domenica 31 ottobre 2010

METODO “DON MATTEO”

“Don Matteo”, protagonista della fiction messa in onda dalla rete

pubblica, rispecchia quella voglia di semplicità che in fondo ognuno di noi
ha, ma forse non è così.

Il problema legato al nostro sistema di indagine è cosa difficile da
affrontare e analizzare, per diversi motivi, tra essi rientrano tutte quelle caratteristiche insite di complessità e di trasversalità, che va contro al fenomeno della parcellizzazione di discipline, quale può essere la vastità del campo criminologico sia sotto il profilo criminale, nella fattispecie che si vuole trattare investigativa delle Forze dell'Ordine, sia sotto il profilo di tensione epistemologica intesa come dinamicità del crimine a sfondo multidisciplinare.

Il ventunesimo secolo ancora non ha compreso tale inadeguatezza
investigativa, troppo oscurantista perciò debole e lacunosa perché
inquisitoria, più diretta verso la ricerca della conferma delle ipotesi
peccando in tal senso di rigore scientifico. Opportuno sarebbe attribuire
maggiore importanza all'aspetto metodologico, alle competenze tecniche
e alla messa in risalto di capacità analitiche, in virtù di quella cosa
chiamata ignoranza socratica.

Esiste un intreccio fortemente percepibile, fra il livello di criminalità e di
funzionalità delle istituzioni richiamando ad una responsabilità sia
individuale sia istituzionale, la quale attraverso una doppia strategia di
intervento, dovrebbe avere il dovere, passato attraverso il potere, non
solo di punire ma, in primis, prevenire e indebolire scoraggiando, i fatti
delittuosi.

Ritornando a Don Matteo e la sua abilità nel risolvere i casi simpatici
disegnati e interpretati attraverso la lunga serie televisiva, quella sua
dote celestiale di talento percettivo-intuitivo insegna, anzi, più che
insegnare direi che fa emergere quel fondamentale approccio
criminologico-investigativo da avviare e mantenere nel percorso delle
indagini sopprimendo in tal modo quel consapevole determinismo
d'impronta ottocentesca del metodo inquisitorio.

Monica Vaccari

Mafia, otto rinvii a giudizio Alcamo. Indagine «Dioscuri».

Ricostruiti gli assetti del mandamento della famiglia dei Melodia

Il gup di Palermo, Lorenzo Matassa, ha ieri rinviato a giudizio otto persone, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, incendio, danneggiamento, detenzione illegale di armi e ricettazione.

L'indagine - denominata «Dioscuri», risultato di un lavoro investigativo condotto dal commissariato di polizia di Alcamo - coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato e dai pm della Dda Paolo Guido e Carlo Marzella, ha ricostruito nell'ambito del quinquennio 2004/2009 gli assetti del mandamento mafioso di Alcamo, controllato dalla «storica» famiglia mafiosa dei Melodia, strettamente legata al boss latitante Matteo Messina Denaro. Al capomafia ricercato i Melodia, da anni ai vertici del mandamento, avrebbero fatto riferimento in caso di dissidi con «famiglie» di altre zone.

Saranno processati a cominciare dal prossimo 13 gennaio dal Tribunale di Trapani Filippo Di Maria, Lorenzo Greco, Nicolò Melodia, Antonino Pedone, Stefano Regina, Gaetano Scarpulla, Felice Vallone, Tommaso Vilardi. Il gup ha invece deciso il non luogo a procedere per Antonino Marino, mentre verranno trattate nell'udienza del 18 novembre, sempre davanti a Matassa, le posizioni di Anna Maria Accurso, moglie dell'ergastolano Nino Melodia, e Diego Melodia. Anna Greco, nella stessa data definirà la propria posizione processuale col patteggiamento a due anni e due mesi.

Una indagine che suscitò clamore al momento della esecuzione degli arresti, perchè con il coinvolgimento di Filippo Di Maria finì con lo sfiorare la politica, per i rapporti che c'erano tra Di Maria e il senatore del Pd Antonio Papania, per il quale il gip nell'ordinanza attesta l'assoluta estranietà ai fatti oggetto dell'inchiesta. Ma dei rapporti tra Di Maria e il sen. Papania in modo abbondante ne parlavano gli altri indagati «mafiosi» ascoltati dagli inquirenti grazie alle intercettazioni, lo stesso Di Maria andava dicendo che il parlamentare per lui «era come un fratello», confidenza che però il senatore ha detto di non avergli mai concesso in questa maniera. Secondo l'imputazione l'«insospettabilità» di Filippo Di Maria avrebbe permesso allo stesso «di muoversi tra gli ambienti mafiosi e quelli della società e della politica. E però, come ha annotato il gip Antonella Consiglio, ad Alcamo non era del tutto sconosciuta la sua «vicinanza» con la famiglia Melodia, tanto che gli imprenditori che ricevevano richieste estorsive erano proprio a lui che si a rivolgevano «per vedere di sistemare le faccende».

Rino Giacalone

Contro le mafie, per ricordare A Canicattini.

Prosegue il seminario di incontri giornalistici «A cento passi dal premio Fava»

Secondo appuntamento con «A cento passi dal premio Fava». Oggi pomeriggio alle 17 nella sala riunioni del Gal Val d'Anapo, in via Principessa Jolanda 51 a Canicattini continua il percorso di legalità organizzato dai giovani Dino Tinè e Davide Motta.

Un'iniziativa spontanea che ha l'obiettivo di accompagnare il pubblico dei partecipanti alla prossima edizione del Premio Fava, evento che si svolge tra Palazzolo e Catania con l'intento di onorare e gratifica il mondo del giornalismo, ogni anno dal 2 al 5 gennaio nel ricordo della figura del giornalista ucciso dalla mafia nel gennaio del 1984.

I momenti programmati per questo percorso di legalità, partito già sabato scorso, sono organizzati non a caso in collaborazione con il Coordinamento Fava della cittadina montana patrimonio dell'Unesco.

Una serie di proiezioni documentarie, ogni sabato fino al 20 novembre prossimo, riguarderà la figura di Giuseppe Fava e le storie di giornalisti uccisi da cosa nostra, che si sono storicamente distinti per il loro coraggio e il loro impegno di legalità.

L'incontro di oggi pomeriggio sarà dedicato a Mario Francese, giornalista siracusano che si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo ed unico intervistatore della moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste Francese entrò profondamente nell'analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccatture, delle famiglie e dei suoi capi. La sera del 26 gennaio 1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa. Nella sentenza di condanna dei suoi assassini si legge: «Il movente dell'omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70». A seguire sarà proiettato inoltre una puntata de "La storia siamo noi" interamente dedicata alla figura di Pippo Fava. Tante altre le pellicole dedicate agli intellettuali-eroi contro le stragi di cosa nostra, nei sabato a seguire. La prossima settimana sarà la volta di «Fortapàsc», film del 2009 diretto da Marco Risi, sulla breve esistenza e la tragica fine del giornalista Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra a soli 26 anni. Nella stessa giornata si racconterà di un giovane, forte e caparbio come lui, capace di dedicare tutta la sua vita alla lotta alla criminalità organizzata: il giovane poeta e giornalista Peppino Impastato. «Una voce nel vento» è invece il titolo del docu-film in proiezione il 13 novembre prossimo, dedicato alla figura di Mauro Rostagno e a chiudere giorno 20 la storia di Beppe Alfano e l'assassinio del 1993, raccontato dalla trasmissione «Blu notte - Misteri Italiani» di Carlo Lucarelli che alla figura del giornalista Alfano ha dedicato anche un libro.

Eleonora Vitale

Mafia «Così venivano imposte le forniture»

«Alle imprese veniva dato il cemento e ai trasportatori di inerti chiesto il sussidio per le famiglie dei mafiosi»

il pentito nisseno Alberto Carlo Ferrauto, ascoltato dai magistrati della Dda nissena durante l'inchiesta sulla "Calcestruzzi Spa" ricostruisce con precisione il meccanismo delle estorsioni e delle imposizioni sulle forniture di calcestruzzo e degli inerti. Ferrauto, la prossima settimana, sarà interrogato dal Tribunale in trasferta a Milano nel processo relativo alla vicenda delle presunte frodi in pubbliche forniture realizzate, secondo l'accusa, tramite l'utilizzo del calcestruzzo depotenziato. Sotto processo ci sono gli ex dirigenti della "Calcestruzzi Spa" Mario Colombini e Fausto Volante assieme al riesino Giovanni Giuseppe Laurino, difesi dagli avvocati Giuseppe Bana, Giacomo Gualtieri, Gioacchino Sbacchi, Adelmo Manna, Delfino Siracusano, Vincenzo Vitello e Carmelo Scarso.


Ferrauto descrive ai magistrati della procura il ruolo che Laurino, ritenuto dagli inquirenti l'uomo di fiducia di Cosa Nostra all'interno della "Calcestruzzi Spa", avrebbe avuto nella vicenda: «Laurino - spiega - era molto vicino a Francesco Cammarata di Riesi (fratello dei capimafia Pino e Vincenzo Cammarata e ritenuto il reggente di Cosa Nostra a Riesi). Mi fu presentato formalmente come "uomo d'onore" nell'impianto della "Calcestruzzi Spa" di Riesi. L'ho incontrato più volte anche a Caltanissetta. Laurino è responsabile degli stabilimenti della "Calcestruzzi Spa" di Gela e Riesi, ma si occupa anche di Caltanissetta».

Il racconto si sposta sul sistema delle estorsioni: «Il meccanismo delle estorsioni - afferma Ferrauto - è quello di imporre alla ditta che deve realizzare i lavori la fornitura di materiali dalla "Calcestruzzi Spa". Inoltre si affidano i contratti di trasporto dell'inerte ad autotrasportatori compiacenti che fatturano 50 centesimi in più rispetto al prezzo concordato per ogni metro cubo di materiale trasportato, che vengono devoluti alla famiglia mafiosa locale. La ditta compiacente sa che deve dare i soldi alla consorteria mafiosa del luogo dove si trova la cava. Questi particolari li ho appresi da Laurino; io e Pietro Riggio (altro ex affiliato mafioso di Caltanissetta oggi pentito) abbiamo cercato a Polizzi Generosa una ditta per trasportare gli inerti a Caltanissetta. Trovammo una ditta gestita da due persone anziane, parenti del locale capomafia. In quell'occasione io e Riggio conoscemmo anche il rappresentante regionale della "Calcestruzzi Spa", un tale di nome Franco il quale, per conto della ditta, stipulò un contratto per la fornitura degli inerti da Polizzi Generosa. Costui era consapevole di avere a che fare con persone vicine alla famiglia mafiosa di Caltanissetta».

Il racconto del pentito nisseno prosegue con la vicenda relativa all'impianto "Calcestruzzi" di Caltanissetta. «A metà del 2003 - prosegue Alberto Ferrauto - c'è stato un incontro negli uffici della "Calcestruzzi Spa" di Caltanissetta al quale ero presente io assieme a Laurino e Riggio e parlammo di far lavorare il più possibile l'impianto di Caltanissetta. Quando avevamo bisogno di parlare con Laurino il contatto era una persona di Licata che lavorava in questi uffici. So che costui venne poi sostituito da un'altra persona di origini agrigentine, che continuava a tenere i rapporti ogni volta che avevamo bisogno di contattare Laurino. Dopo l'arresto di Riggio, nel 2004, Angelo Palermo (ritenuto il capomafia di Caltanissetta) mi intimò di riferirgli tutto quanto riguardasse i traffici svolto da Pietro Riggio. Pertanto incontrai Laurino nel cortile interno dello stabilimento della "Calcestruzzi Spa" di Caltanissetta e gli dissi che non mi era piaciuto il modo con il quale Palermo mi aveva intimato questa cosa. Mi disse di stare tranquillo perché non sarei rimasto solo».

Ferrauto racconta anche di un episodio estorsivo e di come sarebbero stati aggiudicati alcuni lavori in subappalto, uno dei quali alla "Calcestruzzi Spa": «Pietro Riggio e Aldo Riggi (imprenditore di movimento terra vicino alla mafia e oggi pentito) imposero il pizzo a una ditta di Favara che eseguiva i lavori per la costruzione di una strada di collegamento fra via Turati e la caserma dei Carabinieri nel 2003. Fu imposto il subappalto per il movimento terra alla ditta di Aldo Riggi, per la fornitura di calcestruzzo alla "Calcestruzzi Spa", per la carpenteria a favore di un soggetto di San Cataldo che eseguì anche alcuni lavori (di carpenteria) al palazzo Pastorello di via Leone XIII e l'estorsione per l'1,5% della base d'asta. So che poi Aldo Riggi ha caricato il prezzo dell'estorsione sulle fatture relative ai lavori ottenuti. Ricordo che per la fornitura del calcestruzzo imponemmo all'impresa di rivolgersi alla "Calcestruzzi Spa", che curò anche il trasporto. Il sistema prevede che la ditta fatturi materiale per una quantità superiore a quella reale e l'importo in più rappresenta la quota per l'organizzazione mafiosa».

Vincenzo Pane

sabato 30 ottobre 2010

Medesano (Parma), ucciso nel sonno a colpi di pistola Raffaele Guarino

Medesano (Parma), ucciso nel sonno a colpi di pistola Raffaele Guarino, camorrista, nell'appartamento in cui viveva in libertà vigilata

PARMA / Hanno sparato a Raffaele Guarino del clan Aprea del quartiere napoletano di Barra, mentre dormiva nel suo letto nell’appartamento a Medesano, nella ricca provincia di Parma, dove viveva in libertà vigilata.

E’ stato trovato in camera sua, ferito a morte con due colpi di pistola, uno al viso e l’altro al collo, dalla donna delle pulizie che era solita prestare quotidianamente servizio nella casa di Guarino.

Nessun segno d’effrazione sulla porta, nessun rumore di spari, probabilmente ad aprire la porta al killer è stato lo stesso Guarino, forse è stato usato un silenziatore.

Già un’altra volta avevano cercato di ucciderlo a colpi di pistola, mentre passeggiava indisturbato in una piazza del quartiere di san Giovanni a Teduccio, ma era riuscito a salvarsi.

Ora aveva guadagnato la libertà vigilata in una zona tranquilla, Medesano, dove lavorava come carpentiere e dove veniva quotidianamente controllato dai carabinieri.

Secondo la testimonianza di un vicino di casa del Guarino, anche nella notte in cui è stato ucciso i carabinieri gli avevano fatto visita.

Ma poi, il mattino seguente è stato trovato morto.Discordanti le opinioni di quanti vivevano nello stesso stabile, per qualcuno era solito ostentare macchine di grossa cilindrata, un' esistenza passata senza dover rendere conto a nessuno, per altri aveva portato allegria nel quartiere.

Ora lascia moglie e due figli a Napoli. Le indagini dei carabinieri sono coordinate dal pubblico Ministero Roberta Licci.

Mafia, riaperta l’indagine su Mormino

La replica: facciano ciò che vogliono
Il procedimento per concorso esterno era stato archiviato nel 2005. La scelta legata alle nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino. L’avvocato: non vorrei che fosse un tentativo di condizionare la difesa



PALERMO. Archiviato nel 2005, si riapre a Palermo il procedimento nei confronti dell'avvocato Nino Mormino, ex parlamentare di Forza Italia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il fascicolo è stato riaperto dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il quale ha parlato di contatti tra il legale e ambienti vicini a Bernardo Provenzano, per adottare iniziative a favore dei boss detenuti.

L'indagine, secondo quanto riporta il giornale di Sicilia, è affidata ai pm Lia Sava, Nino Di Matteo e Paolo Guido. "Rimango senza parole - ha detto Mormino - facciano quello che vogliono".

L'indagine sarebbe un atto dovuto, dopo che gli esami della scientifica hanno dimostrato che il pizzino in cui Provenzano fa riferimento all'avvocato - legale dell'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro - non è un falso.

“Pisapia - spiega Mormino - ha detto che l’iniziativa fu sua e fu adottata nel 2000, quando io non ero ancora deputato. Anche dopo io non diedi alcun avallo al ddl, che per di più non diventò mai legge. Mi sorprende la coincidenza dei tempi e non vorrei che fosse un tentativo di condizionare la difesa: proprio noi avevamo chiesto l’acquisizione della consulenza dei pm sui ‘pizzini’ e avevamo contestato che giusto questo documento provenisse da Provenzano”.

Blitz a Reggio, 33 arresti. I clan anche negli appalti del terremoto in Abruzzo

Operazione ieri contro la ’ndrangheta della Polizia di Stato. Santo Caridi aveva fiutato il tragico "affare" degli appalti a L'Aquila

30/10/2010 Il controllo del territorio da parte delle cosche era diventato asfissiante ma ora gli abitanti di quei quartieri possono tirare un sospiro di sollievo dopo il maxiblitz di ieri a Reggio Calabria che ha portato all’arresto di 33 persone, su 34 ordinanze di custodia cautelare, eseguite dalla Squadra Mobile della Questura di Reggio e richieste dal Procuratore Giuseppe Pignatone e dei pm Marco Colamonici e Giuseppe Lombardo. Le persone destinatarie delle ordinanze sono ritenute a vario titolo affiliati alla cosca Borghetto-Zindato-Caridi, e alle cosche Serraino e a quella Rosmini. In manette sono finiti così esponenti di primo piano delle cosche come Diego Rosmini, Domenico Serraino e Giuseppe Zindato, registi della trama estorsiva che copriva buona parte del territorio cittadino. L’attività investigativa invece è stata avviata nel 2007 dalla quinta Sezione della Squadra Mobile, diretta dal vice questore aggiunto Franco Oliveri, con l'utilizzo di intercettazioni ambientali e telefoniche, nonché di tradizionali attività di indagine. L'attività della Squadra Mobile ha permesso di far luce non solo sulla struttura organizzativa delle associazioni mafiose, ma anche su numerosi episodi delittuosi consumati tra il 2002 e il 2010: omicidi, estorsioni, danneggiamento a fini estorsivi, detenzione e porto di armi, fittizia intestazione di beni e attività imprenditoriali. Le cosche Borghetto-Zindato-Caridi hanno esercitato un asfissiante controllo del territorio di influenza e una costante e capillare pressione estorsiva nei confronti degli operatori commerciali della propria zona di influenza; in particolare nel settore edile, dove per l'esecuzione dei lavori devono essere impiegate dagli imprenditori solo le ditte appartenenti agli esponenti di rilievo della cosca ovvero a loro gradite.

Nello stesso territorio sono risultate operare anche le consorterie mafiose Serraino e Rosmini, le quali avevano stretto con il cartello Libri patti di spartizione di quei quartieri cittadini. Numerose le estorsioni accertate nei confronti di imprese edili e di operatori commerciali. Ancora, sono stati accertati il danneggiamento, tramite incendio, all'esercizio commerciale "Pasta Fresca", avvenuto a Reggio Calabria il 21.08.2008, per il quale venne arrestato alcuni giorni dopo Antonino Arabesco, che nella circostanza rimase gravemente ustionato, e che le indagini hanno consentito di ascrivere alla cosca Borghetto-Zindato. Accertati anche alcuni danneggiamenti mediante esplosione di colpi di arma da fuoco: al caseificio "Delizie della natura", di via Ciccarello, avvenuto in data 26.07.2004; alla "Pizzeria Casablanca", avvenuto in via Ibico il 17.08.2002; all'autoconcessionaria "Auto Fiume" sita in via Possidonea avvenuto in data 21.09.2002. Anche un omicidio ha trovato soluzione, quello di Giuseppe Lauteta, avvenuto l'11 gennaio 2006 a Reggio Calabria, il cui autore sarebbe Francesco Zindato, l'unico sfuggito alla cattura. Nella cosca Borghetto-Zindato-Caridi, gli investigatori si sono imbattuti durante le indagini anche sul clan del territorio “limitrofo”, quello dei Labate.

SANTO CARIDI E L’AFFARE “ABRUZZO”

Il terremoto in Abruzzo dell’aprile 2009 era visto come una sorta di provvidenza dalle cosche reggine. La tragedia che viveva la popolazione aveva fatto emergere il fiuto per l’affare e Santo Caridi (nella foto al momento dell'arresto) per raggiungere l’obiettivo “appalti”, si sarebbe avvalso dell’apporto di un commercialista reggino, Carmelo Gattuso, che avrebbe avuto invece il ruolo di prestanome nell’ambito di società attive nel territorio aquilano per conto dello stesso Caridi. Quest’ultimo in passato era stato già arrestato per associazione mafiosa (Operazione Wood) nel 1999. Il punto principale dell’attività investigativa della polizia di Reggio Calabria si focalizza nel corso del mese di gennaio 2010. Da questo momento Santo Caridi inizia ad intrattenere rapporti di lavoro con il costruttore edile aquilano Stefano Biasini. Caridi interpellò Gattuso per preparare un piano sicurezza per l’imminente apertura di un cantiere e specificava che quanto richiesto necessitava per le imprese di Stefano Biasini e di Pasquale Giuseppe Latella. Richieste che evidenziano l’interesse di Caridi sull’affare. Circostanza confermata da una serie di altre conversazioni registrate nel prosieguo dell’attività investigativa degli agenti della squadra mobile. Aveva persino trovato casa agli operai e l’affitto era pagato dall’imprenditore abruzzese Biasin. A confermarlo a Latella era stato Caridi nel corso di una conversazione telefonica. Per i magistrati da quel momento è acclarato che Biasini e Latella stessero operando in stretta sinergia e soprattutto sotto la “direzione” di Santo Caridi.

Blitz contro i clan del Reggino, 34 arresti

Anche allenatore della Valle Grecanica
Le accuse nei confronti degli arrestati sono di omicidio, estorsione, associazione per delinquere di stampo mafioso
 
29/10/2010 Blitz anti 'ndrangheta questa mattina compiuto dalla polizia di Stato a Reggio Calabria e in provincia, contro le principali cosche della criminalità organizzata. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere chieste e ottenute dalla Direzione distrettuale antimafia sono in tutto 34. Le persone arrestate devono rispondere a vario titolo delle accuse di omicidio, estorsione, associazione per delinquere di stampo mafioso.


La polizia avrebbe ricostruito due anni di estorsioni e danneggiamenti compiuti a Reggio. I 34 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare sono appartenenti, capi e gregari, ai sodalizi criminali, tra loro consorziati, Borghetto, Zindato e Caridi tutti aderenti al cartello Libri, operanti nei quartieri Ciccarello, Modena e San Giorgio, e di elementi di spicco delle cosche Serraino e Rosmini, anch’esse operanti nella medesima porzione di territorio collocato tra la zona centro e la zona sud della città di Reggio Calabria.

Nel corso delle indagini è emerso un vero e proprio controllo del territorio da parte degli uomini delle cosche che imponevano il pizzo a imprenditori e commercianti reggini. Per coloro che opponevano resistenza al pagamento delle estorsioni venivano organizzati danneggiamenti ad automobili oppure strutture commerciali. Gli investigatori hanno individuato anche il responsabile dell’omicidio di Giuseppe Lauteta compiuto nel gennaio 2006 a Reggio Calabria.

Nell'operazione sono coinvolti anche l’allenatore della squadra di calcio «Valle Grecanica», che milita nella serie D interregionale, Natale Iannì, e il direttore sportivo della stessa società, Cosimo Borghetto tra gli arrestati dell’operazione contro le cosche reggine della 'ndrangheta eseguita dalla Squadra mobile di reggio Calabria.

In manette è anche finito l’ingegnere Domenico Cento, di 50 anni. È sfuggito alla cattura, invece, il boss Francesco Zindato, esponente di primo piano del cartello della cosca Libri.

Queste tutte le persone arrestate nell’ambito dell’operazione contro la 'ndrangheta fatta dalla Squadra mobile di Reggio Calabria: Eugenio Borghetto, di 42 anni; Giuseppe Borghetto (54); Paolo Latella (40); Fabio Pennestrì (28); Giuseppe Modafferi (44); Tullio Borghetto (27); Natale Iannì (43); Matteo Perla (48); Antonino Idotta (38); Antonino Arabesco (39); Gaetano Andrea Zindato (26); Sebastiano Sapone (32); Tommaso Paris (33); Massimo Orazio Sconti (45); Antonino Caridi (50); Bruno Caridi (52); Santo Giovanni Caridi (43); Giuseppe Zindato (53); Demetrio Giuseppe Cento (50); Vincenzo Quartuccio (45); Diego Rosmini (38); Natale Alampi (36); Osvaldo Salvatore Massara (45); Domenico Malavenda (39); Gianpiero Melito (43); Domenico Serraino (38); Carmelo Gattuso (43); Pasquale Giuseppe Latella (32); Giovanni Zindato (42); Franco Fabio Quirino (39) e Biagio Consolato Parisi (49), tutti portati in carcere. Gli arresti domiciliari sono stati disposti nei confronti di Umberto Sconti, di 84 anni. I particolari dell’operazione sono stati illustrati dal Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone; dal questore, Carmelo Casabona, e dal dirigente della Squadra mobile, Renato Cortese.

LA SOCIETA' SPORTIVA VALLE GRECANICA: "SIAMO RAMMARICATI"

La società sportiva A.S. Valle Grecanica attraverso la propria addetta stampa ha deciso di inviare una nota agli organi dell’informazione, a poche ore dagli arresti avvenuti a Reggio Calabria, che hanno coinvolto due elementi del team sportivo. “Siamo rammaricati - è scritto nel comunicato - per la vicenda giudiziaria che ha coinvolto l’allenatore Natale Iannì e il Direttore Sportivo della squadra Gino Borghetto. A loro, in questo momento, va la solidarietà della Società, con l’augurio che la giustizia possa fare presto chiarezza sulle loro vicende. Non entriamo in merito alla questione giudiziaria - scrivono ancora i componenti della società -, ma continuiamo a riconoscere il pregevole lavoro svolto finora all’interno della squadra da Natale Iannì e da Gino Borghetto. In questo momento la Società penserà a garantire il massimo sostegno psicologico al gruppo, continuando il percorso già intrapreso e lavorando con assoluta serietà, la stessa che ci ha contraddistinti fino ad ora. Ci mancherà quel tassello che dall'avvio del campionato ci ha tanto gratificati, e cioè la grande preparazione tecnica e calcistica messa in evidenza dall’allenatore Iannì e dal Direttore Sportivo Borghetto. Dal canto Nostro - conclude la nota firmata dall’A.S. Valle Grecanica - la squadra anche se provata continuerà a battersi con grande determinazione per raccogliere il massimo di ciò che fino ad ora è stato seminato”.

venerdì 29 ottobre 2010

Mafia, arrestato il latitante Rosario Naimo

Era ricercato dal '95, perche' condannato a 19 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti

L'allora procuratore aggiunto chiese il rinvio a giudizio nel 1991 per il latitante, arrestato oggi, nell'ambito di un'inchiesta su un vasto traffico di cocaina tra Sicilia, Colombia e Stati Uniti




PALERMO. Era stato il procuratore aggiunto Giovanni Falcone a chiedere il rinvio a giudizio, nel 1991, di Rosario Naimo, uno dei "re del narcotraffico" coinvolto in una inchiesta su un vasto traffico di cocaina tra Colombia, Stati Uniti e Sicilia chiamata "Sea Port". Naimo, arrestato due giorni fa e latitante da 15 anni, mafioso del quartiere palermitano Cardillo che teneva i contatti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi, fu poi condannato a 25 anni in primo grado, pena ridotta poi a 19 anni in appello. L' inchiesta prese l' avvio dopo le rivelazioni del pentito Joe Cuffaro che ricostruì i consistenti traffici internazionali di eroina gestiti dal gruppo Galatolo che faceva parte della famiglia Madonia. In particolare, venne accertato che un carico di 600 chilogrammi di cocaina proveniente dalla Colombia venne sbarcato nell' ottobre del 1987 sulle coste trapanesi dal mercantile "Big John", comandato da Allen Knox.

Il movimento di denaro rivelato dal "pentito" e collegato a quello sbarco ha trovato un riscontro contabile nella documentazione sequestrata il 7 dicembre 1989 in un covo di Antonino Madonia, uno dei figli del boss Francesco, nel covo via Mariano D' Amelio a Palermo. Di Naimo ha parlato anche il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, mafioso trapanese. Sinacori ha raccontato ai pm di Firenze e di Palermo che Leoluca Bagarella, quando nel 1993 si trovò al vertice di Cosa Nostra, dopo l' arresto di Totò Riina, prese contatti con un boss mafioso negli Stati Uniti per valutare la fattibilità di un progetto che era nato negli anni Sessanta: annettere la Sicilia agli Usa "come cinquantaduesimo stato americano". L' interlocutore di Bagarella, secondo Sinacori, fu Rosario Naimo, "personaggio di grande importanza in Cosa nostra americana, era il Riina degli Stati Uniti".

Il nome di Naimo è riapparso, dopo diversi anni, nelle motivazioni della sentenza di uno dei tronconi del processo "Gotha" in cui è stato condannato a dieci anni e otto mesi per associazione mafiosa l'ex deputato regionale Giovanni Mercadante e a 16 anni Antonino Cinà legato a Nino Rotolo, capo del mandamento di Pagliarelli. Rotolo era contrario al ritorno dagli Usa della famiglia Inzerillo, i cosiddetti "scappati" che non avrebbero tardato a regolare i conti. Proprio il capomafia di Pagliarelli, infatti, era stato fautore, insieme al suo vecchio capo Salvatore Riina, di quel colpo di stato interno a Cosa nostra che nel 1981 decretò la morte di Totuccio Inzerillo, insieme ai membri della famiglia, costringendo all'esilio in America tutti i loro discendenti. Un confino forzato per il quale era stato nominato un "garante" americano, Rosario Naimo.

Scomparsi fogli e appunti sequestrati a casa di Massimo Ciancimino

PALERMO - Alcuni fogli a quadretti, altri documenti e dei post-it sarebbero stati trovati dai carabinieri durante la perquisizione nella casa all'Addaura di Massimo Ciancimino, nel 2005, ma al momento della catalogazione di questo materiale non c'era più traccia. Lo ha raccontato il carabiniere Samuele Lecca, del nucleo radiomobile di Palermo, che partecipò alla perquisizione coordinata dal capitano Antonello Angeli. Il verbale di Lecca, sentito dai pm di Palermo che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e mafia il 6 ottobre scorso, è stato depositato agli atti del processo al generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia.

Secondo Lecca, in un magazzino vicino la casa di Ciancimino e sempre di proprietà del figlio dell'ex sindaco fu trovato una grossa scatola di cartone con vari documenti. "C'erano anche dei fogli a quadretti scritti a penna - dice Lecca - Appena vidi il carteggio lo diedi ad Angeli il quale, appena lo vide, e si allontanò per fare una chiamata. Dopo tornò e mi chiese se conoscessi una copisteria vicina e, alla mia risposta positiva, mi disse di andare a fotocopiare tutto. Poi, sempre eseguendo i suoi ordini, lasciai originali e fotocopie nella sua stanza".

Lecca ha poi partecipato anche alla catalogazione dei documenti trovati all'Addaura. "In quell'occasione non vidi più - ha detto - i documenti che avevo fotocopiato".


Mafia, rivelazioni di un carabiniere:" Ci dissero di non prendere il papello"
Il documento con i termini della trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato nel 2005 si trovata a casa di Massimo Ciancimino. Ai militari i superiori dissero di non sequestrarlo perchè si trattava di documentazione già acquisita



PALERMO. Il papello, con i termini della trattativa tra mafia e pezzi dello Stato nel periodo delle stragi, nel 2005 si trovava nella casa all'Addaura di Massimo Ciancimino. I militari lo trovarono ma il capitano Antonello Angeli avrebbe avuto l'ordine da parte del suo superiore il colonnello Giammarco Sottili di lasciar perdere il documento e di non sequestrarlo perché si trattava di documentazioni già acquisite. Lo dice il carabiniere Saverio Masi, sentito dalla procura di Palermo il 7 luglio del 2009, ai pm che conducono l'inchiesta sulla presunta trattativa.

Il verbale della sua deposizione spontanea è stato depositato agli atti del processo al generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia e ora indagato per concorso in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa. Masi avrebbe saputo questi fatti da Angeli che glielo avrebbe raccontato alcuni anni dopo. Il capitano avrebbe detto anche di aver comunque fatto fotocopiare quei documenti da un altro carabiniere e di avere tenuto quelle copie, mentre gli originali sarebbero stati riposti nel luogo dove erano stati trovati. Masi, risentito dalla procura il 23 marzo scorso, ha inoltre confermato di essere andato a casa del giornalista Saverio Lodato assieme a un collega per raccontargli questa storia. Cosa che però non avvenne. Anche Lodato è stato ascoltato dai pm.

Rapporto "Affari sporchi" i business della 'ndrangheta

La fotografia degli interessi cospicui della criminalità organizzata calabrese scattata dalla Bcc Mediocrati e da Demoskopika

29/10/2010 E' stimato in 5,4 miliardi di euro, nel 2010, il business della 'ndrangheta in Calabria, relativo ad estorsioni, usura e appalti pubblici. Il dato emerge da un rapporto sugli «affari sporchi» delle cosche condotto da Banca di credito cooperativo Mediocrati e Demoskopika.

È la voce estorsioni e usura quella più consistente per i bilanci delle 'ndrine che permette alla criminalità un guadagno stimato in 3 miliardi di euro. Oltre un terzo degli imprenditori intervistati per la realizzazione della ricerca (32,6%) ne percepisce una crescente diffusione mentre il 27,2%, preferisce non pronunciarsi. Gli appalti pubblici portano nelle casse delle organizzazioni risorse per 2,4 miliardi per appalti, subappalti, affidamenti e forniture di beni e servizi.

«Basti citare – è scritto nell’indagine – i lavori di ammodernamento del tratto calabrese dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria che ha visto la malavita locale procurarsi la complicità dei direttori dei cantieri appaltati e la collusione con funzionari in relazione alle autorizzazioni di subappalti e alle varianti in corso d’opera».

Dalla ricerca viene fuori che un imprenditore intervistato su quattro, precisamente il 27,4%, dichiara di non sentirsi assolutamente al sicuro per l’elevata diffusione delle attività criminali nel contesto in cui opera. Se a questi aggiungiamo il 50% di quanti sentendosi abbastanza sicuri fanno comunque rilevare che le attività criminali sono evidenti pur se piuttosto rare, si arriva ad un totale di 76,5% persone che non si sente completamente al sicuro. Solo per il 15,3% del campione, l’area territoriale in cui opera risulta molto sicura lasciando sottendere di non avere mai sentito parlare di attacchi criminali contro le imprese. A livello settoriale, il senso di insicurezza risulta molto diffuso soprattutto tra gli imprenditori agricoli (38,5%) e tra quelli del settore edile (33,3%), e in misura minore tra le attività dei servizi (17,4%).

'Ndrangheta, blitz contro i clan del Reggino 34 persone arrestate

Le accuse nei confronti degli arrestati sono di omicidio, estorsione, associazione per delinquere di stampo mafioso

29/10/2010 Blitz anti 'ndrangheta questa mattina compiuto dalla polizia di Stato a Reggio Calabria e in provincia, contro le principali cosche della criminalità organizzata. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere chieste e ottenute dalla Direzione distrettuale antimafia sono in tutto 34. Le persone arrestate devono rispondere a vario titolo delle accuse di omicidio, estorsione, associazione per delinquere di stampo mafioso.

La polizia avrebbe ricostruito due anni di estorsioni e danneggiamenti compiuti a Reggio. I 34 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare sono appartenenti, capi e gregari, ai sodalizi criminali, tra loro consorziati, Borghetto, Zindato e Caridi tutti aderenti al cartello Libri, operanti nei quartieri Ciccarello, Modena e San Giorgio, e di elementi di spicco delle cosche Serraino e Rosmini, anch’esse operanti nella medesima porzione di territorio collocato tra la zona centro e la zona sud della città di Reggio Calabria.

Nel corso delle indagini è emerso un vero e proprio controllo del territorio da parte degli uomini delle cosche che imponevano il pizzo a imprenditori e commercianti reggini. Per coloro che opponevano resistenza al pagamento delle estorsioni venivano organizzati danneggiamenti ad automobili oppure strutture commerciali. Gli investigatori hanno individuato anche il responsabile dell’omicidio di Giuseppe Lauteta compiuto nel gennaio 2006 a Reggio Calabria.

'Ndrangheta. Reggio, chiude l'armeria della cosca

La decisione del questore di Reggio di revocare la licenza all'armeria che avrebbe fornito armi alla cosca di cui fa parte Antonio Cortese

29/10/2010 Il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, ha revocato la licenza a Consolato Romolo, di 52 anni, titolare di un’armeria che avrebbe fornito fucili e pistole ad affiliati alla 'ndrangheta tra i quali Antonio Cortese, accusato di essere stato l’esecutore degli attentati ai danni dei magistrati reggini.

Secondo l’accusa, dall’armeria di Romolo sarebbero transitate Romolo numerose armi da fuoco in favore di persone coinvolte in rilevanti azioni criminali. Questi trasferimenti, apparentemente privi di logica, rileva in un comunicato la Questura di Reggio, hanno di fatto reso possibile la disponibilità di un notevole numero di armi demilitarizzate ma, comunque, di notevole potenziale offensivo, da parte di soggetti responsabili di azioni illecite come Antonio Cortese.

La Divisione amministrativa della Questura di Reggio, nel corso dei controlli fatti nell’armeria di Romolo, ha accertato irregolarità nella tenuta dei registri di carico e scarico di armi e munizioni. In particolare, è stata riscontrata la detenzione, per fini di commercio, di quantitativi di polvere da sparo superiore a quelli autorizzati. Romolo, secondo quanto riferisce la Questura in un comunicato, «ha dimostrato colpevole superficialità e negligenza nella conduzione di un’attività altamente sensibile per le indubbie ripercussioni sulla sicurezza pubblica e che necessita di particolare attenzione, soprattutto nella provincia di Reggio Calabria, caratterizzata da un alto tasso di criminalità».

“Socio occulto degli Sbeglia”, nuovo sequestro per Rizzacasa

Nel mirino della polizia beni per 30 milioni dell’imprenditore palermitano arrestato a giugno per riciclaggio. Sigilli a una villa del ‘700 all’Acquasanta


PALERMO. Gli agenti dell'ufficio Misure di Prevenzione della questura di Palermo hanno eseguito un provvedimento di sequestro di numerosi beni intestati a Vincenzo Rizzacasa , 63 anni, imprenditore palermitano, arrestato a giugno per trasferimento fraudolento di valori aggravato e riciclaggio aggravato. Il patrimonio sequestrato ha un valore di 30 milioni di euro: tra gli immobili oggetto del provvedimento anche una villa del '700, Villa Barone Lanterna.

Gli investigatori hanno accertato che l'imprenditore, che lavorava nel settore della ristrutturazione edilizia del centro storico, avesse messo la sua attività al servizio dei costruttori mafiosi Salvatore e Francesco Sbeglia.

Gli Sbeglia sarebbero stati quindi soci occulti di Rizzacasa ed attraverso il suo patrimonio, avrebbero continuato a lavorare nell'imprenditoria, imponendo metodi e sistemi di illecita concorrenza.

La villa sequestrata, che si trova nel quartiere Acquasanta, di Palermo, è stata trasformata, grazie a una regolare concessione, in un complesso edilizio di 15 lussuosi appartamenti e due studi professionali.

Si cercano i fiancheggiatori del boss Messina

AGRIGENTO - Gerlandino Messina, capomafia di Agrigento, prima dell'irruzione dei Gis, sabato scorso, nel covo di via Stati Uniti a Favara, stava leggendo su un quotidiano le pagine dedicate all'omicidio di Sara Scazzi ed all'arresto dello zio e della cugina Michele e Sabrina Misseri.

Poi sono arrivati i Gis e quel giornale è rimasto aperto su quelle pagine di cronaca, fino a ieri mattina, quando l'appartamento è stato riaperto con l'arrivo dei militari del Ris di Messina. Accanto al giornale, anche un binocolo.

I carabinieri del Reparto operativo, intanto, continuano ad indagare sui favoreggiatori dei Messina. Secondo i militari è impossibile che un giovane, Calogero Bellavia, 21 anni, di Favara, arrestato pure lui, abbia fatto tutto da solo nell'assicurare assistenza e rifornimento di viveri al boss latitante. I sospetti, pare, si stiano concentrando su sei persone.

Bellavia, centrocampista del Favara calcio, nella stagione 2007-2008, era stato squalificato per 5 anni perché durante una partita sferrò un pugno in pieno volto all'arbitro. L'allora presidente della squadra Giuseppe Cusumano, afferma di non aver mai espresso su Bellavia, "nè prima, nè dopo il suo arresto, alcun giudizio".

Preso il bancario fuggito con 7 milioni

CAPO D'ORLANDO (MESSINA) - La polizia del Commissariato di Capo d'Orlando ha arrestato il bancario Fabrizio Ingemi, dipendente della filiale Carige, che lo scorso febbraio aveva fatto perdere le sue tracce dopo la scoperta di un ammanco di circa 7 milioni di euro dalla sua banca. L'uomo era destinatario, per quella vicenda, di un mandato di cattura internazionale.

Il bancario è stato rintracciato per strada, dopo che da alcuni giorni era seguito dalla polizia che si era messa sulle sue tracce. Aveva la barba incolta ed un abbigliamento trasandato, ben lontano dal look che sfoggiava quando lavorava per la Carige di Capo d'Orlando.

Fabrizio Ingemi, 39 anni, era ricercato dal febbraio scorso per un ammanco di circa 7 milioni di euro dalla filiale dell'istituto di credito. Soldi prelevati da decine di conti correnti attraverso un complesso sistema che gli aveva consentito di creare una vera e propria banca parallela.

Il dipendente era scomparso nel pomeriggio del 27 febbraio dopo essere stato sentito, a Palermo, dai vertici della banca Carige proprio sulla strana gestione di alcuni conti correnti. A far scattare l'allarme furono i suoi più cari amici, che dopo qualche giorno, non riuscendo a mettersi in contatto con lui, avevano sollecitato l'intervento delle forze dell'ordine; gli stesi amici che con il passare dei mesi si sono resi conto di essere stati raggirati da Ingemi, che avrebbe sottratto dai loro conti consistenti somme di denaro.

giovedì 28 ottobre 2010

Tenente carabinieri suicida in caserma: fu Miss Abruzzo e finalista a Miss Italia

Claudia Racciatti, 29 anni, si è sparata al cuore

nel suo ufficio nella caserma di viale Giulio Cesare
Accusata di furto, si è sparata durante un drammatico interrogatorio



FULVIO MILONE

ROMA
C’era la sua immagine, l’anno scorso, in una campagna promozionale dei carabinieri. L’Arma non avrebbe potuto scegliere altro volto se non quello di una ragazza bella, con i capelli lunghi e biondi e un sorriso solare che 11 anni fa aveva partecipato al concorso per Miss Italia, qualificandosi alle finali. Si Chiamava Claudia Racciatti, aveva 29 anni e il grado di tenente. E’ morta ieri mattina in un ufficio della Scuola Allievi Carabinieri: si è uccisa con un colpo della pistola d’ordinanza che ha impugnato con una mossa tanto rapida da non lasciare il tempo di fermarla ai due ufficiali che si trovavano con lei. Secondo indiscrezioni sembra che il tenente fosse rimasta sconvolta dai sospetti che si erano addensati su di lei in seguito alla denuncia di un furto subito da un commilitone. Secondo fonti qualificate il suicidio è avvenuto proprio durante un interrogatorio da parte dei responsabili della Scuola Alievi Carabinieri che avevano avviato un’inchiesta disciplinare.

Claudia Racciatti si è uccisa nella Caserma «Carlo Alberto Dalla Chiesa», in via Giulio Cesare a Roma. La sua morte mal si concilia con quella della «ragazza allegra, vivace ed estroversa» che ricordano gli amici a Vasto, la cittadina in provincia di Chieti, dove Claudia era nata 29 anni fa. In effetti nessuno avrebbe mai immaginato che una ragazza dalla vita scandita da successi sarebbe finita così. Bella, con un fisico da pin up, dopo essersi aggiudicata il titolo di Miss Abruzzo era approdata alla «scuderia» di Mirigliani, il patron di Miss Italia, concorso a cui partecipò nell’edizione del 1999.

Le foto su Internet la ritraggono sorridente ma un po’ impacciata mentre sfila con le altre cento concorrenti o mentre fissa con gli occhi sgranati l’ospite d’onore, Alberto Sordi, con la testa piena di chissà quali e quanti sogni. Uno, in particolare, non lo raggiunse per un pelo. Al concorso di bellezza, infatti, fu selezionata per le finali ma poi fu eliminata: comunque un buon successo che avrebbe potuto aprirle le porte del mondo della pubblicità o dello spettacolo.

Non andò così. Claudia Racciatti, figlia di un ufficiale del Corpo Forestale dello Stato, si iscrisse alla Scuola Allievi Ufficiali, e nel 2003 superò l’esame attestandosi all’ottavo posto: un altro bel successo, che le cosentì di entrare definitivamente nell’Arma. Al Comando Generale, lo scorso anno, decisero anche di puntare sul quel volto e su quel sorriso per lanciare una campagna di arruolamento, e l’immagine di Claudia apparve sui manifesti affissi sui muri di tutte le città d’Italia.

Insomma, tutto lasciava pensare che l’ex studentessa di Vasto avesse una carriera assicurata nei ranghi militari. Ma ancora una volta non è andata così. Chissà se Claudia Racciatti era davvero contenta di indossare la divisa, come non è dato di sapere quali fossero i suoi rapporti con i colleghi. Sta di fatto che, recentemente, un commilitone aveva denunciato la sparizione di alcuni oggetti personali, e non aveva nascosto il sospetto che la responsabile del furto potesse essere proprio il tenente Racciatti. Era stata avviata un’indagine interna. Il tenente era stata convocata ieri per essere ascoltata dai superiori che dirigono la Scuola di via Giulio Cesare e da un ufficiale del nucleo operativo della Compagnia dei carabinieri di San Pietro. Probabilmente era terrorizzata dall’eventualità di subire un’azione disciplinare, e non ha retto all’angoscia.

Talpe alla Dda di Palermo: confermata pena al maresciallo Ciuro

La Cassazione mantiene la condanna di 4 anni e 8 mesi al militare imputato per accesso abusivo alla rete informatica della Procura


PALERMO. Dopo una lunga camera di consiglio, la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi inflitta al maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, processato nell'ambito dell'inchiesta sulle cosiddette talpe alla dda di Palermo che vide indagato e poi condannato anche l'ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro.

Il militare era imputato di accesso abusivo alla rete informatica della Procura, rivelazione di segreti istruttori e favoreggiamento.

A Ciuro, ammesso al condono, verranno scontati 3 anni. Avendo già subito oltre un anno di custodia cautelare non dovrebbe essere arrestato per scontare la pena ormai definitiva.

Il maresciallo avrebbe rivelato notizie riservate su indagini in corso al manager della sanità privata Michele Aiello, anche lui processato e condannato per mafia a 15 anni e 6 mesi e pure lui in attesa della pronuncia della Cassazione.

La posizione del maresciallo, per anni assistente del pm Antonio Ingroia, ora procuratore aggiunto, è stata stralciata perché l'imputato ha scelto l'abbreviato.

Mafia, condanne per 130 anni per esponenti di clan palermitani

Pene inflitte a 21 imputati, assolti altri 12. E' la sentenza del processo Cerbero che riguarda i clan di Brancaccio, Porta Nuova, Santa Maria di Gesù e Borgo Vecchio


PALERMO. Poco più di 130 anni di carcere per 21 imputati, assoluzione per gli altri 12. E' la sentenza emessa dal gup Giuseppe Sgadari, nel processo denominato Cerbero, concluso col rito abbreviato.

Alla sbarra mafiosi, trafficanti di droga ed estortori delle cosche di Brancaccio, Porta Nuova, Santa Maria di Gesù, Borgo Vecchio. Accolte le richieste dei pm Roberta Buzzolani e Ambrogio Cartosio. Le pene più alte sono toccate ad Andrea Ferrante (13 anni e 4 mesi), Giovanni Asciutto, cugino dei boss Filippo e Giuseppe Graviano e considerato il nuovo capo di Brancaccio (12 anni, in continuazione con un'altra sentenza), Francesco Fascella (12 anni e 4 mesi). Assolti il fratello Pietro Fascella, di 75 anni, e il nipote Filippo. Tra gli altri scagionati anche Antonino Sacco, che era stato indicato al vertice della famiglia di corso dei Mille. Condannati invece Michele Marino (10 anni), Salvatore Gucciardi (8 anni) e Giacomo Teresi (4 anni), Salvatore Manno (9 anni e 4 mesi), Angelo Vinchiaturo (8 anni, 7 mesi e 4 giorni), Rodolfo Allicate (8 anni e 11 mesi), Elio Ganci (8 anni e 4 mesi). Assolti Michele Cordaro, Salvatore D'Amico, Giuseppe La Malfa e Antonio Di Martino.

Lari: "Entro tre mesi vogliamo chiudere le indagini su via D'Amelio"

Il procuratore di Caltanissetta a proposito della parte d'inchiesta che riguarda il pentito Gaspare Spatuzza


PALERMO. "Stiamo cercando di chiudere l'indagine sulla strage di via D'Amelio nei prossimi due o tre mesi. Speriamo di farcela". Lo ha detto il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari a proposito della tranche dell'inchiesta, riaperta sull'eccidio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta, che riguarda il pentito Gaspare Spatuzza, reo confesso dell'omicidio.

L'ex killer di Brancaccio, con le sue rivelazioni, ha infatti consentito di riscrivere la fase preparatoria dell'attentato del 19 luglio del 1992, originariamente raccontata, tra conferme e smentite, dall'ex pentito Vincenzo Scarantino, e si è autoaccusato, nonostante non fosse mai stato indagato per la vicenda, di avere rubato la 126 che poi venne imbottita di tritolo e usata per uccidere il magistrato. Rivelazioni che smentiscono in pieno la "storia" narrata da Scarantino.

Con la chiusura dell'indagine su Spatuzza potrebbero accorciarsi i tempi della richiesta di revisione dei processi, già conclusi con sentenze definitive di condanne all'ergastolo, a carico di almeno quattro persone accusate da Scarantino.

Il legale di Narracci: "Spatuzza non ha riconosciuto nessuno"

L'avvocato dello 007: "Il collaboratore di giustizia ha precisato di non essere in grado di dire chi fosse la persona avvistata per pochi attimi nell'autorimessa di via D'Amelio"


BARI. "Contrariamente a quanto diffuso da alcuni organi di informazione, Gaspare Spatuzza non ha mai identificato il dott. Lorenzo Narracci come l'uomo, estraneo a Cosa Nostra, presente nel garage in cui fu predisposta l'autobomba utilizzata per la strage di via D'Amelio". Lo afferma in una nota il difensore di Narracci, Michele Laforgia.

"Spatuzza ha infatti precisato - continua il legale - di non essere in grado di riconoscere la persona avvistata 'per pochi attimi' nell'autorimessa, limitandosi a confermare che il dott. Narracci corrisponde alla persona già individuata in fotografia come 'somigliante' con quella persona".

"Il dott. Narracci, pertanto - continua il legale - attende fiducioso l'esito degli accertamenti della magistratura, nella certezza che la sua estraneità ai fatti sarà presto riconosciuta ponendo fine alle illazioni e alle calunnie diffuse senza alcuna cautela nei suoi confronti da oltre 15 anni". "A tale scopo - conclude la nota - procederà in ogni sede per tutelare la propria reputazione e l'immagine delle Istituzioni che ha sempre fedelmente servito".

'Ndrangheta: processo "Cent'anni di storia", Dal Torrione assolto

Oggi la lettura del dispositivo di sentenza del processo denominato «Cent'anni di storia» con la 'ndrangheta della piana di Gioia Tauro

28/10/2010 L'ex sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, è stato assolto per non aver commesso il fatto nel processo denominato «Cent'anni di storia» svoltosi a Palmi in Corte d’assise. Dal Torrione era imputato di associazione per delinquere di tipo mafioso in merito ad un suo presunto collegamento con le cosche della 'ndrangheta di Gioia Tauro che avrebbero condizionato, secondo l’accusa, l’attività del Comune. Nel processo erano imputate, complessivamente, 14 persone, Oltre a Dal Torrione sono stati assolti altri tre imputati, Lorenzo Arcidiaco, Marco Fantone e Vincenzo Priolo, tutti accusati di associazione mafiosa.

La condanna più pesante, 17 anni di reclusione, è stata disposta dalla Corte d’assise nei confronti di Girolamo Molè, capo dell’omonima cosca. Quindici anni e 12 anni sono stati inflitti, rispettivamente, ai boss Giuseppe Piromalli e Giuseppe Alvaro. Le motivazioni si conosceranno fra 90 giorni.

Le altre condanne disposte dalla Corte d’assise di Palmi sono state disposte nei confronti di Domenico Molè (16 anni); dell’imprenditore romano Pietro D’Ardes (11 anni); dell’avvocato Giuseppe Mancini (nove anni e sei mesi); Antonio e Natale Alvaro (nove anni); Gianluigi Caruso (cinque anni); Girolamo Molè (cinque anni e sei mesi) e Giuseppe Arena (quattro anni e otto mesi).

Arrestato giudice del tribunale di Bari

E' accusato di detenzione illegale di armi


BARI

BARI – Il gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis è stato arrestato per detenzione illegale di armi.
De Benedictis e' stato posto agli arresti domiciliari nella sua città di Molfetta. L'arresto - a quanto si apprende a Bari - è stato disposto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Ce) in flagranza di reato.

De Benedictis è da alcuni anni in servizio presso la sezione Gip-Gup del tribunale di Bari dove ha esaminato diverse ed importanti indagini, tra cui quella sul presunto arruolamento di alcuni ex ostaggi italiani in Iraq, Maurizio Aliana, Didri Forese e Umberto Cupertino.

De Benedictis è anche conosciuto, soprattutto all’interno della magistratura, per essere un collezionista di armi da fuoco. Pare sia titolare di una collezione composta da oltre 1400 armi da fuoco solo una delle quali sarebbe risultata detenuta illegalmente.

 SI OCCUPO' DI CICCIO E TORE E DI FITTO

Il gip-gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis stava esaminando in questi giorni importanti fascicoli di indagine e aveva predisposto provvedimenti ritenuti di rilievo. Lo si apprende da fonti giudiziarie baresi. In passato il magistrato si è occupato, oltre che del caso degli ex ostaggi italiani in Iraq e dei clan mafiosi pugliesi, anche dell’arresto di Filippo Pappalardi, il papà di Ciccio e Tore, i due ragazzini scomparsi e trovati morti dopo 20 mesi in una cisterna a Gravina in Puglia (Bari). De Benedictis, nel novembre 2007, dispose l’arresto di Pappalardi per omicidio e occultamento del cadavere dei figli, ma dopo tre mesi di carcere e un mese trascorso ai domiciliari, l’uomo fu scarcerato perchè si scoprì che i suoi due bambini erano caduti accidentalmente nella cisterna.

L’inchiesta a carico dell’uomo è stata archiviata e pende ora una richiesta di Pappalardi di risarcimento di danni per ingiusta detenzione da 516mila euro. De Benedictis nel giugno 2006 firmò un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari (poi revocata) nei confronti, tra gli altri, dell’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, e dell’editore ed imprenditore romano Giampaolo Angelucci, coinvolti nel pagamento di una presunta tangente da 500mila euro versata dall’imprenditore al partito di Fitto 'La Puglia prima di tutto'.

Nei confronti di Fitto, ora ministero degli Affari regionali, la misura non fu eseguita essendo l’ex governatore diventato deputato di Forza Italia. Il giudice, infine, il 4 novembre prossimo avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente di esecuzione proposto dall’Avvocatura dello Stato per conto della presidenza del Consiglio dei ministri per ottenere la revoca della confisca dei suoli della lottizzazione dell’ecomostro (poi demolito) di Punta Perotti e la loro restituzione alle società costruttrici che ne erano proprietarie.

 AVEVA CARABINA CHE SPARA A RAFFICA

Nell’abitazione di Molfetta (Bari) del giudice Giuseppe De Benedictis è stata trovata una carabina che spara a raffica e un’altra arma (che non spara a raffica) sulla quale il consulente dei carabinieri che ha compiuto i controlli, e che ha partecipato alla perquisizione, ha dei dubbi sulla sua qualificazione di arma comune da sparo. Per la detenzione illegale della carabina, che per la sua caratteristica di sparare a raffica è equiparata ad un’arma da guerra, si è proceduto all’arresto del magistrato in flagranza di reato.

Sulle circa 1.350 armi da fuoco collezionate dal giudice De Benedictis e regolarmente detenute, sono ora in corso controlli amministrativi. Le armi si trovano presso l’abitazione di Molfetta del magistrato: per questo motivo il giudice è ai domiciliari a casa di suo padre.

 PROCURATORE LEMBO: TROVATA ARMA DA GUERRA

L'arma trovata a casa del giudice del tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis «è risultata un’arma originariamente da guerra, poi modificata per apparire una comune arma da sparo e successivamente rimodificata perché sparasse a raffica». Lo ha detto il procuratore di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), Corrado Lembo, parlando a Bari con alcuni giornalisti dell’arresto del giudice De Benedictis, ai domiciliari con l’accusa di detenzione illegale di una carabina da guerra.

Il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, che partecipa a Bari ad un convegno sulla giustizia, ha inoltre annunciato verifiche su un’altra arma trovata in possesso del giudice e su tutte le armi da lui detenute, circa 1.350, «che saranno classificate», ha detto. «E' stato un accertamento del tutto incidentale – ha concluso – che ha necessariamente imposto verifiche».

Salvatore Giuliano, si riesuma la salma

http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=651414671001



Nel cimitero di Montelepre un pool di medici legali analizza ed effettua esami per chiudere quello che è diventato un vero e proprio mistero. Il Dna sarà confrontato con quello dei familiari





PALERMO. Nell cimitero di Montelepre (Pa), presidiato dalle forze dell'ordine, potrebbe essere riscritta l'ultima pagina della misteriosa storia del bandito Salvatore Giuliano. Un pool di medici legali, su incarico della Procura di Palermo che, dopo quasi 60 anni, ha riaperto l'inchiesta a carico di ignoti, per omicidio e sostituzione di cadavere, riesumerà la salma. Dalle 8.30 alle 17 il camposanto è off limits al pubblico: temendo l'assalto dei media, il sindaco ne ha disposto la chiusura per tutta la durata delle operazioni.

Dai resti, verrà estratto il Dna che sarà poi confrontato con quello dei familiari ancora in vita del "re di Montelepre": l'esame svelerà l'identità, da molti messa in dubbio, dell'uomo sepolto e , forse, fatto passare per Giuliano.

Potrebbe esserci una svolta, quindi, sul primo grande mistero della storia della Repubblica: l'uccisione dell'uomo che negli anni convulsi del dopoguerra fu protagonista della stagione controversa e sanguinosa del banditismo in Sicilia. Sollecitati dagli esposti di alcuni storici e dai dubbi del dottor Alberto Bellocco, il medico-legale che ha comparato le foto del cadavere del bandito, i pm di Palermo hanno deciso di vederci chiaro. E dissipare le ombre intraviste già da uno dei pionieri del giornalismo d'inchiesta, Tommaso Besozzi, che in un celebre pezzo dal titolo "Di sicuro c'é solo che è morto" tentò di smontare la tesi ufficiale, che voleva il re di Montelepre ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri.

Per il cronista il bandito sarebbe stato tradito dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, morto poi avvelenato all'Ucciardone, e il suo corpo sarebbe stato fatto trovare, in un cortile di Castelvetrano, crivellato di colpi per rendere credibile la messinscena della sparatoria. Ora, però, sembra venir meno anche l'unica sicurezza espressa da Besozzi, che il cadavere lo vide con i suoi occhi, e cioé che Giuliano sia realmente stato ucciso. Il corpo sepolto a Montelepre potrebbe essere quello di un uomo assai somigliante a Giuliano, un sosia, ucciso per permettere al bandito di fuggire dalla Sicilia. L'esame del Dna, dunque, darà le risposte attese per 60 anni. Risposte che non potrà più dare l'unico testimone che avrebbe potuto rivelare i retroscena dell'omicidio del bandito di Montelepre, l'avvocato Gregorio De Maria, proprietario della casa di Castelvetrano nel cui cortile venne trovato il cadavere. "L'avvocaticchio", come era soprannominato, è morto nel maggio scorso, a 98 anni, portando con sé nella tomba i segreti legati a un grande mistero della Repubblica.

Napoli, killer dal barbiere massacrato pregiudicato 37enne

NAPOLI (27 ottobre) - NAPOLI, 27 OTT - Un uomo, Carmine Marigliano 37 anni, è stato ucciso alla periferia di Napoli, nel quartiere San Giovanni a Teduccio. L'agguato è avvenuto in un negozio di un barbiere, in corso Protopisani. Indagano i carabinieri.

Secondo le prime frammentarie notizie raccolte sul posto Marigliano era in un salone di barbiere, in attesa del proprio turno, quando d'improvviso è balzato dalla sedia ed è fuggito nel bagno, inseguito da un uomo che, estratta una pistola, ha fatto fuoco, fuggendo subito dopo, tra i clienti del negozio terrorizzati.

Un motorino è stato dato alle fiamme poco dopo il delitto e non lontano dascena del crimine. I carabinieri indagano per stabilire se vi sia una connessione fra l'incendio e l'agguato a San Giovanni a Teduccio. Marigliano, 37 anni, disoccupato, con precedenti, è stato ucciso con colpi di arma da fuoco con modalità d'esecuzione tipiche della camorra.

Ritiravano la pensione dei morti A Roma denunciate 81 persone

Con firme vere o false dei congiunti deceduti
si presentavano agli sportelli a incassare i soldi

ROMA
Truffa ai danni dello Stato. È questo il reato contestato dalla Procura della Repubblica di Roma alle 81 persone che, come emerge dalle indagini dei militari del II Gruppo Roma della Guardia di Finanza, hanno incassato per mesi o anni pensioni non dovute ed intestate a congiunti deceduti.

L’attività investigativa, coordinata dal Procuratore aggiunto Maria Anna Cordova della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ha interessato diverse migliaia di pensioni erogate nella provincia di Roma; per ognuna delle posizioni è stata esaminata documentazione bancaria, fascicoli pensionistici, incroci con la banca dati del Comune di Roma e dell’Anagrafe Tributaria.

Le indagini, iniziate nel 2006 con il reato ipotizzato a carico di ignoti, si sono concluse con la denuncia di 81 persone per il reato di truffa ai danni dello Stato, contestando l’indebita percezione di diverse centinaia di migliaia di euro di cui l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale ha immediatamente chiesto la restituzione. L’indagine delle Fiamme Gialle, ha avuto anche un notevole effetto deterrente: migliaia le posizioni pensionistiche sanate grazie all’autodenuncia dei truffatori, come comunicato anche dai funzionari Inps che hanno collaborato fornendo la documentazione pensionistica esaminata nel corso delle indagini.

I militari della Guardia di Finanza hanno riscontrato un articolato sistema truffaldino messo in piedi ai danni dell’Inps, che aveva fatto breccia nell’ente previdenziale, consentendo agli indagati di percepire somme di denaro, sia con gli accrediti sui conti correnti bancari e postali sia con la riscossione direttamente allo sportello, nonostante la morte di chi ne aveva diritto; in alcuni casi l’autentica delle firme dei defunti - che delegavano i parenti a ritirare i soldi - era avvenuta successivamente al decesso. L’attività delle Fiamme Gialle s’inquadra nel più ampio contesto dell’intensificazione dell’azione di contrasto per il contenimento della spesa pubblica disposta dal Comando Provinciale di Roma.

Spatuzza riconosce lo 007 dell'autobomba per Borsellino

Il pentito indica Lorenzo Narracci
ex agente del Sisde adesso all'Aisi La Procura: "La sicurezza non c'è"

Palermo, indagato il generale Mori "I padrini li ho sempre combattuti"
PALERMO
A dividerli c’era un vetro. Da un lato il pentito Gaspare Spatuzza. Dall’altro l’ex agente del Sisde, ora all’Aisi, Lorenzo Narracci. All’ex mafioso i pm di Caltanissetta, che hanno riaperto le indagini sulle stragi del ’92, hanno chiesto se lo 007 fosse «la persona esterna alla mafia» che, secondo il collaboratore, avrebbe partecipato ai preparativi dell’eccidio di via D’Amelio. «È lo stesso che mi avevate mostrato in foto», ha risposto. Tra Narracci e l’uomo visto mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata per uccidere Borsellino ci sarebbe una somiglianza. Spatuzza, però, non è stato in grado di andare oltre e dare risposte certe.

Mentre a Caltanissetta si torna a parlare dei misteri sulle stragi del ’92, a Palermo, l’ex generale dell’Arma Mario Mori torna protagonista della cronaca giudiziaria ritrovandosi iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Un capitolo che si intreccia con quello degli eccidi del ’92: la trattativa, secondo i pm, sarebbe stata intrapresa da apparati istituzionali proprio per fermare la stagione di sangue inaugurata da Cosa nostra con l’assassinio del giudice Giovanni Falcone.

Già sotto processo per favoreggiamento alla mafia, Mori vede aggravarsi la sua posizione: i pm pensano a una modifica del capo di imputazione in dibattimento. «Sono tranquillo - ha commentato - ho sempre combattuto Cosa nostra con evidenti risultati e non ho mai fatto patti». Nell’inchiesta a Mori risultano indagati, per attentato a Corpo politico dello Stato, i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano e Antonino Cinà, e, sempre per lo stesso reato, l’ex braccio destro del generale, il capitano Giuseppe De Donno. Indagato, per concorso in associazione mafiosa, anche il grande accusatore di Mori, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, tra i protagonisti della trattativa.

Ciancimino oggi è stato interrogato per nove ore dai pm di Caltanissetta. Anche lui è stato chiamato a riconoscere Narracci. Seppure con molte incertezze il superteste avrebbe detto che l’agente dell’Aisi avrebbe incontrato il padre. Una versione che ha dovuto ripetere anche durante un confronto con Narracci che ha seccamente smentito di averlo mai visto.

Ma l’iscrizione di Mori per concorso in associazione mafiosa non è l’unico colpo di scena del dibattimento in cui potrebbero entrare una serie di nuovi atti istruttori come i verbali di interrogatorio di due sottufficiali dell’Arma che confermerebbero che ci sarebbero state anomalie e «strani passaggi di documenti» durante la perquisizione fatta, nel 2005, dai carabinieri, nell’abitazione di Massimo Ciancimino. Secondo gli inquirenti, i militari dell’Arma non avrebbero aperto dolosamente la cassaforte della casa del figlio dell’ex sindaco mafioso in cui era custodito il papello, il documento in cui Totò Riina faceva le sue richieste allo Stato. L’omissione si inquadrerebbe, secondo l’accusa, proprio nella presunta trattativa di cui Mori, a dire della Procura, sarebbe tra i «registi».

Ciancimino jr: "Sono indagato? Questa è la prova che sono credibile"

Il figlio di Don Vito: adesso rispettate la mia scelta

LAURA ANELLO
PALERMO
Contento no, sarebbe troppo. Non si può essere contenti con un’indagine sulle spalle per concorso in associazione mafiosa, non lo è mia moglie, non lo sono i miei suoceri, bolognesi e fuori da certe logiche. Ma quest'avviso di garanzia per me vuol dire che sono credibile, che i magistrati ritengono vere le cose che ho detto, e questo mi conforta». Sempre più personaggio da Shakespeare, Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Custode di segreti che hanno rivelato la trattativa tra mafia e Stato, ma anche autore delle accuse contro se stesso. «Fonte di prova», secondo i magistrati.

Massimo Ciancimino, se lo aspettava?

«In qualche modo sì. Negli anni scorsi era stata aperta un'indagine analoga a mio carico, poi fu archiviata perché i magistrati si convinsero che avessi agito su indicazioni di mio padre senza piena consapevolezza. Adesso capisco che, con le nuove dichiarazioni, la questione si sia complicata».

Perché?

«Finché si parlava dei fatti del 1992, della consegna di buste chiuse, era facile dimostrare che non sapessi neanche che cosa ci fosse dentro. Ma quando poi ho riferito episodi di dieci anni dopo, capisco che il mio ruolo sia stato considerato diversamente. Ma resta il fatto che io ho sempre agito in buona fede e sempre su indicazione di mio padre».

Per questo che ha esitato a mostrare alcuni documenti?

«Sì, ed è perfettamente comprensibile. Qualche giornalista le ha chiamate dichiarazioni a rate, io credo sia una logica tutela di sé e della propria famiglia. Oggi ho consegnato tutto, fino all'ultima carta. Sono sereno e ho fiducia nella magistratura».

C'è chi dice che lei abbia fatto questo percorso per avere vantaggi, agevolazioni, benefici. Per tenersi stretto il tesoro ereditato da suo padre...

«Mi dicano quali sono questi vantaggi. Non ho nessun tesoro, e se l'avessi avuto avrei certo tenuto un atteggiamento diverso, sarei scappato all'estero. Vantaggi giudiziari non so proprio quali. La mia condanna a tre anni per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, per la quale ho fatto undici mesi di domiciliari, sarebbe stata prescritta, ma io ho rinunciato alla prescrizione. Ho voluto solo togliermi di dosso l'infamia di un cognome. Per mio figlio, che ha cinque anni, e che in questo momento sta varcando la soglia di casa con la sua scorta, vestito da scheletro, di ritorno dalla festa di Halloween. Esce poco, per motivi di sicurezza. Le sembrano vantaggi, questi?».

Che cosa vorrebbe adesso?

«Il rispetto per la mia scelta. Questo Paese rispetta il silenzio dei figli nei confronti dei padri. Mi chiedo perché ai figli di Riina o di Provenzano non sia mai stato chiesto di ricostruire la mappatura della latitanza, i discorsi ascoltati, gli episodi. Le critiche, i sospetti si sono appuntati su di me che ho parlato. Ho subito una campagna di delegittimazione da parte di chi non si può neanche nominare e, presto, non si potrà neanche processare. Io sono un'anomalia, il silenzio paga».

Come valuta l'avviso di garanzia al generale Mario Mori?

«Di queste cose non gioisco. Sono stato indagato e imputato, ho massimo rispetto per chi ci passa, anche se ovviamente ho le mie verità. E so che non sarà l'unico».