue regolarmente, ma in amministrazione giudiziaria.
Le Fiamme gialle di Palermo hanno operato insieme ai colleghi dello Scico di Roma e al Ros dei carabinieri, coordinati dal procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e dal pm Pierangelo Padova. La ricostruzione patrimoniale ha permesso di risalire alle infiltrazioni di Cosa nostra e dei suoi leader storici, fra cui Matteo Messina Denaro, negli affari delle società appartenenti al gruppo imprenditoriale, leader da molti anni in Sicilia nel settore della vendita al dettaglio di abbigliamento e di preziosi.    

Il gruppo risulterebbe, sin dai primi anni '80, in rapporti di contiguità con i fratelli Giuseppe e Filippo Guttadauro (quest'ultimo cognato di Matteo Messina Denaro, per averne sposato la sorella Rosalia), con i quali avrebbe condiviso interessi economici e l'espansione delle attività nel Palermitano e nel Trapanese. I rapporti con la mafia del mandamento palermitano di Brancaccio si intrecciano con le vicende che hanno caratterizzato gli assetti di alcune imprese edili costituite in quel periodo, alcune create dal capostipite del gruppo e poi passate a diversi soggetti ritenuti vicini a esponenti della criminalità organizzata palermitana.    Giuseppe Guttadauro, 65 anni, è stato arrestato nel 2002 per associazione mafiosa e condannato nel 2006 a anni 13 e 4 mesi. Filippo Guttadauro, 62 anni, arrestato nel 2006 per associazione mafiosa, due anni dopo è stato condannato a 14 anni.

Nel procedimento era emerso il ruolo di raccordo svolto da quest'ultimo nelle comunicazione tra i latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Legami sono stati riscontrati, inoltre, con Giuseppe Grigoli, 63 anni, originario di Castelvetrano, che avrebbe avuto un ruolo determinante nell'apertura di due esercizi nel centro commerciale "Belicittà" di Castelvetrano (Trapani), centro di interessi imprenditoriali riconducibili al sodalizio mafioso capeggiato da Messina Denaro. Tra i beni sequestrati figurano 11 società e relativi complessi aziendali, con sede a Palermo e provincia: società di gestione di beni immobili, vendita di preziosi, intrattenimento e commercio al dettaglio di abbigliamento; 12 fabbricati, 23 terreni, 16 automezzi, 5 quote societarie e disponibilità finanziarie.

martedì 3 dicembre 2013

Mafia, 7 morti in 5 agguati negli anni 90: ordinanza a boss Alfio Laudani


CATANIA. Due ordinanze di custodia cautelare sono state notificate in carcere da carabinieri di Catania al boss Alfio Laudani, 67 anni, capo dell'omonimo clan, e a Camillo Fichera, di 59, per cinque agguati di mafia, in cui sono morte complessivamente 7 persone, compiuti tra il 1984 e il 1993.

Le indagini dei militari dell'Arma sono state coordinate dalla Dda della Procura etnea, che si è avvalsa delle dichiarazioni dei 'pentiti' Giuseppe Maria Di Giacomo e Alfio Lucio Giuffrida.
L'inchiesta ha fatto luce sull'uccisione dell'ex pilota di auto da corsa Alfio Gambero, assassinato il 1 luglio del 1984 a Tremestieri Etneo perché ritenuto un 'cane sciolto' che danneggiava gli interessi del gruppo criminale. Due agguati sarebbero stati di 'pulizia interna': quello a Salvatore Gritti eliminato il 10 maggio del 1991, e il duplice omicidio, risalente al 20 del 1993, di Domenico Peluso e Camillo Caruso, perché ritenuti poco affidabili. Nell'ambito della guerra di mafia tra clan contrapposti sarebbero invece da inquadrare l'assassinio di Giovanni Piacenti, della cosca dei 'Ceusi' il 3 agosto del 1993 a Giarre, e dell'avvocato Salvatore Di Mauro e del suo segretario Francesco Borzì, il 24 giugno del 1993, nello studio legale di Catania, perché considerato dai Laudani l'artefice di strategie del gruppo della cosca rivale dei 'Puntina'.

Mafia, confisca da 160 milioni per la famiglia di Carini




PALERMO. Un ingente patrimonio del valore di 160 milioni di euro, costituito da diverse imprese e relativi complessi aziendali, quote societarie, fabbricati, terreni, autoveicoli e disponibilità finanziarie, è stato confiscato a un esponente di spicco della famiglia mafiosa di Carini (Palermo) e a un imprenditore ritenuto contiguo alla cosca.
   
L'operazione è stata condotta dalla Guardia di finanza di Palermo, su disposizione della sezione misure di prevenzione del Tribunale, a seguito di indagini economico-patrimoniali svolte, sotto la direzione della Procura di Palermo, dal Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) del locale nucleo di polizia tributaria.  Tra i beni confiscati figurano due lussuose ville a Carini del valore di circa un milione di euro, formalmente di proprietà di un prestanome (P.V.) di 57 anni originario di Torretta (Palermo), arrestato nel 2006 per associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione, quale appartenente alla famiglia mafiosa di Carini e condannato nel 2007 a 10 e mesi 7 di reclusione; già sottoposto alla sorveglianza speciale per tre anni negli anni '80, P.V. oltre ad aver curato gli interessi della famiglia mafiosa di Carini attraverso una serie di condotte illecite tra cui il controllo dei lavori pubblici e l'imposizione del pizzo, nel corso degli anni si è avvalso di numerosi prestanome, ai quali ha fittiziamente intestato il proprio patrimonio accumulato grazie alla sua militanza nell'organizzazione mafiosa.

L'altro destinatario del provvedimento di confisca è A.L., 51 originario di Carini (Palermo), imprenditore considerato contiguo alla stessa famiglia mafiosa. Tra gli altri beni in confisca, sono comprese anche 4 società e relativi complessi aziendali, quote societarie, 3 ditte individuali nel settore edile, nel commercio di elettrodomestici e nell'abbigliamento con sede a Palermo e provincia, 3 opifici commerciali a Carini, 6 autoveicoli, 29 fabbricati e 43 terreni dislocati nelle province di Palermo e Trapani, nonché diverse disponibilità finanziarie, fra cui rapporti bancari e polizze vita.

sabato 9 novembre 2013

Mafia, 5 arresti a Vittoria: poliziotto messinese accusato di favoreggiamento

 
 
 
VITTORIA. Operazione antimafia a Vittoria della squadra mobile della Questura di Ragusa che ha arrestato 4 persone accusate di appartenere al clan Piscopo. Tra gli indagati anche un sovrintendente di polizia dell'ufficio denunce del commissariato di Vittoria ritenuto un informatore del gruppo e accusato di favoreggiamento. Si tratta di Santo Ruggeri, di 49 anni, originario di Messina, in servizio nel commissariato di polizia di Vittoria. L'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Catania, per favoreggiamento, gli è stata notificata da suoi colleghi, prima di essere trasferito in un carcere militare. 

Le indagini della polizia sono state coordinate dalla Dda della Procura di Catania. Gli arrestati sono Massimiliano Avola, di 37 anni, ritenuto il leader del gruppo, Enzo Rotante, di 43, Gianluca Rotante di 36, e Francesco Guastella, di 53, ex guardia giurata. In esecuzione di un'ordinanza emessa dal Gip di Catania è stato arrestato per favoreggiamento un appartenente alle forze dell'ordine in servizio a Vittoria, risultato, dalle indagini, avere «rapporti abituali e significativi con Avola, al quale forniva anche informazioni sulle indagini in corso». 

Secondo l'accusa, i primi quattro farebbero parte di un clan riferibile a Cosa nostra che imponeva, attraverso una società di vigilanza, "La custode", che è stata sequestrata, i servizi di "guardiania" a imprenditori di Vittoria e nelle zone limitrofe. Dalle indagini della polizia, emerge che il gruppo, facendo leva sulla forza d'intimidazione attuata anche con furti e danneggiamenti nei confronti di numerose aziende agricole, era riuscita ad imporsi in regime di quasi "monopolio" nel settore della vigilanza. Dagli accertamenti delle forze dell'ordine sono stati anche ricostruiti «abituali contatti e rapporti che il gruppo criminale aveva con esponenti di altre organizzazioni criminali di stampo mafioso». Le indagini della squadra mobile della Questura di Ragusa sono state coordinate dal procurato capo di Catania, Giovanni Salvi, e delegate al sostituto Valentina Sincero.

martedì 8 ottobre 2013

Mafia, Cuffaro: chiesti i servizi sociali

L'ex governatore della Sicilia forse a casa a Natale



PALERMO. Rinchiuso a Rebibbia da 33 mesi, l'ex governatore della Sicilia, Totò Cuffaro condannato in via definitiva a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia, potrebbe tornare a casa a Natale.

I suoi legali hanno avviato l'istruttoria per la richiesta di affidamento ai servizi sociali e il Tribunale di sorveglianza di Roma, come scrive il Giornale di Sicilia, verificherà la posizione di Cuffaro il prossimo 17 dicembre. Se i giudici dovessero accogliere l'istanza, l'ex presidente della Regione, che dopo la condanna si dimise da senatore senza aspettare la decisione della giunta sulla decadenza, potrebbe svolgere il servizio sociale nel centro "Speranza e Carità" di Biagio Conte, il missionario laico che da anni accoglie nella sua struttura, a Palermo, emarginati e indigenti.

sabato 28 settembre 2013

Mafia, Provenzano chiede i danni all'Italia: "trattamento disumano in carcere"

I legali del boss sostengono che l'Italia abbia violato ripetutamente le norme europee sul trattamento carcerario e chiedono una "equa riparazione, comprensiva dei danni patrimoniali e morali subiti".



Hanno provato in ogni modo a chiedere la revoca del 41 bis, ma ogni tentativo è andato a vuoto. Così i legali del superboss Bernardo Provenzano hanno deciso di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e di chiedere la condanna del governo Italiano per il trattamento carcerario inumano subito dal boss di Cosa Nostra.
Le condizioni di salute di Provenzano sono gravi - è da tempo afflitto da un tumore alla prostata e soffre di Parkinson e di un’encefalite in stato avanzato - ma nonostante le ripetute richiesta la misura del carcere duro non è stata revocata. Solo poche settimane fa il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva respinto la richiesta della difesa dell’uomo perchè, nonostante le sue condizioni di salute, esiste ancora un concreto pericolo di commissione di delitti.
Da qui la decisione di scavalcare lo Stato Italiano e rivolgersi a Strasburgo, presentando il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. I legali del boss, Rosalba Di Gregorio e Franco Marasà, sostengono che l’Italia abbia violato ripetutamente le norme europee sul trattamento carcerario e per questo chiedono una “equa riparazione, comprensiva dei danni patrimoniali e morali subiti“.
In sintesi, la difesa del capo dei capi di Cosa Nostra vuole che l’Italia paghi per i danni morali e patrimoniali che ha causato al superboss, condannato a più riprese per il suo ruolo, tra gli altri, nella strage di Capaci, per l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, per gli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma e per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici.
Ricordiamo che per i giudici del tribunale di sorveglianza di Bologna:
In caso di allentamento del regime attuale, il condannato ben potrebbe veicolare e ricevere messaggi all’esterno e dall’esterno, con potenziale gravissimo pregiudizio per la collettività, considerati il ruolo apicale del soggetto nell’ambito dell’associazione mafiosa di riferimento e la ferocia già dimostrata, e tanto più considerato che egli è detenuto dall’11-4-2006 dopo una lunga latitanza, e che sono tuttora latitanti esponenti di Cosa nostra come Matteo Messina Denaro, già in strettissimi rapporti con Provenzano, e che si assume tuttora tenere le fila e gestire per suo conto gli interessi ed affari illeciti del clan.
La battaglia della difesa di Provenzano prosegue.

venerdì 20 settembre 2013

Mafia, altri beni sequestrati al re dell’eolico



PALERMO. La Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ha confiscato altri beni per un valore di oltre 3 milioni e 500 mila euro a Vito Nicastri, l'imprenditore trapanese definito il "re" dell'eolico al centro di numerose indagini. Il provvedimento si va a sommare all’altra confisca dell’aprile scorso di 1 miliardo e 300 milioni di euro. Il patrimonio di Nicastri, che opera nel settore delle energia alternative, è stato ritenuto frutto del reinvestimento di capitali di provenienza illecita. Tra i beni sottoposti oggi a confisca numerosi conti correnti e rapporti finanziari, attestati presso  istituti di credito in Sicilia e Lombardia.

martedì 17 settembre 2013

Mafia, droga e nuovi affari

Otto arresti tra San Giuseppe Jato e Camporeale


di VINCENZO MARANNANO
PALERMO. È in corso dalle prime luci dell’alba — tra i comuni di San Giuseppe Jato, San Cipirello e Camporeale — una vasta operazione antidroga condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Monreale. I militari hanno dato esecuzione a 8 misure di custodia cautelare, emesse dal gip Luigi Petrucci su richiesta della direzione distrettuale antimafia, nei confronti di altrettanti indagati accusati di associazione a delinquere finalizzata alla coltivazione, raffinazione e commercializzazione di droga, prevalentemente «cannabis indica», tutti reati aggravati dal favoreggiamento a Cosa nostra. Oltre agli otto finiti in cella, sono state denunciate a piede libero altre 13 persone, di cui otto già in carcere da aprile per mafia (operazione «Nuovo Mandamento») e nei cui confronti il gip, pur evidenziando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, non ha ritenuto esistenti le esigenze cautelari.
Quella di questa notte è una «costola» dell’operazione «Nuovo Mandamento», la maxi inchiesta antimafia che documentò la riorganizzazione territoriale di Cosa nostra nella parte occidentale della provincia di Palermo (con un supermandamento che oltre a Camporeale accorpava anche gli storici clan di San Giuseppe Jato e Partinico) e che ad aprile culminò con l’arresto di 38 persone tra capi e gregari.
In particolare le indagini — avviate nel dicembre 2010 e coordinate dai procuratori aggiunti Teresa Principato e Vittorio Teresi, e dai sostituti Francesco Del Bene, Sergio Barbiera, Sergio Demontis e Daniele Paci — hanno fatto luce su un vasto giro di droga e su una serie di piantagioni di canapa indiana, messe in piedi dall’organizzazione per fronteggiare il calo di entrate e il contestuale aumento delle spese per gli avvocati e per il sostentamento delle famiglie dei carcerati. Durante le indagini sono state individuate alcune piantagioni, soprattutto nella valle del fiume Jato, con l’arresto in flagranza di tre persone. Scoperti pure due luoghi di stoccaggio: in questo caso le persone bloccate sono state otto e 40 i chili di droga sequestrati.
“Le coltivazioni di canapa una vera azienda agricola”
 
PALERMO. Durante le indagini, e in particolare nell’estate 2012, è emerso come una delle fonti di reddito dell’organizzazione fosse proprio la coltivazione di canapa indiana. Monitorando gli indagati, i carabinieri sono riusciti ad individuare quattro piantagioni, tutte tra San Giuseppe Jato, Monreale e Camporeale, e a recuperare circa 40 chili di marijuana già essiccata e pronta per essere venduta, per un valore commerciale al dettaglio di circa 200 mila euro. «Abbiamo avuto l’impressione — spiega il colonnello Pierluigi Solazzo — di trovarci di fronte a un’organizzazione perfetta, una sorta di azienda agricola in cui ognuno aveva un ruolo: c’era chi individuava i terreni e chi si occupava della piantumazione, c’era l’agricoltore che innaffiava e quello che procurava i pesticidi per i topi, e infine c’erano gli addetti alla distribuzione...».
All'inizio il clan guidato da Antonino Sciortino era partito con grandi ambizioni: la prima piantagione, in contrada Argivocalotto a Monreale, contava infatti oltre seimila piante e alla sua realizzazione parteciparono i maggiori esponenti delle famiglie mafiose. Poi, per paura che potessero essere scoperti, i picciotti decisero di spostare gli arbusti e di creare delle piantagioni più piccole e quindi più difficili da individuare per le forze dell'ordine e più facili da gestire per l'organizzazione.
Due di queste sono state individuate esattamente un anno fa: una (il 4 agosto 2012) in località Tagliavia (riconducibile direttamente al gruppo Lo Voi-Mule'), e una in contrada Monte Petroso, agro di Camporeale, riconducibile al gruppo capeggiato da Antonino Sciortino).
Poco dopo, tra il 26 settembre e il 10 ottobre, gli uomini del Nucleo Investigativo di Monreale, guidati dal maggiore Mauro Carrozzo, sequestrarono due grossi carichi già stoccati e pronti per l'immissione sul mercato. In questo caso la droga era sta nascosta nella masseria di Giuseppe Lo Voi e Salvatore Mule', indicata dagli indagati quale "sede centrale" del mandamento.
 
Mafia e droga nel Palermitano, i nomi degli arrestati
 
PALERMO. Ecco l’elenco delle persone arrestate nel blitz antidroga di questa notte nel Palermitano: Giovanni Battaglia, 28 anni, nato ad Alcamo ma residente a Camporeale; Baldassarre Di Maggio, 34 anni, di San Giuseppe Jato; Pietro Ficarrotta, 44 anni, nato a Platania (Cz) e residente a San Cipirello; Raimondo Liotta, 47 anni, di Camporeale; Salvatore Lo Voi, 34 anni oggi, di San Giuseppe Jato; Giuseppe Mulè, 31 anni, di San Cipirello; Antonino Parrino, 42 anni, di San Giuseppe Jato e Rosario Parrino, 29 anni, di San Cipirello.

 

giovedì 7 giugno 2012

Mafia, Spatuzza: "Chiedo perdono ai familiari delle vittime"

Il pentito ha ricordato il percorso di conversione religiosa che lo ha spinto a collaborare con la giustizia e ha spiegato di avere atteso anni prima di parlare con i magistrati perchè i suoi, che ora lo hanno ripudiato, non l'avevano mai sostenuto nella sua scelta


PALERMO. «Chiedo scusa a tutti i familiari delle vittime per quello che ho fatto e perchè ho atteso del tempo prima di pentirmi». È cominciato con una drammatica richiesta di perdono l'interrogatorio del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, sentito oggi nell'aula bunker del carcere di Rebibbia nel corso dell'incidente probatorio disposto dal gip di Caltanissetta nell'ambito della nuova indagine sulla strage di via D'Amelio. Spatuzza, che con le sue rivelazioni ha riscritto la fase esecutiva dell'eccidio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, sta rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Nico Gozzo e del pm della dda Stefano Luciani. Il pentito ha ricordato il percorso di conversione religiosa che lo ha spinto a collaborare con la giustizia e ha spiegato di avere atteso anni prima di parlare con i magistrati perchè i familiari non l'avevano mai sostenuto nella sua scelta. Spatuzza, dopo l'avvio della collaborazione, è stato ripudiato dalla famiglia.

lunedì 28 maggio 2012

Mafia, condanne a oltre 37 anni per i postini del boss Raccuglia

Quando parlavano al telefono, per non farsi scoprire, temendo di essere intercettati, chiamavano i 'pizzinì pillole. E per la consegna dei messaggi più delicati ricorrevano ad escamotage a prova di polizia lanciando le lettere da e per uno dei capi di Cosa Nostra

PALERMO. Quando parlavano al telefono, per non farsi scoprire, temendo di essere intercettati, chiamavano i 'pizzinì pillole. E per la consegna dei messaggi più delicati ricorrevano ad escamotage a prova di polizia lanciando le lettere da e per il capomafia Mimmo Raccuglia giù da un viadotto dove altri emissari sapevano di trovarli. Oggi cinque postini del capomafia di Altofonte, accusati di associazione mafiosa, sono stati condannati complessivamente a oltre 37 anni di carcere dalla corte d'appello di Palermo.

Allo smistamento della corrispondenza del boss allora latitante la banda dedicava il week-end. I postini, tutti insospettabili, furono arrestati dalla polizia nel 2010. Mario Salvatore Tafuri, titolare della «Tafuri Costruzioni» e gestore dell'impianto di calcestruzzi Co. edil. cem di Altofonte ha avuto 9 anni di carcere. Stessa pena per l'imprenditore edile di Camporeale Girolamo Liotta e per un dipendente della Co.edil.cem Giacomo Bentivegna. A sette anni è stato condannato Giuseppe Campanella, impiegato del Comune di Salaparuta (Trapani); mentre tre anni e sei mesi sono stati inflitti a Marco Lipari, imprenditore agricolo di Camporeale.

Raccuglia venne catturato dopo 15 anni di latitanza. Soprannominato «il veterinario», il boss ha tre condanne all'ergastolo (una per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo). Durante la sua latitanza, nonostante i servizi di osservazione disposti nei confronti della moglie, Raccuglia riuscì a diventare padre per la seconda volta. Il boss era considerato uno degli aspiranti al vertice della
mafia palermitana essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico grosso centro fra Palermo e Trapani.

martedì 22 maggio 2012

Mafia, sciolto il Comune di Rivarolo Canavese

Il cdm azzera la giunta a pochi mesi dall'arresto del segretario comunale Antonino Battaglia nelle carte di Dda e carabinieri i legami tra i politici e le 'ndrine

Torino
Giunta azzerata. Il Consiglio dei ministri, previa relazione del ministro dell’Interno, ha sciolto il consiglio comunale di Rivarolo Canavese, in provincia di Torino. Qui, pochi mesi fa, l'operazione anti-'ndrangheta denominata «Minotauro», aveva portato all'estero, tra gli altri, anche del segretario comunale Antonino Battaglia.

Nei documenti e nelle intercettazioni in mano alla Dda e ai carabinieri risultava che Battaglia aveva fatto da tramite tra il sindaco Fabrizio Bertot, candidato alle Europee nel 2009 e alcuni esponenti delle ndrine locali per raccogliere voti e far eleggere l'esponente di An. Bertot, imprenditore e consigliere provinciale, non è mai stato indagato per questa vicenda. Lo scioglimento di Rivarolo arriva pochi mesi dopo quello disposto dal Viminale per il comune di Leini.
La Commissione Antimafia è ancora al lavoro nel comune di Chivasso dove ha chiesto una proroga dei tempi di indagine che scadrà a luglio. Il ministro Cancellieri qualche settimana fa, prima delle elezioni amministrative, aveva rassicurato la politica locale spiegando che il consiglio eletto col ballottaggio di ieri non rischiava lo scioglimento.

LODOVICO POLETTO

mercoledì 16 maggio 2012

Mafia, processo Perseo: boss condannati a 150 anni

Il procedimento, arrivato all'Appello, nasce da un maxi-blitz contro le cosche che portò in carcere 98 tra boss e gregari accusati di mafia, estorsione e traffico di droga. Gli inquirenti scoprirono anche un tentativo di ricostituzione della commissione provinciale di Cosa nostra

PALERMO. Ha retto in secondo grado l'impianto accusatorio del processo «Perseo» che vedeva imputato il gotha della mafia palermitana: poche e lievi le riduzioni di pena decise dai giudici della sesta sezione della corte d'appello presieduta da Biagio Insacco, che ha sostanzialmente confermato la decisione del gup. Il processo si svolgeva in abbreviato.

Gli imputati erano 26. Ventidue sono stati condannati complessivamente a oltre 150 anni di carcere. Per due - lo storico boss Gerlandi Alberti e Placido Naso- è stato dichiarato il non doversi procedere per morte del reo. Due gli assolti: Filippo Bisconti e Filippo Annatelli. Le pene più alte sono state inflitte ai capomafia Sandro Capizzi (10 anni e 8 mesi) e Giuseppe Scaduto (10 anni), a Salvatore Milano (9 anni e 10 mesi) e a Gioacchino Mineo (9 anni e sei mesi). Stefano Ganci ha avuto 5 anni, mentre 8 anni e 8 mesi sono stati disposti per Salvatore Freschi. A 7 anni e 8 mesi è stato condannato Giovanni Adelfio, a 6 anni e 4 mesi Salvatore Adelfio e Salvatore Bellomonte, a 8 anni e 4 mesi Giuseppe Calvaruso, a 4 anni Santo Dell'Oglio, a 6 anni e 4 mesi Giuseppe Di Cara, a 5 anni e 8 mesi Antonino Freschi, a 4 Francesco Leone, a 6 anni e 4 mesi Massimo Mulè, a 9 anni Giuseppe Perfetto, a 2 Francesco Piscitello, a 5 anni e 8 mesi Onofrio Prestigiacomo, pentito, a cui la corte non ha riconosciuto la speciale attenuante prevista per i collaboratori di giustizia. I giudici hanno poi condannato a 3 anni e 8 mesi Rosario Rizzuto, a 6 anni e 4 mesi Ludovico e Rosario Sansone a 7 anni e 8 mesi Enrico Scalavino.

Il processo nasce da un maxi-blitz contro le cosche che portò in carcere 98 tra boss e gregari accusati di mafia, estorsione e traffico di droga. Gli inquirenti scoprirono anche un tentativo di ricostituzione della commissione provinciale di Cosa nostra.

venerdì 11 maggio 2012

Mafia, D’Alì sceglie il rito abbreviato

La sentenza per il senatore del Pdl, accusato di concorso in associazione mafiosa, è attesa per il 18 ottobre. “Non ho nulla da temere, voglio uscire subito da questa vicenda”

PALERMO. Il senatore del Pdl Antonio D'Alì ha chiesto di essere processato col rito abbreviato. L'ex sottosegretario all'Interno è accusato di concorso in associazione mafiosa. L'udienza si terrà, davanti al gup di Palermo Giovanni Francolini, il 3 ottobre prossimo.
La sentenza è attesa per il 18 ottobre. D'Alì, che è accusato di avere avuto rapporti con le cosche trapanesi, è difeso dagli avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino. Il gup, accogliendo l'istanza della difesa, ha respinto per difetto di legittimazione, la richiesta di costituzione di parte civile di cinque associazioni: Libera, Io non pago il pizzo, Centro Pio La Torre, Antiracket Marsala e Antiracket Castellammare.
"Ho scelto il rito abbreviato perché voglio uscire subito da questa vicenda – ha detto D’Alì –. Non ho motivo di temere nulla e gli atti depositati al processo, infatti, certificano la mia estraneità ai fatti contestati. Spero che al più presto questo processo venga chiuso e venga dimostrata la mia innocenza".