venerdì 28 giugno 2013

Ior, arrestati alto prelato e uno 007


Le accuse sono corruzione e truffa

In manette monsignor Scarano. Nel mirino anche un broker finanziario
Ci sarebbe stato un accordo tra l’agente dei servizi e l’alto prelato
per far rientrare dalla Svizzera 20 milioni cash a bordo di un jet privato

 
 
grazia longo
Un nuovo scandalo scuote lo Ior, finito sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Roma, della Guardia di Finanza, oltre che di papa Bergoglio che ha annunciato l’intenzione di aprire una commissione per riformare la banca vaticana. C’è già un arresto eccellente.

Era già stato sospeso ieri per riciclaggio, stamattina è stato arrestato per truffa e corruzione. L’ordine di custodia cautelare è scattato per monsignor Nunzio Scarano, prelato di Salerno. Insieme a lui sono finiti in manette anche Giovanni Maria Zito, funzionario dei servizi segreti dell’Aisi e un broker finanziario, Giovanni Carinzo, grazie all’inchiesta del nucleo valutario, agli ordini del generale Bottillo, della Guardia di Finanza.

La vicenda giudiziaria ruota intorno ad un accordo tra Scarano e Zito finalizzata a far rientrare dalla Svizzera 20 milioni cash di proprietà di alcuni amici del monsignore a bordo di un jet privato. Per questo «servizio», Zito si sarebbe messo in tasca 400 mila euro. L’ordine d’arresto è scattato su richiesta del procuratore aggiunto Nello Rossi, firmata dal gip di Roma Barbara Callari.   

Si allarga l’inchiesta sui preti pedofili


«Altri religiosi nel giro dei ragazzi di vita»

 


Don Poggi ha consegnato ai carabinieri una chiavetta con foto e documenti

ROMA - E’ tornato davanti ai carabinieri lo scorso 6 giugno, dopo la prima denuncia dell’8 marzo e la successiva integrazione firmata a tre giorni di distanza. Don Patrizio Poggi, il sacerdote, sospeso “a divinis” a causa di una condanna per abusi sessuali su minori, ha riferito di sacerdoti e prelati che avrebbero approfittato di ragazzini pronti a prostituirsi. E ai militari, l’ultima volta, ha consegnato anche una chiavetta con foto e documenti, per dimostrare quanto aveva sostenuto e tentare di documentare il coinvolgimento di religiosi di ogni livello nel giro di ragazzi di vita. Di fatto nulla che possa confermare senza altri accertamenti le sue dichiarazioni: soltanto altri spunti e altri nomi di testimoni per le indagini.

Nel nuovo verbale, l’ex sacerdote, che ha chiesto il reintegro nei ranghi della chiesa, ha fatto anche altri nomi di presunti religiosi pedofili, dopo i nove già consegnati agli inquirenti. Sacerdoti e un altro prelato che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero frequentato minorenni.

Intanto il procuratore aggiunto Maria Monteleone, che coordina le inchieste sui reati sessuali, ha già convocato molti di quei ragazzini, alcuni non più minorenni, indicati da Poggi. Ma anche i testimoni che avrebbero dovuto confermare le sue parole. Sono due i filoni dell’indagine: l’ipotesi di sfruttamento della prostituzione, che coinvolge un ex carabiniere, Giuseppe Buonviso, Giancarlo Aleandri e Marcello Righettini, accusati da Poggi di procurare ragazzi ai religiosi. Poi l’aspetto che riguarda il reato di violenza sessuale aggravata. Una vicenda sulla quale la procura continua a mantenere la massima cautela.

Bando pubblico truccato


 Tra arrestati dirigente Comune di Francavilla


CRISPIANO (TARANTO) – Un’impiegata dell’ufficio tecnico del Comune di Francavilla Fontana, Daniela Camarda, e il responsabile di una società di ingegneria di Taranto, residente a Crispiano, Carmelo Dellisanti, sono stati arrestati e posti ai domiciliari dai militari del gruppo di Taranto della Guardia di finanza in collaborazione con i colleghi della compagnia di Francavilla Fontana nell’ambito di una indagine sulla presunta alterazione di gare d’appalto. Sono indagati anche un ex assessore del comune brindisino, Mimmo Ammaturo (Nuova Dc), in passato anche sindaco di Francavilla Fontana, e un ex dirigente del Comune di Palagiano (Taranto), Michele Vinci.

Le ordinanze di custodia cautelare e le perquisizioni sono state disposte dal gip del tribunale di Brindisi su richiesta del pm Milto Stefano De Nozza. Le Fiamme gialle hanno accertato che l’ex assessore ai Lavori pubblici di Francavilla Fontana, Ammaturo, coadiuvato da un’impiegata dell’ufficio tecnico, Daniela Camarda, in accordo con un ingegnere libero professionista, Dellisanti, "artatamente predisponevano gare per la progettazione di opere pubbliche per le quali erano richiesti finanziamenti pubblici". La chiave del raggiro inerente una gara per la realizzazione di un’opera pubblica dell’importo di 2,4 milioni di euro, consisteva, secondo gli inquirenti, "nel fatto che la progettazione era stata eseguita solo formalmente dall’ufficio tecnico dell’ente pubblico mentre, di fatto, era stata realizzata dal professionista esterno".

Successivamente, l’ingegnere, con la compiacenza dell’assessore e dell’impiegata, predisponeva anche la relativa gara d’appalto, con procedura ristretta, alla quale lo stesso partecipava insieme ad altri professionisti, "che indotti alla desistenza dal medesimo ingegnere, si astenevano consentendogli così l’aggiudicazione dell’appalto". Quest’ultimo si riferisce all’adeguamento degli scarichi e delle immissioni delle acque meteoriche in area urbana ad alta pericolosità di inondazione.

A vario titolo vengono contestati i reati di turbata libertà degli incanti, falso in atto pubblico per induzione ed abuso d’ufficio.

L'INTERCETTAZIONE - «Noi siamo vittime di una legge scellerata. Che è figlia della paura di tangentopoli e ci siamo messi nella condizione classica che la medicina è peggiore del male». Lo diceva al telefono, riguardo alle norme da aggirare, Carmelo Dellisanti, 47 anni, l’ingegnere 'di fiducià del Comune di Francavilla Fontana (Brindisi) finito oggi ai domiciliari mentre spiegava ad un’altra persona, non coinvolta nell’inchiesta, il metodo utilizzato per «truccare» le gare d’appalto.

Una, in particolare, è finita sotto la lente della magistratura di Brindisi, nell’inchiesta del pm Milto Stefano De Nozza: si tratta della gara per l'affidamento della progettazione generale dei lavori di miglioramento della risorsa idrica per il tramite dell’adeguamento degli scarichi e delle immissioni delle acque meteoriche nella zona Pip di Francavilla Fontana, ad alta pericolosità di inondazione. Le accuse sono di turbativa d'asta, falso e abuso d'ufficio, contestate a vario titolo a quattro indagati, tra cui l'ex assessore comunale Mimmo Ammaturo. È stato posto ai domiciliari Dellisanti, ingegnere che ha anche avuto incarichi di docenza al Politecnico di Bari, già coinvolto nell’inchiesta tarantina 'Enviroment Sold Out' che fa parte dell’indagine sull'inquinamento prodotto dall’Ilva che portò anche all’arresto dell’assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva. Domiciliari anche per Maria Daniela Camarda, 43 anni, nata a Brindisi e residente a Francavilla Fontana, responsabile del procedimento in questione. Indagato anche Michele Vinci, 63, già capo della segreteria del comune di Palagiano (Taranto) e consulente di Dellisanti, titolare della società Promeed Engineering. Numerose le intercettazioni telefoniche. Ne emerge che Dellisanti – secondo quanto accertato dagli investigatori - stabiliva «i punti salienti del disciplinare di gara e nello specifico i requisiti che le società da invitare devono possedere, i nominativi delle aziende da invitare, il termine per la presentazione delle domande, il criterio di calcolo della sanzione per la ritardata consegna del progetto». Godeva, all'interno dell'amministrazione di Francavilla Fontana, sempre secondo gli investigatori, in un periodo compreso tra il 2010 e il 2012, di «di un rapporto privilegiato con l'assessore ai lavori pubblici», in passato sindaco della città e componente dell’Ato per i rifiuti. E uno stretto rapporto professionale con la funzionaria comunale. Nell’inchiesta ci sono finiti anche altri bandi pubblici su cui vi sono tuttora indagini in corso.

Uccise il suo usuraio con caffè avvelenato, pm chiede l'ergastolo

Imprenditore 50enne ha confessato di aver ucciso un farmacista con il cianuro


Il pm Carlo Nocerino ha chiesto l’ergastolo per Gianfranco Bona, imprenditore 50enne che ha confessato di aver ucciso il farmacista Luigi Fontana nell’aprile 2012 avvelenandolo con un Crodino al cianuro.
Il pm ha anche chiesto ai giudici di non concedere le attenuanti generiche a Bona, che in aula ha dichiarato di aver preso soldi usura dal farmacista. Un’accusa infondata per i legali della famiglia della vittima, che hanno fatto notare come l’imputato nel corso del processo abbia cercato in tutti i modi di «diffamarne» la memoria con accuse molto gravi. Nella scorsa udienza davanti al gup Luigi Gargiulo, Bona ha chiesto che il processo fosse aperto al pubblico anche se è celebrato con il rito abbreviato. In aula Bona ha spiegato che la sua ditta di trasporti era andata in crisi e si era rivolto a Fontana, suo vecchio amico, per un aiuto economico. Il farmacista gli aveva «prestato soldi con tassi usurari».

Ai pm Bona aveva parlato di un debito di 270 mila euro. «Non riuscivo a restituirli - aveva spiegato l’imprenditore - e lui mi ha minacciato dicendomi “ti veniamo a prendere a casa”». Così il 2 aprile 2012 Bona, che ormai ha le spalle al muro, si presenta nella farmacia dellamico in via Forze Armate e si offre di andare a prendere un aperitivo al bar vicino. Un Crodino per il farmacista e un caffè per il magazziniere tuttofare Francesco Bruno. In tutte e due le bevande versa del cianuro. Fontana, 64 anni, sposato con due figlie, morirà il 15 aprile dopo una lunga agonia. Bruno, invece, si salva perché insospettito dal sapore insolito del caffè, sputerà tutto.

Bona, che è anche accusato del tentato omicidio del magazziniere tutto fare, ha spiegato che aveva deciso di uccidere anche lui «perché era lui il vero capo dell’organizzazione, Fontana invece, prendeva ordini». Secondo Bona, il magazziniere sarebbe anche stato al centro di un traffico di medicinali.

M5S, esposto alla Procura di Siracusa sui 100 miliardi scomparsi




SIRACUSA. I deputati del gruppo parlamentare Movimento 5 stelle all'Ars hanno reso noto di avere presentato un esposto alla Procura di Siracusa per «accertare eventuali responsabilità» sul «mancato risanamento della costa tra Augusta e Siracusa e sul buco nero che sembra aver inghiottito i cento miliardi di lire stanziati da Stato e Regione per i lavori di bonifica della zona».
L' esposto alla Procura arriva all'indomani della trasferta siracusana della commissione Ambiente dell'Ars. «Trenta chilometri di costa e quarantatré milioni di metri quadri di territorio  - afferma il presidente della commissione, Giampiero Trizzino - sono  stati sacrificati all'industria pesante. In uno
spazio compreso tra Augusta e Siracusa si sviluppano, impianti petroliferi, petrolchimici e vecchie strutture abbandonate al degrado. Tra queste la famigerata Eternit, i cui resti sono ancora sotto gli occhi dei passanti. Mercurio, polveri sottili, depauperamento delle falde massacrano un territorio che ha
voltato le spalle allo sviluppo sostenibile e che oggi ne paga il prezzo. Il punto di partenza potrebbero essere proprio quei cento miliardi di lire che dovevano tamponare parecchie falle nella zona, ma che sembrano spariti nel nulla».
«La qualità della salute nella zona nord del Siracusano - afferma Stefano Zito, vice presidente della commissione Sanità dell'Ars - non è solamente legata alla questione ambientale, ma anche ad una lenta e frammentaria risposta sanitaria. Occorre dunque potenziare e velocizzare la fase diagnostica e terapeutica, congiuntamente all'avvio delle bonifiche del territorio».

Vigile morto a Palermo, l'autopsia svela


 L'agente ucciso da un solo colpo di pistola al petto


 
PALERMO. Un solo colpo al petto di una pistola calibro nove ha ucciso Mirko Vicari, l'agente della polizia municipale il cui cadavere è stato trovato nella sua abitazione del rione Altarello a Palermo.

È questo il risultato dell'autopsia eseguita nell'Istituto di medicina legale del Policlinico dal professore Paolo Procaccianti. Molto probabilmente il colpo mortale è partito dalla  pistola di ordinanza del vigile, forse durante una colluttazione con alcuni rapinatori che aveva scoperto rientrando a casa. È questa infatti una delle ipotesi privilegiate, anche se non l'unica. Un'altra pista è quella legata a una spedizione punitiva, camuffata da rapina, motivata dai controlli che l'agente della polizia municipale svolgeva quotidianamente sui venditori ambulanti. Gli investigatori hanno raccolto anche le testimonianze di alcuni colleghi ed amici della vittima, ai quali avrebbe confidato propositi suicidi in seguito ad alcune difficoltà economiche. L'esito dell'esame autoptico è adesso al vaglio degli agenti della squadra omicidi, alle prese con un'indagine sempre più complessa. La salma di Vicari sarà adesso trasportata nei locali del comando della polizia municipale in via Dogali dove è stata allestita la camera ardente. I funerali si svolgeranno domani.

E' stato sparato alla clavicola, con l'arma rivolta dall'alto verso il basso, il colpo che ha ucciso Mirco Vicari, il vigile urbano morto martedì a Palermo. Lo ha stabilito l'autopsia, eseguita dal direttore della Medicina Legale, Paolo Procaccianti. Il dato porterebbe a escludere l'ipotesi del suicidio avanzata dagli inquirenti sulla base del racconto di alcune colleghe di Vicari che hanno raccontato che il vigile avrebbe espresso la volontà di uccidersi per problemi economici e di simulare però un omicidio. La direzione del colpo sembrerebbe più compatibile con l'ipotesi della colluttazione tra la vittima e qualcuno - ladri o persone che volevano vendicarsi della sua attività professionale - che l'attendeva a casa.
La conclusione dell'autopsia rende ancora più misteriosa la vicenda. Non ci sarebbero, infatti, segni evidenti di colluttazione sul corpo di MirKo Vicari. Se, come ipotizzato all'inizio, l'uomo fosse stato assassinato da ladri sorpresi a rubare nella sua casa, i segni della colluttazione con i banditi dovrebbero essere visibili. La direzione del colpo, sparato dall'alto verso il basso, rende poco probabile anche la pista del suicidio mascherato da omicidio Tra le ipotesi anche quella che qualcuno abbia atteso Vicari in casa per ucciderlo per vendetta: l'uomo era addetto ai controlli nei mercatini rionali ed era noto per il suo rigore. Probabilmente saranno gli esami della Scientifica e della Balistica a dare la chiave per risolvere il giallo. Il caso comunque è stato iscritto dal pm Sergio Demontis nel registro degli indagati per omicidio e non per istigazione al suicidio.

L'appartamento della droga, 22 chili nascosti tra i giocattoli e nel salone



Bloccati quattro uomini e una donna intenti a confezionare le dosi da rivendere in provincia di Caserta


Blitz dei carabinieri nell'appartamento della droga: 22 chili sequestrati, nascosti in un garage, tra i giocattoli, nel salone.

I carabinieri della sezione operativa del reparto territoriale di Aversa, nel corso di una più ampia quanto articolata attività di prevenzione e controllo del territorio, volta a contrastare lo spaccio di droga, a seguito di prolungati sevizi di osservazione, hanno così arrestato, per produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti, 4 uomini ed una donna tutti campani.

Nell'appartamento a Trentola Ducenta, nel Casertano, hanno ritrovato la marijuana destinata ad alimentare, soprattutto nel fine settimana, le piazze di spaccio nelle zone della movida aversana.

Quando i carabinieri hanno fatto irruzione nell’appartamento, dove fuoriusciva un forte odore acre, i cinque erano ancora intenti a confezionare le dosi di droga: due hanno accennato a un tentativo di fuga, ma si sono immediatamente resi conto che i militari dell’Arma avevano preventivamente circondato la palazzina.

La droga già confezionata era contenuta in grosse buste di cellophane poggiate su alcune panche della stanza da pranza, il resto ammassato in due mucchi di infiorescenze poggiate sul tavolo.

Nell'appartamento sono stati sequestrati anche bilancini elettronici di precisione e altra attrezzatura.

Altra droga è stata rinvenuta nel box di pertinenza dell’appartamento, in due borsoni occultati sotto ad alcuni giocattoli.

Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati anche 1000 euro in banconote di vario taglio. I quattro uomini sono stati trasferiti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, la donna è agli arresti domiciliari.


PALERMO. "Chiedo scusa a Palermo, alla mia famiglia, per tutto quello che ho fatto. Da tre notti non dormo. Sono uscite cose che non penso. Ho sempre partecipato alle partite del cuore per onorare la memoria dei magistrati uccisi. Sono distrutto. Sono cresciuto in un contesto di valori". Lo ha detto Miccoli piangendo in conferenza stampa.

"Ringrazio Buffon che mi è stato vicino in questo momento, che mi conosce da una vita. Lui sa come sono fatto, che persona sono. Ha espresso un giudizio importante. Per quanto riguarda il mio lavoro non temo nulla, prenderò quello che verrà con la massima serenità. L'importante è che questa storia finisca il prima possibile, il resto è tutto in secondo piano".

"Chiedo scusa alla famiglia Falcone - ha detto Miccoli - e a tutti. Avevo già contattato la signora Falcone. Lei mi ha detto che bastava chiedere scusa a tutta Palermo. E sono qui per questo". Il calciatore ha poi parlato della vicenda giudiziaria che lo vede indagato dalla procura di Palermo per estorsione e accesso abusivo a sistema informatico per avere usufruito di quattro schede telefoniche intestate a terzi, nell'ambito delle indagini che coinvolgono Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa . "Sono contento che sia uscito tutto - ha spiegato - Ho voluto essere amico di tutti, della città. Quando finirà questa storia voglio fare il testimonial della legalità. Spero che la signora Falcone me lo permetta, voglio partecipare alla sua associazione".

"Non sono mafioso, sono contro la mafia e voglio dimostrarlo. Ho cercato di non essere in questi anni il capitano del Palermo, ma Fabrizio per tutti - ha aggiunto Miccoli -. Ho trascurato la mia famiglia per essere un palermitano. Ho frequentato tutti pensando che mi potessero dare vera amicizia, ho sbagliato. La mia famiglia è stata molto male, per prima cosa ho cercato di proteggere i bimbi". "Ai tifosi dico scusa. Sono qui per questo, penso di avere già detto quello che potevo. Mi auguro che capiscano che persona sono e si ricordino quello che ho fatto per questa maglia. Magari non mi perdoneranno subito, ma con il tempo".

"In cinque ore di interrogatorio é uscito un altro Fabrizio Miccoli. Ho risposto a tutto quello
che mi hanno chiesto. Adesso devo rinascere, evitare tutte le sciocchezze, devo crescere. Pensare a quello che è la vita vera, la mia famiglia, i miei figli", ha continuato Fabrizio Miccoli. "Non posso dire quello che ho detto ai pm, però sappiate che ho detto tutto quello che so", ha aggiunto il bomber del Palermo.

"Ho sentito il presidente, mi dispiace per come è finita. Zamparini mi conosce, sa chi sono.
Quest'anno abbiamo bisticciato come moglie e marito. Se avessimo parlato di più le cose potevano andare diversamente". Fabrizio Miccoli ha parlato anche del rapporto che lo lega
al Palermo e al suo patron Zamparini. "Se devo fare un bilancio di questi sei anni - ha osservato - posso solo ringraziarlo per l'opportunità di essere stato in questa squadra. Mi sarei aspettato di restare, di concludere qui la mia carriera. Un futuro a Palermo. Rispetto le idee di
Zamparini, comunque, e lo ringrazio. Quello che succederà non lo so. Ho una mia idea, la mia preferenza".

"Ho sentito Gattuso qualche giorno fa, ci conosciamo da una vita. Penso che sia un'ottima persona. Gli auguro di potere riportare il Palermo in serie A dove merita", ha concluso Miccoli, il cui contratto scadrà il 30 giugno. "Di Palermo ho solo bei ricordi - ha spiegato - Soprattutto la gara con la Samp quando potevano andare in Champions e ho giocato per venti minuti con il crociato rotto". "Ricordo ogni gol, ogni allenamento", ha detto scoppiando in lacrime. Nel pomeriggio alcuni tifosi deporranno una maglia all'albero Falcone. "Volevo essere con loro - ha detto - ma il mio gesto non sarebbe stato forse compreso nel modo giusto".


MARIA FALCONE: "MICCOLI NON HA PARLATO CON ME".
"Non è vero che Fabrizio Miccoli ha parlato con me. Voleva farlo, ma non abbiamo parlato. Ha cercato di contattarmi per chiedermi scusa". Lo dice Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, contattata in partenza per un viaggio a Parigi. "Miccoli non deve chiedere scusa a me. Deve chiedere scusa a Giovanni, ai siciliani, ai tanti tifosi che hanno creduto in lui".

Cibi scaduti da tre anni, quindici ristoranti nel mirino. I dettagli dell'inchiesta


La Guardia costiera: controlli intensificati, ma attenzione ai menu soprattutto se i piatti sono a base di pesce


Alimenti scaduti da tre anni e altri tenuti in cattivo stato di conservazione serviti in noti ristoranti del vesuviano.

di Antonella Losapio
Il blitz che ha portato al sequestro di cinquecento chili tra prodotti ittici, carni ed altri alimenti, ha visto in azione gli uomini della capitaneria di porto di Torre del Greco, diretti dal comandante Antonio Cacciatore e dell'ufficio circondariale marittimo di Torre Annunziata, agli ordini del comandante Claudia Di Lucca, in collaborazione con il servizio veterinario dell'Asl Napoli 3 sud - distretto 55 di Ercolano.

Per tali violazioni, sono scattate denunce e sanzioni amministrative. In particolare cinque titolari di ristoranti sono stati denunciati all'autorità giudiziaria e altri tre multati per un totale di 4.500 euro per non aver saputo fornire le informazioni obbligatorie sulla provenienza e sulla tracciabilità degli alimenti. Quest'ultima è un aspetto importante della sicurezza alimentare, vale a dire la possibilità di seguire e ricostruire il percorso di un alimento, dalla produzione alla distribuzione.

Nel mirino dei militari della Guardia Costiera sono finiti circa quindici tra ristoranti e agriturismi molto frequentati della zona vesuviana, in particolare i controlli a tutela della salute pubblica si sono concentrati nei comuni di Ercolano e San Sebastiano al Vesuvio. Verifiche che non sono scaturite da segnalazioni, ma che solitamente si intensificano nel periodo estivo per ciò che concerne le attività di ristorazione.

I controlli hanno portato al sequestro di mezza tonnellata di prodotti pericolosi per la salute dei consumatori. Del grosso quantitativo finito sotto chiave, la maggior parte degli alimenti erano tenuti in cattivo stato di conservazione senza il rispetto delle condizioni previste dalla normativa: i militari, infatti, hanno rinvenuto i prodotti in celle frigo, immersi completamente nel ghiaccio o nella brina, che ne alterano lo stato di conservazione. In alcuni casi, invece, i prodotti rinvenuti erano addirittura scaduti dal 2010. Tuttavia, di questi ultimi il quantitativo finito sotto chiave non era tale da determinare la chiusura delle attività secondo il competente servizio dell'Asl.

«I controlli fanno parte della nostra attività istituzionale - dichiara il comandante Cacciatore - che riguarda la verifica di tutta la filiera della pesca, partendo dal peschereccio allo sbarco fino alla vendita (pescatori, grossisti e ristoratori) per garantire la salute del consumatore. Le verifiche presso i punti di ristorazione si intensificano nel periodo estivo anche per la maggiore presenza di turisti nelle nostre zone. Invito i consumatori a prestare particolare attenzione al menù e leggere se il pesce è fresco o congelato, scegliere se possibile direttamente i prodotti esposti nelle vetrine. Si tratta di azioni di buon senso che il consumatore può mettere in atto. Le verifiche - conclude il comandante del compartimento marittimo torrese - proseguiranno nei prossimi giorni anche negli altri comuni di nostra competenza».

Formazione, tra gli indagati anche il tesoriere del Pd di Messina



PALERMO. Tra gli indagati nell'inchiesta della Procura di Messina che indaga sulla formazione
professionale, che coinvolge il deputato del Pd Francantonio Genovese e il parlamentare regionale Franco Rinaldi, e le rispettive mogli oltre ad altri parenti, c'é anche Concetta Cannavò, attualmente tesoriere del Partito democratico di Messina.

Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere, peculato e truffa. L'inchiesta riguarda i finanziamenti per la formazione professionale regionale per il periodo che va dal 2007 al 2013. Gli investigatori stanno cercando di fare chiarezza sui corsi organizzati da enti professionali legati ai due parlamentari e su compravendite o cessioni di rami d'azienda tra questi enti.

Mafia, favorì latitanza del boss Falsone: imprenditore condannato


SCIACCA. Dodici anni e mezzo di carcere, oltre alla confisca delle sue aziende: è la condanna inflitta dal tribunale di Sciacca (Agrigento) a Carmelo Marotta, imprenditore di Ribera, accusato di associazione mafiosa e favoreggiamento della latitanza, soprattutto durante il periodo marsigliese, del boss agrigentino Giuseppe Falsone.
Il pubblico ministero della Dda di Palermo, Giuseppe Fici, aveva chiesto la condanna a 16 anni di reclusione. Le accuse contro Marotta scaturivano dalle rivelazioni agli inquirenti fornite dal boss Calogero Rizzuto, diventato collaboratore di giustizia. Il processo ha preso il via dall'operazione antimafia «Maginot», che ha già registrato la condanna, con riti processuali alternativi, di altri nove fedelissimi di Falsone.

Ustica, risarcimenti: Avvocatura dello Stato valuta il ricorso



ROMA. L'Avvocatura dello Stato - secondo quanto apprende l'Ansa - starebbe valutando un «ricorso per revocazione» alla Corte di Cassazione per cancellare la sentenza della stessa Cassazione con la quale è stato dato il via libera definitivo al risarcimento, per 1,2 milioni di euro ciascuno, ai familiari di tre vittime della strage di Ustica.

Alla base del ricorso il fatto che - secondo l'Avvocatura - la sentenza si fonderebbe su circostanze oggettive errate. La revocazione della sentenza, se dichiarata, comporterebbe un nuovo giudizio davanti alla Suprema Corte.
La sentenza su Ustica - nella quale si afferma che a causa la strage fu un missile - è stata emessa dalla terza sezione civile della Cassazione che nei fatti, per la prima volta, ha convalida la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte di Appello di Palermo, nel giugno 2010, in favore dei parenti di tre vittime che, per primi, hanno intrapreso la causa civile.
La stessa azione civile è stata poi seguita da altri ottanta familiari costituitisi in un altro procedimento, sospeso in appello e aggiornato al 2014, per il quale i ministeri dovrebbero pagare altri 110 milioni di euro.

Estorsioni sull'A3, chiesti due secoli di carcere


Dopo la denuncia della ditta e il blitz filmato

Nel 2011 un imprenditore taglieggiato si rivolse ai carabinieri: un uomo venne arrestato mentre riscuoteva il 3 per cento dell'importo dei lavori. Da lì l'inchiesta che permise di far luce sulle pressioni della 'ndrangheta contro i cantieri autostradali. E ora il pm ha chiesto pene dure: la più pesante è di vent'anni


REGGIO CALABRIA - Oltre due secoli di carcere sono stati chiesti dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti dei diciassette imputati al processo "Alba di Scilla" contro la cosca Nasone-Gaietti. Le indagini della Dda reggina hanno fatto luce su una serie di estorsioni, tentate estorsioni e danneggiamenti alle ditte impegnate in lavori pubblici tra cui l’ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. In otto ore di requisitoria, il pm Rosario Ferracane ha ripercorso le tappe significative dell’indagine invocando condanne altissime nonostante la scelta del rito abbreviato.
La pena più alta è stata chiesta per Francesco Nasone (20 anni), segue la richiesta a 18 anni di reclusione per Arturo Burzomato, Romanico Nasone (classe '69), Pietro Puntorieri, Virgilio Giuseppe Nasone; chiesti 16 anni per Carmelo Calabrese e Matteo Gaietti; 14 anni per Rocco Nasone e Giuseppe Fulco (che venne arrestato in flagranza di reato subito dopo avere intascato un’estorsione); 12 anni per Domenico Nasone (classe '83) e Antonino Nasone; 10 anni per Annunziatina Fulco e Virgilia Gioia Grazia Nasone (che portavano fuori dal carcere gli ordini di Giuseppe Fulco), Francesco Spanò, Giuseppe Piccolo; infine un anno per Maria Benedetto che si è spacciata fidanzata e convivente di Francesco Nasone per avere un colloquio in carcere con lui attestando il falso. Il pm ha chiesto la trasmissione degli atti in procura per alcuni soggetti che hanno reso false dichiarazioni al difensore nel tentativo di scagionare gli imputati.
FILMATA LA CONSEGNA DEI SOLDI -  L'operazione Alba di Scilla era partita dalla decisione coraggiosa da parte di alcuni imprenditori di non sottostare al giogo mafioso e di denunciare le arroganti richieste estorsive. In particolare, venne filmata la consegna di denaro richiesto a un'impresa impegnata sui lavori della Statale 18. Giuseppe Fulco, 41 anni, venne arrestato in flagranza di reato il primo giugno 2011 (GUARDA IL VIDEO) e le immagini lo ritraevano mentre arrivava con uno scooter ad un appuntamento con l'imprenditore che però lo aveva denunciato ai carabinieri.
IL 3% DOVEVA ANDARE ALLE COSCHE - Da quell'arresto scaturirono le indagini che portarono nel 2012 a due successive operazioni condotte contro i clan della zona. Fulco, nipote diretto del defunto boss di Scilla Giuseppe Nasone, secondo l’accusa, si è più volte recato su un cantiere esigendo da un imprenditore 6.000 euro, pari al 3% dell’importo dei lavori, come condizione necessaria alla prosecuzione degli stessi. Nella seconda delle operazioni, compiuta nel luglio dell'anno scorso, sono state intercettate anche le conversazioni degli uomini del clan (GUARDA IL VIDEO) Decine i danneggiamenti compiuti dalle cosche sui cantieri. E secondo gli inquirenti anche alcuni operai infiltrati nelle imprese collaboravano con i boss.

Un omicidio e la sua vendetta ricostruiti a Reggio


Dodici arresti, scoperto anche traffico di droga

 
 
 
Prima l'assassinio di Francesco Fossai, nel 2011, poi per vendetta il tentato omicidio di Rocco Francesco Ieranò. La polizia ha ricostruito la guerra tra i clan ed è riuscita anche ad individuare un ingente traffico di cocaina gestito dai clan e le operazioni successive al trasporto della droga verso il nord Italia

REGGIO CALABRIA - Un omicidio seguito da una vendetta concretizzata con un tentato omicidio. È quanto ricostruito dalle indagini che hanno portato, nel reggino, a 12 arresti da parte di polizia e carabinieri. Il filone della polizia scaturisce dalle indagini sull'omicidio di Francesco Fossari, avvenuto a Melicucco il 2 agosto 2011. Gli investigatori hanno ricostruito l’episodio e individuato due persone quali responsabili. Fondamentali le dichiarazioni di un nuovo pentito di 'ndrangheta. Si chiama Carmelo Basile, ed avrebbe iniziato a svelare gli equilibri e i ruoli delle cosche della Piana di Gioia Tauro.
Altre quattro persone arrestate - esponenti della famiglia Fossari - avrebbero cercato di vendicare l’omicidio del congiunto con il tentato omicidio di Rocco Francesco Ieranò, avvenuto a Cinquefrondi il 25 luglio 2012. Le indagini dei carabinieri hanno consentito di ricostruire le fasi dell’acquisto di ingenti quantitativi di cocaina e le operazioni successive al trasporto della droga verso il nord Italia. Secondo quanto emerso, l'omicidio Fossari sarebbe da ricondurre a una relazione extraconiugale.
LE ORDINANZE DI ARRESTO - Ordinanze di custodia cautelare sono emesse dalla Procura della Repubblica di Palmi, a carico di: Giuseppe Bruzzese, 21 anni;  Vincenzo Fossari, 49; Pasquale Fossari, 44; Bruno Fossari, 42; Salvatore Vecchié, 27. E inoltre nei confronti di Raffaele, Gianluca, Andrea e Demetrio Giovinazzo; Francesco Giordano; Carmelo Basile (il collaboratore di giustizia); Riccardo Ierace; Giuseppe Primeraro; Vincenzo Papasidero.
Si è sottratto all’esecuzione del fermo ed è attivamente ricercato Rocco Francesco Ieranò, 41 anni.  Quest'ultimo, insieme a Bruzzese, sono accusati di essere gli autori materiali dell’omicidio di Francesco Fossari, avvenuto il 2 agosto del 2011 nei pressi del cimitero di Melicucco, nonché di porto e detenzione illegale di armi. 
LA "GOLA PROFONDA" - E' Carmelo Basile, un messinese che risiedeva a Mantova, il nuovo collaboratore di giustiza che ha permesso con le sue dichiarazioni di portare a temine l’operazione denominata "Vittorio Veneto". E’ stato lo stesso uomo, tramite i carabinieri della Compagnia di Taurianova, a manifestare la volontà di collaborare con la giustizia. Gli inquirenti, che dapprima pensavano di poter far luce solo su alcuni episodi di cessione di stupefacenti, hanno potuto così invece tessere l'inchiesta che, corroborata dai risconti alle dichiarazioni rese da Basile, che già oggi è sotto il programma di protezione, ha fatto luce sull'associazione che faceva base a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria.
I DUE FILONI INVESTIGATIVI - L’operazione denominata "Vittorio Veneto" è suddivisa in due tronconi, uno di pertinenza della Procura distrettuale antimafia del capoluogo, diretta dal procuratore Federico Cafiero De Raho, e l’altro di pertinenza della Procura della Repubblica di Palmi, diretta dal procuratore Giuseppe Creazzo. In entrambi i casi sono stati spiccati dei fermi di indiziato di delitto, nel primo caso per un’associazione dedita allo spaccio di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi, nel secondo caso per l’omicidio di Francesco Fossari e una serie di tentati omicidi motivati dal desiderio di vendicare l’uccisione dello stesso Fossari. Fondamentali, ha detto il procuratore Cafiero De Raho, sono state le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia, il quale a seguito dell’arresto avvenuto nel contesto delle stesse indagini ha iniziato a collaborare con i magistrati calabresi. 
"Oltre alla collaborazione - ha aggiunto Cafiero De Raho - le intercettazione telefoniche e ambientali sono gli unici strumenti di contrasto al malaffare, nonostante il denaro messo a disposizione per tali attività tecniche sia sempre minore". La Dda ha emesso un provvedimento di fermo nei confronti di 8 persone, sei delle quali sono state arrestate. Il fermo emesso dalla Procura di Palmi, invece, riguarda 6 persone, 5 delle quali sono state catturate, a vario titolo accusate dell’omicidio Fossari e di una serie di tentati omicidi in danno di Francesco Ieranò. Giuseppe Bruzzese, già tempo fa colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere, poi annullata dal tribunale del riesame, è stato sottoposto a fermo. Nel suo caso, ha detto il procuratore Creazzo, sono emersi nuovi elementi che hanno permesso di far luce sull'omicidio

Usura, Marsala: condannati a 7 anni ex costruttore e suo genero



MARSALA. Condanne a 7 anni di carcere ciascuno sono state chieste dal pm Nicola Scalabrini per un ex imprenditore edile di Marsala, Mario Rallo, di 74 anni, e per il genero Francesco Biondo, di 48, insegnante di sostegno, processati davanti il Tribunale di Marsala con l'accusa di usura. Rallo e Biondo erano stati arrestati dai carabinieri nel marzo 2007.
Alcune vittime per fare fronte al debito hanno dovuto cedere le loro attività commerciali o stipulare contratti preliminari di vendita. E qualcuno, minacciato di ritorsioni, avrebbe persino maturato il proposito di suicidarsi. Il tasso di interessi preteso dai due presunti usurai sarebbe arrivato fino
al 240% annuo. Il giro d'affari sarebbe stato nell'ordine di milioni di euro.
Ai due imputati i carabinieri hanno sequestrato ingenti somme di denaro contante, titoli di credito post-datati, dichiarazioni di impegno di debito e altri valori. I fatti contestati si riferiscono al periodo tra il 2001 e il 2006.

mercoledì 26 giugno 2013

"Calcio Malato", acquisizioni Gdf da 41 club, indagati



ROMA/NAPOLI (Reuters) - Da questa mattina sono in corso acquisizioni di atti da parte della Guardia di Finanza presso 41 società di calcio nell'ambito di una indagine denominata "Calcio malato" sui rapporti tra calciatori, procuratori e club.
Lo ha riferito la Guardia di Finanza.
Secondo una fonte della Finanza gli indagati sarebbero 12. Per un'altra fonte investigativa, invece, sarebbero soltanto due: Alejandro Mazzoni e Alessandro Moggi, figlio dell'ex dg della Juventus, presso le cui abituazioni sono stati acquisiti documenti.
Una fonte della Finanza ha detto che tutte le società di Serie A, tranne Bologna e Cagliari, sono state interessate dall'acquisizione di atti, e che si indaga anche sull'acquisto da parte del Napoli, e la successiva cessione alla squadra francese Paris Saint Germain, del calciatore argentino Ezequiel Lavezzi.
La stessa fonte ha detto che i pm napoletani starebbero preparando una rogatoria internazionale per acquisire documentazione anche presso l'équipe parigina.
Al centro dell'inchiesta c'è la verifica delle modalità di alcuni meccanismi di aggiramento delle regole di tassazione dei contratti che sarebbero serviti a sottrarre al fisco ingenti quantità di denaro in relazione ad ogni operazione di trasferimento di tesserati della Federazione Italiana Giuoco Calcio, riferiscono la Procura e la Gdf in una nota.

I CLUB E I CALCIATORI
Le squadre interessate dall'acquisizione di documenti sono Lazio, Juventus, Roma, Inter, Napoli, Parma, Udinese, Pescara, Palermo, Atalanta, Juve Stabia, Benevento, Genoa, Milan, Catania, Spezia, Piacenza, Livorno, Bari, Vicenza, Siena, Reggina, Chievo, Cesena, Grosseto, Gubbio, Lecce, Andria, Foggia, Cosenza, Crotone, Ternana, Sampdoria, Triestina, Fiorentina, Portogruaro, Brescia, Mantova, Torino, Albinoleffe, Lecco, ha riferito una fonte della Guardia di Finanza.
L'ufficio stampa della Lazio, raggiunto telefonicamente, per ora non è in grado di commentare la notizia, mentre non è stato possibile raggiungere per il momento la Juventus. Nessun commento dalla Roma.
"Non è una perquisizione, ma una acquisizione di documentazione dietro richiesta", ha commentato un portavoce del Napoli Calcio.
Oltre a Lavezzi, sono numerosi i giocatori citati nell'inchiesta - e che non risultano indagati - dice una fonte della Finanza: Adrian Mutu, Jesus Datolo, Alessio Tacchinardi, Bryan Perera, Cristian Molinaro, Emanuele Calaiò, Erjon Bogdani, Federico Fernandez, German Denis, Ignacio Fideleff, Marek Jankulovski, Massimo Oddo, Marius Stankevicius, Matteo Contini, Nicola Legrottaglie, Nicolas Amodio, Salvatore Aronica, Hugo Campagnaro, Cristian Stellini, Davis Curiale, Domenico Danti, Fabio Liverani, Ferdinando Sforzini, Francesco Cozza, Francesco Tavano, Christian Chavez, Gabriel Paletta, Gennaro Scarlato, Giuseppe Statella, Guido Davì, Marco Cassetti, Matteo Paro, Mattia Graffiedi, Nicola Mora, Pablo Fontanello, Pasquale Foggia, Ruben Botta, Thomas Guzman, Alessandro Pellicori, Antonio Nocerino, Ciro Immobile, Riccardo Innocenti, Ferdinando Sforzini, Francesco De Rose, Gaetano D'Agostino, Giuseppe Sculli, Giuseppe Statella, Guglielmo Stendardo, Joel Acosta, Aldo Paniagua, Marco Cassetti, Dorlan Pabon, Bruno Arcari, Nicolas Bianchi Arce, Mora, Battaglia e Franceschini.

LE IPOTESI DI REATO
Le ipotesi di reato contestate nell'ambito dell'inchiesta sono associazione a delinquere, evasione fiscale internazionale, fatture false e riciclaggio.
L'azione è condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Napoli, su mandato dei pm della procura partenopea.
I finanzieri stanno accertando il trattamento fiscale applicato ai rapporti di lavoro di numerosi calciatori con riferimento ai compensi qualificati come fringe benefit e anche in relazione ai profili di fiscalità internazionale, ha detto la fonte giudiziaria. I procuratori coinvolti sono sia italiani che stranieri.
La documentazione acquisita serve a ricostruire i rapporti professionali fra società di calcio e calciatori che direttamente o indirettamente hanno avuto relazioni con le attività di procuratori sportivi fra i quali anche Alejandro Mazzoni e Alessandro Moggi, figlio dell'ex dg della Juventus, presso le cui abituazioni sono stati acquisiti documenti.
Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti, dice la fonte giudiziaria, le modalità di trasferimento dei calciatori e l'attività di intermediazione da parte dei relativi agenti; l'esame dei contratti delle operazioni di compravendita e di rinnovo del rapporto di prestazioni sportive a livello nazionale e internazionale con eventuali diritti di opzione; le modalità di utilizzo dei diritti pluriennali riguardanti le prestazioni oggetto di rivalutazione; l'attività di scouting; la gestione dei diritti d'immagine e dei diritti televisivi; la gestione del patrimonio aziendale e le modalità di inserimento in bilancio dei giocatori professionisti; il trattamento tributario delle operazioni di compravendita dei calciatori ed eventuali operazioni di "vestizione" sull'estero, mascherando così scambi finanziari avvenuti invece in Italia.
L'inchiesta negli scorsi mesi ha portato i finanzieri nella sede sia di Castelvolturno della società Napoli calcio che della Filmauro, colosso cinematografico di Aurelio De Laurentiis che è anche presidente della SSC Napoli.

Torino, maxi truffa da 10 milioni nei lavori della metropolitana



La Guardia di Finanza di Vercelli ha scoperto truffe milionarie
 
Maxifrode da oltre 10 milioni di euro nei lavori per la Metropolitana Automatica di Torino. A scoprirla sono stati i finanzieri del Comando provinciale di Vercelli, impegnati nella verifica fiscale di una nota spa da decenni impegnata in provincia nella realizzazione di opere pubbliche. Ad insospettire gli investigatori, il ritrovamento di un «accordo segreto» per la costruzione di un tratto di metro con una azienda torinese priva dei certificati di qualificazione e abilitazione: la società vercellese ha incassato 10 milioni di euro di denaro pubblico dietro presentazione di fatture false ma senza eseguire alcun tipo di lavoro. I quattro responsabili delle aziende coinvolte sono stati denunciati per truffa aggravata ai danni dello Stato.


Sono serviti mesi di indagini alle Fiamme gialle vercellesi per passare al setaccio la contabilità di una importante società per azioni: tra gli appalti vinti per l’esecuzione di grandi infrastrutture in Piemonte e Valle d’Aosta, c’era anche quello relativo alla realizzazione di una tratta della Metropolitana Automatica di Torino, in associazione temporanea d’impresa con una società torinese. L’appalto era stato assegnato al consorzio vincitore grazie alle particolari qualifiche tecniche possedute ma i finanzieri hanno accertato che a realizzare per intero l’opera, sulla base di un’intesa tenuta nascosta alla pubblica amministrazione, era stata in realtà la ditta torinese cui l’azienda locale aveva «prestato». la propria certificazione di idoneità. La spa verificata, che aveva pattuito con l’ente appaltante la realizzazione del 52% dei lavori, del valore di oltre 20 milioni di euro, ha così percepito i soldi senza eseguire i lavori tenendosi anche indenne, in forza dell’accordo «occulto», da eventuali risultati economici negativi della commessa. E quale compenso per gli illeciti servizi resi ha avuto dalla consorziata una percentuale spacciata come «sponsor fee». Ma le sorprese non erano ancora finite.

È stato constatato che un imprevisto geologico costituito dalla natura franosa del terreno su cui venivano realizzati i lavori aveva determinato l’impiego di una notevole quantità di speciali resine sintetiche e barre metalliche necessarie per rinforzare il sito, con conseguente incremento dei costi di realizzazione. L’attento esame di tutti i documenti di trasporto dei materiali impiegati ha però consentito di accertare che i prodotti impiegati erano di quantità inferiore a quella indicata in fattura ed illecitamente liquidata dal direttore dei lavori a favore dell’impresa realizzatrice: il confronto incrociato con i documenti acquisiti presso le ditte fornitrici ha permesso di scoprire che non erano mai «entrati» nel cantiere oltre due chilometri e mezzo di barre metalliche e circa 110 tonnellate di speciali resine chimiche per un valore commerciale di oltre un milione e 250mila euro. La società, preso atto dei rilievi mossi dai finanzieri, ha riconosciuto l’«errore» ed ha prudenzialmente deciso di restituire alla stazione appaltante circa 1.125.000 euro. A coordinare le indagini è stata la procura della Repubblica di Torino. 

Droga da clan Napoli a provincia di Potenza

20 arresti ad Avigliano



POTENZA – I Carabinieri stanno eseguendo una ventina di ordinanze di custodia cautelare – la metà in carcere - nei confronti di altrettanti appartenenti ad un’organizzazione che, da circa un anno, aveva avviato un intenso traffico di droga acquistandola a Napoli, da appartenenti a clan camorristici, e rivendendola nella zona di Potenza.

Gli arresti sono eseguiti ad Avigliano (Potenza) – la «base» dell’organizzazione – dai Carabinieri dei reparti speciali del comando provinciale, su disposizione del gip distrettuale di Potenza, Luigi Spina, che ha accolto la richiesta del pm della Direzione distrettuale antimafia, Francesco Basentini, che ha coordinato le indagini.

L'operazione è denominata «Caronte»: l’organizzazione usava due o tre persone come «corrieri» della droga - soprattutto eroina – e gli altri per rivenderla.

Prima "clienti", poi spacciatori e infine corrieri della droga, trasportata per lo più "nascondendo" i cilindretti di eroina nello stomaco: avevano trasformato Avigliano (Potenza) in una vera e propria piazza di spaccio, per distribuire – anche nel capoluogo lucano – lo stupefacente comprato a Secondigliano e Scampia (Napoli).

I particolari dell’operazione "Caronte" sono stati illustrati stamani, a Potenza, dal Procuratore della Repubblica, Laura Triassi, e dai comandanti provinciale e del nucleo operativo dei carabinieri, il colonnello Giuseppe Palma e il capitano Antonio Milone. Le indagini prendono il nome proprio dal fatto che molti "clienti" sono stati poi trasformati in spacciatori: undici persone sono finite in carcere, nove ai domiciliari e per due persone è stato disposto l’obbligo di dimora. Tutti hanno un’età compresa tra i 20 e i 36 anni.

La droga veniva acquistata nel napoletano e poi portata, con due viaggi ogni settimana, in Basilicata, spesso usando mezzi pubblici: quando i corrieri utilizzavano invece le automobili, la scelta del percorso cadeva su strade interne, per evitare i controlli. L’eroina, acquistata a circa dieci euro per ogni capsula, veniva poi rivenduta a circa 70 euro: i corrieri spesso la nascondevano nel proprio corpo, con un metodo purtroppo comune tra gli spacciatori per i viaggi internazionali, e rischiosissimo perché la rottura di un contenitore porta alla morte rapida per overdose. Lo stupefacente veniva poi venduto (e anche consumato) in alcuni locali privati di Avigliano, come garage e cantine, o portato "a domicilio" dei clienti, soprattutto a Potenza. Non sono mancati casi di violenze ed estorsioni per il mancato pagamento delle somme dovute agli spacciatori. Le indagini sono cominciate grazie alle confessioni di alcuni acquirenti, e poi proseguite con controlli sui traffici e sulle intercettazioni ambientali e telefoniche. Le misure cautelari sono state disposte dal gip di Potenza, Luigi Spina, su richiesta del pm della Dda, Francesco Basentini.

Napoli violenta. Sparatoria a piazza Mercato: due feriti in ospedale. Trovata la pistola



Un 30enne, colpito, apparterrebbe al clan Papi. Mentre l'altro sarebbe legato ai Mazzarella. Arma e bossoli in strada



NAPOLI - Agguato, a Napoli, in vico Soprammuro nella centralissima piazza Mercato. Un uomo di 30 anni, Vincenzo Papi, è stato ferito gravemente con colpi di arma da fuoco: è grave in sala operatoria all'ospedale Loreto Mare.

Anche un'altra persona, Giuseppe Persico, classe 1981, è rimasta coinvolta. L'uomo è stato ferito a un braccio e non sarebbe in pericolo di vita. Entrambi, secondo quanto risulta alla polizia, sono già noti alle forze dell'ordine.

Secondo una primissima ricostruzione, persone con uno scooter si sono avvicinate ad un altro scooter a bordo del quale c'era l'uomo ferito.

Gli agenti della Squadra mobile hanno ritrovato sul pavimento una pistola di marca tedesca e cinque
bossoli calibro 7.65.

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Papi, nonostante una grave ferita all'addome, si è recato da solo in ospedale, mentre Persico è stato portato in ambulanza. L'agguato è avvenuto in vico Molino, adiacente al vico Soprammuro, tra Porta Nolana e Piazza Mercato. Papi apparterrebbe all'omonimo clan, mentre Persico sarebbe legato al clan Mazzarella. Fonti investigative sostengono che le due bande siano legate tra di loro. Papi, operato immediatamente dopo il ricovero, non sarebbe in imminente pericolo di vita.

Per le bombe di Reggio condanna confermata

 Per l'ex pentito Nino Lo Giudice: fu l'ideatore

 
 
Il "nano" è sparito nei giorni scorsi dopo aver lasciato un memoriale in cui ritrattava tutto ciò che aveva dichiarato ai magistrati della Dda di Reggio Calabria, compreso il fatto di essere stato lui l'ideatore degli attentati che colpirono i magistrati reggini nel 2011. Anche in secondo grado la condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione

CATANZARO - Confermata in appello la condanna all’ex pentito Antonino Lo Giudice, sparito nei giorni scorsi dopo aver lasciato un memoriale in cui ritrattava tutto ciò che aveva dichiarato ai magistrati della Dda di Reggio Calabria. Nino “il nano” è stato condannato dal giudice della Corte d'Appello Giancarlo Bianchi, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Lo Giudice si era autoaccusato di essere l'ideatore della stagione delle bombe del 2010 a Reggio Calabria. Lo Giudice, al termine del processo con rito abbreviato, oltre allo sconto di pena previsto dal rito, ha avuto concesse le attenuanti generiche ed i benefici previsti dalla normativa sui collaboratori di giustizia.
Lo Giudice si e' autoaccusato di essere il mandante dell'attentato compiuto nel gennaio 2010 contro la Procura generale reggina, di quello dell'agosto successivo ai danni dell'edificio in cui abita il procuratore generale di Reggio, Salvatore Di Landro, e dell'intimidazione ai danni dell'allora procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, con il ritrovamento di un bazooka a poche centinaia di metri dal palazzo della Dda. Per quanto riguarda le bombe e l'intimidazione, Nino Lo Giudice ha chiamato in causa anche il fratello, Luciano Lo Giudice,, Antonio Cortese, considerato dagli investigatori l'armiere della cosca, e Vincenzo Puntorieri. Questi ultimi tre sono stati citati a giudizio con rito immediato. Il processo davanti ai giudici del Tribunale di Catanzaro e' iniziato nel giugno del 2012. Oggi è giunta la conferma la condanna in Appello.

Strage in villa Cottarelli. In Appello ergastolo per i cugini Marino



MILANO. I giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano hanno condannato all'ergastolo i cugini Vito e Salvatore Marino, originari di Trapani, responsabili della  strage della famiglia Cottarelli avvenuta  nel bresciano nel 2006 (Angelo Cottarelli, la moglie e  il figlio furono uccisi a colpi di pistola e sgozzati). Vito e Salvatore Marino vennero assolti dalla Corte d'Assise  di Brescia e poi condannati in appello all'ergastolo. La Corte  di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado rinviando il  processo a Milano. Oggi il sostituto procuratore generale  Lucilla Tontodonati ha chiesto l'ergastolo pur con una  valutazione diversa da quella fornita dall'avvocato di parte civile Stefano Forzoni in rappresentanza delle vittime. Dopo una  lunga camera di consiglio i giudici hanno condannato gli  imputati all'ergastolo e a risarcire i danni alle parti civili.

Vigile ucciso in casa, si segue anche la pista dell’agguato



PALERMO. Si indaga in via Scillato per l’omicidio del vigile urbano Mirco Vicari. La strada è stata transennata con il nastro a strisce rosse e bianche, mentre nell’appartamento si sono messi al lavoro gli investigatori e il magistrato. I poliziotti hanno accertato che Vicari, un uomo dal carattere deciso, non era ben voluto nel quartiere, forse anche per via del fatto che indossasse la divisa. Ecco perché le indagini seguono anche un’altra pista oltre a quella della rapina finita male.  Gli inquirenti, infatti, come si legge sul Giornale di Sicilia oggi in edicola, prendono in considerazione anche l’ipotesi di una spedizione punitiva nei confronti del vigile a causa della sua attività di controlli nei mercatini.

Guardia di Finanza, scoperti 31 evasori totali a Messina



MESSINA. Nella provincia di Messina sono stati scoperti 31 evasori totali e 8 evasori paratotali, che hanno nascosto al Fisco una base imponibile di oltre 174 milioni di euro. E' questo il bilancio dei primi 5 mesi di attività da inizio anno della Guardia di Finanza di Messina presentato oggi pomeriggio dal comandante provinciale colonnello Vincenzo Vellucci, durante la celebrazione del 239° Anniversario della fondazione della Guardia di Finanza.    I controlli in materia di scontrini e ricevute sono stati inoltre  2.141 ed il 43% è risultato irregolare. Sono invece 67 i lavoratori in nero o irregolari scoperti e 28 i datori di lavoro verbalizzati. Sequestrati oltre patrimoni illeciti per 40 milioni. Da inizio anno sono stati denunciati alle competenti Autorità 644 responsabili di frodi per complessivi 3,7 milioni di euro, tra cui 620 truffatori che hanno ottenuto indebitamente pensioni, assegni o rendite per inabilità ed invalidità per oltre 2,8 milioni. Scoperto anche il caso di una persona che per oltre 5 anni aveva percepito impropriamente circa 250 mila euro. Inoltre, sono stati denunciati 37 responsabili di reati bancari, finanziari, societari e fallimentari, di cui 5 tratti in arresto.

«Mafia del cemento» alla sbarra


 La procura reclama sei condanne


di VINCENZO FALCI
CALTANISSETTA. Sei condanne alla «mafia del cemento». Queste le richieste avanzate ieri dal pm Stefano Luciani non attraverso una requisitoria fiume ma affidandosi ma affidandosi a conclusioni scritte per un procedimento che, d'altronde, è racchiuso in oltre cinquemila pagine. Pm che meno di una settimana ha incassato dal Collegio giudicante presieduto da Mario Amato (a latere Valerio Sasso e Marco Sabella) il diniego a posticipare la sue requisitoria motivando la richiesta con i numerosi e gravosi impegni delle ultime settimane. Sono colpevoli e vanni condannati, per l'accusa, gli imprenditori Antonino Bracco per il quale sono stati proposti 18 anni di reclusione, Antonino Marcello Ferraro con 12 anni di carcere, Calogero Failla sul quale pende una richiesta di 8 anni, Giovanni Aloisio che rischia anch'egli 8 anni, Antonio Graci con 6 anni e, infine, l'impiegato Massimo Dall'Asta nei confronti del quale sono stati sollecitati 10 anni e 3.000 euro di multa. In più, per Ferraro, Dall'Asta e Bracco sono stati chiesti 3 anni di misura di sicurezza con obbligo di dimora, mentre per gli altri tre imputati, Alosio, Failla e Graci, un anno.I sei (difesi dagli avvocati Salvatore Daniele, Danilo Tipo, Davide Anzalone, Diego Perricone, Danilo Tipo, Sergio Icona, Sonia Costa, Leo Mercurio e Salvatore Gugino), sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno ed estorsione. Più in dettaglio, Failla e Aloisio sono chiamati a rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre di associazione mafiosa sono accusati l'imprenditore di Resuttano, Ferraro e il costruttore Bracco) e, ancora, Dall'Asta tirato in ballo per estorsione aggravata dall'avere favorito Cosa nostra in relazione ai lavori di ristrutturazione del palazzo Bauffremont per cui, secondo la procura, avrebbe chiesto il pizzo all'impresa Capodici. E in un secondo momento è entrato nello stesso procedimento anche l'imprenditore sancataldese Graci chiamato a rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa. Bracco, oltre che di mafia è tirato in ballo pure per le estorsioni alla «Wierer» di Salvatore Limuti e all'impresa edile Galiano per la realizzazione della Fiera centro sicula. Gli inquirenti hanno ritenuto di avere squarciato i veli su un presunto sistema d'imposizioni di forniture ed estorsioni a imprenditori e commercianti, sempre sotto l'ala di Cosa nostra. Ieri, le parti civili, ad eccezione dell'avvocato Giuseppe Panebianco per il Tavolo per lo sviluppo del centro Sicilia che concluderà oggi, hanno chiesto la condanna degli imputati e il risarcimento dei danni. Proposta che s'è levata da Provincia, Comune, Camera di Commercio, Ance, associazione «Livatino» e l'imprenditore Stefano Galiano (assistiti dagli avvocati Giuseppe Panepinto, Raffaele Palermo, Alfredo Galasso e Calogera Baiamonte). Si tornerà in aula oggi per le arringhe difensive.

Traffico di droga a Caltanissetta


 Sgominata organizzazione: 6 arresti



di DONATA CALABRESE
CALTANISSETTA. Blitz antidroga questa notte a Caltanissetta dove gli agenti della Squadra Mobile hanno eseguito sette misure di custodia cautelare in carcere. A coordinare l’operazione la Procura nissena. L’inchiesta ha permesso di sgominare un’organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Sei degli indagati sono originari di Caltanissetta mentre uno è di San Cataldo.
Per tentare di sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine, occultavano la droga nelle mutande, fra i testicoli. Cocaina, marijuana e hascisc erano chiamati “crema”, “tuta”, “dinamite” e “giubbotti”. E’ quanto emerge dall’operazione antidroga eseguita dalla Squadra Mobile di Caltanissetta nell’ambito dell’operazione “Cobra 2”, coordinata dalla Dda nissena e culminata con sei misure di custodia cautelare.
Un settimo indagato si trova attualmente in Germania e avrebbe le ore contate. Le manette sono scattate per i nisseni Danilo Monteforte 25 anni, Salvatore Luca Curatolo 23, Alessandro Pilato 21, Marcello Toscano 37, Chiara Rossana Calogera Bellia 22 e per il sancataldese Andrea Gueli. Rispondono a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti aggravato dal fatto che sono assuntori. Le indagini, che rappresentano il proseguo di un’altra inchiesta denominata “Cobra 67”, partirono nel marzo del 2011 e si sono protratte per otto mesi. La droga viaggiava in particolare sull’asse Caltanissetta – Catania ma arrivava in parte anche da Palermo e da Barrafranca. Quando andavano a rifornirsi e lungo la strada avvistavano le forze dell’ordine, c’era il passaparola “attenzione ci sono i tifosi della Lazio”. Ogni settimana, l’organizzazione aveva un introito all’incirca di mille e duecento euro. La droga veniva smerciata anche nei locali della movida nissena. La Squadra Mobile è riuscita ad intercettare una settantina di episodi di spaccio, fra Caltanissetta, San Cataldo e Santa Caterina.
A capo dell’organizzazione c’era Danilo Monteforte che poteva disporre di una fitta rete di pusher e spacciatori. Monteforte aveva messo a disposizione dell’organizzazione la sua abitazione, dove tutti si potevano recare per “andare a lavorare”. “Un gruppo di amici, secondo gli inquirenti, che si incontravano in un luogo chiamato “Medeo”, che si trova a Caltanissetta in via Fasci Siciliani e in un bar situato in via Federico De Roberto. L’organizzazione aveva una gestione familiare ed annotava entrate ed uscite.
“Un’organizzazione particolarmente pericolosa soprattutto dal punto di vista sociale che anche se non era strettamente collegata a Cosa
nostra, preoccupava il modus operandi”, hanno dichiarato il Procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il Dirigente della Squadra Mobile nissena, Marzia Giustolisi.

Sparatoria tra la folla al mercato, marito uccide moglie per gelosia a Ravanusa


RAVANUSA. Avrebbe ucciso la moglie per gelosia. Sta emergendo questo dalle prime indagini sull' omicidio di Giovanna Longo, sessantenne di Ravanusa (Ag), uccisa questa mattina nella piazza dove era in corso il mercatino settimanale. A sparare 4 colpi di pistola, infatti, sarebbe stato il marito della donna: Luigi Gallo, 63 anni, che ha ferito anche un uomo prima di essere bloccato dai vigili urbani e da alcuni passanti.
Gallo è stato fermato e portato alla caserma dei carabinieri per l'omicidio della moglie. Pare che l'uomo abbia sparato in mezzo alla folla provocando la fuga di persone che si trovavano sul posto.
Anche un sessantenne è rimasto ferito durante la sparatoria. Il ferito è stato trasportato all'ospedale «San Giacomo d'Altopasso» di Licata e non sarebbe in pericolo di vita. L'uomo sarebbe un amico della vittima. Il presunto omicida, che avrebbe esploso 4 colpi di pistola, è stato bloccato dai vigili urbani e da alcuni passanti.

Il matrimonio fra Giovanna Longo e Luigi Gallo, tre figli, era finito da tanti anni. Nei mesi scorsi, dopo la separazione legale, era anche arrivata la sentenza di divorzio. Luigi Gallo abitava in Germania e soltanto negli scorsi giorni era rientrato a Ravanusa (Ag). L'uomo non riusciva a rassegnarsi alla fine di quell'unione e stamattina ha incontrato l'ex moglie nella zona della Tintoria, a pochi passi dallo stadio, davanti al cimitero comunale. La donna era in compagnia di un uomo, il sessantenne rimasto leggermente ferito. Gallo - secondo una ricostruzione ancora frammentaria - avrebbe prima discusso animatamente con l'uomo e ci sarebbe anche stata una colluttazione: il sessantenne ha graffi al volto. Poi Gallo avrebbe estratto la pistola e esploso quattro colpi contro l'ex moglie, uccidendola. Il ferito, che ha escoriazioni superficiali, ha già lasciato l'ospedale. Gallo è stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario. Del fascicolo di inchiesta si sta occupando il sostituto della Procura di Agrigento Santo Fornasier.

domenica 23 giugno 2013

"Quel fango di Falcone", Miccoli intercettato


 L'ex capitano del Palermo indagato per estorsione


PALERMO. Sulle frequentazioni pericolose di  Fabrizio Miccoli, città e tifosi erano al corrente da tempo; ma  a scatenare lo sdegno di Palermo e dell'intero Paese sono le  frasi su Giovanni Falcone a lui attribuite e intercettate dagli  investigatori durante alcune conversazioni con Mauro Lauricella.  figlio del boss mafioso Antonio: «Quel fango di Falcone»;  frase ripetuta in un'altra occasione, quando il bomber pugliese  che ha fatto sognare i tifosi rosanero, in auto con Lauricella  Jr, ha dato telefonicamente un appuntamento a un amico:  «Vediamoci davanti all'albero di quel fango di Falcone». Un  albero che si trova in via Notarbartolo, davanti a quella che fu  l'abitazione del giudice ucciso nella strage di Capaci del '92,  e luogo simbolo di Palermo.    

Il bomber, che dopo la retrocessione in B non si è visto  rinnovare il contratto, ha anche ricevuto un avviso di garanzia  dalla Procura di Palermo: è accusato di estorsione per aver  commissionato a Mauro Lauricella il recupero - con metodi  confacenti al figlio di un boss - di alcune somme di denaro. E  di lui si occuperà pure la giustizia sportiva: la Federcalcio,  infatti, sulla vicenda ha aperto un'inchiesta.     Sempre pronto a scendere in campo nelle partite del cuore,  dando spettacolo nelle sfide con le nazionali dei cantanti o dei  magistrati, da Miccoli - che dedicava i suoi gol a Falcone e  Borsellino - quelle parole non se le sarebbe aspettate nessuno.    

Ma le frasi da lui pronunciate nelle scorribande notturne con  i suoi discutibili amici, sono impresse nelle bobine: due anni  fa gli investigatori avevano messo sotto controllo il telefono  di Mauro Lauricella per tentare di catturare il padre, allora  latitante e arrestato nel settembre 2011, ritenuto il boss del  quartiere Kalsa.      Miccoli aveva un'idea originale della legalità: la procura  gli contesta anche l'accesso abusivo a un sistema informatico,  per aver convinto il gestore di un centro Tim a fornirgli  quattro schede telefoniche intestate a suoi ignari clienti; una  di queste finì nella disponibilità proprio di Mauro  Lauricella. Nel giro delle sue amicizie, compare pure il nome di  Francesco Guttadauro, anche lui incensurato come Lauricella jr.  Guttadauro è il figlio di Filippo, il messaggero dei pizzini di  Bernardo Provenzano ed è nipote del superlatitante Matteo  Messina Denaro.    

Il legale di Miccoli, Francesco Caliandro, dice che negli  atti «quelle frasi non risultano. Chiariremo tutto davanti ai  magistrati, con i quali abbiamo già concordato un'audizione».  Ma le sue dichiarazioni non fermano la polemica: dalla politica  alla società civile, tutti puntano il dito contro l'ex capitano  rosanero. Duro l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio  Ingroia, leader di Azione Civile: «Evidentemente Miccoli ha il  cervello nei piedi». E il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando,  si chiede se uno così abbia mai rappresentato Palermo.     Il presidente del club calcistico, Maurizio Zamparini, si  lascia andare a un «Mamma mia... No comment». E sull'indagine  che riguarda il calciatore dice: «Avevo il sentore che la  Procura facesse delle verifiche su Miccoli, ma non che fosse  indagato. In ogni caso, pensavo che Miccoli facesse bene a  lasciare la città».   

Acireale, il vescovo: "Niente funerali in Chiesa ai boss"

 
 
ACIREALE. Niente funerali in  chiesa nella Diocesi di Acireale, in provincia di Catania, per  chi è stato condannato in via definitiva per reati di mafia e  non ha mostrato pentimento prima di morire. Lo ha stabilito il  vescovo di Acireale (Catania), Mons. Antonino Raspanti, che ha  promulgato un «decreto di privazione delle esequie  ecclesiastiche per chi è stato condannato per reati di mafia in  via definitiva».      Il decreto è stato illustrato dallo stesso prelato nella  chiesa di San Rocco, ad Acireale, durante un incontro dal titolo  «Conversazioni sulla legalità», al quale hanno preso parte il  ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri e il Procuratore  della Repubblica a Catania Giovanni Salvi.
 
«Questo decreto è  nella tradizione di tutto quello che la Chiesa siciliana, i miei  confratelli vescovi, anche quella italiana, già da parecchi  decenni hanno fatto, lavorando e sensibilizzando di concerto con  la società civile, anche con non credenti della società  civile», ha spiegato monsignor Raspanti.     Io ho voluto solo mettere - ha aggiunto il vescovo - una  conseguenza che è nella logica delle cose, non è una vera e  propria innovazione di ciò che la Chiesa ha pensato negli ultimi  decenni». «Probabilmente l'applicazione in questo territorio  è un pò più innovativa, ma io non voglio enfatizzare, pero» è  un segnale netto, fermo, certo, perchè vorrei che ci fosse una  netta distinzione e chiarezza tra chi appartiene ad una  organizzazione e chi appartiene alla Chiesa: le due cose sono  inconciliabili, questo e il senso.      Vorrei che la sensibilità nostra , di tutti, nei confronti  di questi fenomeni si alzasse di molto - ha concluso Mons.  Raspanti - e desidererei anche che chi aderisce a queste  organizzazioni ci riflettesse meglio e potesse, come dicono  Gesù e il Papa, convertirsi, cioè cambiare. Questo  provvedimento è fatto solo per tentare che qualcuno cambi. E  allora tutti miglioriamo

Mafia, processo Cursoti a Catania


 Chiesti 20 anni per il boss Garozzo


CATANIA. Venti anni di reclusione per lo storico boss Giuseppe Garozzo, 64 anni, noto come "Pippu u maritatu" (Pippo lo sposato, ndr), e condanne comprese tra otto anni e 16 anni ad altri 18 presunti appartenenti al clan dei Cursoti. Sono le richieste formulate a conclusione della requisitoria del processo contro la cosca che si celebra col rito abbreviato davanti al Gup di Catania, Laura Benanti. Altri indagati sono stati rinviati a giudizio e saranno processati col rito ordinario. L'accusa è rappresentata in aula dal procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, applicato a Catania per seguire l'inchiesta da lui avviata, e dal sostituto della Dda etnea Assunta Musella. Il procedimento è lo sviluppo giudiziario dell'operazione della squadra mobile della Questura di Catania eseguita l'8 maggio dello scorso anno. Agli imputati sono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, rapine e detenzione di armi da guerra. Secondo l'accusa, il boss Garozzo, scarcerato alla fine del 2010 dopo quasi 18 anni trascorsi in carcere, stava tentando di riorganizzare la cosca dei Cursoti che era stata decimata durante il periodo della sua detenzione. Il "ritorno" in campo del vecchio capomafia non sarebbe stato "gradito" da esponenti di clan rivali che nel giugno del 2011 hanno tentato di ucciderlo, ferendo lui e un'altra persona, in un agguato a Misterbianco. E lui si sarebbe organizzato per reagire. Garozzo era tornato in libertà nonostante condannato all'ergastolo per un problema procedurale, come aveva spiegato il procuratore capo Giovanni Salvi il giorno del fermo del boss: la condanna a vita gli era stata comminata dopo l'estradizione avvenuta dalla Germania nel 1991, che era stata concessa per una pena a 20 anni di reclusione.

Violenze, minacce, droga: ad Aosta erano "Calabria boys"

Coinvolti in cinque, erano vicini al clan Pesce di Rosarno 

Quattro persone in manette, un'altra ai domiciliari, secondo le indagini condotte dai carabinieri avevano esportato il metodo estorsivo basato sulle intimidazioni. E tra le accuse c'è anche il tentato omicidio. Si tratta di una ramificazione della potente cosca attiva nella piana di Gioia Tauro

I CARABINIERI del Gruppo di Aosta hanno arrestato tre esponenti della famiglia di 'ndrangheta dei Pesce di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Per un’altra persona sono stati disposti i domiciliari. Secondo l'accusa avevano esportato un modello estorsivo basato sulle intimidazioni e arrivato fino al tentato omicidio. E in Val d'Aosta si presentavano come i "Calabria boys".
Sono contestati i reati di tentata estorsione, danneggiamento a seguito d’incendio, rapina, tentato omicidio e lesioni personali. Per tutti l’aggravante del metodo mafioso. Le indagini, iniziate un anno fa, sono state coordinate dalla Dda di Torino e condotte dai militari del Nucleo Investigativo del Gruppo di Aosta.

Le persone arrestate sono Claudio Taccone, di 45 anni, Ferdinando Taccone di 21 anni e Vincenzo Taccone di 20 anni, tutti residenti a Saint-Marcel (Aosta). Sono stati anche disposti gli arresti domiciliari per Santo Mammoliti (39 anni) di Aosta. Secondo quanto hanno spiegato i carabinieri nel corso della conferenza stampa un quinto destinatario di custodia cautelare si trova all’estero.
Sono tre gli episodi sui cui si sono concentrati gli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta 'Hybris' che ha portato agli arresti: l’incendio del 3 giugno del 2012, con finalità estorsive per ottenere un posto di lavoro, di un’auto parcheggiata al quartiere Dora ad opera di Ferdinando Taccone e del quinto destinatario della misura cautelare, a cui è seguito un danneggiamento di un’altra auto parcheggiata alla Cogne acciai speciali e un’aggressione alla figlia di una delle due persone che potevano garantire loro il posto di lavoro; l'aggressione con bastone e coltello - puntato alla gola, di qui il tentato omicidio - della serata del 30 settembre scorso da parte di Ferdinando Taccone, suo fratello Vincenzo e un terzo giovane all’epoca dei fatti minorenne (per questa aggressione aveva subito proceduto la Questura di Aosta, a un padre e un figlio aostani i quali avrebbero accusato i Taccone di «non saper scannare»; la tentata estorsione di cinquemila, e quelle consumate di 100 euro ogni 3-4 giorni, da parte di Santo Mammoliti e del quinto destinatario della misura cautelare a un corriere della droga successivamente fermato con 50 chilogrammi di marijuana e ora in carcere.

In più occasioni Ferdinando Taccone, secondo gli inquirenti, «ha fatto riferimento alla sua accertata parentela con la famiglia Pesce di Rosarno». Ad Aosta erano noti come i 'Calabria Boys'.   L’indagine dei carabinieri ha riguardato un «contesto sociale di forte degrado» che «ha fatto emergere un substrato culturale per certi aspetti incredibile», legato a «famiglie calabresi residenti in Valle d’Aosta ma che hanno mantenuto forti legami con il territorio di origine e che sentono fortissimo il culto dell’onorabilità e dell’onore», ha spiegato in conferenza stampa il tenente colonnello Massimiliano Rocco, comandante del Gruppo Aosta.   
In particolare è emersa una «gestione territoriale che arriva direttamente dalla Calabria in base alle famiglie di riferimento, sia delle vittime, sia degli estorsori». A preoccupare è «l'omertà assoluta, ci deve essere una reazione da parte della società civile e un aiuto da parte delle istituzioni. Stupisce la mancanza di denuncia», ha sottolineato il tenente colonnello Cesare Lenti, comandante del reparto operativo.

Don Puglisi, il vescovo di Mazara del Vallo


 "E' il primo martire di mafia beatificato"


LAMEZIA TERME. «Quello di Don Pino Puglisi è il primo caso di beatificazione di un martire di mafia». Lo ha detto il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero, intervenendo a Lamezia Terme, nell'ambito di Trame.3, il festival dei libri sulle mafie, alla presentazione del volume «Il miracolo di Don Puglisi», di Roberto Mistretta. «La difficoltà - ha aggiunto monsignor Mogavero - è stata quella di identificare nella vicenda di Don Puglisi gli elementi che caratterizzano il martirio e di capire come il cosiddetto odio nei confronti della fede si realizzasse nell'omicidio di un sacerdote per mano dei mafiosi». Il vescovo di Mazara, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha sostenuto poi che «la Chiesa ha fatto bene a non costituirsi parte civile nel processo per l'uccisione di Don Puglisi. La costituzione di parte civile, infatti, serve per tutelare un interesse prevalentemente di carattere economico e la vita di un prete non è quantificabile in un prezzo. Non c'è bisogno di un indennizzo dei mafiosi per realizzare opere di carità. Si chiedeva giustizia non contro qualcuno ma per l'affermazione dei valori del Vangelo». In merito al problema dell'omertà all'interno della Chiesa e nella società civile, monsignor Mogavero ha detto che «oggi è più difficile, rispetto al passato, assumere un atteggiamento di omertà nei confronti del fenomeno mafioso. Per cambiare definitivamente abitudini mentali, però, occorrono molto tempo e un ricambio generazionale. Don Pino questo lo aveva capito bene, tanto che aveva cominciato ad operare con i giovani».

Contessa Entellina, intitolata a Mario Francese la diga Garcia



CONTESSA ENTELLINA. «La diga di Garcia è stata una grande speranza ma anche un bagno di sangue: in questa grande incompiuta che finalmente sarà sbloccata, si è abbeverata la mafia corleonese, la stessa mafia che nel 1979, anno della morte di mio padre, prende il sopravvento e inaugura la stagione degli omicidi eccellenti». Cosi il giornalista Giulio Francese ha ricordato il sacrificio del padre, il cronista Mario Francese, ucciso da cosa nostra nel 1979 e al quale da oggi è stata intitolata la diga Garcia. All'iniziativa si è arrivati dopo una proposta portata avanti da Legambiente Sicilia, subito sposata dall' assessore regionale alle Risorse agricole, Dario Cartabellotta. Nel decreto emesso è stato sottolineato il sacrificio di Mario Francese, che con le sue inchieste ha denunciato le infiltrazioni della criminalità organizzata e le collusioni politiche ed amministrative nell'ambito dei lavori di realizzazione del serbatoio artificiale, in località Garcia. All'iniziativa è intervenuto anche il ministro per la Pubblica amministrazione Giampiero D'Alia: «Questa intitolazione rappresenta un momento importante per il riconoscimento di un giornalismo libero e di inchiesta  - ha detto - in anni in cui era difficile essere liberi, un esempio che ha cambiato tante generazioni. Come per la beatificazione di don Puglisi, assistiamo alla consacrazione, nel senso più civico, di una Sicilia che può crescere facendo a meno della mafia e lo testimonia la presenza qui di sindaci, amministratori e volontari». Oltre ai familiari del giornalista sono intervenute tra gli altri diverse autorità. «Il sacrificio di Mario Francese - ha detto Gianfranco Zanna, di Legambiente Sicilia - è avvenuto in anni in cui troppi si giravano dall'altra parte, come se la lotta alla mafia fosse solo una lotta tra guardie e ladri: con questa iniziativa ricordiamo quegli anni, nel bene e nel male». E il presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia Riccardo Arena ha sottolineato: «dobbiamo essere innanzitutto testimoni, come faceva Mario Francese, nel segno del vero giornalismo che ha rappresentato una diga di rottura».

FRANCESE: "MIO FRATELLO SAREBBE FELICE". «La diga Garcia rappresenta il matrimonio della peggiore specie tra politica e mafia: qui negli anni sono stati spesi diversi miliardi, facendone una grande incompiuta siciliana. Oggi, con il suo completamento, pare si voglia voltare pagina, spero sia una vera occasione di sviluppo». Lo ha detto il giornalista Giulio Francese, durante la cerimonia di intitolazione della diga Garcia a suo padre, il cronista Mario Francese, ucciso da Cosa nostra nel 1979 e che ha scritto nelle sue inchieste degli appetiti della mafia corleonese, allora in ascesa, sulla diga Garcia. «Oggi penso a mio fratello Giuseppe che non c'è più - ha aggiunto Francese - Con me porto come ricordo una foto di Giuseppe che mostrava in questo luogo, anni fa, il segno della vittoria mentre tiene in mano una tabella della diga Garcia. Oggi c'è un'altra targa con il nome di suo padre e lui, lo so, ne sarebbe felicissimo».

giovedì 20 giugno 2013



di GIACINTO PIPITONE
PALERMO. Tutto il carteggio sull’attività del Ciapi è finito sul tavolo del viceprocuratore Giuseppe Aloisio. E nel frattempo anche la Regione in via cautelativa ha emesso i provvedimenti con cui chiede la restituzione di 15 milioni e 191 mila euro versati fra il 2006 e il 2009 per il progetto finito al centro dell’inchiesta.
Il progetto Coorap doveva fornire un orientamento professionale ai giovani appena usciti dalle scuole. E poi aiutarli a entrare nel mercato del lavoro attraverso cicli di apprendistato in azienda. E invece, segnalano i magistrati, tutto è finito «nell’ignobile mercimonio di fondi pubblici destinati al sostegno dell’occupazione». Dei 3 mila giovani da formare e dei 600 che si prevedeva di far entrare in azienda, appena 18 hanno fatto l’apprendistato e nessuno ha trovato lavoro.
Un flop milionario. Ma recuperare le somme non sarà facilissimo. La dirigente dell’assessorato al Lavoro, Anna Rosa Corsello, ha scritto all’Avvocatura dello Stato chiedendo il via libera per un sequestro conservativo dei patrimoni «per assicurare la disponibilità della somma evitando il pericolo della perdita definitiva». All’Avvocatura, la Corsello chiede anche se il sequestro va fatto contro gli amministratori o sul patrimonio dell’ente.
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